Diritto canonico e Antropologia: acquisizione di un orizzonte ermeneutico


Sommario: 1. Un nuovo ÒoggettoÓ per il Diritto canonico. 2. Persone e Diritto canonico. 3. Persone, Matrimonio e nuovo Processo di nullitˆ. 4. Considerazioni finali.

La riflessione canonistica sviluppata negli ultimi anni dallÕInstitutum Utriusque Iuris ha ripetutamente indirizzato lÕattenzione verso lÕorientamento ÒpersonalisticoÓ che, partendo dal Concilio Vaticano II, ha influenzato in modo significativo i Codici canonici vigenti. Nonostante in pi� occasioni tale prospettiva abbia potuto apparire come una sollecitazione indeterminata ed ancora generica, in realtˆ un approccio non strettamente esegetico ai Codici – insieme a molti elementi dottrinali emersi in fase di loro redazione – permette di dare veri fondamenti e consistenza a tale lettura, potendola forse cogliere come una delle ÒtrameÓ maggiormente accreditabili che attraversano e sostengono i Codici vigenti e lÕOrdinamento canonico da essi modellato.

I due Sinodi dei Vescovi del 2014 e 2015 sulla famiglia, lÕEsortazione apostolica ÒAmoris L¾titiaÓ, la riforma del Processo matrimoniale canonico attuata da Papa Francesco, non di meno, fungono oggi da autorevole accreditamento e stimolo di tale chiave di lettura, seppure in una prospettiva pi� pratica (= pastorale) che espressamente teoretica, come forse il canonista desidererebbe. La Dodicesima Giornata canonistica interdisciplinare, in particolare continuitˆ con la Nona e lÕUndicesima, sÕinserisce in questo contesto per dare nuovo e peculiare impulso a tale prospettiva, giovandosi soprattutto di un incontro maggiormente consapevole coi fattori pi� intimi che riguardano lÕesistenza di ogni persona nel proprio modo di accostarsi alla vita cristiana (diretta o indiretta).

1. Un nuovo ÒoggettoÓ per il Diritto canonico

1.1 Dal sacro nel mondo alla vita dei fedeli

A chi guardi lÕattuale Diritto canonico partendo da una seppur minimale consapevolezza storica non pu˜ sfuggire la sensazione che esso abbia sub“to, seppure in modo generalmente inconsapevole ed indiretto, un grande cambiamento a seguito del Concilio Vaticano II. Un cambiamento di portata strutturale poichŽ riguarda il suo ÒoggettoÓ principale di regolamentazione, non pi� individuato nelle Òcose sacre nel mondoÓ ma nella Òvita dei discepoli di Cristo allÕinterno della ChiesaÓ: non pi� uno ÒIus de (rebus) divinis in mundoÓ ma uno ÒIus de Christifidelibus in EcclesiaÓ.

Il cambio di prospettiva appare evidente giˆ a livello terminologico; mentre infatti il Libro III del CIC del 1917 iniziava col ÒDe Cultu divinoÓ, il Libro IV del CIC del 1983 � titolato ÒDe Ecclesi¾ munere sanctificandiÓ, mostrando un radicale cambio di soggetti ed oggetti nellÕinquadramento (e concezione) delle Norme che, pure, continuano a riguardare le stesse realtˆ: Sacramenti e Sacramentali prima di tutto. I titoli sono chiari nellÕindicare lÕoggetto regolamentato: non si tratta pi� del Culto da rendere a Dio attraverso i Sacramenti e Sacramentali, ma della santificazione degli uomini attraverso di essi. I Sacramenti non appaiono pi� (in prima istanza) Òatti di CultoÓ rivolti (o destinati) alla divinitˆ ma Òazioni di santificazioneÓ rivolte (o destinate) alle persone che, attraverso di esse, santificano sempre pi� la loro vita rendendo in tal modo un Culto autentico a Dio: il ÒCulto spiritualeÓ di Rm 12,1, sul modello di Cristo stesso.

Una vera rivoluzione copernicana che spinge a guardare la realtˆ giuridica ecclesiale da un punto di vista assolutamente nuovo rispetto allÕultimo millennio, mentre lo stesso non pu˜ dirsi rispetto ai primissimi secoli cristiani coi quali il Vaticano II ha ormai riannodato i fili interrotti a causa dellÕaffermarsi del pensiero germanico, sia teoretico (sic) che giuridico a partire dallÕAlto Medio Evo.

Il cambio ordinamentale � chiaro, soprattutto in riferimento ai Concili di Trento e Vaticano I: Concili difensivi e di arroccamento rivolti in gran parte ÒcontroÓ non solo le devianze dogmatiche (legittimo!) ma soprattutto contro il tentativo sempre pi� marcato da parte della societˆ civile secolarizzata di sottrarsi allÕimperium ecclesiastico (cattolico e romano) che giˆ lÕÒUnam SanctamÓ, in veritˆ, vedeva inesorabilmente dissolversi al termine, ormai, del Medio Evo.

Dalle ÒresÓ alle Òperson¾Ó dunque; cosicchŽ, sebbene non esista formalmente pi� nel CIC attuale un ÒLiber de personisÓ (che comunque non riguardava in nulla i fedeli come tali, ma quasi esclusivamente i membri della Òsacra GerarchiaÓ!), oggi sono davvero le ÒpersoneÓ che vengono poste al centro dellÕattenzione ed impegno giuridico ecclesiale: le persone dei fedeli (e non solo) alle quali tutto � finalizzato nella vita ed attivitˆ della Comunitˆ cristiana; a maggior ragione se in situazioni di difficoltˆ personale dal punto di vista spirituale o morale, secondo la preoccupazione costante di Papa Francesco ed il suo personalissimo approccio allÕazione pastorale. Alle persone, dÕaltra parte, � rivolto lÕannuncio del Vangelo e lÕintera missione ecclesiale.

Di fatto, e di conseguenza, la Chiesa del Vaticano II non coglie pi� se stessa come la medievale ÒgiunzioneÓ della terra al cielo (una sorta di Òscala di GiacobbeÓ – cfr. Gn 28,12), cos“ da risultare la custode – unica – di tutto quanto esiste di autenticamente divino (= le res sacr¾) non solo nella storia ma anche in sŽ e per sŽ (= ontologicamente), come ben dimostravano le linee interpretative culminate nel ÒSyllaboÓ, nella Ò®terni PatrisÓ e nel c.d. antimodernismo promosso da Pio X, allÕinterno di una percezione e concezione ecclesiale prettamente metafisica anzichŽ teologica, dottrinale anzichŽ morale, giuridica anzichŽ pastorale. Le questioni sul rapporto tra veritˆ (in senso forte) e Chiesa espresse in quel contesto cinquantennale sono eloquenti in merito. Lo stesso CIC pio-benedettino lo evidenziava con chiarezza nella sua pretesa di riguardare di principio tutti i battezzati (cfr. Cann. 1 e 12, nel congiunto disposto) e di non ammettere altra lettura della ÒrealtˆÓ (e non della Politica soltanto) che quella chiamata ÒintransigenteÓ ai tempi del Vaticano I, la quale non riconosceva altro ÒsoggettoÓ al di fuori della Chiesa cattolica romana come legittimamente ed originariamente attivo nella realtˆ creata.

La Chiesa del Vaticano II si � concepita invece come Òpopolo redentoÓ che dalla terra � incamminato verso il cielo (= la patria eterna), allÕinterno di una prospettiva missionaria ed inclusiva anzichŽ contrappositoria ed escludente, comÕerano state quella della Controriforma e dellÕantimodernismo in cui proprio il Diritto canonico (papale e curiale) aveva svolto funzioni prevalenti di soglia e repressione.

La ricaduta di tale maggior consapevolezza, che – finalmente – sa distinguere tra Teologia e Metafisica (ma pi� radicalmente tra Rivelazione ed Ontologia), va ben oltre il superamento della Òsocietas (necessaria) iuridice perfectaÓ a favore del ÒPopolo di DioÓ. Essa infatti coinvolge direttamente, ed in modo per alcuni versi inaudito, lÕutilizzo e la sottostante concezione degli stessi ÒbeniÓ affidati da Cristo alla sua Chiesa: Parola di Dio e Sacramenti, che costituiscono le vere ÒresÓ nativamente – ed esclusivamente – ecclesiali (cfr. Can. 213). Da questo punto di vista si pu˜ affermare che col Vaticano II la funzione della Chiesa allÕinterno dello spazio e della storia � mutata radicalmente, spostandosi da Ògarante unicaÓ della realtˆ come tale (specialmente nelle sue componenti divine/ontologiche), in una prospettiva onto-metafisica oggettivistica, ad Òannunciatrice del Vangelo di salvezzaÓ per ogni uomo, popolo e nazioneÉ secondo il suo mandato costitutivo da parte di Cristo stesso (cfr. Mt 28,19). Essa, infatti esiste ÒdallaÓ missione e Òper laÓ missione:

Çla Chiesa non esiste per se stessa, ma dovrebbe essere lo strumento di Dio, per radunare gli uomini intorno a lui, per preparare il momento in cui Dio sarˆ tutto in tutti (1 Cor 15,28)È;

lo Spirito infatti � donato dal Risorto per la testimonianza e lÕannuncio della fede in lui (At 1, 8).

ÇLa Chiesa, in quanto popolo della nuova Alleanza conclusa in Cristo, ha per scopo e compito originali, quasi come propria ragione dÕessere, il proseguimento della missione di Cristo. Questo mandato, in base ai testi della Scrittura, viene riconosciuto dalla Chiesa come tradizionalmente triplice: magisteriale, sacerdotale e pastorale. La Chiesa deve essere Òla colonna e la sede della veritˆÓ (1Tm 3,15)È.

1.2 Un cambio radicale di (sola) prospettiva

La conseguenza pi� immediata, seppure non percettibile a tutti allo stesso modo, di questo profondissimo cambio di prospettiva riguarda soprattutto i Sacramenti, non pi� compresi e gestiti in sŽ e per sŽ come lÕapice del sacro nel mondo, ma come veri strumenti di comunicazione e trasmissione della Grazia salvifica ai fedeli che li ÒcelebranoÓ (non pi�: ÒricevonoÓ soltanto) per la propria salvezza e santificazione. Non pi�, quindi, la gestione delle ÒsoglieÓ di accesso al sacro da parte degli uomini, ma lÕutilizzo efficace dei Sacramenti da parte di coloro alla cui santificazione tali Sacramenti sono intrinsecamente finalizzati. La Chiesa dÕaltra parte, come sottolinea con forza Papa Francesco, Çnon � una dogana, � la casa paterna dove cÕ� posto per ciascuno con la sua vita faticosaÈ, in una prospettiva tesa ad incontrare ed accogliere ciascuno nella propria singolaritˆ.

Il cambio radicale, riguarda soprattutto il punto di vista operativo: quello di cui si occupa espressamente il Diritto; un cambio, per˜, soltanto di punto di vista! Detto metaforicamente: si pensi alla differenza tra una farmacia e un ospedale, tra una biblioteca ed una scuolaÉ tra unÕorchestra ed un concerto; le ÒcoseÓ, in fondo, sono le stesse, cambia per˜ lÕapproccio. Un ospedale senza medicine, una scuola senza libri, un concerto senza strumenti, non sono possibili o, comunque, non hanno il proprio senso; allo stesso modo che medicine, libri e strumenti musicali, chiusi sotto chiave in un bunker irraggiungibile a chiunque. Senza dinamica vitale, qualunque realtˆ creata perde la propria stessa ragion dÕessere: i Sacramenti in quanto Òveicoli della Grazia santificanteÓ non fanno eccezione.

Ci˜ che cambia, dunque, non sono le ÒcoseÓ in sŽ e per sŽ (= lÕaspetto ÒoggettivoÓ: lÕobiectum formale quod) ma il punto di vista da cui le si considera (= lÕaspetto ÒfunzionaleÓ: lÕobiectum formale quo). Per rimanere in campo medico: il chimico vede il farmaco come una ÒmolecolaÓ di cui � possibile conoscere gli effetti applicativi e di cui � necessario predisporre la produzione su scala industriale, ragionando in termini di tonnellate; il farmacologo si pone – invece – le questioni della sua somministrazione e del suo dosaggio in base ai malati che lo dovranno assumere (bimbi, adulti, anziani) e/o in base al ÒsupportoÓ per la sua assunzione (via orale, via ematica, via epidermicaÉ), ragionando in termini di milligrammi! LÕelemento di cui si tratta (= il farmaco) non cambia; cambiano invece in modo radicale gli approcci (anche scientifici) di chi lo accosta trovandosi in mano la stessa scatola con lo stesso nome.

Fuor di metafora, occorre riconoscere che per il Diritto canonico si � trattato (e continua a trattarsi) della stessa dinamica e funzionalitˆ: finchŽ i Sacramenti sono (stati) approcciati ontologicamente, come res divin¾ che esistono ex opere operato per il mero concorso di materia, forma e ministro, che hanno (una qualche) efficacia propria, salvo lÕintervento intenzionale di un ostacolo contrario (= lÕobex), ci˜ che ne risulta ed � stato insegnato lungo i secoli � – e rimane – tutto corretto e ÒveroÓ (dal punto di vista ontologico-dogmatico). Non di meno: quando gli stessi Sacramenti vengono approcciati pastoralmente, come strumenti – cio� – attraverso cui la Grazia divina raggiunge la vita dei discepoli di Cristo per dare sostegno al percorso di adeguamento esistenziale al divin Maestro (= la santificazione, o la tanto invocata salus animarum), ci˜ che ne risulta e viene insegnato e realizzato non � meno corretto e ÒveroÓ (dal punto di vista esistenziale-pastorale).

1.3 Conseguenze canoniche pratiche

Considerando pi� espressamente lÕambito giuridico-ecclesiale, risulta del tutto palese che un Codice di Diritto canonico che gestisca [a] – a moÕ di ÒCodice doganaleÓ (per dirla con Papa Francesco – v. supra) – gli strumenti per la Òsalvezza (eterna) delle animeÓ, oppure [b] quelli per la Òcura pastoraleÓ dei Christifideles, tratta senza dubbio delle stesse ÒresÓ: Parola e Sacramenti – come li indica complessivamente il Can. 213 – ma in prospettive assolutamente diverse. Che, infatti, la meta, lÕobiettivo (il target, si dice oggi) ecclesiale, sia evitare lÕinferno alle anime, o guidare le persone alla loro meta eterna, pur utilizzando gli stessi strumenti, cambia radicalmente le ÒattivitˆÓ da porre in essere e le loro modalitˆ di esecuzione, quindi: lo stesso Diritto canonico nella sua irriducibile funzione di Ògrammatica della vita cristianaÓ. Non di meno: varrebbe la pena chiedersi anche se Òevitare lÕinfernoÓ e Òsantificare la propria esistenzaÓ siano ÒrealtˆÓ effettivamente paragonabili ed equivalenti non solo per lÕesistenza personaleÉ questa, per˜, non � materia espressamente canonistica!

Chiave di volta della nuova situazione canonica rimane la c.d. pastoralitˆ del Concilio Vaticano II: il fatto cio� che tale punto fermo della vita ecclesiale non si sia indirizzato principalmente verso la stabilitˆ del dogma (comunque riespresso in modo significativo attraverso lÕuso di categorie e concetti non ÒscolasticiÓ), ma verso una maggiore effettivitˆ e veritˆ della vita e ÒpraticaÓ cristiana soprattutto in chiave missionaria ed apostolica. é questo un elemento che non pu˜ essere ignorato, nŽ troppo facilmente ridimensionato: il Vaticano II, a differenza dellÕincompiuto Vaticano I e del precedente Concilio di Trento, non aveva lÕintento di ÒfissareÓ – polemicamente ed apologeticamente – elementi dottrinali di carattere dogmatico (= primato petrino, settenario sacramentale, canone biblico, ecc.) quanto, invece, di Òdire in modo nuovoÓ – e finalmente comprensibile sia alla maggioranza dei fedeli che ad ogni uomo di buona volontˆ – la fede cristiana di sempre, affinchŽ la sua condivisione possa davvero realizzare la salvezza che essa promette. Lo affermava chiaramente Giovanni XXIII nel discorso inaugurale del Concilio: Çuna cosa � la sostanza [É] e unÕaltra la maniera di formulare la sua espressioneÈ. E cos“ lo ha riproposto Francesco, affermando inoltre che

Çla Chiesa pu˜ anche giungere a riconoscere Consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia [É]. Possono essere belle, per˜ ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederleÈ.

Dal canto proprio, lÕintenzionale ed esplicita attenzione conciliare non al solo dogma immutabile ed ai contenuti della Òdottrina cattolicaÓ nella propria oggettivitˆ (= Çquod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum estÈ), ma anche alla complessitˆ della vita da discepoli di Cristo e del suo Vangelo in un mondo cos“ diverso da quello pre-moderno, ha permesso di porre in risalto due elementi quasi mai emersi lungo i secoli precedenti: la coscienza (personale) e la storicitˆ (umana). In tale contesto ÒDignitatis Human¾Ó  e ÒGaudium et SpesÓ sono allo stesso tempo il punto dÕarrivo di consapevolezze gradualmente maturate (ben oltre la crisi modernista e le sue smodate reazioni) e il nuovo punto di partenza per le inevitabili ricadute dellÕentrata nel tempo della Òvita da cristianiÓ. Un vero cambio di paradigma che sostituisce il precedente assorbimento della vita umana nellÕeternitˆ (= lo Ius de [rebus] divinis in mundo) con la entrata dellÕeternitˆ nella vita dei cristiani (= lo Ius de Christifidelibus in Ecclesia)! In tal modo: lÕuomo non � pi� un ÒenteÓ da ricondurre – nella propria sostanza (= lÕanima) – allÕeternitˆ dellÕÒessereÓ (fatto coincidere con Dio), ma il destinatario eletto ed amato dellÕintervento salvifico di Dio nella storia (= Incarnazione) ed attraverso di essa.

In modo particolare e specifico: col Vaticano II persona e storia riacquistano lÕoriginarietˆ giˆ posseduta nellÕorizzonte biblico e patristico, superando – seppure non chiudendo(!) – lÕinterminabile parentesi scolastica che quasi soltanto allÕÒessereÓ (impersonale ed astorico) aveva dedicato la propria attenzioneÉ anche dal punto di vista teologico. Non di meno, persona e storia sono concetti/categorie espressamente biblici e cristiani: quelli, tra lÕaltro, meno compatibili con qualunque forma di idealismo (classico e moderno), non meno che di essenzialismo (antico e scolastico).

La ricaduta di tale cambio prospettico sul Diritto canonico � amplissima e radicale poichŽ costringe a spostare il punto di vista (= obiectum formale quo) dalle res divin¾ a quelle human¾, dalle cÏlesti alle terren¾É senza che, per altro, nulla cambi nella realtˆ concreta del Diritto canonico stesso: il suo obiectum formale quod. Come se, stando sul balcone di casa, anzichŽ appoggiarsi coi gomiti al parapetto per guardare il mondo circostante, ci si appoggiasse ad esso di schiena per guardare in casa dallÕesterno: una semplice rotazioneÉ che pone per˜ innanzi a sŽ una differente realtˆ. Nessuna novitˆ e nessuna rottura: semplicemente un altro punto di vista! Non meno reale per il solo fatto di essere pi� prossimo. Guardare, per˜, Òil mondoÓ come tale nella sua assoluta ed imperturbabile terzietˆ oppure Òcasa propriaÓ nella sua condizionatissima e mutevole soggettivitˆ (cio� in prima persona) porta con sŽ differenze di cui non si pu˜ rimanere nŽ inconsapevoli nŽ incuranti. Se, infatti, stando sullo stesso balcone, lo stadio di calcio allÕorizzonte non pu˜ essere spostato per veder meglio la collina retrostanteÉ il portaombrelli nellÕangolo del salotto potrebbe invece essere spostato nel corridoio, pi� vicino alla porta dÕingressoÉ e, pertanto, in posizione pi� utile (poichŽ corrispondente alla sua natura/funzione).

2. Persone e Diritto canonico

2.1 La nuova consapevolezza canonica

La centralitˆ delle persone allÕinterno del nuovo corso ecclesiale interpella propriamente i canonisti intorno al profondo cambio di prospettiva richiesto dal Concilio, formalizzato dal Legislatore codiciale del 1983 ed ora sollecitato con forza anche dallÕattivitˆ pontificia pressochŽ quotidiana di Papa Francesco. Si tratta per i giuristi ecclesiali di guardare al futuro sondando possibili vie di ri-comprensione della strumentalitˆ esistenziale del Diritto canonico partendo, prima di tutto, dalla profonditˆ della svolta conciliare avvenuta nella combinazione del principio (poichŽ permanente) ÒcoscienzaÓ di Dignitatis Human¾ col fattore (poichŽ transeunte) ÒstoricitˆÓ di Gaudium et Spes, che riconosce Òquesto mondo, oggiÓ come la sede naturale – seppure non definitiva – della Chiesa e della sua attivitˆ di salvezza. Questo mondo, oggi, tuttavia, significa anche queste concrete persone: specifiche, puntuali, attuali, che non sono nŽ Òparticolarizzazioni storiche della natura umanaÓ , nŽ Òenti uomoÓ, fuori dallo spazio-tempo. Una tale svolta, per˜, – come giˆ ampiamente illustrato in altra sede – non pu˜ limitarsi a rimanere vagamente ÒantropologicaÓ (neppure riferendosi ad un presunto livello metafisico o ÒteologicoÓ) ma deve diventare espressamente personalistica, cio�: individuale ed intrastorica.

Solo, infatti, se ciascuno Ò�Ó persona-soggetto in quanto ÒioÓ irriducibile ed originario e non espressione o funzione di qualche ÒaltraÓ realtˆ (ÒessereÓ filosofico compreso!) ci si muove nella corretta linea dogmatica cattolica espressamente riconfermata e riproposta dal Vaticano II. Questo – e solo questo! –, dÕaltra parte, � quanto deriva direttamente ed originariamente dalla Rivelazione biblica (tanto vetero che neo testamentaria) a questo proposito: persona, imago Dei, senza che lÕattenzione al singulare (in quanto Ònon-universaleÓ) comporti necessariamente derive immanentistiche o soggettivistiche. Alle persone, infatti, non si applica lÕassioma scolastico Òde singulis non est scientiaÓ poichŽ sia la salvezza che la santificazione, non meno che la fede – seppure ÒcondiviseÓ – non raggiungono mai il proprio esito se non in ciascuna persona e nella sua singolare ÒrelazioneÓ col Signore Ges�, soprattutto a livello sacramentale (= Matrimonio ed Ordine in primis, senza escludere la consacrazione religiosa). Chiara in merito � lÕaffermazione che Çnon esiste altra Metafisica che il PersonalismoÈ.

Quando tuttavia il discorso si sposta verso lÕambito pi� pratico – qual � il Diritto canonico – il linguaggio personalistico – pi� appropriato per lÕapproccio concettuale (e filosofico) – tende a scivolare in quello meno preciso e pi� ampio dellÕAntropologia (= visione complessiva di uomo) in tutte le sue pluriformi componenti e sfaccettature, da condividersi anche con altri approcci quali sono il medico, lo psichiatrico, il sociologico, il culturale, ecc. che lÕesperienza ha dimostrato concorrere reciprocamente. A tal riguardo, soprattutto in relazione allo stato di vita dei fedeli in quanto discepoli di Cristo, paiono rilevare innanzitutto due consapevolezze.

a) La prima – e probabilmente pi� importante – � quella che riguarda non tanto il ruolo ma la qualitˆ dellÕAntropologia nel Diritto canonico contemporaneo.

        Non basta, infatti, affermare che oggi il Diritto canonico deve riferirsi in modo pi� marcato e coerente alla persona, per rispondere alla sua nuova configurazione ed identitˆ. Dire ÒpersonaÓ nella Chiesa – e nel Diritto della Chiesa – significa e comporta infatti esplicitare e considerare precisi elementi e fattori che ÒdescrivonoÓ ciascuno in modo individuale e singolare, poichŽ proprio di essi il Diritto dovrˆ occuparsi, seppure indirettamente: questo attore, questo convenuto.

        Non basta, pertanto, evocare Antropologie di qualunque tipo: sarˆ invece necessario delineare quali caratteristiche della persona (anche individuali) vadano prese in esame e in considerazione affinchŽ ciascuno sia riconosciuto come peculiare ÒsoggettoÓ giuridico. Si pensi in merito allÕetˆ e allÕuso di ragione quali fattori dÕimportanza irrinunciabile per il Diritto: eppure essi non rilevano affatto a livello filosofico (nŽ classico nŽ contemporaneo) poichŽ le attribuzioni di natura filosofica, essendo ontologiche, sono permanenti e – a modo loro – definitive, al contrario dellÕagire umano.

        Ci˜ a cui il Diritto canonico deve far riferimento in relazione alla persona riguarda invece la possibilitˆ di ÒindividualizzareÓ la referenza di ciascuno cosicchŽ non si tratti dellÕuomo o del fedele in quanto tale – in sŽ e per sŽ – e neppure di un uomo o una donna con determinate caratteristiche, ma di Giovanni, Martina, Guglielmo, Susanna, ecc. bimbo, giovane, vecchio, sano, malato, depresso, immaturoÉ a seconda dei casi.

b) Di conseguenza occorre esplicitare pure come ci˜ che canonisticamente – ed in modo generico – si tende a scrivere ÒAntropologiaÓ, in realtˆ vada compreso e concepito in termini di Òfunzionalitˆ individualeÓ o Òdinamismo personaleÓ, con attenzione – cio� – a quanto attiene alle sensibilitˆ e/o preferenze individuali, secondo la prospettiva del c.d. approccio idiosincratico verso cui ampi settori della Psicologia si stanno orientando da tempo. Sono questi ÒdinamismiÓ e ÒfunzionalitˆÓ, infatti, che giocano il massimo rilievo soprattutto a livello vocazionale, sia che si tratti di Matrimonio che di Ordinazione che di Professione religiosaÉ perchŽ � di questo che, alla fine, si occupa la maggior parte del Diritto canonico quando si prende cura dello status canonico delle persone, solitamente in vista di Sacramenti (= Impedimento di vincolo).

        é palese, non di meno, che in Tribunale giungeranno le situazioni di vita non di Òindividue sostanzeÓ o di Òenti uomoÓ nŽ di generici ÒcreatiÓ e/o Òredenti in CristoÓ, ma di concretissimi uomini e donne il cui singolo sviluppo e dinamismo della personalitˆ (ma anche moralitˆ o spiritualitˆ) pone, o ha posto, problemi tali da non poter offrire il fondamento antropologico (= umano) sufficiente ad unÕazione sacra che coinvolga lÕintera vita della persona stessaÉ insieme alla pi� ampia vita ecclesiale. Le questioni connesse con le previsioni del Can. 1095 (la c.d. incapacitˆ) sono del tutto emblematiche in merito, seppur non le uniche, poichŽ anche turbamenti psicologici o impotenze relative (cfr. Can. 1084) possono avere il proprio fondamento a livello di dinamica psicologica (morale o spirituale) individuale, con esiti del tutto equivalenti.

Si tratta, pertanto, pi� che di una vera e propria ÒAntropologiaÓ teoreticamente configurata e definita, di un pi� ampio Òapproccio antropologicoÓ che guardi alla biografia dei singoli (anzichŽ alla loro Òessenza/naturaÓ), non tanto per˜ in termini di mera ÒcronistoriaÓ (= successione temporale di fatti) ma di Òvicenda personaleÓ: quella vicenda personale che fa di ciascuno una realtˆ assolutamente unica ed irriducibile, alla quale non si pu˜ che dare sincero ascolto per coglierne la veritˆ pi� autentica.

In questo modo quella antropologica deve diventare per il canonista una sensibilitˆ ed attitudine espressamente metodologica e non un mero presupposto teoretico o una specifica competenza tecnica: un modo per leggere le vicende personali primÕancora che per ÒvalutarleÓ. La competenza antropologica del canonista (Giudice o Patrono o anche Operatore pastorale), infatti, non si sostituisce a quella psicologica dei Periti, ma lo aiuta – finalmente – a porre loro delle domande che abbiano una reale significativitˆ per la conoscenza delle persone coinvolte nelle pi� diverse vicende vocazionali, spesso problematiche. QuestÕapproccio, se da un lato esige precisi riferimenti ad elementi e fattori oggettivi e soggettivi propri dellÕAntropologia teologica cattolica (primo tra tutti: lÕanti-determinismo), dallÕaltro sa di dover evitare ogni ÒinquadramentoÓ sistematico che faccia dellÕuomo una mera espressione o funzione di qualunque altra realtˆ, pure metafisica, sempre espressione di presupposti intra-storici e spesso anti-trascendenti.

2.2 Il primato della persona

In diretta conseguenza di quanto cos“ illustrato, devÕessere ormai chiaro che canonicamente, oltre che sacramentalmente – dopo il Concilio Vaticano II – non sÕinterviene pi�, in modo ontologico/metafisico, sulla sola anima: tutte, qualunque, comunqueÉ ma ci si deve rapportare con le persone: ogni, ciascuna, comunqueÉ

Questo, per˜, comporta la presa in seria considerazione di tutte le variabili (puramente ÒaccidentaliÓ dal punto di vista ontologico/metafisico) del vivere personale. LÕanima infatti non � pi� percepibile (nŽ riducibile) come mera ÒformaÓ del corpo (ridotto a pura ÒmateriaÓ) nella costituzione ontologica del ÒsinoloÓ o ÒenteÓ uomo, ma costituisce la dimensione spirituale di quellÕunum che � uomo in quanto spirito incarnato, come afferma – felicemente – Gaudium et Spes n. 14: Òcorpore et anima unusÓ. Non di meno: vanno escluse tutte le forme di platonismo, pi� o meno esplicito e consapevole, in cui lÕanima � sostanzialmente contrapposta al corpo, cos“ come gli Idealismi tardo-moderni che riconoscono al solo spirito/Geist la ÒdignitˆÓ dellÕumano, non meno che gli approcci neuroscientifici che si riferiscono alla sola ÒmenteÓ.

Concretamente, rispetto al passato, occorre tener conto che:

le anime sono tutte uguali, le persone no;

le anime gradiscono o subiscono le stesse cose, le persone no;

il vulnus dellÕanima � il peccato, quelli delle persone sono anche i semplici errori;

il peccato (dellÕanima) � tale solo se imputabile, le stupidaggini (delle persone) sono tali in se stesse.

Le conseguenze che ne derivano a livello di Diritto canonico sono irrinunciabili poichŽ porre al centro dellÕattenzione canonica la persona comporta una totale revisione dei ÒcardiniÓ stessi dellÕOrdinamento giuridico ecclesiale. Ci˜ che, infatti, va osservato – ed acquisito – � il subentro della persona, unitariamente concepita e trattata, ai due ÒpoliÓ canonici precedenti: le anim¾, da una parte, e le res dallÕaltra; res cui appartenevano anche gli stessi Sacramenti, in una concezione che da ÒrealistaÓ, soprattutto a riguardo dellÕEucaristia (= Òpresenza realeÓ), era diventata, per˜, sostanzialmente ÒfisicistaÓ, con grave pregiudizio della dimensione spirituale, soprattutto individuale.

Sotto questo profilo � utile osservare come il Processo di nullitˆ matrimoniale fissato nel CIC pio-benedettino riguardasse espressamente una res, per quanto ÒsacraÓ: il Sacramento in sŽ e per sŽ; una prospettiva che molti Giudici continuano ancor oggi ad utilizzare, chiedendosi [a] se quel Sacramento sia valido e non, invece, [b] se quelle due persone si siano davvero sposate. Il Processo di nullitˆ matrimoniale pio-benedettino, dÕaltra parte, aveva quale scopo precipuo la verifica dellÕeventuale compromissione del Sacramento (moralmente individuata nella linea del ÒsacrilegioÓ, pi� o meno esplicito) e, correlativamente, la sua necessaria imputazione ad uno o ad entrambi i non-coniugi, prima di tutto in chiave morale. Oggetto sostanziale di verifica e certificazione giudiziale era, ad ogni effetto, la consistenza ontologica del Sacramento in – pretesissimo – omaggio ai Cann. 6 ed 8 del Decreto tridentino sui Sacramenti secondo i quali: il Sacramento esiste ed opera in modo ÒautonomoÓ (= ex opere operato) rispetto allÕapporto degli intervenienti (= ex opere operantis) salvo il fatto che qualcuno ne abbia ostacolato (obicem ponente) il corso naturale. LÕassoluta intollerabilitˆ per il bene pubblico di un tale comportamento (da parte di battezzati moralmente sacrileghi) aveva unÕespressa conseguenza giudiziale nellÕinabilitazione (di principio!) del coniuge ÒcolpevoleÓ ad introdurre la Causa di nullitˆ del Matrimonio che egli stesso aveva compromesso: il Can. 1971 del CIC del 1917 era chiaro: Ǥ1. Habiles ad accusandum sunt: 1.¡ Coniuges, in omnibus Causis separationis et nullitatis, nisi ipsi fuerint impedimenti causaÈ. Proprio allÕinterno del paradigma oggettivistico di riferimento, era il Matrimonio in quanto res (pur sacra) a venire ÒaccusatoÓ di essere nullo. Sulla base dello stesso presupposto la Procedura giudiziale imponeva al Difensore del vincolo dÕinterporre dÕUfficio Appello giudiziale (cfr. Can. 1986, CIC-17) contro lÕeventuale decisione pro vinculi nullitate, dopo aver comunque sostenuto di principio la validitˆ del vincolo stesso Çin tutti i casi e a tutti i costiÈ.

Lungo il XX secolo, a dire il vero, soprattutto nel secondo dopo-guerra, qualcosa era giˆ maturato in prospettiva maggiormente antropologica, al punto che nel Codice del 1983 (antecedente alla riforma del 2015), pur conservandosi in modo stretto lÕobbligo della doppia Sentenza ÒconformeÓ (cfr. Can. 1684 ¤1 CIC-83) finalizzata ad assicurare una Òcertezza moraleÓ inequivocabile, erano per˜ mutati vari elementi di portata sostanziale tra cui: la possibilitˆ per entrambi i coniugi di intraprendere la Causa (cfr. Can. 1674 CIC-83), il valore probante (seppure parziale) delle Dichiarazioni delle parti (cfr. Cann. 1536; 1679 CIC-83), il non obbligo del Difensore del vincolo di difenderlo ad ogni costo (cfr. Can. 1432), nŽ di appellare comunque la Sentenza pro nullitate. La stessa doppia conformitˆ aveva progressivamente ammesso ÒequivalenzeÓ in ragione di letture complementari degli stessi fatti posti a base della Causa di nullitˆ (Capita nullitatis diversi, basati per˜ sugli stessi fatti/atti).

Va evidenziata, non di meno, la discrasia dellÕimpianto teoretico gasparriano: da una parte ci˜ che interessava era lÕesistenza o meno del vincolo (funzionale alla celebrazione del ÒveroÓ Matrimonio), dallÕaltra ci˜ che si verificava a livello processuale era lÕesistenza o meno del Sacramento come tale. La configurazione del CIC post-conciliare, al contrario, appare pi� (auto)coerente poichŽ interessa e si verifica lo Òstato delle personeÓ. Va infatti osservato che, in applicazione e sviluppo della linea conciliare, la prassi giudiziale canonica ha continuato a spostare verso la componente pi� Òindividuale/soggettivaÓ il maggior peso dellÕattivitˆ investigativa nelle Cause che ormai lo stesso Legislatore individua formalmente e con certezza terminologica come riguardanti Òlo stato delle personeÓ (cfr. CIC, Cann. 1445 ¤1, 2; 1492 ¤1; 1643; 1644 ¤1; 1691; CCEO, Cann. 1150; 1177 ¤2; 1324; 1325 ¤1) ad indicare espressamente il cambio effettivamente intervenuto, sebbene ancora in via di recezione sostanziale in troppi ambienti.

3. Persone, Matrimonio e nuovo Processo di nullitˆ

3.1 Nuovo Processo matrimoniale e approccio antropologico

Del tutto differente dal passato � lÕorizzonte di collocazione e sviluppo di quanto disposto da Papa Francesco attraverso i motu proprio ÒMitis IudexÓ e ÒMitis et MisericorsÓ del settembre 2015, in ragione dei quali il nuovo Processo di nullitˆ matrimoniale risulta oggi concentrarsi prevalentemente sulle persone e, pi� ancora, sulla qualitˆ del Consenso matrimoniale da esse maturato, prima ancora che espresso. Il resto finisce per diventare del tutto secondario poichŽ, ormai, pare essere principalmente la qualitˆ e consistenza del Consenso a rilevare processualmente ai fini del riconoscimento della nullitˆ del Matrimonio. Ci˜ senza escludere che anche la sua validitˆ, e quindi il Diritto matrimoniale sostanziale, resti profondamente segnata, seppure in modo indiretto, da questo cambio di prospettiva procedurale.

Il passo compiuto dalla riforma del Diritto processuale matrimoniale del 2015 ha una portata epistemologica (ben prima che normativa) radicale: col nuovo Processo matrimoniale, infatti, non si tratta pi� di sottoporre a verifica umana un evento metafisico (qual era il Sacramento ÒscolasticoÓ, attraverso il concorso di materia, forma e ministro) ma unÕattivitˆ sostanzialmente umana qual � il Consenso dei nubenti. LÕaver eliminato la necessitˆ della doppia Sentenza conforme per passare allÕesecutivitˆ della Sentenza di nullitˆ dopo un unico Grado di Giudizio (cfr. Can. 1679 CIC-2015) e, a maggior ragione, dopo un Processo Òpi� breveÓ (cfr. Cann. 1683-1687 CIC-2015) affidato ad unÕunica persona – sebbene ÒVescovoÓ – non pu˜ non evidenziare un sostanziale declassamento della ÒmateriaÓ del nuovo Processo che, da qu¾stio metaphisica (= il Sacramento – res divina) diventa prevalentemente qu¾stio anthropologica (= il Consenso – res humana). Sembra essere questo, infatti, il presupposto di maggior portata sostanziale alla base del cambio cos“ radicale dellÕimpostazione processuale: un presupposto, in realtˆ, non pienamente innovativo, visto che questa linea di sviluppo era giˆ stata indicata con chiarezza da Benedetto XVI nel Discorso del 2006 alla Rota Romana, quando aveva affermato che nel Processo matrimoniale non cÕ� alcun Òbene contesoÓ (come invece nelle Cause civili) ma la necessitˆ di ÒprovareÓ, contro la presunzione della Legge, che lÕatto (matrimoniale) posto nel debito modo riguardo ai suoi elementi esterni (cfr. Can. 124 ¤2) non corrispondeva, in realtˆ, alla sua veritˆ intrinseca, dipendente delle disposizioni (oggettive e soggettive) dei nubenti. Non di meno: che il Processo di nullitˆ matrimoniale del CIC del 1983 sia soltanto un ÒProcesso di cognizioneÓ non � dubitato nŽ dubitabile, nonostante permanga la necessitˆ di purificare ulteriormente il linguaggio utilizzato dal Legislatore che parla ancor oggi di ÒimpugnazioneÓ del Matrimonio (cfr. Can. 1674 CIC-2015) mentre il CIC del 1917 parlava, addirittura, di sua ÒaccusaÓ: un passo avanti, ma ancora molto parziale rispetto alla sua funzione di mera ÒverificaÓ.

LÕorizzonte e il presupposto ÒantropologiciÓ del nuovo Processo matrimoniale si ampliano maggiormente ponendo attenzione anche alle ÒRationes ProcedendiÓ che accompagnano, in diretta connessione con gli stessi motu proprio, la nuova formulazione dei Canoni a seguito della riforma: si tratta prevalentemente di ÒcircostanzeÓ fattuali che, seppure non costituiscano ÒpresunzioniÓ di Diritto in senso tecnico (nŽ vogliano diventarle), conferiscono tuttavia peculiare valore euristico (= investigativo) per le fattispecie tecnicamente dette Òdi esclusioneÓ, da cui deriva – spesso – la c.d. simulazione del Consenso, che lo invalida. Un valore non certo secondario o meramente complementare, visto che vengono indicate non per il Processo di nullitˆ in genere ma specificamente per quello Òpi� breveÓ, esperibile quando – a livello probatorio – Çricorrano circostanze di fatti e di persone, sostenute da testimonianze o documenti, che non richiedano una inchiesta o una istruzione pi� accurata, e rendano manifesta la nullitˆÈ (Can. 1683 CIC-2015). Il quadro di riferimento della nuova considerazione del Matrimonio a cui ci si sta riferendo � tipicamente processualistico poichŽ la c.d. simulazione si prova per via indiretta cercando, e valutando poi, le c.d. causa contrahendi e causa simulandi. é in questa prospettiva che diventano significativi alcuni dei ÒfattiÓ – espressamente esistenziali – indicati allÕArt. 14 ¤1 delle Rationes annesse al Codice latino: 1) la brevitˆ della convivenza coniugale, 2) lÕostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo, 3) lÕoccultamento doloso della sterilitˆ o di una grave malattia contagiosa o di figli nati da una precedente relazione o di una carcerazione, 4) la causa del Matrimonio del tutto estranea alla vita coniugale o consistente nella gravidanza imprevista della donna.

Il Legislatore pare ritenere tali fatti significativi in riferimento al Matrimonio quali manifestazioni dellÕindividualitˆ di ciascuno, prima che della dinamica stessa di coppia che il Consenso dovrebbe suggellare: si tratta, in effetti, non di semplici eventi ÒesterniÓ, estemporanei o fortuiti, ma di condotte in grado di far emergere potenziali ÒattitudiniÓ individuali di una certa stabilitˆ (= dinamismi personali) oltre a convinzioni radicate circa il rapporto di coppia, la famiglia, ecc.

3.2 Sacramento del Matrimonio e persone: questioni giacenti

Le poche considerazioni espresse sul nuovo corso processuale matrimoniale risultano giˆ sufficienti per dover prendere atto dellÕormai radicale infruibilitˆ dello schema ÒscolasticoÓ in riferimento al Sacramento del Matrimonio: materia, forma, ministro, infatti, non sono pi� in grado di delineare in modo sufficiente (e oggi plausibile) ci˜ che ormai risulta essere (o dover essere) dal punto di vista canonico il Sacramento del Matrimonio antropologicamente connotato; tanto pi� che

Çil passaggio da una concezione contrattualistica ad una pi� personalistica del Matrimonio, e lo spostamento dÕattenzione sullo stato matrimoniale (il Matrimonio come Sacramento permanente) hanno messo in questione la determinazione della struttura ilemorfica e del ministro, anche perchŽ pregiudicata dalla lunga tradizione canonistico-teologica impostata sulla centralitˆ del Consenso-contrattoÈ.

LÕefficace e documentata ricostruzione proposta quasi trentÕanni fa dal prof. Gerardi offre in modo puntuale il quadro della questione soprattutto in chiave critica dal punto di vista storico-teologico da cui il Diritto canonico, comunque, non pu˜ prescindere a livello sostanziale se non vuol rimanere intrappolato in ÒdogmiÓ che – in realtˆ – sono solo ÒdecisioniÓ rispondenti a presupposti spesso soltanto circostanziali, come fu la questione matrimoniale al Concilio di Trento, che si pose in massima parte come necessitˆ di rispondere alle affermazioni (negative!) luterane (v. infra).

Nonostante sia Çdottrina teologicamente certa che tutti i Sacramenti cristiani abbiano una materia e una forma, o, in altri termini, che siano costituiti da res et verbaÈ, non di meno Çla funzione dei due elementi res e verba, nella costituzione del segno sacramentale, è analogaÈ soltanto, in ragione del principio – puramente semeiotico (sic) – che

Çil segno sacramentale non avrebbe la sua precisa significazione se fosse limitato solo alla res, o comunque al gesto. Le parole intervengono perci˜ a determinare il gesto nel suo significato univoco e comprensibileÈ.

Proprio per˜ la corrispondenza meramente ÒfunzionaleÓ (il vero secundum quid di questÕanalogia) tra materia-forma da una parte, res-verba dallÕaltra, ha creato problemi sin dallÕinizio nellÕapplicazione di tali categorie a-prioristiche ai due Sacramenti immateriali (meglio sarebbe dire esistenziali) del settenario: Penitenza e Matrimonio; problemi giˆ evidenziati da Pietro Lombardo e san Tommaso e che hanno reso non facile Çinserire il Matrimonio fra i Sacramenti intesi in senso strettoÈ. Non di meno: ÇIl Matrimonio era considerato ÒsacramentumÓ prima ancora che si elaborasse definitivamente una definizione dei Sacramenti in senso stretto da parte della ScolasticaÈ in ragione della sua antichissima considerazione in termini di ÒgiuramentoÓ, come lÕaveva inteso santÕAgostino riferendosi ai (suoi!) tria bona Matrimonii: ÇlÕimpegno sacro degli sposi che esclude il Divorzio; e ci˜ perchŽ il Matrimonio dei cristiani rappresenta lÕunione indissolubile di Cristo e della ChiesaÈ, secondo lÕaffermazione costitutiva di Ef 5,32, divenuta ben presto tappa irrinunciabile per la comprensione del Matrimonio tra cristiani come peculiare Sacramento.

Significativamente, seppur generalmente ignorato dai canonisti,

Çil Concilio di Firenze, nel Decretum pro Armenis (Bolla ÒExsultate DeoÓ) adottò per la confezione e lÕamministrazione di cinque Sacramenti il criterio tripartito (materia, forma, ministro), e in pi� specific˜ lÕeffetto proprio; per la Penitenza si limit˜ a parlare di Òquasi-materiaÓ; per quanto riguarda il Matrimonio, afferm˜ che la causa efficiente di esso Òregulariter est mutuus Consensus per verba de pr¾senti expressusÓÈ.

Non paiono inutili due osservazioni in merito:

1) il concetto di Òquasi-materiaÓ utilizzato allÕinterno di un contesto soltanto analogico non pu˜ pretendere alcuna reale consistenza ÒontologicaÓ da cui potersi dedurre alcunchŽ;

2) per il Matrimonio si evita addirittura il concetto di materia (anche nella modalitˆ attenuata usata per la Penitenza: quasi-materia – sic) e si scivola – anche dal punto di vista logico – verso la Òcausa efficienteÓ, elemento appartenente a tuttÕaltro contesto e strumentario concettuale (e ontologico!).

LÕaffermazione conciliare fiorentina diventerˆ per˜ una pietra miliare della dottrina matrimonialista cattolica: ÇLa causa efficiente del Matrimonio � nel ConsensoÈ; posizione che si consolid˜ in riferimento espresso al concetto di ÒcontrattoÓ (in dipendenza dal Consenso) nella sua progressiva identificazione biunivoca col Sacramento, dovuta in massima parte ad un doppio genere di questioni, non teologiche nŽ sacramentarie: 1) quelle politiche sulla ÒgiurisdizioneÓ civile o canonica a riguardo del Matrimonio come tale, b) quelle morali, ben pi� radicali, connesse alla ratio peccati vitandi a riguardo della fornicazione e dellÕadulterio, strutturalmente dipendenti dalla validitˆ o meno del Matrimonio.

A proposito dello scivolamento concettuale giˆ evidenziato non si pu˜ inoltre trascurare che

ÇlÕapplicazione della dottrina ilemorfica ai Sacramenti, che si era imposta nella prima metˆ del secolo XIII, aveva creato subito notevoli difficoltˆ alla dottrina del contratto-Sacramento del Matrimonio: mentre il contratto si realizza con il semplice mutuo Consenso, il Sacramento richiede invece il doppio elemento della materia e della formaÈ.

La sistematica sacramentale scolastica, tuttavia, non poteva rinunciare al preciso incasellamento di un Sacramento cos“ fondamentale, anche per la vita sociale, e molti teologi sÕimpegnarono lungo i secoli a cercare soprattutto quale fosse la materia del Matrimonio, a partire [a] dal corpo stesso dei coniugi (= lo ius in corpus), [b] alle parole pronunciate dal primo dei nubenti (Consensus facit nuptias), [c] alla coniunctio corporum (integrante la copula). La posizione pi� seguita fu per˜ quella di santÕAlberto Magno e san Tommaso, secondo i quali Çla materia va individuata nelle disposizioni e nelle azioni degli sposiÈ. Per Tommaso, addirittura, Çla forma del Sacramento consiste nelle parole che esprimono il Consenso degli sposi; e il Consenso stesso tiene il posto di materiaÈ; Òtiene il postoÓ (Òsunt loco materiali elementiÓ), cio�: non � ÒmateriaÓ propriamente detta ma Òla sostituisceÓ in quanto elemento sensibile, proprio come accade nella Penitenza per la confessione dei peccati.

Non di meno Çil Concilio Tridentino, nei Canoni ÒDe Sacramentis in genereÓ, non accennò a materia et formaÈ per nessuno dei Sacramenti, mentre dovette riservare alla Penitenza alcune ÒattenzioniÓ supplementari in ragione dellÕevidente non-paragonabilitˆ – nonostante il comune ÒelementoÓ del peccato (mortale) – tra i Sacramenti della Penitenza e del Battesimo, proprio in riferimento alla loro materia et forma, dovendo affermare per i due Sacramenti che Çquod materia et forma [É] longissime dissidetÈ.

Le svariate difficoltˆ teologiche, non meno che le cautele conciliari, non impedirono per˜ il concreto affermarsi – anche in questÕambito – della posizione del Card. Bellarmino secondo cui

Çla materia e la forma [É] sono lo stesso contratto considerato da due punti di vista diversi: è materia in quanto traditio iuris, è forma in quanto acceptatio iuris. Il diritto, dato e ricevuto, è quello nei confronti del corpo dellÕaltro coniugeÈ.

La posizione divenne la pi� condivisa in campo teologico e canonico e la maggior parte degli autori (a partire da Su‡rez, Sanchez, De Lugo) insegn˜ che

Çle parole pronunciate dagli sposi sono sia la materia che la forma del Sacramento, ma in modo diverso. Sono materia del Sacramento in quanto esprimono la trasmissione del potere sul corpo in ordine agli atti per sŽ adatti alla generazione (Òmateria imperfecta ac ulterius determinabilisÓ); sono forma del Sacramento in quanto significano lÕaccettazione della traditio fatta dal coniuge (Òforma contractum perficiensÓ)È.

Conseguenza sorprendente – e non trascurabile – di questa impostazione, � la deduzione – del tutto formale ed estrinseca – che ne deriva: poichŽ Çentrambi i contraenti pongono sia la materia sia la formaÈ del Sacramento sono essi a risultarne anche i ÒministriÓ! Ci˜ che manifesta ab origine la totale inconsistenza teologica della posizione latina rispetto a quella orientale che, fuor di Scolastica, non ha mai accettato tale prospettiva, nŽ la pu˜ ammettere quale mera (libera ed autonoma) attivitˆ ÒbattesimaleÓ dei fedeliÉ tanto pi� che, per i Latini, non occorre neppure il Sacramento della Confermazione – e quindi la pienezza dellÕIniziazione cristiana – per realizzare tale atto ÒqualificanteÓ della propria vita di fede e vocazione cristiana.

Questo, per˜, apre un ulteriore capitolo, oggi sempre maggiormente problematico, a riguardo, pi� o meno direttamente, della ÒfedeÓ – e della stessa volontˆ – necessaria alla celebrazione del Sacramento come tale: questione giˆ posta – inutilmente – a Trento a partire dalle posizioni del Concilio di Colonia che, in uno schema teoretico evidentemente ben diverso da quello puramente razionale dei Dottori scolastici ma condiviso da un certo numero di padri conciliari, riteneva la benedizione sacerdotale indispensabile:

ÇLo è in quanto facente parte di tutti quei riti che manifestano la dimensione religiosa della fede necessaria alla qualitˆ cristiana del Consenso degli sposi. Insomma, non basta il Consenso mutuo, ma è necessaria la parola di fede per fare il Sacramento. [É] Va dunque considerata come essenziale la dimensione di fede, che riconosce il primato della Parola di Dio, che dà al Sacramento fermezza e stabilitˆ. E perci˜ � essenziale il rito religioso con la benedizioneÈ.

La Chiesa cattolica, non di meno, a partire dal presupposto – puramente dottrinale, contingente e funzionale (sic) – dellÕidentitˆ di contratto e Sacramento

Çha sempre considerato sacramentale il Matrimonio dei battezzati cattolici, indipendentemente dal fatto che essi lo considerino o meno Sacramento in senso stretto. Evidentemente lÕesistenza oggettiva del Sacramento non dipende dalla fede soggettiva, né del singolo, né di una Confessione religiosa in quanto tale. E quindi, di conseguenza, per poter concedere validamente il Matrimonio ad un battezzato di per sŽ non sono necessarie nŽ la fede nŽ lÕintenzione esplicita di ricevere un Sacramento; ma è sufficiente che voglia davvero contrarre un Matrimonio vero, unico, fedele, indissolubile, e che non escluda in modo esplicito e formale il SacramentoÈ.

La questione non risolta a Trento si sta ripresentando oggi sotto nuove prospettive e problematiche, soprattutto in riferimento al ÒMatrimonio dei battezzati non credentiÓ, visto lÕaffermarsi indubitabile nella recente attivitˆ pontificia del riferimento ad una Òmancanza di fede che pu˜ generare la simulazione del ConsensoÓ, come prevede lÕArt. 14 ¤1 della Ratio Procedendi del m.p. Mitis Iudex, sulla scorta di affermazioni giˆ di Benedetto XVI che nellÕannuale Discorso alla Rota Romana del 2013 aveva affermato:

ÇSe � importante non confondere il problema dellÕintenzione con quello della fede personale dei contraenti, non � tuttavia possibile separarli totalmente. Come faceva notare la Commissione Teologica Internazionale in un Documento del 1977, Ònel caso in cui non si avverta alcuna traccia della fede in quanto tale (nel senso del termine ÒcredenzaÓ, disposizione a credere), nŽ alcun desiderio della Grazia e della salvezza, si pone il problema di sapere, in realtˆ, se lÕintenzione generale e veramente sacramentale di cui abbiamo parlato, � presente o no, e se il Matrimonio � contratto validamente o noÓ (La dottrina cattolica sul Sacramento del Matrimonio [1977], 2.3: Documenti 1969-2004, vol. 13, Bologna 2006, p. 145)È .

Ne derivano altre questioni a riguardo della differenza tra: 1) validitˆ del Matrimonio in sŽ, 2) sua sacramentalitˆ e 3) efficacia del vincolo che ne deriva; questioni del tutto attuali sia nei Matrimoni misti che in quelli con Dispensa super rato o altre forme concessive connesse al c.d. Privilegium petrinum. Questioni nelle quali, caduta ormai in buona parte la componente giurisdizionale tipica dei regimi statali confessionali (a causa della secolarizzazione e laicitˆ dello Stato) gravemente influente sulla precedente irrinunciabilitˆ dellÕidentificazione contratto-Sacramento, rimane pienamente attiva la – sola – componente espressamente morale connessa allÕammissione/esclusione sacramentale (rispetto a: Matrimonio, Penitenza, Comunione) in base allo status ÒconiugaleÓ di riferimento.

La tradizione ortodossa, per parte propria, – storicamente estranea sia alla necessitˆ dellÕidentificazione contratto-Sacramento che alla concezione scolastica dei Sacramenti – ritiene legittimi e validi, seppure non sacramentali, i Matrimoni ÒciviliÓ dei battezzati, conferendo cos“ ÒcoperturaÓ morale (circa sextum) ad una grande quantitˆ di Matrimoni di battezzati i quali, oltre a non incorrere nella fornicazione, possono tranquillamente confessarsi e comunicarsi. Il Sacramento del Matrimonio cristiano, celebrato come tale coram Ecclesiam mediante lÕintervento del ministro sacro, costituisce poi un ulteriore passo avanti nella via della santificazione personale e famigliare. Una rilettura contestuale e circostanziata del Decreto tridentino sul Matrimonio, conscia della natura polemica delle affermazioni in esso contenute potrebbe ormai offrire nuovi spazi di luciditˆ circa lÕassolutezza della posizione tridentina, universalizzata – per di pi� (sic!) – solo nel 1907 col Decreto ÒNe temereÓ che imponeva lÕosservanza del ÒTametsiÓ anche nei vasti territori europei che, a causa del governo protestante non videro mai lÕapplicazione dei Decreti tridentini di riforma.

3.3 Sacramento del Matrimonio e persone: questioni attuali

Lo spostamento della qu¾stio nullitatis dallÕambito sacramentale-ontologico del Codex pio-benedettino a quello sacramentale-antropologico del m.p. Mitis Iudex contribuisce anche – seppure non a prima vista – a ricollocare la questione stessa in un differente ambito di considerazione ecclesiale, ampliandone la portata. Porre, infatti, lÕoggetto del Processo di nullitˆ matrimoniale allÕinterno dellÕambito ÒvocazionaleÓ – poichŽ lo Òstato delle personeÓ riguarda in primis la vocazione e non i Sacramenti che, di fatto, la sanciscono (soltanto) dal punto di vista spirituale e giuridico! – apre lÕorizzonte agli apporti delle Discipline pi� espressamente antropologiche nella loro complessitˆ, come anche la Giurisprudenza pi� avvertita ha iniziato a fare giˆ da qualche decennio, nella consapevolezza che ormai � necessario prima di tutto accostare le persone come tali e non soltanto alcuni dei loro ÒattiÓ, in particolare quelli giuridico-sacramentali, o equifunzionali.

In tale prospettiva non pu˜ neppure essere ignorato il crescente ricorso giudiziale a varie tipologie di Perizie quale modalitˆ istruttoria ordinaria anche per i Capi di nullitˆ in cui esse non siano richieste dal Diritto o non siano possibili in modo diretto sulla parte in questione: le Perizie, infatti, ponendo al centro le persone come tali (soprattutto le loro strutture e funzionalitˆ interiori), prima che qualche loro specifico atto puntuale (comÕ� il Consenso), offrono elementi di valutazione e giudizio sempre pi� rilevanti per la decisione del singolo caso di specie.

Chiaramente questo genere di ricorsi alla professionalitˆ di tecnici della psiche, non ha nulla a che fare con gli ambiti espressamente patologici della comportamentalitˆ umana quanto, molto pi� diffusamente, con quelli della c.d. normalitˆ che vede tuttavia migliaia di persone ÒsaneÓ rimanere vittime di particolari ÒfunzionalitˆÓ o di espresse Òdis-funzionalitˆÓ della propria personalitˆ, biografia e convinzioni interiori, che caratterizzano e contraddistinguono ciascuno individualmente, muovendolo o inibendolo a determinati comportamenti e stili di vita che non riguardano soltanto le dimensioni cognitiva e relazionale ma anche quella emotiva, morale e spirituale. Le consapevolezze che si stanno progressivamente consolidando a livello socio-sanitario nei campi connessi al supporto psicologico di coloro che hanno sub“to traumi o shock da abuso, maltrattamento o violenza (non meno che incidenti, catastrofi, calamitˆ, ecc.) ampliano ed approfondiscono lo scenario di cui tener conto su base espressamente biografica.

Sul tema, non di meno, si � giˆ prodotta non solo autorevole dottrina canonistica ma, ben pi� radicalmente, uno specifico Magistero ed indirizzo pontificio in campo giudiziale. Sono ÒcelebriÓ, infatti, gli interventi di Giovanni Paolo II del 1987 e 1988 in occasione dellÕannuale Allocuzione alla Rota Romana; interventi echeggiati ancora da Benedetto XVI nellÕanno 2009.

Come giˆ detto: in questo campo ci˜ che normalmente si scrive ÒAntropologiaÓ deve per˜ essere letto come Òdinamismo personaleÓ. Ci˜ per˜ non basta ancora, poichŽ lÕarticolato e disperso ambito delle Discipline psicologiche (non ancora giunte ad una concorde identitˆ e stabilitˆ epistemologica tale da farne vere ÒScienzeÓ) evidenzia al proprio interno un amplissimo spettro di – anche contrapposti – modelli filosofico-antropologici di riferimento e fondazione. Ed � proprio a questo livello che il canonista deve porre particolare attenzione per non cadere vittima di letture o concezioni della persona e delle sue dinamiche interne – soprattutto vocazionali – che risultino riduzionistiche rispetto alla visione antropologica specificamente ÒcattolicaÓ.

Questo, tuttavia, apre in modo esplicito lÕambito dei c.d. paradigmi interpretativi soprattutto in relazione – quando non in vera ÒdipendenzaÓ – dal modello antropologico inevitabilmente sotteso. Un approccio meramente fisiologico, infatti, oppure statistico, oppure psicodinamico, o tridimensionale, pre-suppongono una peculiare lettura e concezione non solo del Òcomportarsi umanoÓ come tale ma, ben pi� radicalmente, dello stesso ÒessereÓ personaleÉ non potendo sfuggire alle problematiche socio-culturali di ciascun luogo e tempo, come giˆ posto in evidenza, p.es., dal prof. Manenti nella VI Giornata canonistica interdisciplinare a riguardo dellÕautenticitˆ e durata delle decisioni.

4. Considerazioni finali

Il quadro sin qui delineato, pi� per spunti di evidenza critica che non in modo organico, mostra come le dimensioni ÒantropologicaÓ o ÒpersonalisticaÓ (concettualmente intercambiabili nella presente prospettiva) costituiscano ormai un orizzonte irrinunciabile per la Canonistica, nonostante la loro penetrazione in vari ambiti dellÕOrdinamento canonico e, pi� ancora, della loro percezione e concezione, sia ancora estremamente lenta e faticosa.

Sebbene tali lentezza e fatica possano non rallegrare soprattutto le maggiori sensibilitˆ pastorali, non di meno – utilizzando unÕimmagine evocativa – la ÒmarcitaÓ (o la ÒconciaÓ) nella quale il Diritto canonico attuale si trova sempre pi� immerso offre ragionevoli speranze che il nuovo approccio possa comunque radicarsi in modo profondo e stabile: un poÕ come accadde per il contesto etico e morale su cui si rivers˜ la prima codificazione canonica latina immergendolo per anni in un ÒbagnoÓ codiciale che ne condizion˜ radicalmente la stessa identitˆ. Sfugge a pochi come qualcosa di simile stia lentamente delineandosi oggi per il Diritto canonico, sempre pi� ÒsommersoÓ dalle numerosissime consapevolezze personalistiche ed antropologiche che il Vaticano II ha pienamente riattivato nella vita ecclesiale facendone il ÒliquidoÓ da cui ricevere Òprotezione e fertilitˆÓ.

Il percorso, dÕaltra parte, ha giˆ conosciuto autorevoli esploratori e pionieri che di volta in volta hanno saputo mettere in luce punti di vista innovativi, costringendo i canonisti ad alzare progressivamente lo sguardo dai Canoni dei Codici ai volti delle persone, dalle fattispecie alle biografie, dalle teorie ai drammi.

Tra essi, seppure con formazioni, referenze e prospettive radicalmente diverse, due figure paiono delinearsi allÕinterno della Canonistica degli ultimi decenni: JosŽ Maria Serrano Ruiz (giˆ Giudice e Decano della Rota Romana) e Giuseppe Versaldi (professore, poi Vescovo, ed ora Cardinale Prefetto della Congregazione per lÕEducazione cattolica). Precursori, chi in Giurisprudenza, chi in dottrina, di un approccio sinceramente ÒantropologicoÓ che, con discontinuitˆ ma anche tenacia ha offerto significative suggestioni anche ad un certo numero di insegnamenti pontifici proprio in tema di nullitˆ di Matrimonio, soprattutto nelle annuali Allocuzioni agli Operatori del Tribunale della Rota Romana.

Di natura pi� filosofica lÕapproccio del Giudice spagnolo, sollecitato da molte ricchezze della cultura e sensibilitˆ ÒesistenzialistaÓ attraverso la quale poeti e filosofi del Novecento hanno saputo mettere in luce la profonditˆ e reale ÒentitˆÓ di ci˜ che gli uomini e le donne del nostro tempo vivono di se stessi e in se stessi; di carattere pi� scientifico lÕapproccio del Cardinale italiano, cresciuto alla scuola dei Gesuiti Luigi Maria Rulla e Franco Imoda nellÕIstituto di Psicologia della Pontificia Universitˆ Gregoriana; entrambi hanno offerto alla recente Canonistica sollecitazioni ormai irrinunciabili nellÕapprocciare il Matrimonio non tanto come res (divina: Sacramentum) ma principalmente come relatio (humana: fÏdus). Ai due canonisti va associato un approccio di fatto complementare, almeno per il suo aver interessato per alcuni decenni la formazione di molti operatori dei ÒConsultori matrimoniali cattoliciÓ italiani: la proposta teoretica dellÕÒIstituto Superiore per FormatoriÓ connesso al giˆ citato Istituto di Psicologia, operante in campo specificamente vocazionale sotto lÕiniziale guida del prof. Alessandro Manenti.

Non pare superfluo evidenziare come una radice comune associ, sebbene indirettamente, gli autori menzionati nel loro irrinunciabile guardare alle persone ed alla loro considerazione ÒdinamicaÓ: lÕapproccio fenomenologico di Bernard Lonergan (docente di Serrano Ruiz ed autore di referenza primaria per gli studi psicologici dellÕUniversitˆ Gregoriana) con la sua attenzione ai Òdinamismi interniÓ della persona, al suo crescere nella consapevolezza di sŽ, al differenziarsi della sua coscienzaÉ

Chiudendo queste annotazioni introduttorie, sia permesso evidenziare come quanto sin qui proposto sia giˆ stato in qualche modo anticipato nel ÒBilancio canonisticoÓ della IX Giornata canonistica interdisciplinare dellÕaprile 2014:

ÇAlmeno di fatto, non esiste alternativa al considerare identitˆ (personale) e biografia (individuale) come saldamente correlate e non adeguatamente disgiungibili: una connessione che, per quanto non ÒmeccanicaÓ, risulta comunque insuperabile poichŽ � il vissuto che struttura lo ÒstratoÓ non meramente biologico della persona e rende ciascuno unico e irripetibileÉ questo, per˜, � ci˜ che costituisce lÕidentitˆ personale in senso proprio.

Nella stessa linea si � mossa anche la consapevolezza clinico-scientifica dellÕultimo cinquantennio nel suo progressivo allontanarsi dagli approcci ÒtipologiciÓ, maggiormente interessati ad eventuali ÒanomalieÓ o ÒdisturbiÓ (inizialmente solo organici), verso approcci ÒidiosincraticiÓ, interessati al ÒfunzionamentoÓ di ciascuna persona e, pertanto, alla sua identitˆ. Lo dimostra la stessa ÒevoluzioneÓ del DSM che ha legittimato nella sua quinta edizione anche il nuovo paradigma orientato alla delineazione della ÒpersonalitˆÓ individuale: ci˜ che conferma, ulteriormente, lÕirrinunciabilitˆ degli approcci psicodinamici, dal PDM, al modello di Rulla-Imoda nella prospettiva delle Òtre dimensioniÓ che riconoscono valore ed interazioni efficaci anche alla dimensione (ed esperienza) spirituale di ciascuno. Non � un caso che sempre pi� lÕattivitˆ peritale faccia riferimento alla biografia, insieme ad eventuali test, per delineare e gestire i Òtratti di personalitˆÓ, pi� che eventuali patologieÈ.




in: APOLLINARIS, LXXX (2017), 51-86