Bilancio canonistico della Undicesima Giornata canonistica interdisciplinare


Sommario: 1. Diritto e significati esistenziali. 2. Diritto, persone, accoglienza. 3. Persone, accoglienza e riforme nella Chiesa.

La riflessione sviluppata in occasione dell’Undicesima Giornata canonistica interdisciplinare ha assunto le caratteristiche tipiche piĚ di un giro d’orizzonte che non di un vero e proprio percorso: un giro d’orizzonte tematico che, ancora una volta, contribuisce alla miglior presa di coscienza di che cosa “sia” – e debba essere – il Diritto (= Law/Rule), soprattutto in un tempo – com’Ź quello attuale – in cui sono invece i diritti (= rigths) e piĚ ancora gli interessi a dominare la percezione giuridica del mondo occidentale. In tal modo si ampliano proficuamente sia la explicatio terminorum che le concettualizzazioni di base cui le Giornate canonistiche interdisciplinari indirizzano la propria peculiare finalitą.

La non conclusivitą di queste note rispetto al tema trattato, insieme al loro offrirsi come sostanziale raccolta di sollecitazioni per continuare l’approfondimento (soprattutto concettuale) delle problematiche variamente emerse, permette cosď di offrire – come ormai di consueto – qualche ulteriore riflessione, forse piĚ indotta che non prodotta dagli apporti delle relazioni presentate nella giornata di studio come tale.

1. Diritto e significati esistenziali

1.1 Diritto, funzionalitą e significati

Un approccio proficuo al tema del Diritto come peculiare forma e modalitą di accoglienza delle persone potrebbe derivare dal considerare il Diritto stesso a partire prima di tutto dalla sua componente di significato rispetto alla realtą sociale di cui ogni Legislazione (in quanto “fissazione” del Diritto) Ź espressione nel tempo e nello spazio.

La questione apre ampi orizzonti di riflessione e comprensione del Diritto nel suo essere – prima di tutto ed essenzialmente – un “fatto” che ‘avviene’ nella vita sociale umana: il crearsi spontaneo di relazioni socialmente riconoscibili, rilevanti e sanzionabili, all’interno dei differenti contesti esistenziali non-primari (cioŹ sociali, anziché inter-personali soltanto) in cui le persone convergono in unum, sebbene non uti singulĺ. ť la prospettiva “ordinamentale” che vede il Diritto come articolarsi spontaneo della societą «che si auto-ordina osservando collettivamente le regole liberamente poste in essere». Se, infatti, «la societą non si concreta in una incomposta, perenne rissa, ciė lo si deve soprattutto alla funzione ordinativa del Diritto», come ha ben illustrato nel tempo Paolo Grossi. Basti questo semplice rimando alla c.d. Teoria ordinamentale per motivare il riferimento – condiviso – al Diritto come grammatica/sintassi della vita sociale; riferimento pienamente accoglibile anche a livello canonistico.

Porre, tuttavia, l’attenzione non sulla societą come tale (nella sua “singolaritą”), ma sulle persone che la costituiscono (nella loro pluralitą), rende necessario attivare ulteriori punti di vista ed approcci la cui irrinunciabilitą si manifesta tanto piĚ radicalmente quanto maggiormente i “costituenti” (e non semplici “membri”) della societą non siano gli “individui” (sempre “singoli”) della Modernitą e post-Modernitą, ma – esattamente – quelle “persone” (sempre “plurali”) che il miglior Personalismo del Novecento ha insegnato a non accostare piĚ in termini di “substantiĺ individuĺ” (secondo la definizione ‘classica’ di Severino Boezio) ma di “soggetti relazionali”. ť in questa bipolaritą (societą vs. persone, individui vs. soggetti) che si colloca la necessitą di pensare oggi il Diritto non dal punto di vista della dinamica societą-individui, ma della dinamica persone-soggetti. Due approcci non contrapponibili di principio o reciprocamente escludenti, visto che si tratta – invece – di differenti “ordini di grandezze” (unitarietą del macro vs. molteplicitą del micro), come quando si approccia il biologico rispetto al molecolare e viceversa.

Si tratta, in altri termini, di riconoscere che una concezione meramente funzionale del Diritto lo rende inadatto – questo sď, di principio! – ad affrontare e gestire direttamente i “significati” delle condotte e dei comportamenti che le persone realizzano in societate (sia civile che ecclesiale). ť il tema della “qualificazione” delle condotte umane: qualificazione che, seppure nella progressiva espansione della portata “giuridica” del rilievo attribuito ai comportamenti umani nelle societą occidentali, in realtą costituisce soltanto una delle molte possibili qualificazioni che si possono attribuire a ciė che gli uomini fanno/realizzano nel loro vivere (accanto all’economica, affettiva, spirituale, religiosa, ecc.).

Questo modo di vedere le cose non impone alcuna vera novitą rispetto alle consapevolezze, non soltanto logico-formali, generalmente conosciute come “Teoremi d’incompletezza” (di Gödel e Tarski), secondo i quali nessun “sistema” (Ordinamento o sintassi, si potrebbe dire nel presente contesto) Ź in grado di contenere ed esprimere soltanto le potenzialitą dipendenti dai propri assiomi, ma deve riferirsi ad un “meta-sistema” ulteriore (piĚ profondo o superiore, a seconda dei punti di vista) che “spieghi” in qualche modo – o renda possibile – anche ciė che entro lo stesso sistema avviene di fatto, pur nella sua immediata indeducibilitą, come accade per i valori rispetto alle Norme.

«Il secondo Teorema di incompletezza nella formulazione di A. Tarski indica con chiarezza che ciascun elemento referenziante (“linguaggio” per Tarski) non Ź in realtą autonomo e ‘finale’ ma fa comunque referenza ad – almeno – un meta-elemento/linguaggio di livello ulteriore (= meta) da cui riceve una parte dei propri elementi fondativi: proprio quelli che le dinamiche linguistiche, concettuali e sintattiche ‘interne’ a ciascun paradigma non permettono di ‘generare’ autonomamente. Ciė che accade di fatto [a] all’ambito giuridico generale nel suo necessario meta-referenziarsi a quello assiologico (morale e/o etico) e/o politico ed anche [b] all’ambito canonico nel meta-referenziarsi ad una piuttosto che ad altre Ecclesiologie o Soteriologie o Teologie sacramentarie… o anche soltanto concrete condizioni socio-politico-pastorali, come fu la Christianitas medioevale».

La presa di coscienza dell’importanza costitutiva dei significati del comportarsi umano Ź irrinunciabile se non si vuole cadere ancora una volta vittime degli stessi princďpi (kantiani/hegeliani) da cui originė il c.d. Stato etico: realtą ancora pienamente vitale nei propri presupposti monistici, per i quali il significato coincide con la (mera) funzione, sebbene il “verso” della relazione Stato-sudditi/cittadini appaia invertito rispetto a cent’anni fa (bottom-up, oggi, rispetto al top-down di allora) senza perė che ciė costituisca un reale problema, vista la circolaritą delle dinamiche comportamentali a livello socio-culturale (cosď, infatti, funzionano i mores). Non di meno: Ź sotto gli occhi di tutti l’odierna dinamica, ormai pienamente efficace, attraverso la quale gli interessi individuali (di solo qualcuno) diventano Legge strutturante la societą stessa (cioŹ: le persone tutte) finendo per imporre una sintassi priva di qualsiasi semantica, nella quale il “procedimento” (= process) dall’originariamente “dovuto” (= due) Ź ormai diventato semplicemente “corretto” (= correct) in quanto impossibilitato ad esercitare qualunque discernimento (= discrimination) tra i diversi elementi/soggetti in gioco. La dinamica Ź ormai tale per cui un interesse divenuto oggetto di tutela ordinamentale (a volte addirittura ultra-statale) funziona come un sostanziale diritto per il suo portatore, tramutandosi per il resto della societą in uno strutturale dovere di garantirlo. Un esito inevitabile se e quando il referente primario delle condotte sia la societą nel suo insieme e non le persone nella loro complessa identitą e relazionalitą; quando, cioŹ, la comportamentalitą sociale sia retta dalle funzionalitą anziché dai significati, riducendo Diritto, Morale ed Etica a (piĚ o meno) semplici algoritmi di formalizzazione comportamentale. Algoritmi costruiti e funzionanti su “segni” (= le variabili) e funzioni (= le dinamiche) anziché su “significati”, com’Ź invece – o dovrebbe essere – per la vita delle persone.

1.2 Persone e significati comportamentali

In questa prospettiva assume tutto il proprio rilievo il riferimento non all’individuo come tale (= uno e ciascuno) ma alle persone nella loro pluralitą: la significazione giuridica, infatti, Ź attivitą fortemente “comunitaria” (o “sociale” che dir si voglia) cosicché il Diritto trova nell’apertura di per sé indifferenziata ed universale (= accoglienza) il proprio dinamismo piĚ profondo, la propria finalitą, il proprio scopo esplicito e strutturale. Questo, perė, rende impossibile il ragionamento giuridico in termini “individuali” (un vero non sens, una contraddizione in termini) anche se e quando si facesse uso – dissimulato/ideologico – del termine “persona”, inteso tuttavia uti singula e, quindi, contro la sua stessa identitą/natura.

Per il Diritto, infatti, non importa chi di volta in volta fruisca delle sue espressioni, anche in modo individualistuico e contrappositorio, esso rimane strutturalmente plurale: mezzo e strumento per tutti e aperto a tutti. La dinamica giuridica, d’altra parte, Ź chiara: finché determinate circostanze e condotte rimangono al di sotto del socialmente percettibile (e tollerabile), la loro gestione avviene ai livelli di maggiore prossimitą, entro i confini dell’inter-personale (= l’incontro/rapporto io-tu). Soltanto quando i numeri crescono impedendo all’inter-personalitą di ammortizzare ed integrare ciė che non ha piĚ né le fattezze né le dimensioni di un plausibile “tu”, sebbene anche solo “formale”, si attivano le dinamiche della terzietą e pluralitą (o terzietą sociale) da cui prima o poi sgorgherą (nuovo) Diritto… per tutti. L’evoluzione dello Ius civile (romano) Ź paradigmatica in questo: da Diritto riservato a qualche migliaio di persone soltanto (= i cives Urbis: lo Ius Quiritum) a Diritto dell’Impero romano come tale; da privilegio di pochi a status di tutti (Editto di Caracalla: 212 d.C.).

La questione dei significati condivisi all’interno del gruppo sociale di riferimento (societas o communitas, che dir si voglia) Ź di massimo interesse e portata soprattutto per il Diritto canonico, come ben evidenziano le vicende della Chiesa antica che tanto peso avranno sui princďpi e le logiche profonde del successivo Diritto canonico in riferimento al nascere stesso del Diritto della Chiesa: un conto Ź il singolo peccatore, o lapso, o scismatico… un conto diverso sono decine o centinaia di persone che, per i motivi piĚ diversi, vengano a trovarsi in quel genere di circostanze. Se col singolo si possono utilizzare ‘rimedi’ ad hominem (com’Ź, ad ogni buon effetto, la Dispensa), con le moltitudini occorre “significare”, capire – cioŹ – e fissare di cosa si tratti davvero, poiché i significati non condivisi creano conflitto e scontro, anziché incontro e pace. Gli esiti della crisi donatista del IV-V sec. furono chiari in merito, risolvendosi in una sostanziale accoglienza, seppure ‘modulata’, degli aderenti all’originario scisma.

2. Diritto, persone, accoglienza

L’attuale dinamica bottom-up (= dal basso verso l’alto) della giuridicitą occidentale (v. supra) ha spostato in modo deciso la funzione semantica della comportamentalitą sociale dall’Autoritą (antica e rinascimentale: aristocrazia) alla collettivitą degli individui (= democrazia), finendo per capovolgere l’aspirazione illuministica di non vivere piĚ “sotto gli uomini” (volubili, capricciosi ed egoisti) ma “sotto le Leggi”, giuste, stabili e “uguali” per tutti. Di fatto il Novecento, con le due guerre mondiali che hanno straziato l’Europa, ha superato senza esitazioni tali presupposti abbandonando quasi di principio sia il costituzionalismo rivoluzionario (Stati Uniti d’America e Francia) sia quello concessorio (le c.d. Constitutions octroyées ), che le codificazioni ottocentesche (sia napoleoniche che razionaliste d’ambito germanico), per conferire al Diritto oggi vigente caratteristiche sostanzialmente contrarie a quello che lo ha preceduto, seppure mantenendone ancora il vocabolario sostanziale (sic!).

Due paiono le prospettive di maggior rilievo per la riflessione scaturita dalla Giornata canonistica: 1) le Costituzioni europee post belliche si presentano come letture integranti ed accoglienti della realtą sociale; 2) l’attuale Diritto si presenta sempre piĚ soft rispetto alla rigiditą sia del modello napoleonico, sia di quello restauratorio.

 

2.1 Le nuove Costituzioni europee

 

 Per quanto riguarda le Leggi fondamentali europee post-belliche, pare utile sottolineare – in questa sede – soltanto la radicale differenza tra le Costituzioni “prodotte” in tali circostanze e quelle vigenti, invece, all’inizio dei due conflitti mondiali del XX secolo: Costituzioni di “rottura” quelle ottocentesche (sia rivoluzionarie che restauratorie), Costituzioni di “unificazione” sociale quelle post-belliche. Mentre, infatti, Rivoluzione e Restaurazione assunsero chiari indirizzi ideologici di sconfessione del passato, attraverso l’intervento di “Autoritą” forti ed alternative che dall’alto imposero alle diverse societą politiche il cambio di passo, i due dopoguerra nelle Nazioni distrutte dal conflitto da esse stesse innescato e perduto, hanno assunto altrettanto chiari indirizzi – questa volta pratici – di riunificazione dal basso delle forze sociali e politiche superstiti (in fondo: proprio le persone). La forte cooperazione che nelle varie situazioni si Ź realizzata tra il blocco politico/ideologico social-comunista, quello cristiano e quello liberale, nel dar vita sia alle Assemblee Costituenti che alle nuove Leggi fondamentali degli Stati che volevano risorgere dalle macerie dei conflitti, appare di tutta evidenza; cosď come di tutta evidenza risultano gli autentici “compromessi” di volta in volta raggiunti nelle varie materie, pur di conseguire lo scopo di ciascuno e di tutti, insieme. Non soltanto questo, tuttavia, ma anche l’espressa volontą, soprattutto nella seconda metą del Novecento, di creare Costituzioni strutturalmente “aperte”, orientate non piĚ dal ‘nume’ del Popolo-Nazione (unito e unitario), ma da quello del c.d. “Stato di Diritto”, sebbene secondo significati differenti rispetto a quelli attribuiti alla stessa formula durante l’Ottocento.

I due fenomeni costituzionali hanno cosď dato corpo in modi differenti alla natura e portata ideale e progettuale che caratterizza tal genere di Norme nella loro intrinseca programmaticitą, spesso lontana dalle soluzioni pratiche (affidate alla Legislazione ordinaria) sebbene radicalmente orientativa: come ben evidenziano le codificazioni ottocentesche.

Non si puė tuttavia non osservare che, a differenza degli eventi che all’interno degli Stati ottocenteschi opposero differenti visioni socio-politiche, generando ad intra vincitori e vinti, le situazioni post-belliche raccolsero ed unificarono gli sforzi comuni di intere societą sconfitte… nella propria consistenza interna piĚ che da parte delle Potenze vincitrici. Ci si trovė, cioŹ, a gestire non l’insorgere di qualcuno, ma il risorgere di tutti, dando corpo ad una tensione sovra-individuale e collaborativa che né gli stati sociali dell’ancién Regime, né le classi sociali emergenti nell’Ottocento, avevano conosciuto in precedenza. Tutti, con tutti, per tutti, guidati da alcuni princďpi ‘sovrani’: dignitą e coscienza individuali, non discriminazione, non violenza; ciė che le precedenti dittature (ermeneutico-sintattiche anziché semantiche) avevano, invece, sistematicamente disatteso.

Si permetta, da questo punto di vista, di evidenziare l’irriducibile differenza che corre tra l’insieme dei ciasc-uno (ogn-uno) e l’unitarietą dei tutti: tra gli individui che si sommano e le persone che si relazionano. Il Diritto che nasce dai primi serve a tenere ben distinte le attribuzioni di ciascuno mantenendo la quiete dell’unicuique suum (delle Costituzioni moderne); quello che nasce dalle seconde, invece, serve a creare spazi aperti di espressione e di crescita costruendo la pace del commune bonum (delle Costituzioni post-moderne).

La portata radicale di una tale cambio di prospettiva sarebbe maggiormente percepibile se il termine “persona” potesse assumere le caratteristiche logico-grammaticali dei c.d. pluralia tantum: parole in forma singolare ma il cui significato Ź intrinsecamente plurale… cosicché una “flotta” composta da una sola nave o un “gregge” con una sola pecora non possano ottenere alcun riconoscimento: né semantico, né – a maggior ragione – ontologico. In tal modo verrebbe ‘sanata’ anche l’aporia dell’uso individualistico del termine “persona”, oggi – purtroppo – prevalente (v. supra).

2.2 La soft Law come carattere tendenziale del Diritto attuale

 

In diretta continuitą con le tendenze costituzionalistiche novecentesche, si parla sempre piĚ spesso, oggi, di “Diritto mite” (= soft Law), dopo che nel XIX sec., a suon di Legislazioni “esclusive” (ed escludenti), si era letteralmente “imposta” una nuova struttura giuridica al mondo e alla cultura e civiltą c.d. occidentali. L’Ottocento giuridico europeo continentale, infatti, fu segnato, e come scandito, dalla promulgazione dei Codici, sia politici (quelli napoleonici) che tecnici (quelli germanici), che avevano assorbito e spesso sostituito completamente la cultura e prassi giuridiche attive da secoli in Europa. In pochi decenni il Diritto (frammentario, localistico e “personale”) delle Comunitą intermedie e delle piĚ svariate articolazioni territoriali e sociali strutturatesi dal Medio Evo al Rinascimento fu sistematicamente rimpiazzato da un Diritto unico, formale e compatto: un Diritto “forte”, kantianamente imperativo (si affermerą poi: “keine Imperativ ohne Imperator”), imposto dalla volontą politica di una rinnovata reductio ad unitatem degli spazi operativi ed imprenditoriali generali, per tessere una nuova “rete” entro cui racchiudere con certezza ed efficacia aspirazioni, finalitą e – piĚ ancora – interessi degli individui (borghesi), ormai stanchi di dover condividere con ‘troppe’ comunitą socio-esistenziali le risorse di cui “ciascuno” era o si riteneva legittimo disponente. Ne era nato un Diritto, posto dallo Stato (= Diritto di Stato) e da esso ultimamente garantito, uguale per tutti, che ‘liberava’ ciascun individuo, mettendolo nella condizione d’intraprendere da sé e per sé soltanto, non solo massimizzando il proprio utile/interesse ma – molto di piĚ – svincolandolo legittimamente, secondo la nuova Etica della “legalitą”, da ogni limitazione individualisticamente ingiustificata. L’attenzione ossessiva posta alla proprietą privata e l’assunzione del Matrimonio come mero contratto civilistico di Diritto privato espresse dal Code civil napoleonico sono la rappresentazione piĚ emblematica del nuovo corso cosď intrapreso.

Positivismo, normativismo, legalismo, divennero ben presto gli strumenti (inadatti) di quel modello di giuridicitą, tanto ‘pura’ quanto irrealistica, ma soprattutto ormai insopportabile per le masse di non possidenti (divenuti nel frattempo, tutti, elettori ed elettrici), sempre piĚ vessate dal “pubblico”, nonostante le amplissime garanzie – teoricamente – concesse al “privato”.

Lungo il XX sec., la concreta impossibilitą di eliminare, ormai, lo Stato con la sua pervasivitą nella vita concreta dei cittadini (divenuta sempre piĚ pubblica) sollecitė una differente significazione della giuridicitą, trasformando progressivamente lo “Stato di Diritto” in “Stato dei diritti”… facendo dello Stato stesso non piĚ la (hegeliana) sorgente dell’unico Diritto (come sistema/sintassi), ma il garante dei molti diritti individuali, tanto piĚ a rischio quanto piĚ reciprocamente contraddittori ed insindacabili. Motore del nuovo corso – giunto a regime nelle ultime decadi del secolo passato – Ź stata, senza ragionevoli dubbi, la profonda sfiducia ed avversione via via maturata nelle popolazioni (= le persone), soprattutto occidentali, verso le concentrazioni d’autoritą (politica) che avevano permesso al “soggetto” Stato come tale di avere “proprie” ragioni ed interessi tali da giustificare l’innesco di guerre di amplissima portata, totalmente estranee alla volontą dei cittadini (ancora: le persone) ma da essi pagate a caro prezzo soprattutto in termini di violenza subita e negazione di dignitą.

L’epoca delle Dichiarazioni “universali” dei diritti ha costituito una indubitabile soglia di questa nuova percezione e concezione del Diritto, giungendo ad imporre allo Stato (ancora teoricamente “superiorem non recognoscens”) veri e propri Giudici che – a latere(!) – ne controllano il concreto esercizio del potere, costringendolo a modellarsi secondo le progressive ed incrementali richieste dei cittadini. L’attivitą della “Corte europea per i diritti dell’uomo” Ź di tutta evidenza da questo punto di vista. Questo, perė, ha radicalmente mutato gli schemi della dinamica Stato-cittadini, attivando atteggiamenti sempre meno imperativi, passando progressivamente dall’autoritą all’autorevolezza, dall’imposizione alla proposta, preferendo orientare che non costringere, indirizzare piuttosto che reprimere. In questo contesto l’avventura “comunitaria” europea (coinvolgendo pur a diverso titolo 27 Paesi) costituisce ad oggi uno degli orizzonti piĚ tipici di significazione del Diritto, indirizzandone anche la comprensione e l’esperienza. Di peculiare importanza a questo proposito risulta la constatazione che la strutturante – ottocentesca – hard Law intra-statuale (in primis: Costituzioni e  codificazioni) in realtą obbedisce ormai completamente alla soft Law di Trattati e Convenzioni supra-statuali… oltre ad essere concretamente “giudicata” in base a tali Disposizioni, fino a dover rendere conto di sé innanzi alle Istanze dei cittadini (e non), spesso maggiormente incidenti sulle Legislazioni nazionali che non gli stessi Parlamenti.

Tra le conseguenze di maggior rilievo per la tematica “persone, accoglienza e Diritto” non si puė ignorare, a questo punto dell’evoluzione giuridica occidentale, la quasi completa irrilevanza ormai assunta dal concetto di cittadinanza e dai diritti ad essa connessi (rimasti quasi soltanto – e spesso parzialmente – quelli c.d. politici) mentre tutto ciė che riguarda il soggetto (individuo o persona o essere umano, che sia…) gli viene riconosciuto in modo ormai “trascendentale”: a priori, comunque; come ben rilevabile (al di lą di qualunque valutazione politica) dalle vicende di questi anni riguardanti i c.d. migranti che raggiungono l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo.

3. Persone, accoglienza e riforme giuridiche nella Chiesa

Le presenti considerazioni non possono chiudersi, per il canonista, senza dedicare qualche riflessione al tema delle “riforme” (giuridiche), comunque gią in corso nella vita ecclesiale, al di lą del loro impatto formale dal punto di vista delle Istituzioni come tali. Anche questo, d’altra parte, evidenzia e concretizza quel divenire del Diritto su cui si Ź ripetutamente posto l’accento proprio a partire dalle persone e dalla loro accoglienza. Basta un colpo d’occhio, anche furtivo, per rendersene conto: dal punto di vista formale i due m.p. di ridefinizione del Processo di nullitą matrimoniale hanno cambiato soltanto la Procedura giudiziale. Non si puė tuttavia ignorare che con la caduta della doppia Sentenza conforme (cfr. Can. 1682 §1 CIC-2015 vs. Can: 1684 §1 CIC-1983) venga di fatto condizionata in modo sensibile non solo la Procedura giudiziale ma anche la stessa struttura materiale dei Tribunali canonici, rimanendo fortemente ridimensionata l’attivitą della maggior parte dei Tribunali di Appello e, in buona parte dei casi, la stessa necessitą di rivolgersi alla Rota Romana per l’eventuale terza Istanza, visto che non si deve piĚ procedere d’Ufficio ad una seconda valutazione della Causa di nullitą (cfr. Can. 1682 §1 CIC-1983) ma soltanto all’eventuale Appello volontario della parte che si sentisse gravata dall’esito della Sentenza di prima Istanza.

Non di meno (dal punto di vista dei significati): questo forte ridimensionamento dei “livelli superiori” della giudizialitą ecclesiale sollecita la creazione e funzionalitą di nuovi “livelli inferiori” destinati proprio ed espressamente all’accoglienza di quelle che da tempo non sono piĚ “situazioni eccezionali” ma necessitą diffuse, delle quali il m.p. Mitis Iudex ha inteso farsi carico attraverso i princďpi di celeritą e prossimitą che ne costituiscono la ratio sostanziale. Nella medesima ottica si pone l’espressa attenzione che il ‘nuovo’ Diritto processuale matrimoniale dedica alla fase che precede l’introduzione della Causa, collocandola espressamente nell’ambito di quella che deve ormai essere concepita – e realizzata – come una vera Pastorale giudiziale integrata.

Nulla da eccepire dal punto di vista espressamente giuridico, poiché tale nuovo corso conduce fuori dall’individualismo privatistico – escludente – ed offre (e chiede) di porsi all’interno di uno spazio “pubblico” e di relazioni “pubbliche” che accompagnino la ricostruzione – (se/quando/quanto) possibile – del tessuto comunitario ecclesiale. Una ricostruzione sempre possibile in linea di principio: questo Ź, infatti, “il” Diritto.

In tal modo la riflessione s’indirizza verso la chiusura del cerchio a riguardo della questione posta in limine a queste note. Quando, infatti, all’attivitą giuridica (ben piĚ ampia del solo Diritto) non venga richiesta principalmente la gestione dei conflitti di attribuzione di cose o condotte ma della loro significazione sociale condivisa, si creano le basi di nuove relazioni e nuove aggregazioni, non piĚ appesantite o intralciate da ostacoli spesso meramente fattuali (si ricordi lo scisma donatista, gią richiamato), ma orientate ad una maggiore autenticitą in cui diventa decisivo il significato condiviso, ben prima delle mere “condotte”. Si leggano in quest’ottica molti comportamenti di Papa Francesco nelle c.d. periferie ecclesiali: ecumenismo, prima di tutto.

Si riapre cosď, anche canonicamente, quell’ampio spazio pienamente giuridico che la Chiesa cattolica aveva tutelato e presidiato per secoli proprio in base ai significati anziché alle Norme (generali e generiche) – spesso assenti –, prima che la reductio ad unitatem della codificazione canonica ‘ottocentesca’ costringesse l’intera vita ecclesiale ad una (illusoria) navigazione a “quota periscopica”.




in: APOLLINARIS, LXXX (2017), 173-188.