Governo, informazione e comunione

 

 

Paolo Gherri - GIDDC, Borca di Cadore, 29 giugno 2016

 

 

1. Premessa terminologica

Una riflessione avveduta sul tema “governo, informazione e comunione” non puė trascurare la necessitą di conferire un minimo di precisazioni e struttura sintattica al rapporto, non tanto tra i tre “sostantivi” ma – molto piĚ profondamente –, tra i “mondi” (o “domďni”) che ciascuno di essi evoca, non solo dal punto di vista canonistico. La prima domanda, pertanto, che deve porsi chi intraprenda questo genere di riflessioni Ź quella circa la reale “estensione” di tali mondi, verificando gią in limine la loro reale autonomia ed indipendenza reciproca oppure – cosa da non escludersi a priori – se uno di essi possa risultare una specificazione o una generalizzazione di un altro.

Poiché l’attuale orizzonte dottrinale pone in evidenza che si tratta di questioni altamente soggettive – per quanto non necessariamente arbitrarie – Ź necessario dichiarare immediatamente i pre-supposti da cui si prenderanno le mosse in questa riflessione, in modo da limitare il piĚ possibile le ambiguitą della proposta; allo stesso tempo vanno delineati i confini reali della trattazione cosď da non suscitare inutili aspettative circa aspetti, teoricamente possibili, del tema che perė non sarą possibile affrontare in questa sede.

 

- Il primo presupposto Ź che la comunione non sia un “cosa” (= quid) ma un “come” (= quomodo): non un valore, non una meta, non un fine, e neppure un principio, ma un modo… e non un modo di “essere” ma un modo di “comportarsi”, di operare, di attuare, di realizzare, all’interno di una relazione inter-soggettiva. Un “modo”, per di piĚ, importante per il Diritto proprio perché il Diritto stesso riguarda comportamenti, azioni, realizzazioni sociali. ť l’ambito delle Scienze dell’azione e non dell’essere: deontico e non ontico, avrebbe detto T. Jiménez Urresti. Gią su questo potrebbe svilupparsi un amplissimo dibattito, come ben dimostrano la dottrina ed anche il Magistero degli ultimi cinquant’anni ma, poiché si tratta di questioni in gran parte ancora aperte, pare legittimo assumere – dichiarandola – una specifica prospettiva. Un punto di riferimento comune canonistico sulla materia potrebbe tuttavia esser trovato nell’indicare la comunione quale “situazione ecclesiale”, come sembrano indirizzare i Cann. 96, 149, 171, 194, 204, 205 nella linea del “dovere” espressamente giuridico, che emerge dal Can. 209.

- Il secondo presupposto riguarda l’informazione, approcciata in questa riflessione nella prospettiva non tanto delle sue “dinamiche” ma del suo contenuto: i “dati”. Per quanto, infatti, l’informare, il dare informazioni, l’informarsi, siano “attivitą” che qualcuno compie, non sfugge a nessuno come quello che in essa conta e rileva, soprattutto in chiave giuridica, Ź “ciė” che si trasmette e/o si riceve o acquisisce. Non di rado, infatti, un’informazione Ź anche qualcosa di autonomo rispetto ai suoi referenti, proprio perché spesso si tratta di meri “fatti” che esistono anche senza che alcuno li conosca o li riferisca e davanti ai quali ci si puė trovare anche senza averli cercati. Non di meno: poiché un certo numero di fatti interagiscono (o interferiscono) con la vita ecclesiale dei soggetti (sia personali che istituzionali) essi assumono anche una specifica portata e consistenza espressamente giuridica. Sarą pertanto decisivo adottare un concetto di informazione differente da quello comune nel mondo dei mass media, in particolare rispetto al concetto di “diritto di informazione”, che sarebbe meglio, invece, chiamare “di cronaca”. Questi pochi tratti portano anche ad indicare che il tema sarą trattato dal prevalente punto di vista del governo ecclesiale inteso in chiave “amministrativa” e non “politica”, indirizzandosi ai soli aspetti dell’informazione che coinvolgono direttamente i singoli e non la Comunitą ecclesiale nel suo insieme.

- Il terzo presupposto riguarda il governo, inteso come “attivitą” istituzionale ed intenzionale che alcuni soggetti (personali o collettivi) esercitano verso altri, all’interno di specifici contesti antropologici e sociali, tra i quali la stessa Chiesa in quanto Popolo di Dio «in hoc mundo ut societas constituta et ordinata» (cfr. LG 8b); espressione di chiara portata analogica, come ben evidenzia l’uso – conciliare – di “ut” (ben diverso da “sicut”), senza dimenticare che l’analogo Ź un “simpliciter diversum”. La prospettiva che si adotterą in queste riflessioni riguardo al governo lo vede come «l’indirizzo ed il coordinamento delle risorse spirituali, morali, personali/umane e materiali di cui la Chiesa (universale e particolare) dispone nelle diverse situazioni», sulla scia di un’interessantissima quanto disattesa riflessione dal Gesuita José Luis De Urrutia che risale gią ai primi anni Sessanta del XX secolo. Un “indirizzo e coordinamento” che si realizzano essenzialmente nel discernimento:

 

«Se, infatti, chi nella Comunitą di fede esercita potestą di governo compie in realtą un servizio (= ministerium) di responsabilitą, il suo compito Ź proprio quello del concreto discernimento operativo: comprendere, cioŹ, su quali strade intraprendere gli sviluppi dell’annuncio evangelico e come rendere tutto ciė concretamente possibile nella quotidianitą del vissuto ecclesiale».

 

La “sintassi”, pertanto, cui si tenterą di dare corpo con queste riflessioni sarą riferita a “il ruolo dell’informazione negli Atti di governo ecclesiale, alla luce della comunione” che [mi] pare corrisponda alla tematica piĚ generale all’interno della quale si pone questa “XLIII Settimana di studio del G.I.D.D.C.”.

 

 

2. Natura e finalitą del governo tra interessi e comunione

Poiché accade spesso in ambito dottrinale canonico che si inizino a trattare le questioni in modo espressamente intra-ecclesiale finendo perė ben presto (piĚ o meno consapevolmente ed esplicitamente) per assumere dall’esterno molti concetti e presupposti teoretici e giuridici da utilizzare nel proprio ragionamento – soprattutto in ambito “amministrativistico” –, pare qui maggiormente adeguato procedere sin dall’inizio attraverso un esplicito parallelismo tra il “civile” (inteso in senso lato, sia intra-statale che sovra-statale) ed il canonico. Non di meno una trattazione “differenziale” di problematiche ed Istituti giuridici permetterą di evitare troppo facili affidamenti a presupposti non visibili ma non assenti, permettendo di verificare in itinere la plausibilitą e la tenuta delle scelte operate e delle loro eventuali conseguenze.

 

2.1 La questione preliminare del “modello”

Il netto abbandono della dimensione societaria quale “modello” ontologico (o “forma” costitutiva) della Chiesa realizzato dal Concilio Vaticano II a vantaggio di una prospettiva “istituzionale”, ha provocato – ma soprattutto deve provocare – anche l’abbandono del vocabolario, e piĚ ancora, delle categorie concettuali dello Ius publicum ecclesiasticum che “costruivano” la Chiesa e le sue principali funzionalitą in stretto parallelismo con gli Stati europei ottocenteschi. La questione Ź pregiudiziale poiché decide in limine “se” esista e “quale” sia un eventuale “modello/tipo” cui far riferimento nel comprendere e delineare le strutture e funzioni della comunitą cristiana. Cosď, infatti, avvenne nella disputa antigiurisdizionalista del secolo XIX e fino al Concilio stesso: per “competere” con gli Stati della tarda Modernitą, “superiorem non recognoscentes”, era – ritenuto (!) – necessario mostrarsi alla loro “altezza”, averne le stesse caratteristiche e strutture… anche “ontologiche”, cosď da poter, apologeticamente, affermare di non aver bisogno di nulla e nessuno per conseguire il proprio “fine”. Era questo il paradigma della societas necessaria (iuridice) perfecta (autonoma ed autarchica), divenuto ben presto una sorta di “Gestalt” o di “universale”, almeno di fatto incontestabile sia per la Canonistica “curiale” (codiciale e neoscolastica) che per quella “laica” (italo-iberica). Non di meno: tal genere di “esemplaritą” finď per essere confermato e quasi rafforzato – per quanto su basi e presupposti radicalmente diversi – nella seconda metą del secolo scorso attraverso il cripto-parallelismo tra le moderne democrazie costituzionali, emerse dal secondo conflitto mondiale, ed il Popolo di Dio, emerso dal Vaticano II. Non si puė ignorare in questa sede quanto accaduto proprio negli anni Settanta del Novecento in termini di recezione del Vaticano II, al punto che il Sinodo straordinario dei Vescovi tenutosi nel 1985 per celebrare il 20° anniversario della chiusura del Concilio si trovė effettivamente “costretto” a sostituire l’originaria categoria del “Popolo di Dio” – ormai estenuata in chiave democraticistica ed anti-istituzionale – con quella di “comunione”… salvo dover poi intervenire dopo pochi anni la Congregazione per la Dottrina della fede a precisare ulteriormente (sic!) in “quale modo” tale comunione debba essere intesa.

 

Due dinamiche concettuali (quella ecclesiale e quella statale) radicalmente diverse, oltre che antitetiche, che hanno perė sollecitato per oltre due secoli il pensiero canonistico – soprattutto in materia costituzionale ed amministrativistica – ad una sorta di rincorsa di quello pubblicistico statale, quasi imponendo agli autori l’obbligo morale/intellettuale di concepire la Chiesa sulla falsa riga degli Stati coevi. Neppure il momento attuale, per parte sua, fa sconti a tale parallelismo, in quanto molte delle derive intra-statali – prima tra tutte la progressiva rinuncia alla posizione “potestativa” rispetto ai cittadini –, indotte soprattutto dal Diritto comunitario europeo, sembrano travasarsi con immediatezza nella dottrina canonistica. Una parte significativa delle pubblicazioni amministrativistiche canoniche dell’ultimo decennio, infatti, fa largo uso di concetti e “princďpi” di palese origine extra-canonica… soprattutto in materia di governo ed informazione.

 

In questo contesto non pare censurabile di principio la ricerca (e messa a punto e proposta) di una prospettiva teoreticamente “indipendente” che cerchi all’interno della Chiesa stessa, della sua identitą piĚ profonda e della sua specificitą rispetto alle altre aggregazioni sociali conosciute dall’umanitą, una chiave di lettura che permetta di capire e gestire, oltre che illustrare, le dinamiche istituzionali intra-ecclesiali, prima tra tutte il governo. Solo entro tale nuovo “paradigma” epistemologico anche le riflessioni sull’informazione all’interno della Chiesa potranno divenire davvero “autonome” e specifiche, senza ridursi a mere parafrasi (o peggiori travisamenti) del “gią detto” in campo civilistico.

 

Fattore differenziale fra il “videtur quod” della dottrina canonistica dominante ed il novum (= sed contra) entro cui leggere le dinamiche ecclesiali e, soprattutto, i loro fondamenti, Ź la communio quale elemento costitutivo dell’aggregazione ecclesiale e, di conseguenza, quale elemento determinante nella concezione del governo stesso della Ecclesia. Una communio che non puė trasformarsi in populismo o democraticismo orizzontalista ed a-gerarchico… fino a divenire addirittura un “diritto”; si consideri in questo la felice espressione “Comunitą gerarchica” utilizzata recentemente da P. Valdrini.

Si Ź gią fatto cenno alla comunione come “modo di comportarsi” all’interno della compagine ecclesiale: situazione e dovere che coinvolge ogni fedele all’interno della Comunitą di fede. Tradotta in termini pre-giuridici si potrebbe vedere la comunione come la “forza”, la “relazione”, il “campo” (come lo intende la Fisica moderna), che mantiene connessi i fedeli all’interno della Chiesa: ciė che tesse la rete tra i vari soggetti presenti ed operanti.

La prospettiva, se accolta, non Ź di poco conto poiché pone in immediata evidenza la costitutiva incompatibilitą tra un sistema di relazione (che tali sono gli Ordinamenti giuridici) basato sulla comunione, com’Ź quello ecclesiale, ed uno basato sull’interesse (economico), come sono quelli civili tardo moderni. Non di meno tra l’ambito civile e quello canonico si pone un’altra irriducibilitą ed incomparabilitą: il fedele Ź tale solo aderendo volontariamente alla Ecclesia, mentre il cittadino Ź tale indipendentemente dalla sua volontą, cosicché si puė non essere fedeli ma non si puė non essere cittadini (di qualche Stato). Allo stesso tempo, mentre l’individuo Ź portatore di risorse, interessi e pretese individuali che pre-esistono allo Stato, il quale (si dice oggi che) “raccoglie”, convoglia, armonizza e tutela tali elementi, lo stesso non vale rispetto alla Chiesa: lo Stato, infatti, “deriva” dagli individui (che poi trasforma in cittadini) “prendendo” del loro e limitandone l’attivitą in ragione del bene comune possibile, mentre la Chiesa non deriva affatto da essi e dalle loro risorse individuali ma ad essi si propone offrendo risorse “autonome” (= Parola di Dio e Sacramenti per la salvezza ultra mondana) altrimenti indisponibili per gli individui. Il dato teologico che vede la Chiesa come portatrice di un “annuncio” e non di una semplice “idea”, di  una “fede” e non di una semplice “convinzione/credenza” va ritenuto costitutivamente insuperabile nel dire “che cosa” essa sia, soprattutto nel raffronto con le diverse forme di aggregazione umana conosciute sia dalla storia che dall’attualitą.

 

 

3. Fondamenti, criteri e diritti dell’attivitą di governo esecutivo

Il raffronto tra finalitą e presupposti del governo civile ed ecclesiale dev’essere arricchito dall’esame piĚ specifico delle principali funzionalitą in cui si esplicita la sua concreta realizzazione pratica nella c.d. attivitą, o funzione, “amministrativa” che coinvolge quotidianamente individui/soggetti ed Autoritą nell’uno e nell’altro ambito di governo. ť il campo degli Atti amministrativi singolari attraverso i quali si “provvede” alla concreta funzionalitą della vita ordinaria, sia civile che ecclesiale, per mezzo di “Provvedimenti” che non strutturano l’Ordinamento, come fanno gli Atti normativi generali (sia legislativi che amministrativi), ma guidano le attivitą e realizzazioni individuali di rilievo non meramente “privatistico” o individuale.

 

Quanto gią illustrato circa le finalitą ed i presupposti delle societą civili e della Chiesa (interessi vs. comunione) permette ora d’individuare alcune linee dominanti che ne caratterizzano – e finiscono per doverne reggere – l’attivitą pratica: partecipazione e trasparenza in campo civile; conoscenza e consapevolezza in campo ecclesiale. L’illustrazione di tali criteri in relazione ai loro specifici ed originari contesti di riferimento renderą conto dell’individuazione cosď proposta.

 

3.1 I criteri di partecipazione e trasparenza in ambito civile

Per quanto una rigida connessione deduttiva tra democrazia e partecipazione, da una parte, ed economia e trasparenza, dall’altra, risulterebbe forzata, non di meno un rapporto da principio a criterio non solo non pare implausibile ma risulta di una certa utilitą per comprendere ed illustrare fondamenti e funzionalitą di molte Norme amministrativistiche.

 

- La partecipazione si configura, nella dottrina amministrativistica italiana, come vero e proprio “principio costituzionale” derivante dall’Art. 97 della Costituzione che, imponendo «il buon andamento e l’imparzialitą dell’Amministrazione», intende soddisfare una doppia finalitą ideale e funzionale: quella democratica e quella anti-contenziosa.

         Si tratta, per la Pubblica Amministrazione, di conseguire il massimo grado di raggiungimento del benessere da parte della comunitą con il minore sacrificio delle posizioni soggettive (interessi secondari pubblici e/o privati) che con esso interagiscono o confliggono nella fattispecie concreta; ciė, tuttavia, col dovere di non discriminare la posizione dei soggetti coinvolti dalla sua azione nel perseguimento degli interessi affidati alla sua cura e di non abusare della propria posizione quando entra in contatto con soggetti terzi.

         [a] Da un lato: qualunque soggetto (personale o sociale – cfr. Art. 3 della Costituzione) deve avere le stesse possibilitą innanzi allo Stato ed alla sua attivitą svolta attraverso la Pubblica Amministrazione ed i c.d. Enti pubblici, evitandosi in tal modo privilegi e/o privazioni per motivi soprattutto politici; [b] dall’altro: le finalitą pubbliche devono essere conseguite in modo definitivo e stabile, senza che la necessaria tutela dei cittadini e delle loro legittime posizioni (tutelate dal principio costituzionale di legalitą) paralizzi l’attivitą pubblica attraverso il dilagare di un immotivato ricorso al Contenzioso amministrativo. ť significativo, da questo punto di vista, come molti elementi del c.d. Procedimento amministrativo si configurino in modo espressamente pre-contenzioso, quasi anticipando un piĚ che probabile esito finale effettivamente contenzioso.

- La trasparenza appare tra i “criteri dell’attivitą amministrativa” fissati dalla Legge 241/1990, insieme a quelli di economicitą, efficacia, imparzialitą e pubblicitą. Il criterio della trasparenza coinvolge direttamente il cittadino concretizzandosi in un espresso “diritto di accesso” (previsto dagli Artt. 22-28 della stessa Legge) che consiste nel «diritto degli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi» (Art. 22). Nulla, invece, lo stesso cittadino puė attuare in via ordinaria a riguardo del concreto modo di operare dell’Amministrazione (che deve essere e risultare economica, efficace, imparziale e pubblica) tranne che in caso di violazione di Legge sul Procedimento che lo veda direttamente penalizzato, principalmente in termini di imparzialitą e pubblicitą, come potrebbe avvenire in caso di Concorsi o Appalti pubblici. In altri termini: mentre alla trasparenza, attraverso l’accesso ai documenti amministrativi, il singolo puė dare direttamente corpo mediante apposita richiesta agli Uffici competenti dell’Amministrazione, gli altri quattro criteri possono prendere consistenza solo indirettamente, se fatti oggetto di Ricorso e/o Contenzioso giudiziale (amministrativo).

 

Questo stato di cose, in realtą, non suscita alcuna meraviglia poiché, in fondo: i princďpi di partecipazione e trasparenza si concretizzano «nell’attribuzione ai cittadini del potere di esercitare un controllo democratico sullo svolgimento dell’attivitą amministrativa e sulla conformitą della stessa agli interessi sociali ed ai precetti costituzionali». Che significa sostanzialmente: ottenere riscontro della paritą di trattamento – cioŹ di “libera concorrenza” o “pari opportunitą” – tra tutti gli aventi interesse nel singolo Procedimento di cui la Pubblica Amministrazione risulta prima di tutto “garante”… anche nel caso in cui si trattasse d’iniziativa autonomamente intrapresa, come avviene per Concorsi ed Appalti (finanziati con denaro proveniente dai cittadini attraverso l’imposizione tributaria). Tutti i potenziali “lavoratori”, non di meno, hanno interesse ad essere assunti quali dipendenti della Pubblica Amministrazione, cosď come tutti i “venditori” hanno interesse ad accaparrarsi qualche fornitura “pubblica”. A maggior ragione tale “controllo democratico” si legittima nei casi in cui la Pubblica Amministrazione deve approvare “Piani urbanistici” o conseguire la disponibilitą di immobili (solitamente terreni) per la realizzazione di “opere pubbliche”, intervenendo in modo pesante sul valore del patrimonio di singoli cittadini. Concessioni o Autorizzazioni ad esercitare attivitą d’impresa in settori specificamente “protetti” (come trasporti, energia e telecomunicazioni) non si discostano dalle stesse problematiche di “verifica” dell’effettiva libera concorrenza.******

 

 

3.2 I criteri di conoscenza e consapevolezza in ambito ecclesiale

La strutturale assenza nella Chiesa delle componenti economico-concorrenziali e democratico-ugualitarie che reggono l’attivitą di governo degli Stati contemporanei porta a cercare altrove i fondamenti ed i princďpi di riferimento per trattare il tema/problema del rapporto tra informazione e governo ecclesiale, tanto piĚ che nella Chiesa il presupposto costitutivo della “comunione” impedisce di assumere come fondante la dialettica Autoritą-libertą posta alla radice del Procedimento amministrativo civilistico. Non di meno: le dinamiche espressamente normative rilevate in ambito statale inducono, anche per l’ambito canonico, a cercare tali fondamenti a livello costituzionale, orientando l’attenzione al Concilio Vaticano II (in particolare Lumen Gentium) ed ai – derivati – princďpi di revisione del Codice di Diritto Canonico approvati dal Sinodo dei Vescovi del 1967.

 

- Il primo “fondamento” rilevabile emerge dal 6° principio di revisione codiciale, laddove s’individua e definisce come “una questione veramente grave da risolvere nel futuro Codice” il modo in cui “debbano essere definiti e tutelati i diritti delle persone” visto che l’esercizio della “potestą nella Chiesa non puė essere arbitrario” e “a ciascun fedele si devono riconoscere e tutelare i diritti, sia quelli contenuti nella Legge naturale o divina positiva, sia quelli che gli derivano debitamente in forza della condizione sociale acquistata e posseduta nella Chiesa”. La prospettiva, tuttavia, non Ź meramente funzionale o “culturale”, secondo il mutare dei tempi, ma espressamente teologica poiché dipende con immediatezza dalla “radicale uguaglianza che deve esistere fra tutti i cristiani, sia in forza della dignitą umana sia in forza del Battesimo” (cfr. LG 2).

- Proprio il tema dell’arbitrarietą del governo ecclesiale costituisce il fondamento del successivo e piĚ specifico 7° principio di revisione (secondo fondamento) il quale ne impone due rimedi strutturali: 1) la reciproca distinzione delle funzioni di governo (legislativa, esecutiva e giudiziale) e 2) l’assoggettabilitą dei Provvedimenti singolari – esecutivi – al giudizio di appositi Tribunali amministrativi (non improvvidamente mutuati dagli Ordinamenti statali coevi).

 

Proprio l’esigenza di eliminare ogni traccia di arbitrarietą, espressa attraverso il diritto tecnico “di difesa”, appare l’ottica in cui inquadrare l’informazione in rapporto al governo ecclesiale, secondo una prospettiva – e fondazione – molto piĚ ristretta di quella civile, poiché non chiamata né a legittimare in itinere il Provvedimento singolare (= trasparenza), né a co-costruirlo insieme all’Autoritą (= partecipazione) che, nella Chiesa, rimane costituzionalmente “personale” e “gerarchica” (oltre che vocazionale e sacramentale), per quanto all’interno della comunione. La concezione del governo ecclesiale come “gestione delle risorse comuni” in un’ottica di sostanziale discernimento operativo (v. supra), completa poi il quadro sia ermeneutico che euristico all’interno del quale indagare e prospettare che cosa sia – o possa essere – “informazione” dal punto di vista canonico.

Non sfugge a nessuno come un tale punto di partenza si manifesti alternativo alla visione dottrinale che, invece, prospetta l’informazione come vero “diritto costituzionale” dei fedeli in quanto tali.

 

«Diritto all’informazione. - Questo diritto Ź connesso con il precedente [diritto alla propria opinione – ndr] e si fonda sulla partecipazione attiva del fedele alla vita della Chiesa. Senza la necessaria informazione non Ź possibile partecipare in modo adeguato alla vita della Chiesa e non Ź possibile formarsi la propria opinione. Il diritto all’informazione Ź delimitato dall’interesse del fedele – cioŹ dal suo grado di effettiva partecipazione alla vita della Chiesa, nell’ambito, sempre, della potenziale partecipazione che gli Ź stata attribuita dalla volontą fondazionale di Cristo – e dal bene comune della Chiesa; il dovere di informare ricade sulla Gerarchia e, ove riguardi il bene comune, sulle Istituzioni e sui singoli fedeli. Anche questo diritto ha riflessi pubblici. Resta sottinteso che costituiscono suo possibile oggetto soltanto ed esclusivamente le materie che si riferiscono ad attivitą esterne e sociali; tali non sono le attivitą personali e private; e, natura sua, tutto ciė che riguarda il foro interno Ź protetto dal segreto».

 

Quanto sin qui proposto suppone, invece, che a livello costituzionale non vada cercato un “diritto” prontamente esigibile ma un “principio” di riferimento e che esso sia – come testé dimostrato – la non-arbitrarietą dei Provvedimenti nei quali il governo ecclesiale si concretizza. Ciė fa dell’informazione uno strumento la cui portata (come si vedrą piĚ oltre) supera di molto il semplice “dovere d’informare”, finendo per attraversare l’intero Ordinamento canonico e, piĚ ancora, per condizionare le stesse modalitą di governo, proprio nell’ottica della comunione.

A cosa, dunque, sarebbe strumentale l’informazione cosď prospettata? Oppure, ancora: in quali modi essa interverrebbe nel governo ecclesiale? Gią sono state proposte conoscenza e consapevolezza quali plausibili risposte a tali questioni.

 

- Parlare di “conoscenza” in ambito canonico rimanda con immediatezza al tema della veritą da cui la vita ecclesiale non puė mai discostarsi: la veritą dei fatti, la veritą delle circostanze, la veritą delle relazioni, la veritą degli obiettivi da conseguire. Quella veritą che la Chiesa ricerca quasi ostinatamente in tutta la propria attivitą giudiziale; quella veritą che mantiene valore anche contra rem iudicatam quando si tratta della vita delle persone (= il loro stato canonico di coniugi, chierici o professi). Una veritą che, pur riguardando spesso la volontą dei singoli, non s’identifica mai con essa, e rimane sempre “di fronte” a ciascuno appellandone la coscienza; una veritą innanzi alla quale non esistono né Superiori né sudditi, governanti o governati… ed anche Autoritą e libertą perdono ogni propria consistenza, mentre i semplici “interessi” non l’hanno mai ottenuta. ť questa veritą il vero “oggetto” dell’informazione, da dare e da ricevere, da esplicitare o da richiedere nella Chiesa, affinché la vita delle persone – consacrati e chierici, prima di tutto – non sia esposta all’arbitrio di alcuno, neppure ratione fidei e tanto meno ratione conscientiĺ.

- Proprio l’apporto strutturante della veritą, conosciuta e presa in adeguata considerazione, costituisce il fondamento originario della “consapevolezza” a riguardo delle decisioni di cui il governo ecclesiale, da una parte, ed i fedeli, dall’altra, devono farsi carico affinché si tratti davvero di una “gestione” (= oikonomia/dispensatio) di risorse comuni e non di mere disposizioni (= decreta/sententiĺ) in favore o detrimento di qualcuno, o dei suoi “interessi”. Di conseguenza la veritą, conosciuta, accolta e condivisa, diventa la forza, la “motivazione”, che unisce in un solo volere – per quanto spesso mediante attivitą diverse – tutti gli interessati: chi “chiede” un impegno per la missione ecclesiale (= il c.d. Superiore o Autoritą) e chi ad esso si rende disponibile (= il fedele, spesso in ragione di un vincolo speciale con la Chiesa stessa).

 

In tal modo: conoscenza e consapevolezza, adeguatamente condivise, non solo evitano l’arbitrio ma, molto maggiormente, implementano la comunione: il cum-munus condiviso tra tutti i discepoli del Cristo destinatari e protagonisti dell’unica missione di annunciare e vivere il Vangelo. L’informazione, per parte sua, costituisce uno degli strumenti generali piĚ efficaci dell’engagement individuale e comunitario e dell’I care che mette in gioco tutti e ciascuno.

 

 

4. Informazione e governo ecclesiale

4.1 Panoramica generale

Trattando di informazione dal punto di vista del governo ecclesiale, la prima evidenza da non potersi trascurare Ź che nel Codice latino vigente l’informazione non risulta unicamente una cosa da dare ma anche da cercare: cosď di fatto si constata nei Canoni che contengono i lemmi “informazione” (21 ricorrenze) e “notizia” (18 ricorrenze), nei quali – piĚ che del “diritto di essere informati” (cfr. Hervada) – occorrerebbe parlare del “dovere di informarsi” (sic!)… ed Ź questo – con probabilitą – uno dei plausibili motivi da cui deriva il sostanziale silenzio della Canonistica sino ad oggi sul tema. Considerazioni a parte merita la “notifica” in quanto Istituto giuridico di peculiare tecnicitą tendenzialmente connesso all’ambito processuale (21 ricorrenze, di cui 15 nel Libro VII); mentre, in termini di informazione, pare utile dedicare qualche spazio pure ai “motivi” (15 ricorrenze) che si possono addurre per supportare o contrastare una decisione di governo.

 

Dal punto di vista metodologico una lettura critica delle Norme codiciali latine consente di osservare, per quanto in modo del tutto generale, alcuni elementi dai quali non si puė prescindere almeno per le disposizioni che, stabilendo precise condotte, creano vincoli “legali” cui l’attivitą di governo ecclesiale non puė sottrarsi, volendo permanere nella “legittimitą” che, unica, ne tutela l’efficacia. L’approccio, per quanto in odore di Positivismo, si rivela del tutto imprescindibile dal punto di vista “pratico” (ne esistono “altri” realisticamente fruibili per il Diritto?) poiché sia in sede di Ricorso che di Contenzioso sono le Norme ad avere espressa prevalenza sui “princďpi” e la Segnatura Apostolica dovrebbe (sic!) giudicare per esclusiva “violatio Legis” causata da “error Iuris” anziché secondo princďpi o criteri di vario genere, come spesso accade. Un tale approccio, non di meno, permette anche di prospettare qualche parallelismo con le Norme vigenti in ambito civile traendone, eventualmente, vantaggi esplicativi o applicativi, oltre ad evitare troppo facili “analogie” in ragione di mere “assonanze”.

 

- Delle 21 ricorrenze codiciali di “informazione”, 16 prescrivono di “dare informazione” a soggetti prestabiliti (in genere per l’Ufficio ricoperto, o per il ruolo di parte nel Processo) a riguardo dell’esistenza di fatti di specifico rilievo; tre Canoni prescrivono poi di “raccogliere informazioni” e due di “riceverle” (o no). Si osserva in merito come in gran parte si tratti di fatti accaduti o di attivitą intraprese o da (poter) intraprendere, come accade per il Can. 1661 §2 che prescrive di informare le parti in Causa della possibilitą di presentare un breve scritto per comprovare le proprie asserzioni.

         Dall’analisi appare che proprio i tre casi in cui si prescrive la “raccolta” di informazioni sono quelli maggiormente legati ad attivitą di governo: il Can. 364 circa il “processo informativo” da istruire sui promovendi Vescovi; il Can. 645 circa le informazioni che il Superiore puė raccogliere (anche sotto segreto – sic) in vista dell’ammissione al Noviziato; il Can. 1292 sulle condizioni finanziarie dell’Ente e le alienazioni gią fatte, in vista del rilascio di un parere o consenso per l’alienazione di beni ecclesiastici.

- Per quanto riguarda le “notizie”, le 18 ricorrenze nel CIC riguardano nella loro quasi totalitą il “ricevere notizie” di fatti oppure di Atti, soprattutto processuali per i quali – in realtą – non si tratta, dal punto di vista tecnico, di informazione ma di Notifica; in 2 casi soltanto si tratta di “dare notizia” (Cann. 1054; 1122). Al “raccogliere notizie” del Can. 50 va affiancato il Can. 1717 nel suo imporre all’Ordinario di “indagare” in caso “riceva notizia” di un probabile Delitto: ciė costituisce un fattore chiave del rapporto informazione-governo ecclesiale, profilando in modo chiaro il dovere passivo – anziché attivo – di informazione connesso all’attivitą di governo.

- Le sole 6 ricorrenze del “rendere noto” non mostrano un valore specificamente attinente il governo, indicando comunque l’attivitą di “far conoscere”, tendenzialmente agli stretti interessati (come sono le parti a livello processuale: 3 casi). Eccezione Ź il Can. 212 circa il diritto/dovere dei fedeli di “rendere noto” ai Pastori e agli altri fedeli “il loro pensiero su ciė che riguarda il bene della Chiesa”, servatis servandis, elemento che potrebbe incidere – ancora una volta – sul dovere passivo di raccogliere informazioni da parte di chi governa.

- Poco significative le 15 ricorrenze del vocabolo “conoscenza”; esse infatti in 6 casi riguardano lo studio, in 6 i Sacramenti, in 3 il Diritto processuale, mentre una sola volta essa riguarda direttamente il governo (Can. 425 §3), sempre in chiave passiva (= aver preso conoscenza).

- La polivalenza del vocabolo “motivi” – usato spesso come “cause” o “ragioni” – (19 ricorrenze) non permette di trarre elementi significativi in termini di informazione, tranne i Cann. 1745 e 1749 in cui, data la natura della cosa, essi possono anche ragionevolmente indicare riferimenti a fatti e circostanze piĚ o meno conosciuti dagli interessati alle vicende in discussione, potendosi intendere piĚ come “informazioni” che come “ragioni” o “cause”.

- Questione specifica appare, da ultima, quella della “consapevolezza” – gią indicata come principio espressamente canonico – (15 ricorsi) a cui il Codice latino rimanda in varie materie dei Libri II (obblighi e diritti individuali) e IV (Sacramenti) senza specifica attinenza al governo; non di meno il ricorrere due volte della formula “consapevoli della propria responsabilitą” (Cann. 212; 652) potrebbe rinviare alle previe conoscenze e correlate informazioni, ricevute o da ricevere.

 

Poiché, giunti al termine di questa sommaria ricognizione codiciale, non risulta ancora possibile concludere nulla di significativo circa il rapporto tra informazione e governo ecclesiale – tanto piĚ in riferimento a eventuali “diritti” (soggettivi) di essere informati o di sapere –, diventa necessario sondare ulteriormente la materia attraverso l’esame di alcuni ambiti specifici dell’attivitą di governo nei quali l’esperienza ha ormai evidenziato l’importanza – e la problematicitą – del tema.

 

4.2 Informazione, formazione e contestazione delle decisioni di governo

Fulcro irrinunciabile dell’intera tematica sull’informazione nel governo ecclesiale Ź il Can. 50 del CIC, in strutturale connessione con gli altri Canoni implicitamente connessi alla formazione degli Atti amministrativi singolari, prima di tutto Decreti e Precetti (cfr. Cann. 48-58), senza trascurare i Canoni riguardanti la loro contestazione o, almeno, la resistenza verso di essi (cfr. Cann. 1732-1739). La materia, che paga in modo pesante la bocciatura dei Canoni “De Procedura administrativa” del 1974, risulta di grande disorganicitą e non priva di difficoltą non solo teoretiche ma anche pratiche, connesse proprio alla informazione necessaria all’emanazione ed esecuzione di Provvedimenti singolari di governo.

La tensione, gią in parte emersa nella prospettazione generale delle Norme codiciali latine, si pone tra il dovere dell’Autoritą di “raccogliere notizie” e l’inevitabile necessitą di una loro verifica in termini di completezza ed adeguatezza sia quantitativa (= tutte quelle realmente utili) che qualitativa (= quelle che davvero descrivono fatti e circostanze), sia oggettiva (fattuale, sociologica, statistica, ecc.) che soggettiva (il punto di vista dei soggetti coinvolti), in una prospettiva che nel CIC non emerge dai Canoni sulla formazione dell’Atto amministrativo singolare, ma deve dedursi – almeno operativamente – da quanto previsto per l’eventuale contestazione dell’Atto stesso. Contestazione concessa e normata dalla Legge, per quanto non sulla base di qualche “diritto” (com’Ź civilisticamente quello “di accesso”) ma in ragione dell’onerositą finale del Provvedimento: una onerositą che, tuttavia, pare subentrare in modo quasi estrinseco al Provvedimento stesso, anziché essere integrata quale sua possibile debolezza strutturale gią dalla fase decisionale originaria. La questione, dal punto di vista del Procedimento, Ź di chiarezza palmare: nessun Canone latino obbliga l’Autoritą a consultare il destinatario del Provvedimento in sede di sua “creazione”… né chiedendo né fornendo informazioni a suo riguardo; devono invece essere ascoltati – e solo “per quanto possibile” – coloro “i cui diritti possono essere lesi”, fattore che, perė, costituirebbe un illecito (= Causa iurium) e non un semplice gravame.

Quanto l’Ordinamento prospetta Ź pertanto un semplice – e molto generico – dovere passivo (e piuttosto indefinito e, pertanto, aleatorio) di informazione da parte dell’Autoritą, senza che nulla si riconosca al destinatario né in termini di informazione come tale (= dovere attivo di fornirla), né in termini e garanzie di sua spettanza (= diritto di riceverla). Solo, infatti, nel caso in cui tale destinatario si ritenga “gravato” dal Provvedimento che lo riguarda (cfr. Can. 1733) avrą la possibilitą di esporre al suo autore i propri “motivi” a fondamento e sostegno della richiesta – comunque non semplicemente “graziosa” – di emendamento o ritiro del Provvedimento stesso. Non sfugge come una tale previsione normativa si manifesti del tutto secondaria rispetto alla “struttura del Procedimento amministrativo”, profilandosi come semplice attivitą pre-contenziosa nella piena disponibilitą – e spesso vero arbitrio (sic) – dell’Autoritą esecutiva stessa (= Autotutela) che potrebbe anche lasciar cadere qualunque istanza da parte del destinatario per la revisione dell’Atto  – ciė che spesso avviene, soprattutto in fase di Ricorso gerarchico presso la Curia Romana – al quale non resterebbe altra possibilitą di “resistenza” che una oculata, ma efficacissima, non-esecuzione del Provvedimento stesso.

 

Il quadro normativo e circostanziale illustrato dimostra, quindi, non solo la non esistenza di alcun “diritto di informazione” (tale perché immediatamente tutelabile), ma anche l’inammissibilitą dell’eventuale rimando ai presupposti e alle dinamiche della partecipazione e trasparenza che caratterizzano la formazione provvedimentale in campo civile poiché, come l’intero percorso sin qui proposto ha permesso di cogliere, la loro applicabilitą in ambito canonico non trova alcun fondamento “costituzionale”. Né tali princďpi possono essere canonicamente invocati come “princďpi generali del Diritto” (cfr. Can. 19) alla stregua di quelli romanistici o giusnaturalistici, data la loro espressa, intenzionale e circostanziale origine politico-economica.

 

Nessuno spazio di manovra, quindi, affinché il destinatario del Provvedimento possa essere coinvolto nella sua creazione? La risposta canonicamente ammissibile (e come tale da sollecitarsi presso il Legislatore) Ź certamente presente e si fonda su quanto – costituzionalmente – espresso dal 6° principio di revisione codiciale: l’uguaglianza radicale dei fedeli all’interno dell’attivitą ecclesiale e la invalicabilitą dei limiti posti dalla dignitą personale e battesimale… elementi che non pongono in questione le peculiaritą dei diversi Uffici ecclesiastici e statuti di funzione, né le specifiche responsabilitą anche morali di ciascuno, ma ne richiedono un esercizio effettivamente “comunionale” (diverso da fusionale e/o consociativistico) secondo l’identitą piĚ profonda della Ecclesia. Proprio la dimensione comunionale, d’altra parte, esclude la “partecipazione” alla formazione del Provvedimento canonico in ragione delle struttura gerarchica e non democratica del governo ecclesiale, le cui Autoritą esecutive sono prevalentemente “personali” (l’Ordinario o il Superiore), per quanto non isolate ed autoreferenziali. Il fatto poi che la maggior parte delle materie in questione riguardi il munus docendi, il munus sanctificandi e gli Uffici ecclesiastici – materie specificamente intra-ecclesiali – non Ź in nulla riconducibile alla portata degli “interessi” individuali che civilisticamente devono essere “bilanciati” con quelli pubblici.

In ambito, poi, di princďpi e diritti da tutelare non si puė trascurare che i principali strumenti di tutela del principio costituzionale canonico di non arbitrarietą dei Provvedimenti – i Tribunali amministrativi locali – non sono mai stati istituiti. Non di meno: nel CCEO il Can. 1517 (parallelo del 50 CIC) prevede gią espressamente la consultazione dell’interessato, oltre ad un reale coinvolgimento procedimentale di “chi legittimamente contraddice” (per quanto nei lavori di formulazione della Norma non risultino indicazioni specifiche circa i motivi di tale macroscopica differenza intra-ordinamentale):

 

«§1. Prima di emanare un Decreto extragiudiziale, l’Autoritą ricerchi le notizie e le prove necessarie; ascolti o consulti chi dev’essere di Diritto ascoltato o consultato; ascolti coloro che il Decreto direttamente raggiunge e specialmente coloro i cui diritti possono essere lesi.

§2. L’Autoritą renda note al richiedente e anche a chi legittimamente contraddice, le notizie e le prove che possono essere conosciute senza pericolo di danno pubblico o privato, e mostri le ragioni che forse sono contrarie dando loro l’opportunitą di rispondere, anche a mezzo di un patrono, entro il termine determinato dalla stessa Autoritą».

 

4.3 Informazione e Procedure disciplinari

Un secondo ambito del governo ecclesiale interessato alle tematiche dell’informazione da darsi e riceversi nel rapporto tra Autoritą di governo e soggetti legittimati Ź quello disciplinare all’interno del quale chi governa interviene per correggere abusi e condotte inadeguate e lesive del bene della Comunitą di riferimento (diocesana o religiosa, in primis).

Quanto stabilito molto limitatamente (ma comunque in modo paradigmatico a livello di princďpi e criteri operativi) dal CIC in quest’ambito ricalca ciė che gią Ź stato osservato a livello generale: l’unico soggetto “attivo” a livello di informazione Ź l’Autoritą che procede all’intervento disciplinare (o anche penale) la quale ha il dovere di informarsi “raccogliendo ed integrando le prove” (cfr. Cann. 697), oppure “effettuando un’indagine” (cfr. Can. 1339 §1), oppure “indagando” con prudenza, anche per mezzo di altri (cfr. Can. 1717), mentre non sussistono previsioni in tema di informazione per nessun altro soggetto che prenda parte alla Procedura… tanto che la condizione giuridica di “indagato”, a livello canonico, potrebbe anche rimanere ignota al sospetto delinquente.

 

La sostanziale straordinarietą di questo campo dell’attivitą ecclesiale di governo lo ha avvicinato da sempre a quello processuale-penale soprattutto per quanto concerne le modalitą attuative… tra cui, in primis, le garanzie da offrire. In tal modo Ź il c.d. diritto di difesa ad assumere la guida sostanziale della Procedura, a prescindere dal fatto che questa sia o meno “giudiziale”, in quanto attuata da un Giudice oppure dall’Autoritą esecutiva di governo (cioŹ: Procedura extra-giudiziale).

ť questo, di fatto, l’unico ambito canonico in cui si profila ed ottiene una qualche gestione il “diritto” propriamente detto e come tale tutelato (in quanto capace di invalidare – quasi – qualunque Sentenza o Decreto) di “essere sentiti” oppure di “intervenire” fornendo una propria versione dei fatti. Un “diritto” che comporta anche l’essere informati a riguardo di fatti e vicende in cui si sia coinvolti in quanto destinatari dell’intervento disciplinare in corso.

Nei fatti, tuttavia, si rilevano molte incertezze sotto vari profili che coinvolgono anche l’informazione come tale. La domanda maggiore che emerge in tale prospettiva riguarda l’accesso alle informazioni del caso: un accesso non regolato in Iure e potenzialmente parziale e reticente poiché non esiste Norma che stabilisca quali e quante “informazioni” debbano essere messe a disposizione del soggetto sotto Procedura, al quale semplicemente si devono “rendere note l’accusa e le prove” (cfr. Cann. 695 §2; 1720, 1°) di quanto gli viene contestato, dandogli la facoltą (Can. 695 §2) o la possibilitą (Can. 1720, 1°) “di difendersi” (Cann. 695; 697; 1720). La extra-giudizialitą della Procedura non pone soltanto problemi di bilanciamento delle parti (essendo una di esse a decidere e non un terzo) ma – e a maggior ragione – tralascia completamente uno dei cardini strutturali dell’informazione in ambito processuale: la pubblicazione degli Atti (cfr. Can. 1598), attraverso la quale chi deve difendersi ha la certezza – giuridica – di poter visionare tutto quanto costituirą “informazione” utile al verdetto finale e, pertanto, fruibile anche in chiave difensiva. L’Istituto della pubblicazione degli Atti, inoltre, permette all’interessato di intervenire puntualmente su tutte e ciascuna le informazioni in base alle quali verrą giudicato, fino all’impugnazione stessa della Decisione sia nel caso in cui verta su elementi extra Actas, sia su elementi non pubblicati: cosa che in via amministrativa non solo risulta difficoltosa ma, anche, non potrą mai essere certa e pertanto realmente opponibile.

 

4.4 Informazione, Bilanci e sorveglianza gestionale

Un terzo ambito del governo ecclesiale interessato in modo speciale alle tematiche dell’informazione Ź quello gestionale, economico e patrimoniale che, pur non ordinariamente sottoposto a specifici Atti provvedimentali di governo, risulta tuttavia particolarmente sensibile alla “informazione”.

Tre sono gli ambiti sostanzialmente implicati in tal genere di informazione: 1) quello dei c.d. Rendiconti, 2) quello dei Bilanci veri e propri, 3) quello delle “pratiche” necessarie per la richiesta e concessione delle autorizzazioni tutorie per gli atti di amministrazione straordinaria delle persone giuridiche pubbliche nella Chiesa.

 

- La materia dei Rendiconti (cfr. Can. 1287 §2) che gli Amministratori di beni ecclesiastici devono in qualche modo “comunicare” ai fedeli (o, almeno, ai finanziatori delle varie attivitą) Ź forse l’unica nel Codice latino che imponga a qualcuno di “dare informazioni” nel senso piĚ proprio del termine ed in modo anche non individuale. Il tema, per quanto in modo molto impreciso e semplificatorio, riguarda sostanzialmente anche la “pubblicazione” (in genere annuale) del Rendiconto di gestione o [a] di uno specifico Ente (Parrocchia, Diocesi, Associazione, Fondazione, ecc.) o [b] di una specifica attivitą gestita in modo autonomo (e separato) rispetto agli Enti che ad essa prendano parte: si pensi all’8x1000 della Chiesa italiana che la C.E.I. gestisce in modo “separato” dal proprio Bilancio, cosď come anche le singole Diocesi che ne gestiscono una parte, oppure anche ad un’attivitą di restauro di opere d’arte o beni architettonici (quali sono le chiese).

         Alla base del Rendiconto e delle dinamiche, anche informative, connesse sta un elemento del tutto peculiare: la necessitą di dare riscontro diretto ed immediato dell’uso che Ź stato fatto di denaro “liberamente” messo a disposizione della Chiesa da parte di fedeli o di Istituzioni (anche non canoniche). Una situazione, la liberalitą, che impone, almeno di fatto, un gesto di fiducia in qualche modo corrispondente a quello di cui si Ź stati destinatari; diversa sarebbe infatti la pubblicazione del prospetto dei rendimenti di eventuale patrimonio immobiliare (affitti) o finanziario (titoli obbligazionari, azioni e partecipazioni a vario titolo) o di attivitą commerciali accessorie che l’Ente eserciti in ragione del proprio patrimonio, piĚ o mesto “stabile”. Il confine tra “informazione” e “comunicazione” in quest’ambito si fa molto esiguo ed i fatti stessi mostrano come la gran parte di tali Rendiconti venga affidata ordinariamente agli Uffici per le comunicazioni anziché agli Uffici contabili. D’altra parte Ź proprio la “comunicazione” che in questa materia gioca un ruolo fondamentale, confermando la fiducia ricevuta e chiedendone altra: una dinamica che la mera informazione invece, attraverso la pura messa a disposizione dei “dati” contabili, non riuscirebbe ad innescare ed alimentare. Questo, perė, sposta la tematica ad altri livelli che esulano dal tema qui in esame.

- Per quanto riguarda i Bilanci propriamente detti, invece, nulla si riscontra a livello codiciale al di lą della necessaria duplice approvazione per il solo Ente Diocesi (cfr. Can. 493) di quelli riguardanti “questue ed elargizioni”, “entrate ed uscite”, mentre per la generalitą delle Persone giuridiche pubbliche (Parrocchie in primis, ma anche Associazioni, Fondazioni, Seminari, Santuari, Istituti vari) la Legge universale fissa un semplicistico (sic!) “Rendiconto amministrativo” (cfr. Can. 1284 §2, 8°) o anche solo “Rendiconto” (cfr. Can. 1287 §1). Tale “falla” del sistema canonico di informazione economica e contabile non Ź di poco conto, poiché il Bilancio costituisce la principale e piĚ accreditata forma di informazione circa lo stato di salute patrimoniale e gestionale di un Ente. ť nel Bilancio, infatti, che non solo si raccolgono i “dati” contabili come tali ma se ne dą anche una lettura intenzionale (o politica) in ragione delle finalitą dell’Ente di cui si tratta. In questa prospettiva il fatto che il CIC si accontenti di prescrivere per l’Ordinario di “aver cura di dare Norme” specifiche sull’amministrazione dei beni ecclesiastici (cfr. Can. 1276 §2), cosď come il suo dovere di vigilanza, senza tuttavia stabilire che un vero e proprio Bilancio (articolato e completo) ne costituisca lo strumento principale di informazione e controllo si rivela in tutta la sua insufficienza.

- Ulteriore ambito d’informazione in materia gestionale ed economica dei beni ecclesiastici Ź la preparazione delle pratiche finalizzate alla richiesta (ed ottenimento) delle Licenze per compiere atti di amministrazione straordinaria: Licenze che vengono accordate, se del caso, dall’Ordinario, spesso col necessario consenso del Collegio dei Consultori e del Consiglio diocesano per gli affari economici (cfr. Can. 1292) al termine di un vero Procedimento la cui parte sostanziale (predisposta sia dall’Ente richiedente che dalla Curia) Ź proprio di carattere informativo, con ruoli, incidenze e adempimenti diversi per i differenti protagonisti del Procedimento stesso. [1] Ruolo fondamentale Ź quello dell’Ente richiedente, il quale deve predisporre e trasmettere all’Ordinario competente tutte le informazioni necessarie ed utili al conseguimento della Licenza in questione, senza che – di per sé – nulla sia previsto in merito a livello di normazione universale: il CIC, infatti, esige solo il parere del Consiglio parrocchiale per gli affari economici (o altro Organismo statutario a seconda del tipo di Ente) senza richiedere, p.es., il verbale della riunione di tale Consiglio. Allo stesso modo – per le Parrocchie – non si esige neppure di conoscere il parere del Consiglio pastorale. [2] L’Ordinario adito, per poter rilasciare la Licenza, ha il dovere di informarsi circa l’affare in oggetto, senza potersi limitare alla mera acquisizione acritica delle informazioni trasmesse dal richiedente; ciė potrebbe comportare sia la “produzione” di informazioni specifiche da parte dei competenti Uffici di Curia, sia la richiesta al richiedente stesso di ulteriori informazioni sulla vicenda. [3] Le informazioni cosď raccolte devono poi essere utilizzate dagli Organi diocesani per concedere o negare all’Ordinario il loro consenso; ciė che pone l’ulteriore doppio tema del rapporto tra fornire e richiedere informazioni: quali informazioni, infatti, l’Ordinario Ź tenuto a trasmettere ai due Organi diocesani (v. infra)? E quali informazioni i membri di tali Organi devono acquisire al fine di esprimere il loro voto, tenuto conto del prescritto del Can. 1292 §4?

 

In questo delicatissimo ambito della vita ecclesiale occorre anche evitare forme di confusione concettuale tra [a] “trasparenza dell’Amministrazione” in quanto conoscibilitą dei percorsi decisionali che l’Amministrazione apparato/soggetto intraprende nel perseguimento dei propri fini (che sono comunque pubblici) e [b] “trasparenza nell’amministrazione” in quanto attivitą dell’amministrare che anche soggetti privati (come le persone fisiche) effettuano. La “trasparenza dell’Amministrazione”, infatti, deriva dalla necessitą democratica del controllo (esterno) del suo operato in termini di imparzialitą tra tutti coloro i cui interessi sono coinvolti; la “trasparenza nell’amministrazione” riguarda invece la “tracciabilitą” (interna) delle operazioni, soprattutto commerciali e finanziarie, effettuate e dei soggetti coinvolti (fornitori, acquirenti, intermediari…) permettendo in tal modo un controllo di correttezza ed efficienza dell’attivitą di gestione cosď da evitare sprechi, indebiti favoritismi o, addirittura, reati.

 

4.5 Informazione concomitante, differenziata o progressiva

Sotto il profilo espressamente operativo, il sostanziale parallelismo dell’attivitą del Collegio dei Consultori col Consiglio diocesano per gli affari economici non solo pone un legittimo interrogativo sulla loro correlazione e, soprattutto, “precedenza” o “concomitanza” nell’intervenire sulla stessa “pratica” in rapporto all’eventuale “consenso” concesso o negato dal primo dei due Organi che si Ź radunato ed ha “votato”, ma evidenzia anche un concreto problema di informazione reciproca. Il tema non Ź meramente procedimentale, dovendosi cioŹ chiarire se un atto di amministrazione straordinaria “bocciato” dal primo Organo che ha votato, possa o debba essere sottoposto anche all’altro (visto che l’Ordinario ha comunque necessitą di due consensi per procedere alla concessione della Licenza), ma contiene espressi profili di informazione proprio nei confronti dei due Organi. Senza rifarsi nuovamente alle problematiche gią illustrate, occorre qui considerare alcuni ulteriori elementi specifici di quest’attivitą a “duplice” realizzazione, chiedendosi: 1) se le informazioni da fornire ai due Organi debbano essere le stesse; 2) se le informazioni riguardo alla riunione e voto del primo Organo che si raduna debbano o – soltanto – possano essere trasmesse al secondo e/o da questo legittimamente richieste o anche pretese.

 

- La questione di informazioni diverse, sia in quantitą che qualitą, fornite ai due Organi non ha alcun rilievo normativo, mentre per contro Ź palese che l’esito di qualsiasi votazione dipende in modo determinante dalle informazioni di riferimento; ciė nonostante si potrebbe osservare che i punti di vista dei due Organi sono tecnicamente molto diversi: pastorale per il Collegio dei Consultori, economico per il Consiglio affari economici… giustificando in tal modo evidenti indirizzi “politici” diversi forniti ai due Collegi votanti, pur senza profilare specifiche illegittimitą di condotta da parte dell’Ordinario in questione.

- Anche la non concomitanza delle riunioni dei due Organi Ź circostanza adatta a produrre nuove informazioni che riguardano in modo specifico l’oggetto del voto richiesto ma che, tuttavia, potrebbero anche non essere portate a conoscenza piĚ o meno diretta del secondo Organo deliberante. La questione non Ź inutile poiché il conoscere dall’inizio l’esito del voto gią espresso da un altro Organo Ź in grado di condizionare in modo radicale sia l’andamento del confronto, sia lo stesso voto, soprattutto quando si sappia gią che l’altro Organo non ha dato il proprio consenso.

 

Dal punto di vista comparativistico il problema parrebbe sollecitare la prospettiva della “trasparenza dell’Amministrazione” in quanto conoscibilitą dei percorsi decisionali, utile proprio ad escludere non solo l’arbitrarietą delle decisioni (in questo caso le Licenze tutorie in campo patrimoniale) ma anche la manipolazione dello stesso Procedimento delineando fattispecie riconducibili all’ambito della frode alla Legge. Si permetta, tuttavia,  di evidenziare come in questo caso non si tratti perė di “soggetti” attivi all’interno dell’Ordinamento ma di Organi appartenenti alla stessa struttura e funzionalitą di governo esecutivo.

 

4.6 Informazione e problemi aperti

Restano del tutto aperte un certo numero di questioni, connesse soprattutto alle evidenti carenze strutturali che l’Ordinamento canonico palesa in materia di informazione, specie in riferimento alle attivitą di governo “locale” (diocesano e religioso in primis).

 

4.6.1 Pubblicitą degli Atti, comunicazione, riservatezza

In proposito, da parte della dottrina canonistica, ci si riferirebbe volentieri ai temi della pubblicitą degli Atti, della comunicazione, della riservatezza… temi che, alla luce del percorso sin qui intrapreso, risultano perė scarsamente supportati – e supportabili – da apposite tutele canoniche. L’approccio comparatistico, per parte propria, ha mostrato come, in assenza di un effettivo “diritto di accesso” espressamente statuito e regolamentato come tale, la mera “pubblicitą” degli Atti non ottiene alcuna reale fruibilitą per tutti gli Atti che l’Autoritą non abbia volontariamente fatto pubblicare sia singolarmente che attraverso Bollettini o Raccolte ufficiali. Tanto piĚ che il principio costituzionale cui ancorare tale “diritto” del soggetto non sarebbe la trasparenza per motivi di non discriminazione (come in campo civile), ma dovrebbe essere la non arbitrarietą della decisione, di per sé gią parzialmente protetta sia [a] dal diritto di opporre Rimostranza ai Provvedimenti “gravosi” di cui si sia destinatari, sia [b] dallo strutturale “diritto di difesa”, che perė in ambito amministrativo sarebbe meglio chiamare “diritto di replica”; senza che in questa prospettiva sia ipotizzabile – a partire dagli attuali presupposti costituzionali canonici – un qualche “diritto di partecipazione” del destinatario alla formazione degli Atti provvedimentali, come avviene, invece, in ambito civile partendo dal presupposto economico-concorrenziale.

A tal proposito pare utile osservare che la tematizzazione di un piĚ generico e generale “principio procedimentale di pubblicitą” in riferimento al «carattere pubblico generale, che deve connotare l’attivitą amministrativa (nel senso che non si tratta di un’attivitą privata)» permettendo «l’esteriorizzazione e la conoscibilitą dell’iter di formazione delle decisione amministrativa» in funzione della non arbitrarietą dei Provvedimenti, pare non pienamente proporzionato, tanto piĚ nel suo – preteso – tradursi «nel diritto a conoscere gli elementi che sono stati considerati da parte dell’Autoritą per emettere un Atto amministrativo», intesi cosď nella loro totalitą. In filigrana infatti continua a porsi, in ambito canonico, il problema dell’individuazione del concetto di “pubblico” nella sua sostanziale accezione di “istituzionale” anziché “di tutti/collettivo”; lo stesso vale per “privato” che non puė essere ridotto al meramente “individuale”. Il Procedimento amministrativo, infatti, Ź qualificato come “pubblico” (cioŹ “istituzionale”) non perché qualunque sua fase ed informazione sia disponibile a chi ne faccia, pur legittimamente, richiesta ma perché non si tratta di un’opzione soggettiva del decidente in quanto tale: Ź attivitą di carattere pubblico poiché realizzazione istituzionale di un Ufficio ecclesiastico (che ne Ź e rimane il referente) e non individualistica del fedele che lo esercita in casu.

 

In modo correlato, non pare invece porre particolari problemi dal punto di vista canonico il tema della riservatezza delle informazioni, vista non solo la generale carenza d’informazione da cui l’Ordinamento stesso risulta caratterizzato, ma anche la necessitą di tutelare il diritto alla buona fama dei soggetti (cfr. Can. 220) oltre alla loro legittima autonomia, per quanto riguarda le persone giuridiche in genere, a maggior ragione quelle “gerarchiche”.

 

4.6.2 Comunicazione ed informazione

Trattare della comunicazione in riferimento all’informazione non Ź attivitą agevole poiché per molti aspetti essa si presenta come complementare o addirittura speculare all’informazione stessa e sarebbe facile ricondurre il tema piĚ alla dimensione “politica” del governo che non a quella “esecutiva” sin qui considerata.

Ciė nonostante puė meritare qualche attenzione nella prospettiva del governo esecutivo la distinzione ed integrazione tra informazione previa e comunicazione successiva: tra il racconto di quanto serve a decidere ed il racconto di quanto e perché sia stato deciso. Per quanto il tema si ponga al di fuori dello stretto Diritto, non si manifesta perė estraneo alle logiche che devono strutturare un autentico governo ecclesiale offrendogli la soliditą della condivisione di cui si alimenta la consapevolezza e, derivatamente, la “comunione”.

 

In fondo Ź la dinamica prevista dal Legislatore nei Cann. 50 e 51 del CIC che impongono all’Autoritą sia l’informazione necessaria a deliberare che la comunicazione necessaria alla comprensione della decisione assunta: due elementi che si richiamano reciprocamente e sono legati da una connessione di qualche portata causale che deve, in qualche modo, essere manifestata affinché colui che dovrą eseguire il Provvedimento ne abbia non solo conoscenza ma anche consapevolezza cosď da poterlo assumere ed eseguire, piuttosto che dolersene ed opporgli resistenza.

Proprio la connessione – e la sua qualitą – tra informazione previa e comunicazione successiva costituisce, d’altra parte, un sicuro antidoto contro l’arbitrarietą poiché pone in luce il percorso valutativo e discrezionale – realizzato come specifico munus ed Officium di qualcuno – per passare da una concreta situazione di fatto alla decisione che dovrebbe risolverla in modo efficace. Che l’Atto amministrativo vada dato in forma scritta e contenga saltem summarie le proprie motivazioni ha lo scopo precipuo di “fissare” non tanto il Provvedimento in sé (= la cosa da fare) ma, piĚ profondamente, i suoi presupposti e le sue finalitą specifiche realizzando una vera e propria comunicazione che integra i dati meramente “informativi” con una loro lettura intenzionale e proposta di significato e valore. Dal punto di vista dei princďpi costituzionali non si tratta perė né di “partecipazione” né di “corresponsabilitą” ma di “comunione”… proprio nell’accezione di “modo” consapevole di stare ed operare nella Chiesa.

 

 

5. Conclusioni

L’indagine comparatistica e codiciale sin qui condotta, per quanto in modalitą ancora sostanzialmente “ricognitiva”, non permette di trarre ora conclusioni in qualche modo risolutive sul tema affrontato anche se offre l’occasione per effettuare qualche riflessione che aiuti ad uscire dagli spazi troppo angusti delineati dal Diritto positivo – ai limiti della pedanteria per quello civile e del qualunquismo per quello canonico – per prendere atto dell’assoluta “tipicitą” del governo che nella Chiesa puė e deve essere esercitato, proprio nell’ottica della communio.

 

- Un governo che, avendo obiettivi delineati con una buona precisione a livello di “fondazione istituzionale” e non a livello “politico”, secondo gli umori, i timori, gli interessi di ciascun momento storico, non solo non deve auto-legittimarsi ma neppure deve perseguire risultati troppo ampi e, spesso, del tutto aleatori.

- Un governo che si sostanzia nel prevalente coordinamento delle risorse effettivamente disponibili da parte e all’interno della Comunitą ecclesiale – poche o tante che esse siano – non potendo andare oltre ciė che effettivamente sia disponibile, tanto in termini di persone che di mezzi materiali, e pertanto mai obbligato a “forzare” la realtą, imponendo ai fedeli prestazioni personali ed economiche.

- Un governo non di limitazione ma di promozione dei soggetti verso un bene comune – la santificazione – che Ź anche il bene di ciascun singolo e, quindi, non tendenzialmente conflittuale ma promozionale, per quanto spesso necessitato a chiedere a tutti e ciascuno uno sforzo di condivisione e dedizione alla causa comune cosicché ciascun singolo si auto-limiti rendendo disponibili nuove risorse attraverso le quali farsi carico di necessitą altrui.

- Un governo in cui, alla fine, solo la consapevolezza di ciascun singolo e la sua dedizione alla “causa del Vangelo” diventano motivazione del reciproco chiedere ed offrire, cosicché il “conoscere lo stato delle cose” – che Ź il vero scopo dell’informazione – diventa il motore della comune assunzione d’impegno nella missione ecclesiale, ciascuno per la sua parte… ciė in cui consiste la communio.