Diritti e dignitą tra persona e Istituzioni


1. I termini della questione

I termini che costituiscono il titolo della presente riflessione sono tra i piĚ complessi ed articolati che l’orizzonte concettuale antropologico e sociologico possa offrire. Sarą pertanto necessario [1°] iniziare da un minimo di “explicatio terminorum” che permetta d’individuare la reale consistenza e portata delle parole e dei concetti loro associati per [2°] poi articolarne le necessarie – o almeno auspicabili – relazioni secondo prospettive significative per la tematica di cui si occupa questo “Colloquio di Dottrina sociale della Chiesa”, per [3°] giungere ad una lettura finale della tematica che sia “realistica” e plausibile, oltre che adeguatamente critica, come richiede oggi un approccio non ideologico, soprattutto alla “persona”. Si spera cosď di poter effettivamente contribuire, anche solo in piccola parte, a quella consapevolezza che la Dottrina sociale della Chiesa intende sollecitare nel mondo contemporaneo circa l’identitą e qualitą della convivenza umana.

a) Per quanto concerne la “persona” Ź ormai necessario caducare definitivamente la definizione boeziana che ha supportato tutto il millenario ciclo scolastico per assumere invece ciė che la componente sana della Modernitą ha saputo proporci in modo meno anonimo ed individualistico soprattutto nel Novecento. Parlando di persona, pertanto, si farą riferimento innanzitutto non ad una “rationalis naturĺ individua substantia” ma ad un soggetto spirituale intenzionale potenzialmente autocosciente, conoscente e relazionale, in grado di rapportarsi con altri “soggetti” e con la “realtą”, con capacitą creativa e di modifica della realtą circostante. Un concetto – sintetico e complesso – che pare oggi poco discutibile, indipendentemente dall’ambito di riflessione all’interno del quale lo si utilizzi (compreso quello teologico).

b) Per quanto riguarda i “diritti” (= rights) si permetta di segnalarne gią in via preliminare la sempre piĚ difficile concettualizzazione sostanziale, rispetto ad un crescendo vorticoso della loro mera funzionalizzazione, tanto che si parla oggi di “diritto alla felicitą” (che rende possibile aspirare all’eliminazione anche fisica delle frustrazioni esistenziali, fino alla stessa eutanasia etero-richiesta), di “diritto al lavoro” (quasi che fosse la Legge a doverlo creare ed assegnare, come fu nei regimi socialisti) o anche di “diritti della natura” (come apparso in una recente raccolta di fondi fiscalmente incentivata in Italia). Di tutt’altro valore, ma in realtą di altrettanta labilitą concettuale sotto il profilo espressamente giuridico, il c.d. diritto al cibo tornato alla ribalta nei mesi passati attraverso l’occasione dell’Expo di Milano 2015.

        A proposito di “diritti” (= rights) non si puė neppure ignorare in sede concettuale come, ad oggi, nessuno sia davvero in grado di spiegare di cosa concretamente si tratti e – soprattutto – chi sia eventualmente tenuto a garantire il soddisfacimento di tali “diritti” (= rights). Senza considerare, inoltre, che il semplice riferimento a diritti (= rights) tout-court non li individua ancora a sufficienza nella loro “identitą” (= id est) e consistenza, evidenziando la irriducibilitą sostanziale, p.es., tra “diritti soggettivi” e “diritti fondamentali” (come vengono chiamati sia in dottrina che in varie Legislazioni), senza trascurare neppure l’ulteriore distinzione – non simmetrica – tra “diritti individuali” e “diritti sociali”, cui sono diversamente sensibili le impostazioni di stampo liberale o socialista o popolare. Non di meno risulta ben difficile parlare di “diritti” (= rights) ove non esista un “Diritto” (= Law), inteso come “Ordinamento giuridico” che ne costituisca la stessa possibilitą di esistenza in quanto “sistema” per la loro “tutela” concreta. Ciė basta a dover assegnare ai diritti (= rights) una collocazione ontologica – o almeno assiologica – inferiore alla persona (oltre che alle stesse Istituzioni – v. infra) e alla sua dignitą, di cui sono solo una parzialissima “tutela” e non – invece – una “espressione”, come spesso si vorrebbe far credere (v. infra).

c) Il riferimento alla “Istituzione” comporta la necessaria consapevolezza che si tratta di una realtą mai originaria – che si possa cioŹ rinvenire “lą fuori, nel mondo”, com’Ź invece per la persona – ma sempre funzionale, creata cioŹ dagli uomini, anche senza un’espressa volontą di tale esito. Una creazione che semplifica la vita quotidiana fissandone specifiche operativitą, sia che si consideri la lingua (come idioma) sia che si consideri il “Servizio Sanitario Nazionale” o qualunque altra realtą istituzionale. Alle Istituzioni appartiene anche il Diritto (= Law) come orizzonte stabile di possibilitą di esistenza, prima che di esercizio, dei diritti (= rights) gią accennati. Ovvio pertanto che anche il livello di “gerarchia ontologica/assiologica” delle Istituzioni sia inferiore alla persona, visto che sono le persone a creare le Istituzioni (tra cui i “diritti/rights”).

d) Il concetto piĚ difficile da esplicitare in questa sede Ź quello di “dignitą”, sia a causa del suo scarso uso nel linguaggio quotidiano attuale, sia a causa della sua difficile circoscrittibilitą. ť un termine “di altri tempi” che fa riferimento non al linguaggio del “valore”, sempre in qualche modo comparativo (= le cose valgono di piĚ o di meno le une rispetto alle altre), ma al linguaggio piĚ profondamente ontologico: ciė che Ź “degno”… senza possibili comparabilitą. Si tratta di una “caratteristica”: di qualcosa di predicabile, per qualche “realtą” e quindi riferibile direttamente anche alla persona. Proprio la dignitą Ź stata scelta dal linguaggio magisteriale della Chiesa cattolica, soprattutto del Concilio Vaticano II, per riferirsi alla persona quando se ne voglia mettere in risalto tutta la grandezza ed il valore intangibile.

2. L’approccio giuridico

2.1 L’orizzonte di comprensione

Per il giurista “teorico” i quattro termini (= diritti, dignitą, persona, Istituzioni) non si pongono sullo stesso piano poiché la sua competenza ed interesse sono focalizzati principalmente su “diritti” ed “Istituzioni”… ed Ź, forse, questo il motivo del suo coinvolgimento nella trattazione di tematiche cosď complesse: un coinvolgimento che Ź necessario a chi tratta di “persona” e sua “dignitą” per non cadere – o almeno scivolare – in pericolose precomprensioni e luoghi comuni che, senza rendersene pienamente conto, finiscono per trasformarsi poi in vere e proprie “deleghe in bianco” a quanto si va realizzando – soprattutto oggi – in campo giuridico. Questo, infatti, Ź quello che sta accadendo proprio ai nostri giorni attraverso il “trasferimento” al Legislatore (civile) della maggior parte delle questioni “etiche” che coinvolgono le societą civili occidentali: inizio e fine vita, sessualitą, Matrimonio e famiglia.

L’approccio giuridico “fondamentale” – o se si vuole: pre-normativo – Ź tanto piĚ necessario in questi anni in cui, dopo la “crisi” antinormativistica ed antiregolamentare del Sessantotto (una crisi che fu, in realtą, anti-autoritaria e non espressamente anti-giuridica anche se – in ossequio al Positivismo a cui era stata formata quella generazione – identificė le Norme con l’Autoritą), le “societą civili” del mondo occidentale si stanno spostando velocemente proprio verso “sistemi regolamentari e normativi” di crescente invasivitą della vita non tanto “privata” quanto, piĚ gravemente, “personale”: un fenomeno interessantissimo per chi si occupa di tematiche di “dottrina sociale”, dovendosi tenere alta l’attenzione rispetto al monito – quanto mai profetico – di “Gaudium et Spes” 75: «si guardino i cittadini singolarmente o in gruppo, dall’attribuire troppo potere all’Autoritą pubblica, né chiedano inopportunamente ad essa eccessivi vantaggi, col rischio di diminuire cosď la responsabilitą delle persone, delle famiglie e dei gruppi sociali». “Vantaggi” furono chiamati in quella sede quelli che, senza molti dubbi, possiamo chiamare oggi “diritti” (= rights) individuali!

La questione Ź di grande interesse per la riflessione cattolica sul “sociale” poiché siamo pienamente parte – per quanto minoritaria – di un processo in cui il “morale” – divenuto “moralistico” lungo tutto l’Ottocento non solo “cattolico” (si pensi infatti al mondo vittoriano inglese e al puritanesimo nord-americano) – ha ormai lasciato campo aperto al “legale”, dopo che anche l’“etico” Ź stato attribuito con certezza al campo di competenza dello Stato: basti pensare ad Hegel, fino a Lenin, Hitler et alii. Si tratta di una “situazione” che deve essere stigmatizzata con chiarezza per poter almeno tentare di difendersi dalle sue maggiori espressioni e conseguenze: una situazione che – perė – ha radici lontane qualche secolo e che devono essere riconosciute in quel magma costituito dall’Umanesimo razionalista che portė a concepire il Diritto come realtą auto-noma, antropo-referenziale ed auto-poietica quando l’“etsi Deus non daretur” di Ugo Grozio (1583-1645) divenne il principio unico della civiltą europea moderna, che proprio in esso trovė il nuovo fulcro del proprio movimento e ne fece uno dei propri principali “utensili”. In proposito non pare enfatico né irrealistico affermare che quanto nelle societą europea antica e medioevale costituď il campo di referenza della “religio” passė progressivamente al “Diritto” lungo la Modernitą, trasferendo al Diritto stesso le “potenzialitą” e “funzionalitą” precedentemente fondate e gestite in modo “religioso”, facendo dello “Ius” la nuova “religio” capace di – e necessaria per – unificare il “popolo”. Una religio con propri Pontifices (= i Legislatori) e sacerdotes (= i Giudici), e propri riti: basti qui alludere all’elemento “rituale” (di fatto: “liturgico”) che la pratica forense ha mantenuto a tutt’oggi (per cui: i Processi si “celebrano”, vestendo appositi “paramenti” che indicano i ruoli di coloro che operano “davanti” e “per tutti”). Un “movimento” che, trasferendo da Dio al popolo (identificato da oltre due secoli con lo Stato) la “fonte” della comportamentalitą “lecita”, ha portato all’attuale situazione di moltiplicazione sia delle Istituzioni che dei diritti (= rights) che esse stesse devono “garantire” a ciascun singolo individuo: si pensi, in merito, alle Istituzioni comunitarie (europee) e ai loro rapporti “costitutivi” coi “diritti fondamentali” dei cittadini europei che esse stesse di fatto impongono agli Stati.

2.2 I diritti

L’uso del plurale “diritti” (= rights) Ź quanto mai appropriato in questa circostanza – come lo sarebbe, non di meno, in tutte le circostanze di questo genere – poiché permette di non scivolare inconsapevolmente nella “cloud” del “Diritto” come tale che porterebbe immediatamente a discorrere di altro, focalizzando l’attenzione in uno “spazio” che potrebbe anch’essere del tutto privo di presenze umane… Quanti discorsi sul “Diritto” in sé e per sé, infatti, prescindono completamente dalla persona, rimanendo del tutto ultra-fisici.

Il ricorso al plurale (= rights) permette inoltre di evitare – e, piĚ ancora, di smascherare – molte mistificazioni ideologiche. Se si chiedesse infatti, per strada, alla gente se ritiene che nella nostra societą ci sia piĚ bisogno di “Diritto” o di “diritti”, la risposta sarebbe immediata e palese: diritti! Sempre solo “diritti”, poiché il Diritto (identificato con la Norma, la Legge) limita, opprime… mentre i diritti (identificati con le pretese individuali) liberano! Non di meno: il Diritto Ź il massimo dell’impersonale, del teorico, del disincarnato… mentre i diritti sono sempre “i miei”: il massimo del sensibile e concreto. Per di piĚ: anche il rapporto tra Diritto e diritti Ź assolutamente ambiguo ed irrisolto in campo giuridico generale poiché sia la storia che l’attualitą sono profondamente segnate da due modi fondamentali di vivere “giuridicamente”; due modi basati proprio sulla prevalenza dell’uno o dell’altro fattore: i diritti (= rights) nel common Law, il Diritto (= la Legge) nel civil Law.

A questi primi spunti Ź necessario far seguire ora qualche ulteriore considerazione in termini proprio di “diritti” (= rights), mantenendo sullo sfondo sia la persona che la sua dignitą, poiché ad esse andranno poi rapportati. Le Istituzioni, per contro, non fanno espressamente parte di questo “gioco” proprio in ragione della loro mera strumentalitą al miglior vivere umano.

a) La prima considerazione riguarda i diritti (= rights) come semplici “marcatori formalizzati” del buon funzionamento delle dinamiche socio-antropologiche di base. Sono veri e propri “criteri” ex-post (e non “princďpi” ex-ante; “trascendentali”) in base a cui valutare (e non ancora giudicare) lo stato di ottimalitą – o la sua carenza o assenza – delle relazioni socio-antropologiche: alla stregua dei “parametri” delle analisi cliniche. I trigliceridi non “sono” né il fegato né la sua fisiologia, in modo tale che li si possa reciprocamente scambiare; sono tuttavia uno dei marcatori ormai condivisi (e per questo “formalizzati”) del corretto funzionamento dell’apparato epatico stesso.

- Si potrebbe anche pensare ai diritti (= rights) come rappresentazioni bidimensionali di realtą di per sé almeno tri-dimensionali: danno una “certa idea”, che ha delle connessioni reali ma non “sono” la realtą indicata.

- Altra immagine di qualche efficacia evocativa Ź la partitura musicale di una sinfonia: c’Ź una bella differenza tra il leggere (o suonare) tutte le parti dei diversi strumenti ed ascoltare l’esecuzione del pezzo all’interno del quale ogni strumento costituisce solo una delle componenti... che, per di piĚ, non puė essere scambiata con un altro strumento, a maggior ragione se di famiglia differente: una partitura per archi o per ottoni non si puė scambiare con quella per pianoforte.

- Anche gli esempi a noi piĚ prossimi, quotidiani per molti, della musica o delle immagini in formato digitale che costipano i nostri telefonini non sono altro che riduzioni ed enfasi puramente utilitaristiche della musica stessa o della fotografia. Nella c.d. digitalizzazione musicale o fotografica (= i c.d. MP3 o JPG), infatti, Ź molto piĚ quello che si toglie alla realtą di quello che si mantiene, per potersene giovare con immediatezza.

            Cosď sono i diritti (= rights) rispetto alla realtą umana e, molto maggiormente, rispetto alla persona e alla sua dignitą: semplificazioni funzionali, utilitaristiche, a vantaggio non tanto dell’individuo come tale ma del suo vivere sociale.

b) Altro elemento di cui tener conto Ź quello che riguarda la funzione – e correlata identitą – essenzialmente riparativa e non costitutiva dei diritti (= rights) rispetto al vivere umano. Non si tratta qui, semplicemente, [a] di ricordare in modo nostalgico come nel Diritto romano le Actiones abbiano preceduto gli iura e neppure [b] d’invocare il principio, ancora attivo in common Law, secondo cui “remedies precede rights”: cose vere, ma teoriche. Occorre, invece, considerare come il prendere corpo e “nome” dei diritti (= rights) sia sempre conseguenza del reiterato fallimento relazionale tra le persone (e/o le loro cose) e questo sia in campo sociale che politico. ť in tale contesto infatti – e solo in esso! – che i diritti (= rights) nella loro gestione replicante diventano il Diritto (= Law) che, perė, Ź una “Istituzione” volontaria.

            L’esempio piĚ palese in merito Ź quello del rapporto tra “vita di famiglia” e “Diritto di famiglia”: indubbiamente c’Ź riconducibilitą almeno in ragione della trattazione di elementi comuni, ma Ź pensabile che la famiglia come tale sia descrivibile – o, addirittura, costruibile – attraverso il Diritto di famiglia? E qual Ź la riconducibilitą dei reali elementi di vita familiare ai diritti (= rights) sanciti a favore delle varie “parti” attraverso il Diritto (= Law) di famiglia stesso? Non Ź forse vero che in questo caso il Diritto di famiglia (= Law), inteso come “sistema” dei diritti individuali (= rights) connessi ai rapporti familiari, Ź e potrebbe essere solo riparativo e non costitutivo?

            Cosa dire, poi, del Diritto (= Law) dei minori all’interno di questo contesto? Sia qui permesso un affondo in tale materia: cosa significa concretamente un “diritto” alla genitorialitą per gli adulti, come quello che viene dedotto dalla Sentenza della Corte Costituzionale Italiana, rispetto al mero “interesse”, per quanto “superiore”, del minore? Un problema che non puė evitarne altri ben piĚ radicali: “quali” figli… e “quali” genitori? Non di meno: in che modo un diritto alla genitorialitą puė essere ragionevolmente “dedotto” dal piĚ ampio – e fondamentale – “diritto alla salute”? Considerando anche – se si vuole – che non è, perė, un diritto nascere sani.

c) C’Ź poi il grave problema dell’Idealismo europeo continentale che ha plasmato – per non dire “ri-fondato” – la cultura europea di cui ancor oggi noi stessi siamo “espressione”. Un Idealismo che ha fatto del “Diritto” (= Law) una delle dimensioni portanti della realtą: si pensi solo all’uso kantiano dell’espressione “di diritto” contrapposta a “di fatto”, esprimendo proprio col “Diritto” la dimensione trascendentale della realtą… quella assoluta, data a priori ed irraggiungibile per l’umanitą! Un disastro concettuale assoluto, derivato in buona parte dal Giusnaturalismo universalizzante (= idealistico) dei secoli precedenti che aveva gią costruito sulle basi di Grozio quell’orizzonte di pensiero che, semplicemente, Kant (1724-1804) si curė di scindere tra “noumeno” (= ciė che Ź “di Diritto”: il trascendentale) e “fenomeno” (= ciė che Ź “di fatto”: il categoriale), ponendo cosď le basi per il successivo – ed ancora attuale – approdo allo Stato etico.

         Proprio, perė, l’eticitą dello Stato costituisce ancora oggi il presupposto (inconfessabile dopo Nazi-fascismo e Socialismi reali) del rapporto tra “diritti” (= rights) e “Diritto” (= Law) che fonda l’attuale vivere giuridico del mondo occidentale. Non Ź certo sufficiente una Costituzione “demo-cratica” per ripartire/diluire tra tutti i cittadini una tale responsabilitą “etica”. Questo, perė, Ź il problema capitale della “legittimazione” delle Istituzioni (tra cui il Diritto) cui si darą attenzione piĚ oltre.

d) Ultima considerazione generale, derivante in realtą da quanto sin qui illustrato: il termine “diritti” (= rights) – e l’uso singolare di ciascuno di essi – Ź stato utilizzato nel Novecento (e continua) per fondare e garantire elementi (o brandelli) di realtą socio-antropologica ritenuti individualmente irrinunciabili e meritevoli di necessaria tutela istituzionale. A partire dalla metą del XX sec., cioŹ, Ź sembrato (inconsapevolmente) a molti che qualificare come “diritti” (= rights) un certo numero di attivitą (= espressione, opinione, stampa, associazione, circolazione…) potesse garantirne – kantianamente (sic) – non solo la stabilitą e la tenuta all’interno dello spazio socio-antropologico originario, ma anche giustificarne la “esportabilitą” e la “misurazione” all’interno di orizzonti socio-antropologici (e politici) di assoluta diversitą. ť palese in questa prospettiva l’utilizzo strumentale dei “diritti umani” posto in atto nel dopo-guerra dal mondo occidentale prima verso l’URSS, poi verso la Cina, Cuba, le varie dittature in giro per il mondo, facendone spesso la “condizione” per intraprendere determinati tipi di relazioni soprattutto politiche. Sotto altro profilo, ma entro gli stessi presupposti sostanziali (ed ideologici), andrebbero analizzate altre realtą spacciate per “giuridiche” quali, p.es., il “diritto di satira” (fino all’ingiuria!) “spremuto” dall’indubitabile diritto di opinione o di espressione.

2.3 Le Istituzioni

Come gią per i diritti (= rights), cosď anche per le Istituzioni non sarą possibile – né opportuno – in questa sede andare al di lą di alcune consapevolezze e considerazioni tanto parziali quanto, perė, significative per la tematica in esame.

a) Come gią accennato, si tratta prima di tutto di dare la giusta considerazione alla natura espressamente “umana” delle Istituzioni: di tutte le Istituzioni come tali, senza che l’uso improprio della terminologia in alcuni specifici ambiti – come quello teologico o canonistico, in cui si parla anche di “istituzione divina” – possa porre in ombra la realtą. Le Istituzioni sono un prodotto umano, qualcosa che origina dalla socialitą del vivere e proprio quest’origine antropologica ne mette in risalto la “natura” espressamente funzionale a livello sociale. Sia, infatti, che si tratti di Istituzioni “spontanee” e non intenzionali (come la lingua, il clan, il popolo), sia che si tratti di Istituzioni “fondative” sorte, cioŹ, secondo la volontą ed intenzione di qualcuno (Associazioni, Fondazioni, Confessioni religiose…), esse servono sempre a semplificare il vivere umano sociale offrendo sostegno e stabilitą a singoli e gruppi. Si potrebbe paragonarle a veri e propri “utensili sociali”: strumenti costruiti per facilitare operazioni ripetitive in ambito relazionale. L’individuo isolato ed il piccolo gruppo retto da rapporti “primari” e diretti (sotto il profilo sociologico) non “conoscono” né “creano” Istituzioni… Sono, al contrario, i gruppi strutturalmente caratterizzati dall’anonima terzietą degli individui e, in qualche modo, indipendenti dall’identitą del singolo (rapporti secondari e indiretti) a generare “ruoli” e “funzioni” che rimangano stabili al di lą di qualunque “terzo” (= sconosciuto) li eserciti, ponendo in ciė l’attenzione sul ruolo e la funzione anziché sull’individuo che li esercita.

        In tale prospettiva si Ź gią accennato come alle Istituzioni appartenga anche il Diritto come “Ordinamento”… anzi, secondo l’insegnamento di Santi Romano e Paolo Grossi, il Diritto Ź prima di tutto ed essenzialmente “Istituzione/ordinamento”; solo a livelli successivi entrano in gioco i “diritti/rights”, le Norme e le Leggi propriamente dette (Law).

b) La seconda consapevolezza che occorre sollecitare in questa sede riguarda la progressivitą e durata delle Istituzioni; esse infatti possono originare in momenti specifici della storia o vita umana e prolungare nel tempo la loro attivitą ed efficacia, giungendo ad “occupare” veri e propri “spazi” antropologici e sociali, finendo addirittura per prescindere completamente dalle circostanze iniziali e presentandosi come potenziali “nuovi inizi” di altre realtą istituzionali di maggior complessitą. Si pensi agli Stati contemporanei rispetto a quelli ottocenteschi ed a quelli moderni; per l’Europa si pensi, poi, alle diverse “Unioni” create dal dopo-guerra fino all’attuale Unione Europea.

        Per comprendere la dinamica di nascita e stabilizzazione istituzionale potrebbe giovare il pensare alle costruzioni in cemento armato, agli antichi archi romani, alle grandi cupole realizzate dai migliori architetti della storia (Brunelleschi, Bernini, ecc.): fino al momento dell’assestamento di tutti gli equilibri coinvolti e delle spinte delle diverse forze attive, tali opere sono state “sostenute” da ponteggi, casseri, cŹntine, ecc. che hanno letteralmente “portato” e “sostenuto” tali strutture non ancora giunte al proprio completamento. Quando, perė, l’opera Ź giunta a realizzazione, nulla piĚ Ź rimasto di quanto ne ha permesso la costruzione poiché l’opera realizzata basta a se stessa, Ź divenuta auto-portante… e spesso diventa la base per ulteriori accrescimenti, come visibile negli acquedotti romani, nelle cattedrali gotiche, ecc.

c) Ne consegue un’ulteriore consapevolezza da non trascurare mai a riguardo della vita e sopravvivenza delle Istituzioni che, una volta sorte, diventano auto-nome (= regola e norma a se stesse) ed auto-poietiche (= origine del proprio mantenersi ed operare) tendendo alla replica di se stesse e divenendo spesso indipendenti anche dall’intenzione e finalitą di chi le aveva poste in essere… giungendo fino ad influenzare e limitare chi le ha “create”. Si pensi, in campo giuridico, alla Costituzione di uno Stato contemporaneo, al suo essere (stata) creata da una specifica societą ma anche al suo creare una specifica societą, visto che le Leggi progressivamente in vigore continuano a “dipendere” da essa.

        ť una dinamica simile a ciė che avviene per il committente di una casa che, dopo esserci andato ad abitare, si trova condizionato nel proprio vivere da quanto lui stesso ha pensato, voluto e fatto realizzare in determinati modi. Non di meno il committente puė anche giungere a vendere la casa cosď progettata e costruita: una vendita che rende quella casa totalmente indipendente da chi l’ha voluta, pur senza nulla togliere alla casa come tale, che continuerą ad essere abitata da altre persone, anche con adeguato gradimento.

d) Ultimo elemento da considerare e valorizzare adeguatamente in questa sede Ź la “soggettivitą” delle Istituzioni: il fatto cioŹ che esse possono “operare” sul modello delle persone, per quanto in modalitą spesso fittizie o solo analogiche, ma comunque “reali”. Come le persone, anche le Istituzioni hanno una propria fisiologia, assorbono e producono risorse, entrano in contatto con gli altri “soggetti” dello spazio sociale di appartenenza, assumono iniziative, condizionano la volontą e le attivitą degli altri partecipanti… producono regole d’azione e cercano di tutelarle.

        Non di meno il loro essere “poste” a livelli “superiori” rispetto alle singole persone ne fa obbligati punti di riferimento sia di promozione che di repressione anche delle relazioni e condotte personali, mostrandole come “referenti stabili” sia dei significati che della comportamentalitą umana, come avviene in modo del tutto specifico con le Norme morali e giuridiche.

        Questa soggettivitą, tuttavia, dota le Istituzioni di una consistenza, un rilievo e un’importanza ben superiori a quelli attribuibili, p.es., ai diritti (= rights), sollecitando il giurista a considerarle – lungi tuttavia da ogni assimilazione o identificazione – entro gli stessi parametri e criteri funzionali ed operativi utilizzati per le persone… non senza il rischio, sempre attivo, di imprigionare le persone al loro interno.

2.4 Diritti e Istituzioni

Gli elementi di consapevolezza sin qui illustrati circa diritti (= rights) ed Istituzioni hanno messo in luce la non immediatezza del legame (che potrebbe o dovrebbe intercorrere) tra gli uni e le altre: un legame difficile da individuare a livello “eziologico” e tanto piĚ “causale”, un legame che merita pertanto ulteriore esplorazione per poter essere adeguatamente delineato, soprattutto in funzione del tema piĚ generale indicato dal titolo sia di questa relazione sia dell’Evento che la ospita.

L’elemento cardine da considerare in questa sede Ź la non immeditata riconducibilitą dei diritti individualistici (= rights) al Diritto come Ordinamento/Istituzione (= Law). La natura e funzione riparativa – in senso ordinatorio e pacificante –, infatti, del Diritto-Istituzione non permette di porlo al di sopra – quale fonte e scaturigine – dei diritti individualistici (= rights) intesi come pretese istituzionalmente tutelate, principalmente attraverso lo strumento giudiziale (= le Corti). Nella storia umana, infatti, e al di fuori dell’Idealismo (anche giusnaturalistico), Ź innegabile che non esista “il” Diritto ma molti Ordinamenti giuridici che gestiscono a modo loro le conflittualitą intersoggettive interne a ciascuna societą, civile (= Ordinamenti di common Law) prima che politica (= Ordinamenti di civil Law). ť la semplificazione del vivere sociale attraverso i processi di istituzionalizzazione che porta [1] le pretese individualistiche a diventare prima [2] “diritti” (riconosciuti ex-post ai molti singoli che lamentano il danno loro arrecato da determinate condotte di terzi) e poi [3] “Diritto” (riconosciuto ex-ante a tutti i membri di tale comunitą sociale). Questa dinamica pone in risalto la relazione addirittura opposta tra diritti (= rights) e Diritto (= Law) quando si tratti del “paradigma” normativo (= civil Law) anziché di quello “giudiziale” (= common Law).

Nel paradigma giudiziale infatti (quello comunemente ricondotto al common Law e con profonde radici vetero-romanistiche) Ź la richiesta di giustizia che viene istituzionalizzata attraverso l’intervento giudicante e riceve cosď la sua risposta pubblicamente formalizzata (= istituzionale); al contrario, nel paradigma normativo (quello di civil Law – ma ormai anche quello europeo comunitario, per quanto non in forme tecnicamente “legislative” –) Ź la Norma istituzionalizzata che fonda e motiva la richiesta prima sociale e poi giudiziale di quanto “spetta per Legge” a ciascun singolo, cosicché al Giudice (non penale) non si chiede di riconoscere e riparare il danno subito ma di attribuire quanto previsto dalla Legge, giungendo fino a considerare come “danno” la mancata attribuzione o il mancato conseguimento di un qualunque vantaggio “spettante per Legge”.

In questa prospettiva il momento attuale si mostra di assoluta feconditą all’interno del mondo europeo a causa del sovrapporsi e coimplicarsi delle due dinamiche (giudiziale e normativa) che sta caratterizzando l’evoluzione del Diritto comunitario (europeo). ť infatti in gran parte l’attivitą delle diverse “Corti europee” che muove in modo nuovo i precedenti paradigmi, contaminandoli progressivamente. I “Casi” – e non piĚ le “Cause” – decisi dalle Corti dell’Unione applicando “princďpi” piĚ che vere Norme ricadono infatti sulle Legislazioni nazionali finendo per sottometterle al Giudice che, in tal modo, prevale sul Legislatore. Questa prima fase del “movimento” Ź tipica del common Law, ad essa succede perė una seconda fase, tipica del civil Law, che comporta la modifica o addirittura l’incremento della Legislazione statale, con effetti anche sugli Ordinamenti di common Law che stanno progressivamente regolamentando – attraverso vari “Act” – un numero crescente di materie storicamente gestite attraverso il “Diritto comune” coi suoi “princďpi” e “precedenti”.

La presa d’atto ormai diffusa a livello politico (prima che sociale) di questo andamento di istituzionalizzazione dei diritti individualistici (= rights), insieme col “dogma” tardo-moderno della sovranitą popolare che si esprime attraverso l’attivitą legislativa parlamentare, hanno ormai consolidato una mentalitą – di assoluta efficacia funzionale – in grado di “trasformare” le pretese individuali (= claims) in richieste di “diritti” individualistici (= rights) che il Diritto (= Law) trasformerą poi in opportunitą – quando non addirittura veri “patrimoni” – generali, garantendone cosď la tutela generalizzata a priori rispetto ad ogni singola comportamentalitą.

Inutile, a questo punto, nascondersi la perfetta equivalenza funzionale di questo processo rispetto a quello “nomopoietico” tradizionale in cui l’a priori – naturale o religioso – presiedeva alla formazione dello strato “etico” da cui si dipartivano poi Morale e Diritto, incaricate di sovrintendere alla comportamentalitą concreta (individuale e sociale) di ciascun soggetto. Non di meno, somma garanzia e grembo fecondo di tutto ciė sono sempre state le (supreme) Istituzioni, senza delle quali nulla puė esser piĚ realizzato; dovendosi porre tra queste anche – e prima di tutto, dal punto di vista cronologico – quelle “religiose”, cui oggi sono subentrate quelle “sociali” e “politiche”… senza poter trascurare l’attuale dipendenza di entrambe da quelle “economiche”.

Ed Ź proprio al ruolo “deontico” (o “comportamentale”) delle Istituzioni socio-politiche che occorre riconoscere oggi un’importanza decisiva in luogo di quella tradizionalmente ricoperta dalle Istituzioni religiose. Sono esse, infatti, a svolgere in modo pressoché universale l’attivitą “etica” di base, poiché Ź ormai il Diritto (= Law) a “giustificare” la condotta del singolo, tutelandola e garantendola anche contro il resto della collettivitą (= right), secondo quella dinamica che presiede dalle radici quasi ogni condotta esteriore di qualunque soggetto in societate: cioŹ la “legittimazione”.

Per comprendere che cosa stia realmente accadendo in quest’ambito ai nostri giorni necessario considerare che, per quanto i meccanismi e le dinamiche dell’ambito deontico (= etico, morale, giuridico) siano estremamente articolati, in realtą le loro logiche conclusivamente “operative” risultano piuttosto elementari, finendo per ridurre pressoché ogni circostanza o problematica comportamentale ad un’unica “soglia” di accesso o recesso: il “non vietato”, o comunque permesso. La cosa, d’altra parte, Ź facilmente comprensibile considerando che, alla fin fine, ciė che realmente interessa a qualunque soggetto Ź l’assenza d’interventi sanzionatori negativi nei suoi confronti. Dove infatti non esiste “ritorsione”, l’uomo contemporaneo Ź ormai propenso a scorgere una sostanziale “neutralitą” operativa o comportamentale. In effetti: quando l’unica vera attenzione e preoccupazione consiste – com’Ź oggi – nel non subire “effetti negativi” dal proprio comportamento, poco importa la “natura” o la “qualitą” intrinseca della condotta o il motivo della sua non onerositą. Ne deriva che un “divieto” Ź tale solo se concorde tra tutti gli operatori regolamentari presenti… quando, invece, anche uno solo di essi risulta permissivo, il divieto salta, perdendo la propria credibilitą prima che la propria cogenza. Detto in altri termini: la legittimazione comportamentale funziona come un “sistema in pressione” (si pensi alla moka del caffŹ o ad un motore a scoppio): se qualche elemento di tenuta “sfiata” (come si dice in linguaggio ordinario) il sistema non produce alcun effetto… poiché la “pressione” non risulta piĚ indirizzabile allo scopo prefissato. ť quanto sta accadendo negli ultimi decenni man mano che l’Etica cristiano-cattolica e quella legale-statale si allontanano sempre piĚ, dopo aver incrinato la “santa alleanza” che per secoli aveva visto sostanzialmente concordi i due principali “operatori regolamentari” europei (Chiesa e Stati), in quella che – ad ogni effetto – era soltanto una dinamica di evidente “risparmio” di risorse da parte di entrambi. Iniziato, infatti, il nuovo flirt con l’Economia, lo Stato contemporaneo ha abbandonato la Religione quale alleata funzionale della propria attivitą per cercare di ottenere dalla nuova venuta lo stesso tipo di esiti, senza perė accorgersi di essere stato esso stesso gią “sedotto” ed asservito.

L’orizzonte comportamentale si popola cosď di un’infinitą di condotte pretesamente “libere” ai loro inizi e progressivamente “tutelate”, per divenire poi “garantite”: sono i diritti individualistici (= rights) che fungono da “moneta” di scambio, passepartout universale, con le Istituzioni… soprattutto quelle piĚ giovani, che hanno ancora bisogno di “sostegno” esterno nel loro divenire ed imporsi.

3. Persona, dignitą e coscienza

3.1 La persona e la sua dignitą

Con evidenza il quadro (poco lusinghiero quanto perė realistico) sin qui delineato per sommi capi circa il rapporto tra individui ed Istituzioni imperniato sui diritti (= rights), non ha attivato alcuna connessione né con la persona, né con la sua dignitą, mostrando – forse in modo sorprendente per qualcuno – la possibile “estraneitą” tra i due ambiti: una estraneitą che pone il serio problema della propria reale esistenza e consistenza. ť questo, non di meno, che rende necessaria una riflessione piĚ consapevole sul secondo binomio concettuale proposto: persona e (sua) dignitą.

Sarebbe fin troppo facile in questo contesto assumere anche soltanto qualcuna delle affermazioni monumentali di cui traboccano alcuni ambiti della dottrina (sia giuridica generale che canonica) circa il rapporto “ontologico” tra persona e Diritto: la cosa porterebbe assai lontano, rimanendo perė relegata al meta-empireo delle cose che – comunque – non-sono… mentre le dinamiche sin qui descritte – pur sommariamente – “sono” la realtą concreta in cui ci si muove oggi. Affermare, infatti, che la persona Ź il “centro” o la “fonte” del Diritto non andrebbe – oggi – oltre la pura estetica. Questo, perė, Ź il vero problema del Diritto (= Law) e dei diritti (= rights): la necessitą di aver ben chiaro “cosa” e “come” sia la persona cui ci si riferisce. Meglio ancora: “chi” essa sia! ť la “fonte”, infatti, ad essere costitutiva di ciė che ne sgorga. Ed occorre essere molto chiari altrimenti – kantianamente – il Diritto (= Law), inteso attualmente come la “sommatoria” dei diritti (= rights) tutelati, precede la persona e potrebbe addirittura giungere a “costruirla”… come sempre piĚ appare in campo bio-giuridico (in realtą: farmaceutico-economico).

Purtroppo anche l’esito concreto di questa questione risulta molto piĚ semplice di quanto possa apparire (e sia apparso); bastano infatti pochi tratti a delinearlo… in modo anche inatteso.

La boeziana “individua substantia”, una volta “naturalizzata” da Grozio (privandola del suo costitutivo riferimento a Dio e, cristianamente, rapporto personale con lui) e rafforzata dalla volontą auto-identificante di Suárez (assumibile in proprio da ciascuno ma non “partecipabile”, com’era invece per la ragione tommasiana), divenuta poi il “cittadino” della Dichiarazione del 1789 e delle varie Dichiarazioni internazionali dei “diritti”, Ź oggi l’individuo autocentrato e desiderante che reclama diritti (= rights) e costruisce nuove Istituzioni – sempre piĚ complesse (e macchinose) – che gliene “attribuiscano” stabilmente l’indisturbata fruizione in ambiti e territori sempre piĚ ampi, anche in conseguenza di Norme di Ordinamenti giuridici (= Diritto/Law) diversi da quello di appartenenza. Si pensi alle questioni “anagrafiche” connesse alla formalizzazione giuridica di rapporti non matrimoniali (secondo l’Art. 29 della Costituzione italiana) realizzati all’estero, ma anche alle c.d. maternitą surrogate e molto altro, soprattutto di origine o stretta connessione bio-medica. Interessante in merito – sotto il solo profilo giuridico (e non scientifico!) – l’annunciato “trapianto di testa” (o – forse – di corpo?) che il prof. Canavero intende realizzare entro il 2017 in Cina su di un cittadino russo: “chi”, infatti sarą l’eventuale sopravvissuto? Il precedente “titolare” del corpo o quello della testa?

La dinamica sottesa a questo “desiderio” auto-alimentante che cresce con andamento esponenziale fabbricando sempre nuove immagini del “sé” (non tanto l’ego psicoanalitico ma il self postmoderno) da realizzare a proprio uso e consumo si presenta, in realtą, come meramente “sommatoria” e “addizionale”, ingorda di sempre nuove “legittimazioni comportamentali” cui nessuno deve porre ostacoli… e che, anzi, dapprima devono essere non impedite (= libertą), poi rese possibili e tutelate (= rights) fino ad essere “sostenute” o anche “incentivate” e imposte (= Law). Un “sommare” ed “addizionare”, disorganico e capriccioso come la volontą, che “amplia” il self anziché “far crescere” la persona, che usa proprio e principalmente i diritti individualistici (= rights) quali propri strumenti fondamentali. Le cronache quotidiane bastano a comprovare questa lettura volutamente critica.

In tutt’altro orizzonte si pone, invece, la persona intesa come “soggetto spirituale intenzionale potenzialmente autocosciente, conoscente e relazionale, in grado di rapportarsi con altri soggetti e con la realtą, con capacitą creativa e di modifica della realtą circostante” (v. supra), senza che tale “linea” d’individuazione possa “definirla” come farebbe una “essenza” classica o una piĚ recente Gestalt ma, soprattutto, senza che si possa pensare di “ridurla” ancora una volta alla definizione boeziana attraverso qualche “trasposizione” linguistica e pseudo-concettuale… anche perché (dicendo che la persona Ź substantia e non ens) il concetto di “substantia”, in realtą, non risolve nulla rispetto al semplice “ente”, visto che la soggettivitą (= l’io – la prima persona) rimane comunque esclusa da queste impostazioni.

La persona Ź “soggetto” e non “individuo”, Ź “relazione” e non “sostanza”, si caratterizza per “dignitą” e non per “razionalitą”: su questo non si puė tornare indietro! Per quanto, infatti, sia vero e non possa essere radicalmente negato che (nel pensiero prima di Boezio e poi degli Scolastici) “individua” e “substantia” significassero la indivisibilitą e la non-incrementabilitą, non di meno si rimane sempre inchiodati all’interno dell’eterna “terzietą” dell’essere: l’“est” Ź, e rimane, costitutivamente una “terza persona”, allo stesso modo delle “cose”. La substantia – alla fin fine – Ź res, non persona! Classicamente e scolasticamente ci si trova sempre innanzi ad un “sé” e mai ad un “io” e ad un “tu”: questo Ź il problema! La persona, invece, Ź sempre – per quanto non solo – un “io” che si auto-differenzia dalle cose e opera sulle cose. ť la grande scoperta di Cartesio che finalmente riesce a distinguere tra le varie “res” una “resparticolarissima (e si accolga il boeziano “individua”) che prende le distanze da tutte le altre “res” (e si accolga anche la boeziana “substantia”) in ragione del suo singolarissimo ed individuale “cogitare” (benvenga pure la “rationalis natura”), mentre tutte le altre “res” semplicemente si “estendono” ad occupare la realtą come tale. Una “realtą” concreta che il linguaggio scolastico (e le sottostanti “categorie”!) non era neppure in grado di differenziare tra uno e molti: “res” Ź sia plurale che singolare! Ed Ź proprio questa ambigua polivalenza anche grammaticale che Cartesio – a modo suo ed embrionalmente – spezza per sempre: all’“est” della realtą oggettuale, Cartesio pone innanzi il “sum” (che non Ź né l’ego né il self) della realtą soggettuale. Non divide la realtą, la “res” (come farą invece Kant, aprendo al disastro) ma la differenzia: “res cogitans” e “res extensa”. Non la separa, ma la individua. ť cosď che la realtą tutta, percepita e concepita sino a quel momento come monodimensionale, improvvisamente “esplode” divenendo addirittura tridimensionale poiché alla terza persona – valida indistintamente per oggetti e soggetti – si affianca la prima persona e, inevitabilmente, la seconda, aprendo definitivamente all’intera “grammatica” dell’esistenza e dell’esistente. Una grammatica in cui “uno” e “molti” (= res), persona e cosa (= sum, est) non saranno mai piĚ confondibili, né involontariamente (ed indebitamente) assimilabili. Una realtą ben piĚ ampia del soggetto/individuo (= prima persona) – e per giungere qui occorreranno secoli dopo Cartesio! – e dell’oggetto (= terza persona), una realtą popolata di soggetti “chiamati” – e “chiamanti” – al reciproco riconoscimento (= seconda persona), per quanto sempre esposti all’anonimato dell’estraneo: il non-tu, il “lui” che spesso degrada nell’“esso”. Ed Ź questo – lo si permetta al giurista – il “luogo”, la “sede”, la “condizione”, dei “diritti”; quanto gią sollecitato a proposito del Diritto di famiglia Ź chiaro in merito: si chiede al Giudice il “riconoscimento di diritti” quando dalla persona non si ha piĚ il “riconoscimento del tu”.

Si potrebbe spingere la riflessione piĚ in profonditą considerando ulteriormente che il Diritto come tale non ha attinenze sostanziali (o costitutive) con la “prima persona” (= l’io), neppure “plurale” (= il noi), ma sempre e solo con la “terza persona” (= lui, lei, loro). Ciė non soltanto poiché, sotto il profilo teoretico, “Ius est in tertium” ma, molto maggiormente, poiché laddove si riesca (ancora) ad utilizzare la “prima persona plurale”, il “noi” (= io + tu) non c’Ź alcuno spazio concreto per il Diritto. Quando, infatti, si utilizza il “noi” ci si trova innanzi ad un unico soggetto, per quanto plurale: una condizione che, pur “sufficiente” a livello etico o anche morale, non permette perė nulla di sostanzialmente “giuridico”. La questione Ź chiara, poiché l’entrare in scena del Diritto si profila sempre con l’intervento – richiesto oppure no – del “terzo” davanti al quale l’assenza di riconoscimento del “tu” dą luogo al passaggio dell’intera relazione alla “terza persona”: quella del Giudice (il terzo per antonomasia, impersonale ed estraneo sia ai fatti che alle parti) ma – e soprattutto – il non (piĚ) riconosciuto come “tu”: l’altra parte. ť costitutivo del Diritto quanto accade innanzi al Giudice: le parti non si rivolgono piĚ l’una all’altra attraverso la “seconda persona”, il “tu”, ma attraverso la mediazione relazionale del Giudice al quale ci si rivolge in “terza persona” (poiché tale egli Ź!) parlandogli in “terza persona” anche dell’altra parte (= lui, lei) con la quale non si comunica piĚ direttamente (= tu).

In tale prospettiva la persona non Ź in nessun modo una “realtą” (un “ente umano” scrive ancora qualcuno) incrementale e additiva di caratteristiche, attivitą, diritti… In quanto “soggetto” Ź indivisibile e non ampliabile, incomprimibile e non parzializzabile… non esiste “gradualitą” alcuna nell’essere persona, né alcuna “condizione” concreta puė intaccare o ridurre tale “identitą” (= id est).

ť questo, in fondo, che si vuole indicare col concetto di “dignitą” in tutte le situazioni in cui il discorso o il ragionamento o la valutazione o il giudizio sulla persona mostra la necessitą di porne in risalto il “nucleo” piĚ irrinunciabile e costitutivo, al di lą di ogni sua possibile “manifestazione” fenomenica o anche solo funzionale.

La questione Ź decisiva per l’argomento che ci occupa, poiché mentre la dignitą Ź unitaria, incomprimibile e indivisibile, i diritti (= rights) invece sono sempre parziali e frammentari.

3.2 Dignitą e diritti (individuali)

Parlare di persona in termini di dignitą non risulta tuttavia concludente se prima non si metta adeguatamente a fuoco cosa “sia” e come “funzioni” tale concetto cosď fondamentale ed ampio gią da individuare, prima ancora che da “definire”.

Si potrebbe trarre vantaggio dal paragonarla ad un altro concetto di grande ampiezza e scarsa definibilitą, per quanto a tutti abbastanza “familiare”: quello di “salute”. E, in effetti, anche nella dignitą, come nella salute, si devono fare i conti con una realtą concretamente percepita ma anche concretamente indivisibile ed ingestibile, alla quale non si puė accedere in modo “analitico” e “puntuale” se non  indirettamente, tramite quegli “indicatori formalizzati” di cui si Ź gią parlato a proposito dei diritti (= rights). Una realtą, per di piĚ, che non puė in nessun modo essere “riassemblata” a partire dai suoi “indicatori formalizzati” poiché Ź necessario riconoscere che si tratta di meri “indicatori” e non di “componenti” veri e propri.

Se si permette l’oggettivazione: i diritti (= rights) non sono come i componenti di un motore, cosicché quando li si possieda tutti si possa letteralmente “costruire” tale motore procedendo per semplice “assemblaggio”, come avviene in officina o, peggio, in catena di montaggio. La questione va ben oltre anche approcci troppo semplicisticamente “organicistici” o “olistici”: non Ź questione di percepire che il “tutto” Ź superiore all’insieme delle “parti”… poiché nel nostro caso i diritti (= rights) non sono in nessun modo le “parti” della persona e tanto meno della sua dignitą! La persona non puė essere “disassemblata” in diritti (= rights) come, invece, un motore nei suoi componenti! Per questo l’esperienza comune e costante del mondo giuridico fa continuamente prendere atto che nessun “cumulo” né “combinato disposto” di diritti (= rights) riesce mai a “ricostruire” la vita di nessuno. Si pensi – ancora – al Diritto di famiglia, oppure alle tristissime vicende delle vittime di errori giudiziari, o anche alla improbabile ed ineffettiva riabilitazione di innocenti ingiustamente condannati.

Occorre diventare “capaci” – piĚ che solo “disposti” – di infrangere l’identificazione razionalista e borghese tra “persona” – che non Ź “individuo” – e “suoi” diritti (= rights), negando con risolutezza che la “Legge” – uguale per tutti – coincida col Diritto e questo – a sua volta – sia riducibile al cumulo dei diritti (= rights) in qualche modo “fissati” [a] nei Codici, di cui quello napoleonico fu l’espressione programmatica (per nulla superata dai fenomeni attuali di de-legificazione) oppure [b] nella Giurisprudenza derivata dalle Convenzioni internazionali, com’Ź quella della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (C.E.D.U.).

Come la salute attraverso gli esami clinici, cosď la dignitą attraverso i diritti (= rights), puė essere in qualche modo – solo – “verificata” per divenire oggetto di consapevolezza, ponendo cosď problemi, piĚ che offrendo soluzioni; Ź infatti noto come il ricorso agli esami clinici appartenga alla fase diagnostica e non a quella prognostica di una patologia. Infatti: l’individuazione di “valori” clinici fuori norma non individua in sé la malattia né, tanto meno, indica quali siano i farmaci da utilizzare… Semplicemente porta a fissare l’attenzione su di un certo numero di elementi e fattori “critici” per la salute del soggetto.

ť in questa prospettiva che al rapporto tra dignitą della persona e suoi diritti inalienabili puė essere ricondotta la tematica – sociologica e non politica (v. supra) – del sorgere e consolidarsi dei c.d. diritti fondamentali nel Diritto costituzionale moderno, soprattutto anglosassone. In fondo l’“Habeas corpus Act” del 1679 non intendeva fare altro che questo: sottrarre allo strapotere dell’Autoritą sovrana “qualcosa” che si riteneva appartenesse in modo cosď intimo e strutturante al singolo da non poterglielo strappare in nessun modo e per nessuna ragione che non fosse in qualche modo “sovraordinata” (= la sicurezza pubblica) e “definitiva” (= la colpevolezza certa).

3.3 Dignitą e coscienza

Espressione peculiare – e non solo “sintetica” o “simbolica” – della persona e della sua dignitą Ź la “coscienza”: quella coscienza che il Concilio Vaticano II ha finalmente saputo porre in risalto quale elemento “costitutivo” della persona stessa. Una coscienza che diventa, in qualche modo, il “locus” stesso della persona, la sua “sede”, il suo “quid” o “id” piĚ profondo ed imprescindibile: la “casa del sé” di ciascuno, come suggerisce un’espressione ormai usata dalle Neuroscienze… la sua stessa identitą.

Proprio “questa” coscienza il Vaticano II, soprattutto nella Dichiarazione “Dignitatis Humanĺ”, ha congiunto strettamente alla dignitą umana facendo dell’una l’espressione visibile dell’altra: la dignitą “visibilizza” la coscienza.

Si Ź trattato di un passo epocale – anche se ancora ignorato dalla maggioranza degli stessi cristiani –; un passo che ha completamente trasformato sia la coscienza in sé che la sua relazione con la realtą e, piĚ ancora, il vissuto (e vivibile) umano.

Con la Dignitatis Humanĺ la coscienza della persona smette di essere poco piĚ che la “fedina penale” individuale sulla quale si stratificano – peccato dopo peccato – i “segni” della vita (im)morale di ciascun singolo, all’interno di una concezione pessimistica di radicale insufficienza dell’umano, di chiara reminiscenza platonico-agostiniana.

La coscienza riproposta dal Vaticano II Ź la sede della “libertą” umana consapevole e razionale: la sede della scelta e decisione di amare ed anche di soffrire pur di amare; Ź la sede del “promettere” e del “rimanere fedeli” alle promesse, costi quel che costi; Ź la sede dell’incontro con Dio e della consegna totale di se stessi a Lui. ť il “luogo” – o anche il dinamismo o il flusso – in cui conoscenze, desideri, affetti, paure, speranze di ciascuno… s’incontrano e si confrontano al fine di trovare e fissare quale sia il “nome” corretto da dare ad ogni “cosa” della vita (= l’identitą), cosď da stabilire poi quale debba essere anche il corretto rapporto da stabilire ed intrattenere con ogni “cosa” (= adĺquatio).

Poco conta che la Chiesa, almeno questa volta, non sia arrivata per prima a questa tappa, come ben si coglie nell’affermazione conciliare secondo cui

«gli uomini diventano sempre piĚ consapevoli della dignitą della persona umana e cresce il numero di coloro i quali esigono che gli uomini nell’agire seguano la loro iniziativa e godano di una libertą responsabile, non mossi da coercizione bensď guidati dalla coscienza del dovere. […] Considerando diligentemente queste aspirazioni degli animi e proponendosi di dichiarare quanto siano conformi alla veritą e alla giustizia, questo Concilio vaticano esamina la sacra Tradizione e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi sempre in armonia con quelli antichi».

L’importante Ź il fatto dell’acquisizione di tale consapevolezza.

In questa prospettiva, in cui coscienza e dignitą si corrispondono direttamente, non solo diventa opportuno riesprimere l’indivisibilitą ed irriducibilitą della coscienza (come gią detto per la dignitą) ma, ulteriormente, Ź necessario esplicitare altre caratteristiche proprie della coscienza quali la ponderativitą e la prudenzialitą. La coscienza, infatti, Ź ponderativa e non calcolativa, si muove in via prudenziale ed equitativa, non determinativa e non applicativa.

ť nella coscienza, non di meno, che emerge la persona: “nella” coscienza che non Ź una “cosa”, una “res”, ma un dinamismo, forse, un “modo” addirittura attraverso cui il soggetto interagisce con la realtą personale assieme a quella circostante… come un prisma che scompone o ricompone la luce, come una lente che concentra o proietta i raggi che la attraversano, come l’acqua che scioglie o pone in sospensione le particelle che incontra.

Se questo, perė, Ź il “centro”, il “nucleo” della persona, né diritti (= rights) né Istituzioni potranno essere mai alla sua altezza, al suo livello, non solo per “contenerla” o per “esprimerla” ma tanto meno per “promuoverla” o “tutelarla”.

La persona, in quanto coscienza e dignitą, Ź incontenibile: occorre prenderne atto e cambiare radicalmente il modo d’intendere il suo rapporto col Diritto.

3.4 Una conseguenza problematica, in appendice

Proprio la radicale incontenibilitą ed irriducibilitą della persona (in quanto coscienza e dignitą) al Diritto in quanto opus hominum oppure Lex ha motivato nei secoli il radicarsi di una formula testuale – divenuta in realtą concettuale – di grande problematicitą non socio-culturale ma sostanziale: il “Diritto naturale”. Proprio il Diritto naturale fu infatti utilizzato fin dall’Antichitą greca come grimaldello per impedire che la persona restasse rinchiusa nella gabbia dello Ius o della Lex, vittima dell’imperium/voluntas di qualcuno verso qualcun altro, o molti altri, come ben esprime l’Antigone di Sofocle nel suo rifarsi alle “Leggi eterne degli dei” contro quelle momentanee degli uomini. Una via di fuga, un paracadute, una scialuppa di salvataggio, dunque, affinché la persona e la sua dignitą potessero comunque venire salvate rispetto alle pretese delle Istituzioni e del loro Diritto. Cosď all’origine, e cosď – sostanzialmente – fino alla grande Scolastica.

Non di meno: l’assioma groziano (secondo cui la “natura” Ź quanto permarrebbe etsi Deus non daretur) ha inquinato irreparabilmente la sorgente da cui la Modernitą giuridica occidentale sta ancora attingendo attraverso varie forme di Giusnaturalismo, continuando ad immettere nella dinamica giuridica, ormai esclusivamente socio-politica ed economica, il “Diritto naturale” alla pari degli altri “Diritti-ordinamento” (= Law) e spesso in contrasto coi diritti individualistici (= rights), generando una confusione pressoché totale sia nei singoli che all’interno delle Istituzioni.

Di fatto la concezione assolutamente autoreferenziale e positivistica del Diritto moderno (assolutistico nella prima Modernitą, radical-borghese nell’epoca delle Rivoluzioni, statalistico e demagogico insieme, nella presente contemporaneitą) ha fatto sď che “Diritto naturale” (e sottostante “Legge naturale”), non meno che “Diritto divino”, siano concepiti e trattati come vero Diritto e vera Legge provenienti dalla divinitą …convinti che solo in tal modo si possa resistere alle Leggi provenienti dagli uomini. Ne consegue il gravissimo rischio di ritenerli davvero “Legge” e “Diritto” come gli altri, ponendoli inevitabilmente sullo stesso tavolo delle trattative parlamentari e dei diversi compromessi d’interesse partitico o ideologico, com’Ź, d’altra parte, tutta l’attivitą legislativa occidentale dalla Rivoluzione francese in poi.

Quanto sin qui illustrato, invece, proprio in termini di persona, dignitą e coscienza, rende assolutamente necessario mantenere questi elementi al di fuori di qualunque deriva riduzionistica verso la giuridicitą contemporanea, al fine di continuare a distinguere con forza e luciditą ciė che appartiene alla dignitą umana e ciė che si individua nei diritti (= rights) o nel Diritto (= Law), strappando la protezione e la promozione della persona alla pura attivitą giurisdizionale, legislativa e convenzionale/contrattuale cui oggi Ź ridotta …spesso proprio in sede giurisdizionale: la C.E.D.U. in primis, continuamente chiamata a giudicare sulla “violazione” di “diritti individuali” cosď da “modellare” ormai senza posa il Diritto-ordinamento generale partendo dal guicciardiniano “particulare”.

A questo proposito Ź interessante che GesĚ stesso, interrogato sul ripudio-divorzio (e non sul ripudio-separazione), non abbia citato affatto la “Legge di Dio” (= Diritto divino positivo?) fissata nei Comandamenti – il “non commetterai adulterio”, settimo comandamento di Esodo e Deuteronomio – ma abbia invece ricordato un “fatto” costitutivo: la creazione “operata” da Dio. Il “positum a Domino” Ź costitutivo e non volontaristico! “Crea” la realtą, non la “regolamenta”. Con il proprio intervento creativo e redentivo il Dio biblico “pone ordine” o “riporta ordine”, non: “dą ordini”! L’intervento di Dio nella creazione e nella storia pone “leggi” strutturali: come sono le c.d. leggi di natura e non le leggi (giuridiche) umane. Riguardano l’esse e non l’agere (= Etica), né tanto meno il facere (= Diritto). D’altra parte: se di “natura” si tratta, ci si muove nel campo ontico non in quello de-ontico delle “condotte”.

Nessun dubbio possibile sul fatto che si tratti della “trama” di cui Ź tessuta la realtą ed anche il vivere umano; nessun dubbio pure sul fatto che solo “ordendo” correttamente tale trama l’uomo possa “tessere” la veritą del proprio essere ed esistere… nessun dubbio perė anche sul fatto che “Legge” e “Diritto” siano tutt’altro e che nessuna analogia possa in alcun modo realizzare o giustificare una tale operazione non solo anti-semantica ma anche anti-realistica ed anti-teologica.

4. Conclusioni

Il momento attuale risulta di grande delicatezza per la “sopravvivenza” della dignitą umana non solo dal punto di vista fattuale ma, molto piĚ radicalmente, concettuale. Sopravvivenza della “dignitą” che, come detto, coincide concettualmente con la “persona” stessa, con l’uomo… come ognuno percepisce e pensa se stesso (e chi ama).

La disarticolazione dell’umano funzionale in diritti individualistici (= rights) “stabiliti” in sede convenzionale e “tutelati” in sede giudiziaria a-legislativa, costituisce la maggior minaccia dell’umano reale, la “persona”, mai parzializzabile nella propria dignitą e coscienza.

L’utilizzo “ingenuo” del linguaggio e dello strumentario giuridico per promuovere e tutelare la persona si sta gią manifestando come un vero e proprio boomerang il cui “ritorno” al lanciatore si sta gią realizzando.

Purtroppo Ź da temersi, soprattutto in campo ecclesiale, che non si sia ancora capito che le “parole” sono piĚ “ostinate” dei fatti ed il loro uso inadeguato, rispetto alle concettualizzazioni sottostanti, potrebbe risultare fatale ben prima di quanto ci si aspetti.


in: F. FELICE - G. TAIANI (edd.), Bene comune, dignitą e libertą tra ragioni e regole. A cinquant'anni dalla Dignitatis humanae e nel decennale dalla morte di san Giovanni Paolo II, LUP, Cittą del Vaticano, 2017, 179-217