In una parte della dottrina canonistica dellÕultimo mezzo secolo che sta diventando sempre pi� significativa (per quanto ancora minoritaria, almeno per i numeri) si � tentato a pi� riprese di mettere in risalto lÕorientamento ÒpersonalisticoÓ che dal Concilio Vaticano II sarebbe transitato ai Codici canonici vigenti. Sebbene possa apparire una sollecitazione indeterminata ed ancora generica, in realtˆ un approccio non strettamente esegetico ai Codici (insieme a molti elementi dottrinali emersi in fase di loro redazione) permette di far risaltare i veri fondamenti di tale lettura, potendo giungere a radicarne la consistenza a livello propriamente ÒcostituzionaleÓ.
é questa una riflessione alla quale non ci si pu˜ sottrarre pi� oltre, trascorsi ormai 50 anni dalla fine del Concilio.
1. Una questione di Diritto costituzionale
Ragionare in termini di Diritto costituzionale comporta per sua stessa natura lÕassunzione di consapevolezze molto diverse dal mero riferirsi al ÒDirittoÓ in genere (= quello positivo/codificato), secondo la maggior attitudine della gran parte dei giuristi. é cos“ negli attuali Ordinamenti costituzionali, ma � cos“ anche in ambito canonico.
La riflessione (soprattutto europea) sviluppatasi in ambito costituzionalistico sia nellÕimmediato dopo-guerra che a seguito della c.d. caduta dei regimi socialisti dellÕEst europeo risulta oggi molto proficua ed ormai irrinunciabile in materia anche per la Canonistica. E proprio da queste basi in qualche misura socio-culturali (anzichŽ da quelle teoretico-strutturali filo-ottocentesche spesso adottate in campo canonistico lungo il Novecento) si prenderanno le mosse in questa sede, lasciando del tutto escluse di principio (poichŽ non condivise da chi scrive) le questioni agitate nel ventennio della revisione codiciale circa la necessitˆ/possibilitˆ di redigere una vera e propria ÒCostituzioneÓ per la Chiesa cattolica.
1.1 In generale
Solo pochi cenni generali per introdurre la problematica costituzionale in chiave espressamente canonistica.
a) La prima consapevolezza da assumere
in termini ÒcostituzionalisticiÓ non riguarda [a] la natura tecnica delle Carte costituzionali in sŽ
e per sŽ, o la maggiore o minore rigiditˆ dei loro testi o altre loro peculiari
caratteristiche quanto, invece, [b] la loro interazione
strutturale col resto dellÕOrdinamento di cui le Costituzioni stesse
– di qualunque natura siano – sono parte dinamica ed evolutiva, non solo statica e fondativa.
1.2 La ricaduta in ambito canonico
Senza voler nŽ poter affrontare in questa sede tematiche inerenti lÕidentitˆ e le qualitˆ intrinseche dei diversi Organismi ÒcostituentiÓ conosciuti anche solo nellÕEuropa del secolo scorso, basti indicare a livello canonico la portata del Concilio ecumenico (cfr. Cann. 337-341) quale suprema Autoritˆ generale della Chiesa cattolica, non solo in ambito strettamente Òlegale/legislativoÓ ma – molto maggiormente – proprio a quel livello culturale/dogmatico che attiene pi� direttamente alla sostanzialitˆ dellÕambito costituzionale. Da circa quindici secoli, infatti, � il Concilio ecumenico che struttura ed indirizza la vita ecclesiale attraverso unÕeffettiva portata costituzionale (nel significato attuale del termine) delle proprie decisioni sia dogmatiche (= ortodossia) che disciplinari (= ortoprassi), ben al di lˆ della loro rigida classificazione formale, senza poter lasciare spazio alcuno ad una indebita contrapposizione tra: dogmatico e giuridico Éo, addirittura, soltanto ÒpastoraleÓ. Nella Chiesa vale invece il contrario: il dogmatico � giuridico – sempre –, sebbene da distinguersi poi sostanzialmente in costituzionale (= i contenuti) e disciplinare (= le modalitˆ attuative).
Tanto basti per affermare lÕeffettiva portata espressamente giuridico-costituzionale del Concilio Vaticano II nei confronti dellÕOrdinamento ecclesiale cattolico, anche dal punto di vista strettamente tecnico-giuridico.
Un esempio ed una applicazione in merito chiariranno ed amplieranno la prospettiva.
1.2.1 Un esempio costituzionale concreto
Il Decreto conciliare ÒPresbiterorum OrdinisÓ al n. 20 ha stabilito lÕabolizione del c.d. sistema beneficiale che da oltre mille anni provvedeva al sostentamento dei chierici ed aveva di fatto configurato la maggior parte delle dinamiche (prima) e strutture (poi) della Gerarchia dellÕintera Chiesa cattolica in Europa, oltre che di una parte significativa del ministero ordinato.
Sebbene nella normale vita parrocchiale degli ultimi trentÕanni quasi nessuno si sia accorto di nulla, a parte un diverso comportamento – di una (sola) parte – del clero rispetto allÕamministrazione dei beni ÒparrocchialiÓ, in realtˆ la mutazione ordinamentale che ne � derivata ha avuto una portata molto pi� ampia di quanto percepibile ai pi�, avendo comportato un vero e proprio stravolgimento di tutta la vita dei chierici, oltre che di Parrocchie e Diocesi.
La questione � di tutta evidenza nel raffronto tra i Codici latini del 1917 e del 1983 nel quale sono caduti tutti i Canoni sui ÒBeneficiÓ (Cann. 1409-1488 CIC-17). In questo caso il Concilio (= la ÒCostituzione come culturaÓ) ha mutato in modo evidente lÕOrdinamento canonico positivo cancellando vari Istituti giuridici ultramillenari. Una tale lettura semplicisticamente normativa delle cose risulta, tuttavia, assolutamente ingenua poichŽ non rende affatto ragione dellÕampiezza e radicalitˆ del mutamento ordinamentale realmente intervenuto. Per quanto, infatti, i Cann. 145 del CIC-17 e 145 del CIC-83 risultino sostanzialmente identici nel definire lÕUfficio ecclesiastico e nonostante il rimando – apparentemente poco pi� che incidentale – del Can. 146 pio-benedettino ai Canoni dello stesso Codice in materia di Benefici ecclesiastici, lÕattuale nozione ÒordinamentaleÓ (o giuridica generale o dogmatica, che dir si voglia) di ÒUfficio ecclesiasticoÓ risulta ormai irriducibile alla precedente. Tanto pi� che la correlata nozione di Incardinazione (cfr. Can. 265) anzichŽ ÒTitulus OrdinationisÓ (cfr. Cann. 117; 979; 982; 1485 CIC-17) esclude ormai definitivamente ogni e qualsiasi elemento ÒbeneficialeÓ dallÕidentitˆ stessa del clero e non solo degli Uffici ecclesiastici ad esso destinati.
Non solo: anche la figura ed il ruolo del Vescovo diocesano sono radicalmente mutati proprio in conseguenza della stessa decisione di PO 20: il Vescovo oggi non � pi� il dispensatore al clero dei Benefici soggetti alla sua giurisdizione territoriale (Parrocchie in primis) spesso con mere funzioni di ÒarbitroÓ, come in vigenza della Costituzione ÒCum IlludÓ di Benedetto XIV che istituiva i c.d. Concorsi parrocchiali. In effetti: Concorsi, Giuspatronati, ÒUnioni pleno IureÓ, Cappellanie laicali ed altri Istituti giuridici beneficiali per lunghi secoli avevano fatto del Vescovo diocesano poco pi� di un Giudice di gara e Notaio di designazioni effettuate da altri, secondo la logica e le dinamiche del c.d. Conferimento necessario (cfr. Can. 158-183). Oggi, al contrario, la quasi totalitˆ degli Uffici ecclesiastici diocesani � conferita dal Vescovo in modo ÒliberoÓ (cfr. Can. 157) in ragione delle esigenze della cura pastoralis dei fedeli e non dellÕassegnazione, spesso in perpetuum, di meri BeneficiaÉ per quanto Òpropter Officia (cum cura)Ó (sic!).
Non va trascurato neppure come lÕabolizione tout-court del sistema beneficiale abbia anche creato le premesse per far s“ che la maggior parte del patrimonio economico ecclesiale passasse dalle mani ÒprivateÓ (che cos“ era di fatto nel contesto beneficiale) a quelle ÒpubblicheÓ, imponendo la creazione dei Consigli per gli Affari Economici, tanto diocesani che parrocchiali (cfr. Cann. 492; 537) affinchŽ nessuno amministri pi� Òda soloÓ (e come sostanziali Òbona privataÓ) ci˜ che appartiene alla Chiesa come tale (cfr. Can. 1257). La mutazione ordinamentale concomitante ha portato anche alla trasformazione di molte precedenti Òperson¾ moralesÓ in Òperson¾ iuridic¾ public¾Ó, vere proprietarie di tali beni economico-patrimoniali (cfr. Can. 1279).
Tanto basta per vedere incontrovertibilmente allÕopera la portata ÒcostituzionaleÓ in senso tecnico-giuridico del Concilio Vaticano II.
1.2.2 UnÕapplicazione costituzionale specifica
Quanto sin qui illustrato senza palesi problemi in campo teoretico circa le dinamiche e le conseguenti ricadute costituzionalistiche del Vaticano II in tema di beni ecclesiastici, chierici, Uffici ecclesiastici, ministero episcopale, persone giuridiche, pu˜ ora venire applicato – pari ratione – ad un altro ambito della vita ecclesiale, questa volta non esente da evidentissime resistenze.
é questa lÕapplicazione di merito che, secondo i medesimi princ“pi di Diritto costituzionale, permette – finalmente – di ÒdimostrareÓ, molto pi� che ÒgiustificareÓ soltanto, non solo la presenza ma anche la portata e le ricadute del Òpersonalismo conciliareÓ allÕinterno dellÕOrdinamento giuridico canonico post-conciliare.
Il primo passo da compiere per conseguire tale finalitˆ consiste nel mettere a fuoco quale sia il ÒprincipioÓ costituzionale fissato dal Concilio dal quale sia derivabile (non necessariamente per deduzione formale!) un vero e proprio ÒpersonalismoÓ allÕinterno dellÕOrdinamento giuridico canonico. Gli elementi cui riferirsi sono fondamentalmente due, apparentemente molto distanti ed irrelati ma concretamente concomitanti a livello giuridico applicativo: 1) il rapporto della Chiesa col mondo e 2) il ruolo della coscienza e della dignitˆ della persona. Due vere e proprie ÒconquisteÓ dogmatiche – e quindi costituzionali – che hanno radicalmente mutato lÕOrdinamento canonico come tale.
a) La Costituzione ÒGaudium et SpesÓ sulla ÒChiesa nel mondo
di questo tempoÓ inaugura un cammino
teologico completamente nuovo rispetto allÕEpoca moderna con le sue principali
conseguenze: Riforma protestante, secolarizzazione, modernismo. In modo
inequivocabile il Concilio – quindi il sommo Magistero come
tale – afferma la rilevanza
del ÒtempoÓ in ordine alla missione ecclesiale!
Sarebbe stata soltanto la costante,
determinata e crescente posizione di coloro i quali Òin questa nostra etˆÓ
Çesigono che gli uomini nellÕagire seguano la loro iniziativa e godano di una
libertˆ responsabile, non mossi da coercizione bens“ guidati dalla coscienza
del dovereÈ (DH, n. 1), nellÕultimo
secolo soprattutto, a far comprendere – o forse solo
ÒammettereÓ – ai Padri conciliari il valore irrinunciabile di quanto
fissato nel primo capoverso del ProÏmio della stessa Dichiarazione e divenuto
anche il suo titolo: la humana dignitas.
Dopo quanto sin qui sommariamente illustrato, � ora possibile introdursi pi� direttamente allÕinterno dellÕOrdinamento giuridico canonico cos“ come oggi strutturato (cfr. i Codici) e vigente per verificare (ed esplicitare) lÕeffettiva ricaduta personalista provocata dalla revisione costituzionale del Concilio Vaticano II.
2. Il salto costituzionale canonico
2.1 Un nuovo ÒoggettoÓ per il Diritto canonico
A chi guardi lÕattuale Diritto canonico partendo da una seppur minimale consapevolezza storica non pu˜ sfuggire almeno la sensazione che esso abbia sub“to, seppure in modo molto inconsapevole ed indiretto, un grande cambiamento a seguito del Concilio Vaticano II. Un cambiamento del suo stesso ÒoggettoÓ principale di regolamentazione, non pi� individuato nelle Òcose sacre nel mondoÓ ma nei Òdiscepoli di Cristo nella vita ecclesialeÓ: non pi� ÒIus de (rebus) divinis in mundoÓ ma ÒIus de Christifidelibus in EcclesiaÓ. Ci˜, non di meno, controbilancia la tendenza affermatasi nellÕultimo millennio (prima dal punto di vista linguistico-espressivo e poi consolidatasi da quello concettuale) dÕindividuare la Legge principalmente in ragione della sua ÒmateriaÓ, secondo il portato di Stefano di Tournay e di Francisco Su‡rez. Per il primo, infatti, il Diritto canonico sarebbe ÒdivinoÓ poichŽ si occupa di Òres divin¾Ó; per il secondo una Legge si pu˜ chiamare ÒumanaÓ (oppure, ugualmente, ÒdivinaÓ) non in ragione del suo ÒautoreÓ ma delle ÒresÓ che regolamenta. Quanto tale prassi abbia invaso e distorto il vocabolario cattolico post-tridentino rimane evidente in molta nomenclatura giunta fino al Vaticano II; � possibile, dÕaltra parte, osservare come solo con ÒPastor BonusÓ le Congregazioni romane, i Dicasteri e Tribunali abbiano smesso di essere chiamate ÒsacreÓ (ovviamente: ratione materi¾).
Un semplice sguardo alla struttura del Codice latino permette di rendersi conto con chiarezza di quanto affermato.
Il libro II del CIC-17 iniziava col ÒDe Culto divinoÓ; il Libro IV del CIC-83 si chiama ÒDe Ecclesiae munere sanctificandiÓ; in tal modo risalta un radicale cambio di soggetti ed oggetti nellÕinquadramento (e concezione) delle Norme che continuano a riguardare le stesse realtˆ: Sacramenti prima di tutto. Non si tratta pi� del Culto da rendere a Dio attraverso i Sacramenti, ma della santificazione degli uomini, da operarsi attraverso gli stessi Sacramenti. I Sacramenti non sono pi� Òatti di CultoÓ rivolti alla divinitˆ ma Òazioni di santificazioneÓ rivolte alle persone che, attraverso di essi, santificano sempre pi� la loro vita rendendo in tal modo un Culto autentico a Dio (il ÒCulto spiritualeÓ di Rm 12,1), sul modello di Cristo stesso.
Una vera rivoluzione copernicana che spinge a guardare la realtˆ giuridica ecclesiale da un altro punto di vista, assolutamente nuovo rispetto allÕultimo millennio, mentre lo stesso non pu˜ dirsi rispetto ai primissimi secoli cristiani coi quali si sono ormai riannodati i fili interrotti con lÕaffermarsi del pensiero germanico, sia ÒteoreticoÓ (sic) che giuridico.
Dalle ÒresÓ alle Òperson¾Ó dunque; cosicchŽ, per quanto formalmente non esista pi� nel CIC attuale un ÒLiber de personisÓ (che comunque non riguardava in realtˆ i fedeli come tali!), oggi sono davvero le ÒpersoneÓ che vengono poste al centro dellÕattenzione ed impegno giuridico ecclesiale: le persone dei fedeli alle quali tutto � finalizzato nella vita ed attivitˆ della Comunitˆ cristiana.
Di fatto, e di conseguenza, la Chiesa conciliare non si coglie pi� come la ÒgiunzioneÓ della terra al cielo (una sorta di Òscala di GiacobbeÓ – cfr. Gn 28,12), cos“ da risultare la custode – unica (!) – di tutto quanto esiste di autenticamente divino (= le res sacr¾) non solo nella storia ma anche in sŽ e per sŽ (= ontologicamente), come ben dimostrano le linee interpretative culminate nel Syllabo, nella ®terni Patris e nel c.d. antimodernismo promosso da Pio X, allÕinterno di una percezione e concezione ecclesiale prettamente metafisica anzichŽ teologica. Le questioni sul rapporto tra veritˆ (in senso forte) e Chiesa espresse in tale contesto cinquantennale sono eloquenti in merito. Lo stesso CIC-17 lo evidenziava con chiarezza nella sua pretesa di riguardare di principio tutti i battezzati (cfr. Cann. 1 e 12, nel congiunto disposto) e di non ammettere altra lettura della realtˆ (e non della Politica soltanto) che quella ÒintransigenteÓ la quale non riconosceva altro ÒsoggettoÓ legittimamente ed originariamente attivo nella realtˆ creata, al di fuori della Chiesa cattolica romana (latina).
La Chiesa del Vaticano II si � presentata invece come il Òpopolo redentoÓ che dalla terra � incamminato verso il cielo: la patria eterna, allÕinterno di una prospettiva missionaria ed inclusiva anzichŽ contrappositoria ed escludente, comÕerano state quella della Controriforma e dellÕantimodernismo.
La ricaduta di tale maggior consapevolezza, che – finalmente – sa distinguere tra Teologia e Metafisica (ma pi� radicalmente tra Rivelazione ed Ontologia), va ben oltre il superamento della Òsocietas (necessaria) iuridice perfectaÓ a favore del ÒPopolo di DioÓ. Essa infatti coinvolge direttamente, ed in modo per alcuni versi drammatico, lÕutilizzo e la sottostante concezione degli stessi ÒbeniÓ affidati da Cristo alla sua Chiesa: Parola di Dio e Sacramenti, che costituiscono le vere ÒresÓ nativamente – ed esclusivamente – ecclesiali (cfr. Can. 213).
In tal modo la funzione della Chiesa allÕinterno del tempo/storia � mutata radicalmente, spostandosi da Ògarante unicaÓ della realtˆ come tale (specialmente nelle sue componenti divine), secondo una prospettiva onto-metafisica oggettivistica, ad Òannunciatrice del Vangelo di salvezzaÓ ad ogni uomo, popolo e nazione... secondo il suo stesso mandato costitutivo da parte di Cristo (cfr. Mt 28,19).
2.2 Un cambio radicale di (sola) prospettiva
La conseguenza pi� immediata di questo profondissimo cambio ordinamentale riguarda i Sacramenti, non pi� compresi e gestiti in sŽ e per sŽ come la punta emergente del sacro nel mondo, ma come veri Òstrumenti di comunicazione e trasmissione della Grazia salvificaÓ ai fedeli che li celebrano (e non li ÒricevonoÓ soltantoÉ come le ÒcoseÓ) per la propria salvezza e santificazione. Non pi�, quindi, la gestione delle soglie di accesso al Òsacro/divinoÓ imposte agli uomini, ma lÕutilizzo efficace dei Sacramenti stessi da parte dei fedeli alla cui santificazione sono intrinsecamente finalizzati. La Chiesa dÕaltra parte, come ha sottolineato con forza Papa Francesco, Çnon � una dogana, � la casa paterna dove cÕ� posto per ciascuno con la sua vita faticosaÈ.
Un cambio radicale: senza dubbio, soprattutto dal punto di vista operativo (quello di cui si occupa espressamente il Diritto); un cambio, per˜, soltanto di prospettiva! Come nella differenza tra una farmacia ed un ospedale, tra una biblioteca ed una scuolaÉ tra unÕorchestra ed un concerto: le ÒcoseÓ importanti, in fondo, sono le stesse ma cambia lÕapproccio. Un ospedale senza medicine, una scuola senza libri, un concerto senza strumenti, non sono possibili o, comunque, non hanno il proprio senso; allo stesso modo che medicine, libri e strumenti musicali, chiusi sotto chiave in un bunker irraggiungibile a chiunque. Ci˜ che cambia non sono le ÒcoseÓ in sŽ e per sŽ (= lÕaspetto ÒoggettivoÓ) ma solo il punto di vista da cui le si considera (= lÕaspetto ÒfunzionaleÓ).
Fuor di metafora, occorre riconoscere che: quando i Sacramenti sono (stati) approcciati ontologicamente, come res divin¾ che esistono ex opere operato per il mero concorso di materia, forma e ministro, che hanno (una qualche) efficacia propria, salvo lÕintervento intenzionale di un ostacolo contrario (= lÕobex), ci˜ che ne risulta � – e rimane – tutto corretto e vero (dal punto di vista ontologico-dogmatico). Non di meno: quando gli stessi Sacramenti vengono approcciati pastoralmente, come strumenti attraverso cui la Grazia divina raggiunge la vita dei discepoli di Cristo per dare sostegno al percorso di adeguamento esistenziale al divin Maestro (= la santificazione, o la tanto invocata salus animarum), ci˜ che ne risulta non � meno corretto e vero (dal punto di vista esistenziale-pastorale).
2.3 Conseguenze canoniche pratiche
Un Codice di Diritto canonico che gestisca (a moÕ di ÒCodice doganaleÓ, per dirla con Papa Francesco) gli strumenti per la Òsalvezza (eterna) delle animeÓ oppure quelli per la Òcura pastorale (terrena)Ó dei Christifideles trattano senza dubbio delle stesse ÒresÓ: Parola e Sacramenti – come li indica complessivamente il Can. 213 – ma in prospettive assolutamente diverse. Che, infatti, la meta, lÕobiettivo ecclesiale, sia evitare lÕinferno alle anime, o guidare le persone al paradiso, pur utilizzando gli stessi strumenti, cambia radicalmente le ÒattivitˆÓ da porre in essere e le loro modalitˆ di esecuzione, quindi: il Diritto canonico. Non di meno varrebbe la pena chiedersi anche se Òevitare lÕinfernoÓ e Òvivere cristianamenteÓ siano ÒrealtˆÓ effettivamente paragonabili ed equivalentiÉ questa, per˜, non � materia espressamente canonistica!
Chiave di volta della nuova situazione canonica � la c.d. pastoralitˆ del Concilio Vaticano II, il fatto cio� che tale punto fermo della vita ecclesiale non si sia indirizzato principalmente verso la stabilitˆ del dogma (comunque rivisitato e riespresso in modo significativo attraverso lÕuso di categorie e concetti non ÒscolasticiÓ), ma verso una maggiore effettivitˆ e veritˆ della vita cristiana soprattutto in chiave missionaria ed apostolica. é questo un elemento che non pu˜ essere ignorato, nŽ troppo facilmente ridimensionato: il Vaticano II, a differenza dellÕincompiuto Vaticano I e del precedente Concilio di Trento, non aveva lÕintento di ÒfissareÓ (polemicamente ed apologeticamente) elementi dottrinali di carattere dogmatico (= primato petrino, settenario sacramentale, canone biblico, ecc.) quanto, invece, di Òdire in modo nuovoÓ – e finalmente comprensibile – la fede cristiana di sempre, affinchŽ la sua condivisione possa davvero realizzare la salvezza che promette. Lo affermava chiaramente Giovanni XXIII nel discorso inaugurale del Concilio: Çuna cosa � la sostanza [É] e unÕaltra la maniera di formulare la sua espressioneÈ. E cos“ lo ripropone oggi Francesco affermando inoltre che
Çla Chiesa pu˜ anche giungere a riconoscere Consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia [É]. Possono essere belle, per˜ ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederleÈ.
Ci˜, per˜, ripropone in chiave normativa ordinamentale quanto giˆ posto in luce pi� sopra in chiave costituzionale.
LÕattenzione conciliare non al solo dogma immutabile ed ai contenuti della Òdottrina cattolicaÓ nella propria oggettivitˆ (quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum estÈ), ma anche alla complessitˆ della vita da discepoli di Cristo e del suo Vangelo, ha messo in risalto due elementi quasi mai emersi lungo i secoli precedenti a livello ÒcostituzionaleÓ della Chiesa: la coscienza (personale) e la storicitˆ (umana).
Dignitatis Human¾ e Gaudium et Spes sono allo stesso tempo: 1) il punto dÕarrivo di nuove consapevolezze (ben oltre la crisi modernista e le sue smodate reazioni) e 2) il nuovo punto di partenza per le inevitabili ricadute dellÕentrata nel tempo della Òvita da cristianiÓ. Una vera rivoluzione copernicana che sostituisce il precedente Òassorbimento della vita umana nellÕeternitˆÓ (= lo Ius de [rebus] divinis in mundo) con la Òentrata dellÕeternitˆ nella vita dei cristianiÓ (= lo Ius de Christifidelibus in Ecclesia)! In tal modo lÕuomo non � pi� un ÒenteÓ (v. infra) da ricondurre – nella propria sostanza (= lÕanima) – allÕeternitˆ dellÕÒessereÓ (fatto coincidere con Dio), ma il destinatario eletto ed amato dellÕintervento salvifico di Dio nella storia umana (= Incarnazione) ed attraverso di essa.
In questo modo, a partire dal Vaticano II, Òpersona in EcclesiaÓ ed ÒEcclesia in mundoÓ diventano due nuovi princ“pi costituzionali che vanno ad arricchire – dogmaticamente! – la ÒCostituzione ecclesialeÓ pre-esistente, inducendo inevitabili ricadute sullÕOrdinamento giuridico canonico come tale, ben prima che su singole e specifiche Norme giuridiche; per quanto anche un certo numero di singole Norme sia mutato a partire dal Vaticano II (v. supra).
In modo particolare e specifico: col Vaticano II persona e storia riacquistano la originarietˆ giˆ posseduta nellÕorizzonte biblico e patristico, superando – per quanto non chiudendo(!) – lÕinterminabile parentesi scolastica che allÕÒessereÓ soltanto aveva dedicato la propria attenzioneÉ anche in campo teologico. Non di meno: persona e storia sono concetti/categorie espressamente biblici e cristianiÉ quelli, tra lÕaltro, meno compatibili con qualunque forma di idealismo (antico e moderno), non meno che di essenzialismo (antico e scolastico).
La ricaduta di tale cambio prospettico sul Diritto canonico � amplissima e radicale poichŽ costringe a spostare il punto di vista (= obiectum formale quo) dalle res divin¾ a quelle human¾, dalle cÏlestia alle terren¾É senza che, per altro, nulla cambi nella realtˆ concreta del Diritto canonico stesso: il suo obiectum formale quod. Come se, stando sul balcone di casa, anzichŽ appoggiarsi coi gomiti al parapetto per guardare il mondo circostante, ci si appoggiasse ad esso di schiena per guardare in casa dallÕesterno: una semplice rotazioneÉ che pone per˜ una differente realtˆ davanti a sŽ. Nessuna novitˆ e nessuna rottura: semplicemente un altro punto di vista! Non meno reale per il solo fatto di essere pi� prossimo. Guardare, per˜, Òil mondoÓ come tale nella sua assoluta ed imperturbabile terzietˆ oppure Òcasa propriaÓ nella sua condizionatissima e mutevole soggettivitˆ (cio� in prima persona) porta con sŽ differenze di cui non si pu˜ rimanere nŽ inconsapevoli nŽ incuranti. Se, infatti, stando sullo stesso balcone, lo stadio di calcio allÕorizzonte non pu˜ essere spostato per veder meglio la collina retrostanteÉ il portaombrelli nellÕangolo del salotto potrebbe invece essere spostato nel corridoio, pi� vicino alla porta dÕingressoÉ e, pertanto, in posizione pi� utile (poichŽ corrispondente alla sua natura/funzione). Si tratta, in fondo, di quel Òcambio di orizzonteÓ – inutilmente – sollecitato giˆ oltre quarantÕanni fa da L. …rsy.
3. Quale prospettiva per il Diritto canonico?
Si giunge cos“ al punto cruciale di queste considerazioni sul personalismo conciliare e canonico, ormai consapevoli della collocazione e portata normativo-costituzionale del tema. La nuova acquisizione tuttavia non trova ancora, nella recente Canonistica, un supporto dottrinale alla propria altezza, potendosi interfacciare soltanto con due sostanziali indirizzi di pensiero in questÕambito: 1) lÕapproccio antropo-teologico, sviluppatosi presso la Pontificia Universitˆ Gregoriana, e 2) quello istituzional-personalista, attualmente in crescita presso la Pontificia Universitˆ Lateranense.
3.1 LÕapproccio antropo-teologico
Fu Gianfranco Ghirlanda che sollev˜ per primo la questione antropologica nella Canonistica del post-Concilio, tentando di ÒcompensareÓ le concettualitˆ di base mutuate dalla dottrina dÕispirazione bavarese: Parola e sacramento (cfr. K. Mšrsdorf), communio (cfr. E. Corecco). Del pensiero di Mšrsdorf egli afferm˜: Çgli sfugge la connessione tra Antropologia ed EcclesiologiaÈ; allo stesso modo per Rouco Varela, cui Çsfuggono le implicazioni antropologiche dellÕIncarnazioneÈ; a Corecco contest˜ la difficoltˆ di fondo secondo cui ÇlÕuomo, in quanto creatura, artefice insieme a Dio del mondo, sembra scomparireÈ; anche in Sobanski riscontr˜ il punto debole della Çmancanza di una penetrazione antropologica della realtˆ del Diritto, come esperienza umana, fondata teologicamente, che entra nella vita della ChiesaÈ.
Secondo il canonista gesuita, infatti, il Diritto canonico non pu˜ trascurare la questione antropologica che, anzi, nel suo schema di comprensione e proposta, viene addirittura prima di quella ecclesiologica.
Il riferimento totalizzante allÕÒuomo creato e redento in CristoÓ proposto dallÕautore non riesce, tuttavia, ad essere effettivamente utile allÕillustrazione del rapporto reale tra Diritto canonico ed Antropologia; due importanti carenze, infatti, lo contrassegnano: 1) il concetto stesso di Antropologia utilizzato, 2) il rapporto tra tale Antropologia ed il Diritto canonico.
a) Prima di tutto si tratta di
unÕAntropologia Òdi principioÓ essenzialmente rivolta a derivare da qualche
dato – anche genericamente – biblico alcune
caratteristiche ÒontologicheÓ per delineare lÕumano in sŽ e per sŽ allÕinterno di un pi� ampio sistema metafisico che vede la singola persona
come Çla particolarizzazione storica della natura umanaÈ – al punto
di essere un mero Òente uomoÓ – cosicchŽ: Çla persona umana viene
storicamente espressa per mezzo del Diritto positivoÈ.
ÇlÕattivitˆ giuridica � talmente inerente allÕuomo che unÕAntropologia teologica non pu˜ prescindere dalla considerazione di essa, per spiegare lÕuomo nella sua dimensione sociale. La dimensione giuridica della Chiesa � parte costitutiva di essa in modo che senza la considerazione di tale dimensione la stessa ecclesiologia rimarrebbe carenteÈ.
ÇLo studio del Diritto canonico si presenta utile per una pi� profonda conoscenza dellÕuomo salvato in Cristo e della Chiesa. Il Diritto ecclesiale da una parte ha la sua radice nellÕuomo creato e redento per essere in comunione con Dio e con gli altri; dallÕaltra � nella Chiesa in funzione dellÕedificazione della comunione ecclesiale, manifestazione visibile della comunione con il Dio Uno e TrinoÈ.
Nella stessa prospettiva si � mosso – seppure in modo rapsodico – Velasio de Paolis (a lungo docente presso la stessa Facoltˆ) anchÕegli convinto che, siccome ÇlÕesperienza del Diritto fa parte dellÕesperienza umanaÈ, Çuna errata interpretazione dellÕuomo e della realtˆ che lo circonda non pu˜ non comportare anche unÕerrata interpretazione dellÕesperienza giuridicaÈ. Di qui il necessario radicamento dellÕAntropologia nella Teologia e la necessitˆ di leggere e studiare il fenomeno giuridico generale da un punto di vista ÒteologicoÓ: alla luce, cio�, della Rivelazione cristiana. Sarˆ proprio questa a fornire la giusta interpretazione ÇdellÕuomo da una parte e della societˆ umana dallÕaltra e della ChiesaÈ. Il presupposto vale anche per lo stesso Diritto canonico poichŽ
Çnella riflessione teologica su questo particolare tipo di esperienza non si pu˜ prescindere dal dato dellÕesperienza giuridica umana in genere, in quanto lÕesperienza giuridica della Chiesa appartiene alla stessa Chiesa in quanto � organizzata in societˆ visibile, che vive e adempie Òin modo umanoÓ la sua missione, nelle coordinate storiche spazio e tempo, nelle quali avvengono le relazioni giuridiche tra le persone e, per la Chiesa, tra i fedeliÈ.
3.2 LÕapproccio istituzional-personalistico
LÕacquisizione conciliare derivante dalla combinazione del principio ÒcoscienzaÓ (di DH) col fattore temporale/storico (di GS), che riconosce Òquesto mondo, oggiÓ come la sede naturale (per quanto non definitiva) della Chiesa e della sua attivitˆ di salvezza non pu˜ limitarsi a rimanere antropologica Òdi principioÓ (metafisico prima che teologico) ma deve diventare espressamente intrastorica ed individuale. Solo, infatti, se ciascuno Ò�Ó persona-soggetto in quanto ÒioÓ irriducibile ed originario e non espressione/funzione di qualche altra realtˆ (ÒessereÓ filosofico compreso!) – come risultano di fatto i vari Òantropoi/hominesÓ – ci si muove nella corretta linea dogmatica cattolica espressamente riconfermata e riproposta dal Vaticano II. Questo – e solo questo! – dÕaltra parte, � quanto deriva direttamente ed originariamente dalla Rivelazione biblica (tanto vetero che neo testamentaria) a questo proposito: persona, imago Dei; senza che lÕattenzione al Ònon-universaleÓ comporti necessariamente derive immanentistiche. Un tale punto di ri-partenza impone, per˜, che se ne traggano conseguenze adeguate.
a) La prima, e probabilmente pi�
importante, � quella che riguarda non tanto il ruolo ma la ÒqualitˆÓ del personalismo nel Diritto canonico
postconciliare. Non basta, infatti, affermare che oggi il Diritto canonico deve
riferirsi in modo pi� marcato e coerente alla persona, per rispondere alla sua
nuova configurazione ed identitˆ. Dire ÒpersonaÓ nella Chiesa – e
per il Diritto della Chiesa – significa e comporta esplicitare e
considerare precisi elementi e fattori che ÒdescrivonoÓ ciascuno in modo
individuale e specifico, poichŽ proprio di essi il Diritto dovrˆ occuparsi, per
quanto indirettamente: questo attore,
questo convenuto.
Deve trattarsi, pertanto, di un approccio che guarda in modo speciale alla biografia dei singoli (anzichŽ alla loro Òessenza/naturaÓ), non tanto in termini di cronistoria ma di Òvicenda personaleÓ: quella vicenda personale che fa di ciascuno una realtˆ assolutamente unica ed irriducibile, alla quale non si pu˜ che dare sincero ascolto per coglierne lÕidentitˆ pi� autentica. Un tale personalismo diventa cos“, per il canonista, non una ÒTeoria dottrinaleÓ ma una sensibilitˆ ed attitudine espressamente metodologica: un modo per leggere le vicende personali primÕancora che per ÒvalutarleÓ.
In questÕalveo si sta muovendo nellÕultimo decennio la ricerca e la proposta dellÕInstitutum Utriusque Iuris della Pontificia Universitˆ Lateranense, sia attraverso le ÒGiornate canonistiche interdisciplinariÓ, che la Rivista ÒApollinarisÓ che le ricerche dottorali.
4. Considerazioni finali
Il percorso sul personalismo conciliare e canonico in chiave costituzionale offerto in queste note non pare potersi ampliare (anche per motivi di spazio) in modo ulteriore. Bastino ora due elementi per indicare qualche linea di sviluppo a chi voglia dar seguito alla riflessione: una cautela e un indirizzo.
a) Cautelativamente va segnalata al
canonista lÕinsufficienza di evocare un generico riferimento personalistico (o antropologico, che dir si voglia) anche solo in ambito
ÒscientificoÓ: Psichiatria, Psicologie, Neuroscienze. A questo livello infatti,
al di lˆ di ogni pretesa ÒneutralitˆÓ scientifica, si deve porre specifica
attenzione per non cadere vittime di letture o concezioni della persona e delle
sue dinamiche interne (soprattutto vocazionali) che risultino riduzionistiche
rispetto alla visione specificamente ÒcattolicaÓ dellÕuomo. Il rimando,
infatti, alle Scienze della psiche
apre in modo esplicito lÕambito dei paradigmi interpretativi di riferimento,
soprattutto in relazione al modello antropologico inevitabilmente sotteso. Un
approccio meramente fisiologico,
infatti, oppure statistico, oppure psicodinamico, o tridimensionale pre-suppongono una specifica lettura e concezione
non solo del Òcomportarsi umanoÓ come tale ma, ben pi� radicalmente, dello
stesso ÒessereÓ personale.