Persone, accoglienza e Diritto

Sommario:1. Introduzione. 2. La funzione del Diritto. 3. La funzione del Diritto nell’operato di Papa Francesco. 4. Persone e Diritto. 5. Diritto ed accoglienza. 6. Diritto e reintegrazione. 7. Conclusione.

Summary: 1. Introduction. 2. The function of Law. 3. The function of Law in the work of Pope Francis. 4. People and Law. 5. Law and hospitality. 6. Law and reintegration. 7. Conclusion.


1. Introduzione


Quanto realizzatosi a livello ecclesiale nei due Sinodi dei Vescovi sulla famiglia nell’ottobre 2014 e 2015, insieme con altri eventi che ormai da anni interessano l’intera Europa a causa del notevole fenomeno migratorio in corso (senza trascurare anche la recente recrudescenza terroristica internazionale), sollecitano ad intraprendere una specifica riflessione sul fenomeno giuridico (ecclesiale e non) in chiave di “accoglienza”, attivando prospettive nuove e tradizionali allo stesso tempo, secondo l’attuale declinazione dell’Utrumque Ius a cui il nostro Istituto giuridico fa riferimento ed intende anche continuare a contribuire con le proprie attivitą, prima tra tutte la ricerca.


Si tratta, ancora una volta, di dare spazio al primo dei due “livelli” tematici che, da oltre un decennio, strutturano le Giornate canonistiche interdisciplinari costituendone lo strato piĚ profondo, per quanto non di primo approccio immediatamente funzionale o utilitaristico per il canonista. Uno strato, tuttavia, che i recenti mutamenti normativi ecclesiali pongono in nuova luce nella sua costitutivitą in modo che a cambiare non siano tanto alcune “formalitą” (come sono ritenute da molti le Norme giuridiche, soprattutto processuali) ma la vita ecclesiale tutta, nella sua costante adeguazione alla propria missione di portare il “buon annuncio” (= euaggelion) alle donne ed agli uomini di ogni tempo e luogo (cfr. Mc 16,14; Mt 28,20). Un “buon annuncio” che Ź tale proprio perché – e solo perché – non cambia prima di tutto le emozioni, nella loro immediatezza, ma la stessa condizione di vita.


ť il livello dell’identitą del Diritto in sé e per sé da cui non puė rendersi davvero indipendente l’identitą del Diritto canonico come tale, che del Diritto non costituisce un mero analogo, né una forma “secunda” o “peculiaris” tra molte altre possibili o effettive, ma una “espressione” tanto autentica quanto autonoma e primaria: la forma “altera” dello Ius, secondo la “dualitą” in cui lo ha concepito la tradizione europea (ed ecclesiale) almeno dall’Epoca dello Ius commune in poi.


ť anche il livello piĚ teoretico che ha gią permesso nelle precedenti Giornate canonistiche interdisciplinari, e in varie altre occasioni, di riflettere in modo piĚ consapevole sulla vera identitą del giuridico ecclesiale, all’interno del “pendolo utroquista” (sia permesso utilizzare questa formula/immagine) tra le tematiche giuridiche generali, da una parte, e quelle riguardanti piĚ specificamente la vita giuridica “in Ecclesia”, dall’altra.


2. La funzione del Diritto


Proprio la riflessione e la maturazione di consapevolezza su ciė che davvero “Ź”, “significa”, “vale” ed “opera”, il Diritto in sé e per sé (e non solo nella Chiesa e per essa) costituisce oggi l’orizzonte ermeneutico necessario per comprendere anche il significato e la portata delle importanti riforme giuridiche introdotte nell’Ordinamento canonico dai due “motu proprio” coi quali Papa Francesco il 15 agosto 2015 ha intrapreso il radicale mutamento di un intero ambito normativo all’interno dei due Codici canonici vigenti: un evento il cui significato e valore per la giuridicitą ecclesiale supera di gran lunga il mero fatto della completa ri-delineazione dei due Processi giudiziali speciali riformati in toto (cfr. CIC, Cann. 1671-1691; CCEO, Cann. 1357-1377). Al di lą infatti di ogni e ciascuna considerazione, sia tecnica che dottrinale, sul merito e i modi di tale riforma (che non sarą “oggetto” della riflessione della presente Giornata canonistica interdisciplinare) l’attenzione si fissa invece sul suo “fatto”: sul suo essere, cioŹ, stata realizzata all’interno di quel particolarissimo “grembo” che Ź stato il doppio Sinodo dei Vescovi sulla famiglia. D’altra parte ciė che balza immediatamente all’occhio del giurista “teoretico”, forse prima che a quello del processualista (per quanto maggiormente coinvolto in re ipsa), Ź la radicale “estroversione” ed “inclusivitą” che tale riforma ha imposto al significato – e, pertanto, alla stessa “natura” – del Processo canonico per la verifica e la dichiarazione della (sempre, solo, eventuale) nullitą del Sacramento del Matrimonio.


Una prospettiva, quella dell’estroversione ed inclusivitą del Diritto, sia civile che canonico, che merita un’adeguata riflessione e presa di coscienza nel contesto del “presente” storico-giuridico cui noi stessi apparteniamo: un presente in cui il Diritto – forse non irrazionalmente – viene invece spesso invocato e tendenzialmente utilizzato per “dire di no”, per tagliare e separare, per isolare ed emarginare, cosď come (solo) la Legge puė e sa fare. Chi, infatti, non Ź caduto nella rete della Legge – “uguale per tutti” coloro che essa stessa (sic) ha pre-definito come tali – ma Ź rimasto libero nello spazio (sempre dinamico) del Diritto non puė evitare, almeno a se stesso, di ricordare come, ad ogni buon effetto, il Diritto non sia nato per “separare” ma per “ri-unire”.


In merito, ben al di lą della portata antropologica dell’origine semantica del termine “ius” (da “iungo”), va ribadita con forza l’origine e la consistenza essenzialmente “riparatoria” del Diritto come tale, secondo il principio ancor oggi florido in common Lawremedies precede rights”. Un’origine, una consistenza ed una funzione che, non solo non risultano in alcun modo “precedere” l’umana esistenza, ma – piĚ ancora – si pongono sempre, quasi, in sua rincorsa… come all’inseguimento dell’operare umano, nella – spesso disperata – speranza di evitare il peggio, non solo a qualche singolo ma all’intera societą cui egli appartenga (o con la quale si relazioni).


Proprio questa fu la funzione originaria e concretamente irrinunciabile del Diritto all’interno della Chiesa stessa per gestire le crisi sia intra-ecclesiali (cfr. 1Cor 5,1-5) che inter-ecclesiali (cfr. At 15), sia espressamente dottrinali (= Eresia), che comportamentali (= immoralitą), che istituzionali (= Scismi o abiure), com’Ź sempre accaduto lungo i secoli, piĚ per favorire un rientro che per sollecitare un distacco dei fedeli in qualche modo “problematici”.


Sebbene, a prima vista, ciė possa risultare emotivamente problematico per l’uomo comune che ogni giorno si scontra col Diritto e le sue infinite restrizioni, in realtą un esame critico e puntuale dell’esperienza giuridica occidentale palesa con evidenza che quelle giuridiche non sono essenzialmente e prima di tutto “regole di esclusione” ma “di ammissione”… anche se quasi sempre “di seconda istanza” (v. infra)!


ť, infatti, l’esigenza di garantire la pubblica e stabile ri-ammissione sociale che rende necessario determinare le modalitą certe ed i limiti precisi della esclusione che ne crea la – successiva – necessitą: pena l’insanabilitą di qualunque conflitto all’interno della societą e la perpetua instabilitą di ogni relazione sociale. Proprio in questa linea inclusiva e re-integrativa, non di meno, si sono orientate molte delle istanze concrete dei due Sinodi dei Vescovi in riferimento alle c.d. crisi matrimoniali.


L’approccio risulta del tutto concorde con la “Teoria ordinamentale” promossa da Santi Romano e variamente accolta ed accresciuta lungo il XX secolo soprattutto per il forte apporto di Paolo Grossi sul piano delle dinamiche storico-culturali.

 

- Se il Diritto, infatti, Ź prima di tutto “ordinamento” la sua attivitą non puė che risultare pacificante e unificatoria: ciė che, in effetti, l’uomo sempre cerca.

- Non di meno: anche sotto il profilo logico non risulta possibile pensare ad un “ordinamento” che sia dis-integrativo, emarginante, escludente. “Ordinare” significa infatti assumere una realtą (= degli “stati di cose” e di relazioni) e individuarne le possibili connessioni e sinergie, cercando allo stesso tempo di evitare conflitti e collisioni e di ridurne l’impatto negativo.


ť da questo punto di vista che potrebbe emergere una delle – possibili – maggiori ed irriducibili differenze tra “Diritto” (= Ius, Law) e “Legge” (= Constitutio, Statute, Rule, Act), soprattutto nella configurazione assunta da quella che Ź stata autorevolmente chiamata “Modernitą giuridica”: mentre, infatti, il primo “organizza” il gią esistente (= la societą e la sua vita – come nel mondo antico e medioevale), la seconda spesso pretende di “creare” realtą nuove (= lo Stato moderno, non importa se conservatore o rivoluzionario) attraverso un’opera geometricamente “costruttiva” che intenzionalmente “scarta” ciė che non corrisponde al proprio “modello”. Un po’ come se, mentre il Diritto “cuce”, la Legge “tagliasse”: e la storia delle “codificazioni” europee continentali non lascia spazi valutativi in merito. Certo: sia il Diritto che la Legge incidono la “carne” della concreta esistenza umana ma, mentre il Diritto Ź come un ago che trapassa per unire… la Legge finisce spesso per essere come la forbice che taglia per dividere.


Queste considerazioni possono illuminare anche lo sviluppo recente di una sorta di nuovo “spazio giuridico” c.d. globale, originato quasi esclusivamente da Trattati internazionali di collaborazione, scambio ed integrazione (soprattutto economica): uno spazio che sta ridimensionando ampiamente le funzioni ed attivitą degli Stati costituzionali di ultima generazione, per non dire che sta “ridefinendo” il concetto stesso di Stato, allontanandolo sempre piĚ da autoreferenzialitą (= superiorem non recognoscens) e supremazia, per aumentarne l’effettiva strumentalitą verso i soggetti (non solo le persone – sic) che operano al suo interno. L’evoluzione del Diritto amministrativo (sia infra-statale che sovra-statale), sollecitata primariamente dal consolidarsi dell’esperienza comunitaria europea, offre ormai ampi orizzonti in merito, soprattutto per quanto riguarda l’autocoscienza della c.d. Pubblica Amministrazione.


Entro tale “orizzonte” fenomenico e costitutivo, l’esperienza giuridica anche attuale della Chiesa cattolica non solo non risulta “fuori tema” ma, anzi, emerge come esperienza davvero paradigmatica del Diritto e del vivere giuridicamente e questo senza dover immettere per forza dei “correttivi” (quando non addirittura degli “additivi”) del tutto specifici quali dispensatio, tolerantia, misericordia, caritas, ĺquitas, epikeia… come abbondantemente, ma anche ambiguamente, fatto dalla dottrina canonistica del Novecento… come se “il Diritto” in sé e per sé avesse bisogno di venire “dosato” per non risultare dannoso alla vita.


3. La funzione del Diritto nell’operato di Papa Francesco


Proprio all’interno di questa dinamica puė – e forse deve – esser letta la riforma operata da Papa Francesco al Processo per la verifica e la dichiarazione della nullitą del Matrimonio canonico. Il presupposto dell’intervento pontificio in merito Ź assolutamente chiaro: il Diritto deve “favorire” e non “ostacolare” la vita dei fedeli, soprattutto quella maggiormente provata da tribolazioni di portata (anche se non di “origine”) espressamente spirituale. Detto in altri termini: il Diritto deve servire non a “dire di no” ma a “dire di sď”… esattamente con la stessa precisione e la stessa certezza ed efficacia che ne legittimano la fruizione e l’esercizio: ciė a cui, di fatto, mira l’Istituto giuridico della “res iudicata” attraverso cui il Diritto, superando le “incertezze” del vissuto, pone le basi certe per la vita che prosegue. Questo, d’altra parte, Ź proprio ciė che il Diritto puė offrire all’umanitą: certezza, stabilitą, durata nelle cose che riguardano non la natura fisica del mondo (come fanno le Scienze) ma il vivere concreto degli uomini e, soprattutto, le loro relazioni. ť questo il radicale convincimento del Legislatore universale della Chiesa e di una parte significativa dei Vescovi che ne condividono il munus pastorale a vantaggio sia del Popolo di Dio che, soprattutto, della salvezza personale (tanto eterna che intra-storica) di cui al suo interno ciascuno deve poter fare quotidiana esperienza.


Ciė che, infatti, Ź emerso con grande forza in occasione del Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2014 (e di molti eventi connessi) Ź stata proprio la preoccupazione ed il rammarico per l’estrema “incertezza” della reale condizione di esclusione dai Sacramenti di molti (in realtą: troppi) battezzati che si trovano in uno stato di vita visibilmente contrario al vincolo matrimoniale – piĚ o meno probabilmente – contratto. Quasi una situazione di quarantena a tempo indeterminato… in attesa di “conoscere” il reale stato dei fatti e, di conseguenza, la reale condizione delle persone rispetto alla vita pubblica ecclesiale (essenzialmente: Sacramenti e Ministeri, anche di fatto). Una conoscenza, perė, che – salvo rarissime eccezioni – Ź completamente nelle mani delle persone stesse e richiede loro uno sforzo normalmente ritenuto “non ordinario” per essere conseguita. Questo, almeno, nella percezione maggiormente diffusa e condivisa, anche da parte di molti Vescovi, per quanto tecnicamente infondata (ed anche “ingiusta”). In tal modo, infatti, Ź stato percepito e considerato sinora il Processo per la dichiarazione della nullitą matrimoniale.


Esattamente in questa prospettiva, la “semplificazione” del Processo e la sua maggiore agilitą (attraverso l’esecutivitą gią della Sentenza di prima Istanza non impugnata – cfr. Can. 1679 Mitis Iudex) ed accessibilitą (in ragione della prevista competenza matrimoniale dei Tribunali diocesani “ordinari” – cfr. Can. 1673 M.I.; e la semplificazione dei criteri di “Competenza” dei Giudici – cfr. Can. 1672 M.I.) soprattutto per le situazioni piĚ evidenti, si presentano proprio come strumento adatto a fissare con certezza le reali situazioni di effettiva esclusione dai Sacramenti, rendendo – per contro – accessibile l’interezza della vita ecclesiale a coloro che, in effetti, non ne erano (né avrebbero dovuto effettivamente risultarne) fondatamente “esclusi”.


Il principio di riforma seguito dal Pontefice appare del tutto logico, oltre che pienamente giuridico:

 

- visto il gran numero di battezzati che a causa della loro presente situazione di vita non possono accostarsi ai Sacramenti,

- visto che l’indissolubilitą del vincolo matrimoniale non Ź – né puė diventare – oggetto di discutibilitą nella Chiesa cattolica,

allora:

 

- si renda effettivamente facile verificare “chi” davvero si trovi nella condizione di strutturale contraddizione con la fede e dottrina cattolica sui Sacramenti e, pertanto, davvero escluso da essi,

- reintegrando invece alla pienezza della vita sacramentale tutti gli altri, che in teoria costituiscono la maggior parte dei fedeli in tali difficoltą.


Presupposto non esplicitato ma fondante l’intero ragionamento a partire dall’approccio (e dall’esperienza) pastorale Ź il fatto che – molto probabilmente – la grande maggioranza delle situazioni problematiche dal punto di vista sacramentale non abbia, in realtą, una vera consistenza e, nel caso venissero sottoposte ad adeguata “verifica giudiziale”, rivelerebbero l’inesistenza del presupposto stesso dell’esclusione dai Sacramenti (ed attivitą ecclesiali connesse). Le Norme mutate, d’altra parte, sono chiaramente indirizzate alla veloce soluzione dei moltissimi casi di semplicitą assoluta dal punto di vista della certezza morale da raggiungere in merito alla nullitą del Matrimonio: casi che da tempo sono la grande maggioranza.


Che l’intervento legislativo sia stato specificamente rivolto alla riduzione del numero di situazioni di “incertezza giuridica” riguardo al Matrimonio (probabilmente invalido/nullo) risulta del tutto palese anche dal fatto che nulla, invece, si Ź mutato circa le situazioni di rilievo morale anziché giuridico. L’intervento novatorio, infatti, si Ź limitato alle situazioni in cui potrebbe essere presente (e quindi attivo) il vincolo matrimoniale, mentre non ha toccato in nulla le “condizioni” morali necessarie per accostarsi ai Sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia stabilite nel Libro IV del CIC: quelle, cioŹ, legate alla convivenza o al Matrimonio soltanto civile. In tali condizioni, infatti, nulla vieterebbe – di per sé – la “regolarizzazione” sacramentale (e quindi giuridico-canonica) della vita di coppia per coloro che prendessero adeguatamente coscienza della reale condizione di incompatibilitą evangelica del loro vivere.


4. Persone e Diritto


La riflessione che ci occupa in questa sede non intende, tuttavia, focalizzarsi sul Diritto come tale, quasi potesse essere il legittimo protagonista unico dello scenario giuridico: protagoniste di tale scenario sono invece le persone. Sono infatti le persone che “ricorrono” al Diritto per ottenerne – in modo mediato – ciė che troppo spesso non riescono a ricevere con immediatezza le une dalle altre, cercando cosď di supplire, attraverso uno strumento “sociale” qual Ź il Diritto, ad una sorta di incomunicabilitą che sovente congela e rende infruttuose le relazioni interpersonali. Non Ź casuale, in tal senso, la dinamica giudiziaria privatistica in ambito civile: essa infatti svolge la propria funzione proprio accogliendo una domanda individuale di riconoscimento (= Actio) e sottoponendola al giudizio di un terzo, gią previamente indicato dalla comunitą sociale di appartenenza (= il Giudice), affinché verifichi il reale stato delle cose (normalmente un certo numero di fatti o condotte) ed – eventualmente – imponga ad un altro soggetto individuale (= convenuto) l’adempimento di condotte socialmente dovute (= i c.d. diritti soggettivi o eventuali Obbligazioni) nei confronti del proponente (= attore). Ciė sia che si tratti di “applicare” la Legge, come accade nei sistemi di civil Law, sia che si tratti di “risolvere un caso”, com’Ź in common Law.


Proprio la strumentalitą del Diritto che ben emerge in tale dinamica originaria ed originante dello Ius dicere ne rivela l’assoluta subordinazione e finalizzazione alle persone in ciascuna delle loro attivitą piĚ espressamente giuridiche, ponendone in evidenza il primato assoluto all’interno della dinamica del Diritto, al punto da far di esse la “causa” stessa del Diritto come gią Ermogeniano insegnava nel IV secolo d.C. Le “persone” – tuttavia –, non il semplice “uomo” (in sé e per sé, da solo). ť un plurale ciė che si esprime e si realizza attraverso il Diritto: nessuno infatti Ź davvero “persona” se non davanti ad un altro come “lui” o “lei”. Per quanto ancora non pienamente recepita a livello concettuale neppure ai nostri giorni (ambito canonico compreso, sic!), questa realtą Ź nota alla fede ebraico-cristiana (e quindi alla Teologia e alla vita ed esperienza ecclesiale) da millenni.


In nessun “vivente” Adąm (= l’uomo tratto dalla terra – cfr. Gn 2, 20) trovė una realtą che gli “corrispondesse”: l’alter rispetto al quale e davanti al quale riconoscere anche se stesso (cfr. Gn 2,23). Nessun vivente ha un “volto” (= prosopon) che rispecchia quello di Adąm; a nessun vivente Adąm puė dire “tu” nell’accezione profonda di “alter-ego”: portatore allo stesso tempo di una totale identitą (carne dalla stessa carne, osso dallo stesso osso) ma anche di una radicale irriducibile differenza (ishah rispetto a ish). “Imporre un nome” (cfr. Gn 2,20), infatti, e “chiamare per nome” (cfr. Gn 2,23; 3,20) non sono la stessa cosa!


Non Ź ancora questo, tuttavia, l’ambito in cui possa nascere il Diritto. Il Diritto, infatti, parla [a] “in terza persona”, [b] “della terza persona” e [c] “alla terza persona”. Il Diritto Ź la “terzietą” strutturale: Ius est in tertium. ť questo che sposta l’attenzione da un approccio semplicemente “antropologico” ad uno espressamente “personalistico”.


Abbandonando per un momento l’approccio piĚ strettamente tecnico-giuridico che vede il “terzo” identificato quasi univocamente col Giudice (= il terzo istituzionale), pare utile esplorare qui – nella prospettiva delle persone – un ulteriore approccio alla terzietą su cui si regge strutturalmente il Diritto: quella dello sconosciuto, il terzo non numerico (in termini di attore, convenuto, Giudice) ma logico-grammaticale, il “colui che”, l’“egli”.


Sotto questo profilo il Diritto, o la “relazione giuridica” (che Ź la stessa identica cosa) ha per condizione costitutiva radicale l’inesistenza (o, almeno, la negazione) dell’alteritą: il “tu”, la “persona” appunto. Al di lą di ogni idealizzazione, il grembo del Diritto Ź l’assenza (o anche la rottura) del fŌdus esistenziale tra l’“io” e il “tu”: Ź l’assenza (o il fallimento) del “noi”. Una mancanza relazionale da cui viene all’esistenza il “lui”: l’anonimo, l’irrelato… che, a prima vista, occupa spazio esistenziale sottraendolo all’“io”, colui che – potenzialmente – cosifica l’“io” facendolo oggetto anziché soggetto. Il “lui” Ź il “non-tu” per antonomasia: l’estraneo, lo straniero, l’infido, il nemico… “Colui” che, invece di arricchire l’“io” – come fa il “tu” attraverso il riconoscimento accogliente – lo depaupera e lo depriva, finanche a sopprimerlo. «L’inferno sono gli altri». ť questa, in fondo, la ragione del timore spontaneo del “diverso” (distinto da quell’alter che Ź il “tu”) e la storia di ogni segregazione che ne deriva. Questo terzo (logico-sintattico) Ź un semplice “lui” che puė diventare un “esso” (da persona a cosa): come accade per i trafficanti di persone o di (loro) organi, come fu per lo schiavismo o nelle dinamiche delle c.d. pulizie etniche che hanno attraversato a piĚ livelli e piĚ volte anche il XX secolo.


ť in questo contesto che il Diritto, lungi dall’essere una “res” da attribuire – per quanto “originariamente” – a qualcuno, all’uomo come tale (= ius est ad alterum) finché ciascuno e tutti “possiedano” il “suum” (cioŹ l’attributo della terza persona, sic!), prende progressivamente corpo e consistenza come “ambiente” che pian piano decongestiona le ir-relazioni, riconoscendo che nessuna sofferenza umana Ź mai un “prezzo giusto” per nessuno, e rende dapprima probabili e poi possibili, nuove relazioni esistenzialmente proficue e – in fine – vantaggiose per tutti.


Il “paradigma logico-grammaticale” perė, se descrive adeguatamente le dinamiche originanti il Diritto, o almeno la sua necessitą, non evidenzia tuttavia in modo chiaro il contesto necessario al sorgere del Diritto stesso: il “numero”, la societas. Non basta mai, infatti, un solo “terzo” a far sorgere la relazione giuridica: il Diritto come tale. Se, infatti, lo sconosciuto, l’irrelato (anche unico e solitario) risulta un referente adeguato per l’ambito morale – poiché, p.es., il “non uccidere” vale verso tutti – il dinamismo giuridico, per parte propria, necessita di grandi numeri: numeri tali da “riassorbire” ogni singolo “io” che – a propria volta – venga a trovarsi come disperso nella irrelazionalitą della massa anonima, divenendo egli pure “impersonale” ed “anonimo”…  come il “suddito” o il “cittadino” cui si rivolge la Legge, uguale per tutti: anch’egli un semplice “terzo”… il “colui che” di cui parla la Legge!


Sono i grandi numeri, non di meno, che sopravanzando l’“io” rischiano di estraniarlo anche dalle relazioni di prossimitą: l’amicale, la parentale, la famigliare… quelle, cioŹ, che si svolgono “in” e “con” la seconda persona: il “tu” a cui ci si rivolge come a se stessi, facendone “propri” i sentimenti, i desideri, i pensieri, i progetti, le necessitą, i timori… Ed Ź proprio il “numero” delle relazioni (significative) reali o potenziali che pone all’“io” il problema della relazionalitą concreta: com’Ź, infatti, possibile intrattenere e gestire relazioni positive con chi non sia un “tu” ma solo un semplice “lui”? Non una persona, ma un semplice essere umano?


ť a questo livello che, nella societą/comunitą dei “terzi”, prende corpo il Diritto che, proprio come una “lingua”, offre la possibilitą d’interagire pacificamente tra – inizialmente – “terzi” attraverso riconoscimento, fiducia, collaborazione, offrendo, proteggendo, gestendo, fidelizzando, relazioni, sempre piĚ orientate alla creazione di quello che puė esser chiamato “tu-sociale”, anziché “affettivo”: qualcuno che opera e si relaziona (funzionalmente) come un “tu”, per quanto non originario (= amicale, parentale, famigliare…). In tale contesto il Diritto svolge una funzione analoga a quella del “vocabolario” nel precisare i “significati” ed i “contenuti” delle relazioni piĚ impervie e difficoltose, sia di chi si avvicina per la prima volta a quella societą/comunitą ed ha bisogno di trovare le “chiavi” di accesso e relazione, sia di chi se ne Ź allontanato e desidera rientrare.


Sorgono cosď il con-nazionale, il con-cittadino, il con-paesano, il con-pagno… all’interno di un nuovo “spazio esistenziale” che prepara e favorisce la ri-scoperta dell’altro come possibile “tu”, restaurando gli spazi della inter-personalitą, per quanto non “originaria”. In tal modo si ritorna, perė, al “noi”: il soggetto unitario, per quanto “plurale”… il soggetto in “prima persona” che non ha piĚ bisogno del Diritto per “mettere ordine” (= ordinare; ordinamento) nelle proprie interne relazioni, poiché il “tu”, sociale, ha ormai sostituito il “lui/esso” e la vita si svolge in prima persona, plurale.


5. Diritto ed accoglienza


Quanto illustrato sull’identitą e funzione del Diritto mostra ancora una volta con chiarezza come la relazione tra Diritto ed accoglienza non transiti essenzialmente né si articoli “attraverso” qualche – recente e formale – “diritto individuale/soggettivo” (= right) da riconoscere e tutelare, né prenda originaria consistenza in ragione dei c.d. “diritti fondamentali dell’uomo”, sanciti solo qualche decennio fa: essa risale invece alle origini stesse dell’esperienza giuridica occidentale (in senso lato) trovando specifici fondamenti in varie concezioni ed anche vere e proprie Istituzioni presenti dall’Antichitą nel Diritto dei popoli mediterranei e mediorientali. Due le esperienze antiche che in questa sede risulta congruo ricordare come emblematiche: quella ebraica e quella romana, alle quali puė utilmente venir sommata l’attuale esperienza del c.d. Diritto umanitario.

a) L’esperienza giuridica ebraica, fissata nella sua maggior parte nel testo biblico vetero-testamentario, Ź inequivocabile nella sua dimensione e prospettiva (almeno ideale) di accoglienza, al punto che il “forestiero” finisce per costituire il paradigma stesso del “soggetto giuridico”: la “misura costituzionale” – se cosď Ź permesso chiamarla con parametri propri dell’attualitą – del Diritto stesso. Israele sa di essere stato “forestiero” in terra straniera (= l’Egitto, Ninive e Babilonia); Israele sa che ogni forestiero porta in sé i caratteri costitutivi della sua stessa identitą (cfr. Dt 26,5) al punto da rimanerne la coscienza critica, sia individuale che comunitaria. Questo, tuttavia, Ź ancora troppo limitato ed esiguo: la stessa “Legge” d’Israele, infatti, Ź strutturata in modo che nessun Israelita possa mai diventare “forestiero” in casa propria, privo di ereditą all’interno dell’ereditą di JHWH. ť in tal modo che, p.es., il ciclo giubilare delle sette settimane di anni (cfr. Lv 25,8) ristabilisce continuamente la proprietą originariamente assegnata e consegnata da Dio a ciascuna TribĚ e, in essa, ad ogni Casato. Comunque vadano le vicende della vita, qualunque cosa accada, nessun Israelita puė finire definitivamente escluso dal “possesso della terra” che Dio stesso ha dato ai suoi fedeli come segno e garanzia di libertą e dignitą: nessun Israelita puė diventare “straniero” in casa propria. Il forestiero poi, al di lą di temporanee circostanze di espressa opposizione politico-militare o qualche momento di estremismo etnico-confessionale (solitamente ri-convenzionale), Ź chiamato a diventare parte del Popolo di Dio (cfr. Is 14,1; 56,3.6), puė esservi integrato diventando ad ogni effetto “come un nativo del Paese” (cfr. Es 12,48), anzi: dev’essere trattato “come colui che Ź nato fra voi” e – al pari dei “figli del tuo popolo” (Lv 19,17) – «tu l’amerai come te stesso» (Lv 19, 34). Questo, almeno, dal punto di vista espressamente teologico e spirituale: ideale. Nella vita concreta, invece, spesso anche Israele si Ź comportato come tutti gli altri popoli coevi: con grande sospetto e circospezione. ť perė la teoria (= la spiritualitą) che conserva il “dover essere” delle cose, ostinandosi, alle volte, a contrastare i fatti che vogliono imporre una diversa – ed ingiustificata – visione della realtą, per quanto pragmatica e realistica, come ben mostra il profetismo.

 

b) Su di un piano del tutto diverso, l’esperienza giuridica romana si presenta come una progressiva “inclusione” di territori e popolazioni, in un crescendo che lungo i secoli si estende gradualmente dalla “urbs” all’“orbis” condividendo poco a poco una tipologia relazionale nata su base fortemente identitaria (= i cives) ma estesa poi da Caracalla (212 d.C.) ad ogni appartenente al territorio dell’Impero. Da segnalare, significativamente, la specifica – iniziale – previsione di forme particolari di relazione giuridica inclusiva nei confronti dei forestieri pacificamente presenti sul territorio cittadino, i “peregrini”, dotati addirittura di un proprio “Prĺtor” (fin dal 242 a.C.) e di specifiche Norme di relazione ed interfacciamento coi cives.

        A questa sorta di cintura relazionale ad extra se ne affiancava un’ulteriore, piĚ remota e discontinua ma non meno efficace, costituita dallo Ius gentium, attraverso cui all’interno del mondo antico (greco-romano soprattutto) si regolavano le relazioni tra i membri di ciascuna Civitas e quelli delle altre Civitates: uno strumento espressamente rivolto all’incontro ed alla possibile relazione – per quanto estremamente cauta e precauzionale – con coloro che spesso erano anche stati veri “nemici” della Civitas stessa.

 

c) Esperienza emblematica della giuridicitą contemporanea Ź quella del Diritto internazionale umanitario delineatosi progressivamente durante l’ultimo secolo e mezzo, corroborato anche dalla tragedia delle due guerre mondiali.

        La fine dell’ancien Régime con la sua oligarchia e l’ascesa politica delle masse popolari a partire dalla rivoluzione del 1789 hanno mutato radicalmente anche le spro-porzioni delle guerre – soprattutto europee – che smisero di essere strumentali al potere dei vari Casati regnanti (combattute in maggior parte attraverso ridotte milizie mercenarie) diventando – a partire dagli eserciti napoleonici – questioni nazionali e, pertanto popolari, coinvolgendo migliaia di cittadini nel difendere e diffondere la Repubblica. Fu, infatti, la Rivoluzione francese a introdurre nell’epoca moderna il sistema della Leva obbligatoria per tutti i cittadini e gli altri Stati europei dovettero correre ai ripari davanti all’immensitą delle milizie francesi d’inizio Ottocento. Il maggior numero di combattenti generė, di conseguenza, maggior numero di morti e feriti ma anche di prigionieri, aumentando proporzionalmente anche le ricadute sul territorio e la popolazione civile dei luoghi di transito, accampamento e battaglia di tali nuovi eserciti. In questo contesto nacque dapprima la “Croce Rossa” per l’assistenza medica ai feriti in battaglia (in occasione della battaglia di Solferino e San Martino, 24 giugno 1859, che rappresentė uno dei piĚ cruenti eventi bellici di tutto l’Ottocento, arrivando addirittura a superare la battaglia di Waterloo), cui subentrė quasi immediatamente la “Prima Convenzione di Ginevra” (8-22 agosto 1864) in cui fu sancita la neutralitą delle strutture e del personale sanitario. In questa prospettiva Ź particolarmente significativo dal punto di vista strettamente giuridico il primo dei sette “Princďpi fondamentali del Movimento internazionale di Croce Rossa”: quello di “umanitą”, secondo cui:


«Nato dall’intento di portare soccorso senza discriminazioni ai feriti sui campi di battaglia, il Movimento della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, in campo internazionale e nazionale, si adopera per prevenire e lenire in ogni circostanza le sofferenze degli uomini, per far rispettare la persona umana e proteggerne la vita e la salute; favorisce la comprensione reciproca, l’amicizia, la cooperazione e la pace duratura fra tutti i popoli».

In esso, comprensione, amicizia, cooperazione, tra tutte le persone risaltano, ancora una volta, come ben superiori a qualunque altro elemento di contrapposizione: guerra in primis.

La feconditą giuridica di questo approccio ha aperto le porte a successivi sviluppi di grande portata per il Diritto, tanto che le sue prescrizioni sono ritenute inderogabili. Non solo questo, tuttavia, poiché le categorie oggi tutelate non riguardano solo i militari (combattenti o non piĚ tali) ma anche la popolazione civile, i feriti, i naufraghi, gli ammalati. L’ampliamento del concetto di “vittima dei conflitti armati”, poi, ha portato ad includere non solo le persone ma anche “cose”, in particolare i beni culturali e l’ambiente (cfr. Convenzione dell’Aia del 1954).

 

Non di meno, per quanto in altro contesto e ad un altro “livello”, il successivo (!) c.d. Diritto internazionale dei diritti umani ha ormai sancito in modo chiaro – ed auspicabilmente definitivo – un insieme di “attivitą” e “condizioni esistenziali” (= nutrimento, alloggio, salute, istruzione, ecc.) da assicurare comunque a chiunque ed ovunque, ben oltre i c.d. diritti civili e quelli politici: ciė che si pone oggi alla base delle diverse “politiche” d’intervento in favore di rifugiati, profughi, richiedenti asilo, ecc.


6. Diritto e reintegrazione


Le considerazioni sin qui proposte – seppure in modo piĚ suggestivo che specificamente fondativo – permettono di completare la delineazione generale del tema con alcune sottolineature riguardanti uno dei versanti maggiormente problematici della prospettazione del Diritto come trait d’union tra gli uomini in societate: la sua funzione riconciliativa e riparativa a seguito di espresse violazioni sia delle persone che delle loro “spettanze esistenziali” (per non far scadere il tema all’attenzione verso “cose” ed “interessi” soltanto… e loro risarcimenti).


ť l’ambito d’attivitą del Diritto penale nelle sue ormai svariate modulazioni: un ambito che rimane tanto piĚ problematico nei suoi presupposti e princďpi che non nelle sue, spesso improbabili, “soluzioni”.


Proprio in quest’ambito, perė, la funzione non escludente ma ri-unitiva del Diritto offre il meglio delle proprie potenzialitą, e ciė esattamente attraverso la tendenziale rigiditą delle Norme penali e delle Procedure ad esse associate nei vari Ordinamenti giuridici. ť proprio, infatti, per ridurre al minimo la possibilitą di esclusione e per delineare al massimo le garanzie volte ad impedirla o a ridurne la portata e l’impatto esistenziale che si fa ricorso a disposizioni cosď rigide per giungere alla “condanna” di qualcuno e, oggi, alla sua tendenziale detenzione. La netta differenza di principio tra ambito “civile” e “penale” caratterizzante gli Ordinamenti giuridici maggiormente sviluppati testimonia la profonda percezione e consapevolezza di questa “identitą” del Diritto e della sua funzione. D’altra parte: solo chi sia stato “formalmente” escluso potrą essere poi “sostanzialmente” re-integrato nella stessa comunitą esistenziale; di qui anche la non-giuridicitą della Pena di morte… che, in realtą, si presenta prevalentemente come un Provvedimento “politico”, espressione del potere piĚ che del Diritto.


ť in questa prospettiva che emerge, se si vuole, l’assurdo – meramente – “logico” della prescrizione del Reato penale: come se il Reato (o il Delitto) potesse dissolversi col solo trascorrere del tempo, e ciė in evidentissimo contrasto con la realtą quotidiana rimasta – forse anche per sempre – ferita, come accade per un omicidio, uno stupro, un attentato, una strage…


La questione di fondo ha tanta maggior rilevanza se si considera che, al contrario, in ambito civile una condotta illegittima protratta nel tempo (anche in malafede) “crea” addirittura un nuovo diritto, poiché il fatto lungamente incontrastato diventa la nuova “realtą” riconosciuta e tutelata dall’Ordinamento. L’espressa – ultramillenaria – contraddizione tra la prescrizione (penale) e l’usucapione si manifesta, pertanto, utile a porre in evidenza ciė che spesso neppure Ź immaginabile circa la vera natura del Diritto in sé e per sé.


Gią si Ź detto come il Diritto sia tendenzialmente riparativo: una “riparazione” che riguarda non le cose (o i fatti) ma proprio le persone! In quest’ottica la diffida e l’intimazione in campo civile, cosď come la denuncia in campo penale, se e quando non poste in essere contribuiscono a “non turbare” la relazionalitą sociale, il c.d. ordine pubblico: Ź questo un “bene” che la “societą” (intesa in termini antropologici e non politici) persegue in modo talmente intenzionale ed esplicito da preferire l’oblio definitivo della violazione (individuale) rispetto al perpetuarsi della sua ricaduta sociale. Questo, d’altra parte, coincide con la storia stessa del vissuto giuridico “occidentale”: dal Codice di Hammurabi (XVIII sec. a.C.) attraverso la c.d. Legge del taglione, all’Editto di Rotari (643 d.C.) attraverso la monetizzazione delle violazioni, fino ai piĚ “moderni” Codici penali e ai Trattati per la gestione del Diritto penale internazionale. Di fatto: ogni societą umana al “proprio” Diritto chiede la pacificazione (del passato) e la pacificitą (del presente e del futuro).


Per quanto non risulti sempre facile seguire con immediatezza le “tracce” del Diritto penale contemporaneo, soprattutto negli Ordinamenti di civil Law, tenuto conto anche del rigido formalismo procedimentale che lo stesso Diritto globale (il comunitario europeo in primis) sta progressivamente imponendo agli Stati, allo stesso tempo, almeno per quanto riguarda la maggioranza dei “Reati contro la persona”, Ź necessario riconoscere che proprio quella “riparativa” ed “inclusiva” Ź la funzione e vocazione originaria del Diritto. I dettati costituzionali della seconda metą del Novecento sono chiari in merito quando stabiliscono la funzione espressamente “riabilitativa” della Pena. A ben vedere, tuttavia, l’orizzonte teoretico da considerare risulta essere piĚ ampio di quello concretamente visibile da molti punti d’osservazione, troppo spesso irrigiditi su prospettive (ed effettivi  fenomeni!) di “delinquenza”, “malavita”, “terrorismo”… nei quali, ancora una volta, il singolo colpevole/reo scompare come assorbito dall’intero fenomeno di cui si Ź fatto in qualche modo espressione (= un terrorista, un mafioso, ecc.).


Laboratorio privilegiato di questa prospettiva Ź diventato nel tempo il Diritto penale minorile, all’interno del quale elementi di sana consapevolezza giuridica sono stati capaci d’inserire progressivamente spazi di “umanizzazione” sia del Reato, che del delinquente, che della vittima (almeno indiretta). Si Ź giunti cosď ad impostare e trattare le questioni in termini di “giustizia riparativa” e di – conseguente – “Mediazione penale minorile”  quali modalitą concrete di ristabilimento dell’ordine sociale (prima che pubblico) violato, e del re-inserimento coscienziale e relazionale del suo autore. ť la logica della “progettualitą di bene” per il futuro, opposta a quella “di male” che aveva caratterizzato il passato; Ź il meccanismo della “Messa alla prova” all’interno di relazioni individuali e sociali piĚ forti e comprensive, opposte alla estromissione sociale che caratterizza la detenzione carceraria.


Significativamente tali dinamiche e strumenti stanno progressivamente allargando il proprio spettro di copertura anche fuori dall’ambito minorile, soprattutto per Reati minori.


Pur senza entrare qui nel merito, si consideri ulteriormente come proprio questi sono stati nel tempo, e rimangono, i princďpi di riferimento del Diritto penale canonico e, piĚ ancora, delle sue Sanzioni il cui scopo costitutivo non cessa d’essere l’emendamento del reo ed il suo reintegro nella Comunitą di fede, per quanto non ingenuamente né senza tener conto delle circostanze – spesso delicatissime – di persone e di fatti.


7. Conclusione


Riconoscere e considerare il Diritto come strumento di accoglienza finalizzato alla creazione di nuove relazioni o al ristabilimento di quelle traumaticamente interrotte Ź un passo importante per metterne in luce le grandi potenzialitą di supporto ad un con-vivere che tende a complicarsi sempre maggiormente con l’aumentare dei propri protagonisti attivi e della portata dei legami socio-istituzionali ma che, proprio per questo, continua a chiedere nuove forze e risorse, soprattutto relazionali. Ciė nonostante, perė, l’esperienza giuridica comune e, di conseguenza, la percezione ordinaria del Diritto continua a relegarlo principalmente agli ambiti problematici della vita personale e comunitaria, finendo per associare e identificare la “medicina” con la “malattia” stessa, cosď che sovente sia il Diritto a presentarsi come “il problema”.


Si tratta, in fondo, della tensione ineliminabile tra il “vissuto” e il “da viversi”, che accompagna ogni relazione quando da “personale” (= io-tu) diventa soltanto “umana” (= io-egli), quando degenera cioŹ dalla desiderabilitą di ciė che “si puė vivere” alla necessitą di quanto “si deve vivere”.


In questa prospettiva il Diritto (soprattutto statuale) svolge una (prima) funzione in qualche modo passiva divenendo una sorta di rilevatore relazionale, poiché pone in luce le fratture che progressivamente s’insinuano nella relazionalitą intersoggettiva rendendo necessario l’intervento di un terzo (= il Giudice o la Norma) per gestire una ex-relazione. ť la consapevolezza originaria da cui sorsero espressioni quali “Ius sequitur vitam” oppure “ex facto oritur Ius” o anche “remedies precede rights”, ancora oggi pienamente valide per esprimere la vera “fonte” e funzione del Diritto.


Non di meno, il Diritto in genere svolge anche una seconda funzione – attiva – espressamente liberatoria dalle relazioni che non riconoscono la reale e concreta “alteritą” dell’altro, siano esse fusionali, oppure di dominio psicologico ed emotivo o di vera e propria sottomissione. Relazioni in cui non si puė parlare di “persona” poiché – indipendentemente che si tratti di motivi individuali o culturali – esiste un solo “io” assolutizzato e all’altro (soggetto/individuo) non viene riconosciuto lo status relazionale di “tu”, contraddicendo alla fonte la reciprocitą che struttura il Diritto. ť questa una funzione espressamente promozionale delle persone che trova soprattutto nel Diritto canonico una propria peculiare configurazione.


La tensione – costruttiva – tra rilevazione e liberazione che il Diritto svolge rispetto al concreto vissuto relazionale, induce perė un’osservazione critica: se Ź vero che ciė di cui il Diritto non parla, non Ź problema, perché, tuttavia, non lo Ź? Perché effettivamente il problema non esiste, oppure perché non Ź neppure percepibile? Basta pensare ad ambiti come la sicurezza sul lavoro, la corruzione, il traffico di droga, gli abusi su minori… L’assenza di Cause e di Leggi in materia che cosa dice? Che questi fenomeni non esistono, oppure che non sono percepiti come problematici?


ť in quest’ottica che diventa irrinunciabile porre le persone sia all’inizio che alla fine della dinamica giuridica: suo innesco ed esito. ť, infatti, la persona non riconosciuta o non accolta nel suo essere “tu” che diventa attore giudiziale, ed Ź proprio ad essa che risponde immediatamente la Sentenza del Giudice e, spesso, mediatamente anche l’Ordinamento giuridico che viene creandosi di conseguenza, senza che, alla fine, common Law, civil Law, canon Law, facciano alcuna reale differenza.


La persona, non di meno, spesso riesce ad emergere solo dopo che il Diritto l’ha messa in luce, quasi costringendo la societą come tale a “prendere atto” della sua valenza strutturale per la societą stessa e, di conseguenza, anche per ciascuno dei suoi membri: si pensi alle conseguenze giuridiche indotte dal Diritto umanitario nei confronti dei c.d. diritti civili: sanitą, istruzione, lavoro, previdenza, ecc. al di lą della mera cittadinanza che lo Stato ottocentesco aveva eretto quale barriera di accesso alla vita ordinaria entro i suoi confini.


Persone e Diritto costituiscono ormai una sorta di endiadi: due realtą che solo insieme si esprimono in pienezza, non potendo che implicarsi reciprocamente… tanto maggiormente nei tempi ed ambiti in cui i confini (tra gli Stati) non svolgono piĚ alcuna reale funzione diversa da una mera organizzazione.


in: APOLLINARIS, LXXXVIX (2016), 167-192.