Paolo Gherri
Sommario
1. Un primo approccio. 2. Diritto, Pastorale e persona. 3. Matrimonio e questione antropologica. 4. Antropologia e vocazione matrimoniale. 5. Un Diritto matrimoniale antropologicamente fondato?
Summary
1. A first approach. 2. Law, Ministry and person. 3. Marriage and anthropological question. 4. Anthropology and marriage vocation. 5. An anthropologically grounded Matrimonial Law?
1. Un primo approccio
Se si volesse utilizzare una sorta di slogan per indicare in modo incisivo lÕapprodo della Dodicesima Giornata canonistica interdisciplinare, si potrebbe affermare che il canonista, ed il Giudice ecclesiastico in modo speciale, si occupa Òdi personeÓ e tratta Òla personaÓ, non si occupa – invece – di diritti nŽ tratta i diritti, neppure in Tribunale.
In effetti se non si realizza questo, si � fuori dal campo del Diritto e della giuridicitˆ: lontani da ci˜ che il Diritto ha sempre costituito – ben prima che ÒrappresentatoÓ – in qualunque esperienza che lÕumanitˆ ne abbia fatto, tanto pi� in quella ecclesiale. Di conseguenza il giurista � – e devÕessere – custode dellÕumanitˆ integrale, perchŽ servitore attento della vita concreta di ogni persona (cos“ come il politico lo devÕessere per ogni societˆ umana): quella vita concreta che troppo spesso si trova privata del suo stesso protagonista, divenuto di colpo semplice ÒcomparsaÓ su di un palcoscenico che non � pi� quello su cui aveva cominciato a mettersi in gioco e mosso, spesso con entusiasmo e fiducia, i suoi primi passi.
Sebbene lÕorizzonte in cui si collocano affermazioni di questa consistenza e portata appaia qui molto pi� ampio di quanto ci si aspetterebbe nel presente contesto, nondimeno: non paiono esistere reali alternative alla necessitˆ di un cos“ radicale ricupero della persona nella sua pienezza e completezza rispetto a qualsiasi sua formalizzazione e riduzione, come nella maggior parte dei casi risultano essere ormai divenuti i c.d. diritti e loro pretese tutele.
LÕapprodo in questione, in realtˆ, si pone, necessariamente a due differenti livelli: 1) quello connesso alla considerazione del Diritto come concreto strumento di accoglienza sociale delle persone, 2) quello connesso alla considerazione della persona come tale allÕinterno delle funzionalitˆ giuridiche di maggior impatto esistenziale (a cui ci si interessa in queste brevi note). A maggior ragione se, quando e quanto – come avviene in ambito canonico – ci˜ che diventa oggetto dellÕintervento giudiziale non riguarda ÒdelleÓ cose ma ÒlaÓ persona e sue relazioni esistenzialmente significative, come sono quelle che, nella Chiesa, riguardano il suo essere sposa/o, consacrata/o, chiericoÉ Che cosa, dÕaltra parte, potrebbe ricevere maggior attenzione e tutela nella Chiesa se non la veritˆ della vocazione (nei Sacramenti che la realizzano) e la fedeltˆ ad essa alla quale ciascuno � chiamato?
Certamente risulta pi� facile [1] il Òrapporto conÓ e la Ògestione diÓ teorici rapporti di giustizia tra semplici soggetti o entitˆ che [2] il Òrapporto conÓ e la Ògestione diÓ una concreta persona in carne ed ossa, con le sue vicende, immaturitˆ, paure, frustrazioni, timori, delusioni, speranze, attese, progettiÉ Sarebbe, per˜, come voler identificare un quadro di Picasso o di Mantegna coi millilitri di colore utilizzati, soffermandosi eventualmente a disquisire con acribia se ci si debba riferire al ÒPantone Matching SystemÓ (coi suoi oltre 3.000 colori) o alla semplice quadricromia di base (CMYK) da cui gli stessi colori possono comunque essere ricavati e composti.
LÕapproccio � talmente diverso da risultare spesso antitetico: tanto, infatti, � plastico e generico il Diritto, quanto sono rigide e specifiche le – singole – persone; tanto � semplice – spesso – la soluzione in Iure, quanto � complessa quella in facto. Tanto pi� che, a differenza delle soluzioni giuridiche (e giudiziali) enunciate nelle Sentenze – sempre teoriche – le soluzioni concrete che impattano sulla quotidianitˆ di ciascuno abbisognano sempre della loro effettiva messa in atto (= esecuzione) da parte del loro destinatario. Una messa in atto che nella Chiesa (priva di effettiva coercibilitˆ fisica) dipenderˆ in gran parte dal convincimento che i coinvolti potranno raggiungere e/o condividere. Norme, ragioni e decisioni, per parte loro, finiscono per collocarsi spesso su di un piano anche parecchio distante dallÕeffettiva realtˆ dei fatti che dovrebbero realizzarle, come giˆ la consapevolezza dei giuristi romani aveva espresso nellÕadagio: summum Ius, summa iniuriaÉ mentre – entro i confini storici – non esiste altro summum che la persona creata ad immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1,26).
2. Diritto, Pastorale e persona
In questo contesto, che vede confrontarsi la singola persona e decisioni (sociali, come sempre sono quelle giuridiche) che riguardano direttamente la sua vita concreta, emergono facilmente tensioni – o, almeno, dialettiche – tra Diritto e Pastorale, come ben mostrano molte delle ÒreazioniÓ – spesso scomposte – ai due Sinodi dei Vescovi sulla famiglia e alla conseguente Esortazione apostolica ÒAmoris L¾titiaÓ. Diritto da una parte e Pastorale dallÕaltra come due antagonisti in lotta per occupare e possedere lÕintero campo della concreta vita ecclesialeÉ senza rendersi conto che, in realtˆ, nŽ lÕuno nŽ lÕaltra sono effettivamente interessati a tale posizione egemonica nei confronti dei (singoli) membri del Popolo di Dio. Sia il Diritto che la Pastorale, infatti, non possono (nŽ devono) uscire dalla loro identitˆ di meri strumenti a servizio di ci˜ che davvero conta nella Chiesa: lÕannuncio del Vangelo e la santificazione degli uomini; i due impegni, doveri, compiti, ecclesiali fondamentali: munus Ecclesi¾ docendi, munus Ecclesi¾ sanctificandi.
Basti per questo unÕosservazione, semplice, seppure non consueta: diritto, pastorale, annuncio e santificazione sono soltanto parole astratte, concetti, enti di ragioneÉ realtˆ che non esistono Òlˆ fuori, nel mondoÓ e nella vita reale di donne ed uomini. Purtuttavia: annuncio e santificazione si riferiscono ad attivitˆ concrete, effettuabili, indicate dai verbi ÒannunciareÓ e ÒsantificareÓ; al contrario diritto e pastorale si riferiscono, invece, a qualitˆ: agli aggettivi ÒgiuridicoÓ e ÒpastoraleÓ. A questo, dÕaltra parte, servono gli aggettivi: a qualificare, spesso in modo (solo) descrittivo, le cose oppure le condotte/attivitˆ che interagiscono con la vita umana.
In questÕottica: ÒgiuridicoÓ e ÒpastoraleÓ indicano soltanto, ma anche in modo peculiare, due differenti modalitˆ operative secondo cui realizzare nella Chiesa (e da parte della Chiesa) i munera docendi e sanctificandi a lei affidati, nella piena consapevolezza – cos“ ulteriormente rafforzata – sia della non equipotenzialitˆ, sia del non antagonismo dei due modi di operare. UnÕacquisizione che si presenta non solo in grado di sciogliere le inutili dialettiche e tensioni nuovamente sollecitate negli ultimi anni, ma pure di inaugurare nuovi spazi di operativitˆ congiunta in vista dellÕunico fine comune: la santificazione della persona, il suo accompagnamento fino alla Òmisura della pienezza di CristoÓ (cfr. Ef 4,13) cosicchŽ si realizzi pienamente la chiamata, lÕinvito, che il Òbuon annuncioÓ intende suscitare in coloro che lo accolgono (cfr. Ef 4,1.4). Va considerata, infatti, la ricorrente sottolineatura da parte dello stesso Ges� del ÒfruttoÓ che lÕincontro evangelico deve produrre nella (e per la) vita delle persone: parabole, allegorie (cfr. Gv 15,1-8), discorsi (cfr. Gv 15,16) ed esperienze concrete riportate dai Vangeli non lasciano dubbi in merito. Il Vangelo va annunciato perchŽ Òporti fruttoÓ e tale Òfrutto rimangaÓ (cfr. Gv 15,16): un frutto che nella mente di Cristo chiaramente non coincide con la sola salvezza dal Òfuoco della GeennaÓ ma, prima di tutto, col diventare Òsuoi discepoliÓ (cfr. Gv 15,8) e stare sempre con Lui.
Stando cos“ le cose, presentandosi cio� il cristianesimo principalmente come appello/chiamata ad un discepolato (allo stesso tempo intra-storico e meta-storico), non ci si pu˜ sottrarre allÕurgenza di mettere di nuovo a fuoco lo scopo, la meta, il fine, della vita ed attivitˆ ecclesiale, dopo che per troppo tempo lo si � considerato innanzitutto come contenuto/dottrina/dogma: un ÒvocabolarioÓ anzichŽ una ÒbiografiaÓÉ Questa, nondimeno, rimane pure la querelle di fondo – se non addirittura la radicale petitio principii – intorno (e dentro) alla quale si agitano da oltre un secolo le onde della tarda Modernitˆ che violentemente scuotono e a volte sommergono la barca di Pietro. Queste erano le pregiudiziali combattute dal pensiero c.d. intransigente e dallÕantimodernismo, queste sono e rimangono le istanze sostanziali pro o contro il ÒConcilio pastoraleÓ (= il Vaticano II), questi anche gli entusiasmi o gli attacchi verso il pontificato attuale.
Una realtˆ, per˜, non pu˜ pi� rimanere in ombra o essere negata: il fatto che la persona sia il referente unico ed unitario sia dellÕannuncio evangelico che del discepolato cristiano. Una persona che pu˜ concepirsi [1] (ancor oggi) come anima incarcerata nella carne ed esiliata nel tempo, in attesa della propria definitiva ammissione allÕeternitˆ; oppure [2] come soggetto spirituale chiamato alla relazione col Dio incarnato, glorificato e glorificante; oppure ancora [3] come complessa risultante di fattori elettro-bio-chimici partecipante attivamente allÕautocostruzione di sŽ, come ormai pienamente atteso quale esito dellÕIntelligenza Artificiale; oppure [4] in tanti altri modi variamente delineati anche in ambito meramente giuridico.
LÕorizzonte potrebbe inutilmente ampliarsi, contribuendo in ogni modo a confermare quanto sia decisiva lÕidea/immagine di persona alla quale si suppone di annunciare il Vangelo e dalla quale attendersi una risposta esistenziale a tale annuncio, senza ignorare neppure il fatto che – come ben emerso e sancito in riferimento alle varie questioni dottrinali circa il c.d. libero arbitrio sorte durante la storia (Riforma protestante, compresa) –: solo una persona davvero cosciente e libera pu˜ necessitare di salvezza e da essa trarre vantaggio per la propria esistenza, sia intra-storica che eterna. Fuori da questo contesto lÕintero contenuto ed annuncio evangelico perderebbe qualunque consistenza e correlata effettivitˆ. Senza coscienza e libertˆ, infatti, non si genera peccato mortale; ma in assenza di peccato mortale svaniscono gli stessi concetti di giudizio, redenzione, ecc., svuotando completamente il Òbuon annuncioÓ della salvezza escatologica, come ben messo in evidenza fin dalla prima ÒmissioneÓ cristiana, dallÕaffermazione di Paolo secondo cui Çse noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare pi� di tutti gli uominiÈ (1Cor 15,19).
3. Matrimonio e questione antropologica
LÕespresso riferimento alla missione evangelizzatrice quale elemento costitutivo e costituente della stessa realtˆ ecclesiale porta per˜, concretamente, a dover riconoscere una sostanziale dipendenza dellÕessere stesso della Chiesa (= la sua identitˆ: id quod est) dalla visione antropologica assunta: fattore in realtˆ strutturante per qualsiasi Religione.
Quanto emerso ed illustrato nei diversi apporti della Giornata canonistica � sufficiente a delineare sia [1] lÕampiezza dellÕorizzonte entro il quale collocare le diverse prospettive di fondo che oggi si contendono lÕareopago e lÕagorˆ culturali (ed epistemologici) del mondo occidentale, sia [2] la profonditˆ e radicalitˆ dei presupposti di tali visuali, sia [3] la portata delle loro conseguenze nei modi concreti di relazionarsi con gli Òesseri umaniÓ.
é questa consapevolezza (ancora timida in molti anche se solidamente fondata sia teologicamente che scientificamente) che deve rafforzarsi e crescere nellÕapproccio canonistico (e giuridico in generale) alle vicende che Òcambiano la vitaÓ delle personeÉ ciascuna a modo suo, secondo dinamismi e percorsi mai calcolabili a priori, sebbene spesso illustrabili e comprensibili a cose fatte, secondo i maggiori esiti degli approcci c.d. psicodinamici.
In particolare si tratta, per il canonista, di cogliere in quale modo lÕhumanum interagisca concretamente col divinum – e viceversa – nella relazione sponsale, chiamata nel tempo della storia ad essere segno visibile e realizzazione concreta (seppur parziale) dellÕunione tra Cristo e la sua Chiesa in cui consiste il Matrimonio in quanto Sacramentum, nel senso tuttavia teologico di mysterion (cfr. Ef 5,32) e non giuridico di iusiurandum che lungo i secoli si sono via via reciprocamente assimilati, non senza creare difficoltˆ sostanziali ancora non evidenti (o accettabili) ai pi�, oltre che non risolvibili se si mantiene il riferimento terminologico e concettuale fermo a santÕAgostino. Nondimeno il superamento, solo negli ultimi tempi (ed ancora molto parziale), della necessitˆ di esemplare il Matrimonio in quanto Sacramento sul ÒmodelloÓ ilemorfico tripartito degli altri Sacramenti pone, oggi pi� che mai nel passato, la necessitˆ di rileggere con estrema cura lÕassoluta originalitˆ del ÒquidÓ (diverso da ÒresÓ!) che costituisce lÕelemento visibile attraverso cui si compie lÕazione di Grazia in cui consiste il Sacramento stesso. Si tratta, in altri termini, di non cercare pi� – come fu per gli Scolastici delle varie generazioni – quale sia la materia del Sacramento e – di fatto contemporaneamente anche – lÕoggetto del contratto matrimoniale, ma di individuare quali, tra le molteplici dinamiche relazionali che caratterizzano la coppia sponsale e la rendono tale, siano davvero sufficienti a dare origine, consistenza e durata al matrimoniale fÏdus in direzione del quale ÒGaudium et SpesÓ ha reindirizzato programmaticamente la comprensione e concezione del Matrimonio sacramentale. Tanto pi� che, dal punto di vista espressamente dogmatico, lÕassenza di una qualsivoglia ÒmateriaÓ per questo Sacramento � certa: visto che il Concilio di Firenze del 1439 oper˜ in merito un evidentissimo ÒsaltoÓ logico e qualitativo passando, appunto, dalla ÒmateriaÓ del Sacramento (dichiarata ed illustrata per cinque Sacramenti dei sette) alla sua sola e mera Òcausa efficienteÓ.
Non sia inutile neppure evidenziare la non piena comparabilitˆ tra uno ius ed un fÏdus: tra il disporre e lÕimpegnarsi, il coinvolgere e il coinvolgersi in una relazione rivolta al futuro e di cui unÕaltra persona � costitutivamente parte, assolutamente ÒsimmetricaÓ: Çosso dalle mie ossa, carne dalla mia carneÈ (Gn 2,23), ma non propriamente ÒsinallagmaticaÓ.
Bastano questi pochi elementi e fattori ad evidenziare in questa sede (sommaria) la sostanziale inadeguatezza delle dottrine tradizionali sul Matrimonio Sacramento a dare oggi ragione della loro effettiva attendibilitˆ innanzi alla complessitˆ del principale degli elementi in gioco: la relazione sponsale, appunto. Quella relazione sponsale (= il quid Sacramenti) che non pu˜ sorgere ed assumere consistenza prescindendo dal ÒquiÓ di coloro che a tale relazione danno concretamente corpo col proprio personale coinvolgersi. é tale ÒquiÓ, nondimeno, che spalanca le porte alla questione antropologica propriamente detta, nel dover delineare ÒchiÓ siano i concreti protagonisti di ciascuna di tali relazioni, ben al di lˆ di quanto sin qui formalizzato a livello legale: un uomo ed una donna (cfr. Can. 1055 ¤1), di una determinata etˆ (cfr. Can. 1083), di una specifica identitˆ religiosa (cfr. Can. 1086), non astretti da peculiari vincoli sacri (cfr. Cann. 1085; 1087; 1088), non legati da vincoli di sangue o parentele (cfr. Cann. 1091; 1092; 1094), non condizionati da comportamenti inadeguati (cfr. Cann. 1089; 1090; 1093), non impediti nellÕesercizio di alcune specifiche attivitˆ (cfr. Can. 1084). Sono questi, in gran parte, i c.d. Impedimenti matrimoniali che riguardano direttamente lÕidentitˆ (= il chi) dei nubenti, costituendo da secoli il nucleo principale (statico) del c.d. Diritto matrimoniale sostanziale, come ben dimostra la costante manualistica (e correlata dottrina) in materia. Del tutto minoritario lungo i secoli, seppure di fatto esploso negli ultimi decenni, era stato lÕaltro nucleo di tutela giuridica del Matrimonio canonico: le questioni riguardanti i c.d. vizi – si badi bene – del Consenso (= un quid), adatti ad infirmare il Matrimonio come tale ma non a delineare lÕidentitˆ (= il chi) dei suoi protagonisti. Nondimeno: una parte preponderante – almeno a livello giurisprudenziale – di tali vizi riguardano in realtˆ, ancora una volta, la persona coinvolta e la sua identitˆ (cfr. Cann. 1095; 1096; 1097) ben prima che sue particolari condotte (cfr. Cann. 1098; 1101; 1103).
Ognuno e ciascuno, tuttavia, se concepito ed approcciato come persona e non come semplice soggetto giuridico, risulta cos“ profondamente caratterizzato dal proprio vissuto esistenziale (e dalla relazionalitˆ che ne deriva) da profilarsi non solo unico ed irripetibile in sŽ e per sŽ, ma anche rispetto agli altri e per gli altri, con le inevitabili ricadute sulla stessa relazione sponsale che riuscirˆ o non riuscirˆ a porre (e mantenere) in atto.
4. Antropologia e vocazione matrimoniale
La singolaritˆ personale o antropologica (che, a questo punto, finiscono per rivelarsi concetti del tutto equivalenti) assume un rilievo assolutamente primario pure allÕinterno della concezione – dinamica – del ÒpattoÓ (= fÏdus) e non – statica – del semplice ÒcontrattoÓ matrimoniale: una concezione prospetticamente intenzionale (pi� che puntualmente intenzionata) capace di cogliere una vera e propria ÒdestinazioneÓ sia della relazione, sia del Sacramento che la sancisce e corrobora, non diversamente dallÕaltro Sacramento vocazionale costituito dallÕOrdine.
Anche lÕOrdine infatti, a ben vedere, mostra una doppia articolazione temporale: la celebrazione del Sacramento in tutta la sua ÒpuntualitˆÓ (= luogo, data, ora – in facto esse) e la sua realizzazione nel resto ÒdiffusoÓ dellÕesistenza dellÕordinato stesso (= in acto esse). Una realizzazione che, non soltanto sgorga dalla celebrazione, ma la giustifica e motiva radicalmente (= intenzionalitˆ) costituendone lÕesito, la destinazione, lo scopo ed il significato. Come, infatti, lÕOrdinazione assoluta (= pro se) non ha alcun significato nŽ teologico nŽ esistenziale (e tanto meno ecclesiale) ed � vietata sin dai tempi pi� antichi, altrettanto non � ragionevolmente pensabile un Matrimonio assoluto (= pro se) limitantesi allÕacquisizione – seppur performativa – del mero status di coniuge. Tanto pi� che il Catechismo della Chiesa cattolica accomuna i due Sacramenti ponendoli Òa servizio della comunione e della missioneÓ ecclesiale, affermando che, sebbene contribuiscano – anche – alla salvezza personale (= pro se), tuttavia – in linea di principio – essi sono ordinati alla salvezza altrui (= pro aliis).
In tale prospettiva espressamente teologica: come unÕOrdinazione che non diventi ministero (= pro aliis) manca di fondamento sostanziale, allo stesso modo un Matrimonio che non diventi sponsalitˆ (= pro altera/o). Tanto pi� che la consapevolezza ecclesiale, ben al di lˆ delle mere dispute concettuali di Scuola (Bologna vs. Parigi), ha riconosciuto che il Matrimonio sorto da Consenso valido ma non ÒrealizzatosiÓ neppure nellÕespressione minima della sponsalitˆ (la c.d. consumazioneÉ non Òdi fattoÓ tuttavia, ma humano modo – cfr. Can. 1061 ¤1), non raggiunge la propria identitˆ sostanziale cos“ che, su istanza di parte, possa essere dispensato nelle sue conseguenze giuridiche (= il vincolo). La cosa rileva tanto maggiormente se si tiene conto che il Can. 1096 riconosce e sanziona come vulnus strutturale del Consenso stesso anche la sola ignoranza di quello che, di fatto, costituisce tale espressione minima della sponsalitˆ: la cooperatio aliqua sexualis la quale, pur distinta e non certamente assimilabile alla ordinatio ad procreationem prolis, assume per˜ rilievo addirittura sostanziale (in riferimento al Matrimonio) rispetto allÕordinatio stessa, di cui � e rimane a tutti gli effetti mero strumento.
Forse, prescindendo dalle categorie sin qui utilizzate dalla dottrina e dogmatica matrimonialistiche (sempre pi� inadeguate sia a leggere la realtˆ, sia a suggerirne sviluppi e soluzioni plausibili), varrebbe la pena considerare che, in fondo, ci˜ che almeno buona parte dellÕumanitˆ ha cercato nei secoli di fissare e garantire per il Matrimonio � stata, semplicemente, la sua stabilitˆ e durata. Una stabilitˆ e durata assolutamente costitutive, riguardando di fatto la vita intera delle persone coinvolte e delle societˆ di riferimento (= famiglia, clan, villaggio, ecc.). Una stabilitˆ e durata che storicamente (e culturalmente) non si � stati in grado di proteggere se non attraverso due delle maggiori esperienze e loro categorizzazioni di ogni tempo: giuramento e contratto, entrambe adatte a creare un ÒvincoloÓ giuridicamente sanzionabile. Esattamente ci˜ che ancora oggi si continua canonisticamente a trattenere come uniche vere categorie di riferimento anche per il settimo dei Sacramenti cristiani entro lÕultramillenaria ambiguitˆ e polivalenza di un approccio [1] sia religioso: il giuramento che – lo si ricorda – � e vale canonicamente come atto di Culto (cfr. Can. 1199), [2] sia sociale: il contratto (a rilevanza pubblica).
é questa ad ogni effetto la linea strutturale ed interpretativa ad oggi ancora fissata nel vigente Diritto matrimoniale canonico in cui – lo si noti bene – il sacramentum al quale si riferisce il c.d. bonum (categoria concettuale non codiciale!) in realtˆ � pienamente riferibile (e di fatto riferito) al giuramento e non al mysterion, come ben risalta dal suo esplicito contenuto espresso dal Can. 1056, secondo cui Çle proprietˆ essenziali del Matrimonio sono lÕunitˆ e lÕindissolubilitˆ, che nel Matrimonio cristiano conseguono una peculiare stabilitˆ in ragione del SacramentoÈ. Esattamente la ÒstabilitˆÓ alla quale sempre si � voluto dare protezione, supportata dal sacramentum: un sacramentum, tuttavia, da doversi intendere principalmente come giuramento, visto che la fede teologale – aporeticamente – non risulta essere richiesta, in linea di principio, per accedere al dono di Grazia divina proprio del Sacramento cristiano (= mysterion).
Se, consapevoli di questo, si riuscisse anche oggi ad assumere una prospettiva (realistica o pragmatica che dir si voglia) come fu quella storica, si potrebbe tener fisso lÕesito costitutivo della stabilitˆ e durata del Matrimonio (= il vincolo) pur cercando modalitˆ di loro categorizzazione differenti da giuramento e contratto. Categorizzazioni maggiormente espressive ed efficaci – oltre che attualmente plausibili e realmente compatibili col ÒVangelo del Matrimonio e della famigliaÓ (cfr. AL 89; 293) – come, nel caso specifico: la ÒpromessaÓ (= sponsio) da cui deriva – tuttÕaltro che casualmente – lÕintera semantica sponsale. Una promessa oggi espressamente ripresa nello stesso Rito del Matrimonio come nucleo della formalizzazione del Consenso nuziale, dopo essere stata abbandonata per secoli (sic!) a favore di un semplice – contrattualistico – Òvis accipere – voloÓ. La promessa infatti, non meno del contratto, si presenta come capace di dare stabilitˆ e durata (= vincolo) alla relazione sponsale, giovandosi sia [a] delle grandi potenzialitˆ della sua propensione al futuro, sia [b] della necessitˆ di darle comunque fondamento nellÕidentitˆ dei promettenti e, soprattutto, nella loro effettiva capacitˆ di ÒpromettereÓ. In questo modo entrerebbero finalmente in gioco i due elementi ad oggi maggiormente trascurati a livello dogmatico canonistico: 1) identitˆ specifica dei nubenti e 2) futuro della relazione sponsale, aprendo proprio tale relazione sia sul passato che sul futuro, anzichŽ fissarla ÒistantaneamenteÓ sulla mera abilitˆ a contrarre, cosicchŽ tutto sÕidentifichi col solo valido consenso stipulativo, di cui il Matrimonio in acto esse sarebbe soltanto – e tristemente – lÕesecuzione dovuta (in giustiziaÉ cio� per contratto!) anzichŽ la finalitˆ, la destinazione voluta.
Dal punto di vista antropologico, come inteso nel contesto della Dodicesima Giornata canonistica, ci˜ significherebbe spostare – finalmente – lÕattenzione del Diritto matrimoniale canonico dallÕabilitˆ soggettiva ad esercitare un diritto inconculcabile (= il c.d. ius connubii) attraverso un Òatto contrattualeÓ tipico, alla capacitˆ individuale di promettere sŽ e la propria relazionalitˆ: una capacitˆ individuale ÒpropriaÓ di ogni singola persona e pertanto strettamente connessa con la sua personalitˆ, biografia e maturitˆ. Una capacitˆ di promettere che, unica, � in grado di ÒperformareÓ gli sposi in quanto promettenti-sŽ.
5. Un Diritto matrimoniale antropologicamente fondato?
Evidenziato ormai che il tema fondamentale riguardo alla veritˆ del Matrimonio (nozione molto pi� ampia della sua mera validitˆ) non pu˜ continuare ad essere il ÒquidÓ Matrimonii ma il ÒquiÓ, sia dei suoi protagonisti (= gli sponsi) che della coppia come tale, � in questa direzione che dovrebbe ormai indirizzarsi lÕattenzione canonistica del terzo millennio. Attenzione ÒcanonisticaÓ e non Òdei canonistiÓ semplicemente, poichŽ non si tratta principalmente – e soltanto (seppure necessariamente) – di destare interesse o attivare attenzioni nei confronti di ciascuna persona che intraprenda un cammino di coppia indirizzandosi verso la pienezza della sponsalitˆ, ci˜ che costituirebbe giˆ un grande risultato rispetto alla situazione concretamente in essere (ed in aumento) a tuttÕoggi.
La vera necessitˆ giuridica e teologica, infatti, che si presenta e con la quale occorre fare i conti in modo strategico (e non tattico soltanto, come pu˜ darsi col mutamento di sole Norme procedurali) riguarda la ridelineazione completa – ab imis fundamentis – del Sacramento del Matrimonio cristiano, attivando finalmente la Òfase antropologicaÓ della concezione del Matrimonio, dopo quella ÒmoraleÓ e quella ÒontologicaÓ sancite dalle dottrine post-tridentine ad oggi ripetute de plano. Semplicemente!
Si tratta, in concreto, di porsi nel giusto atteggiamento che permetta di cogliere pienamente il significato e la portata prima di tutto teologici del c.d. Matrimonio ÒnaturaleÓ (cfr. Gn 2,24 a cui lo stesso Ges� ha fatto espressi riferimenti), che tuttavia sarebbe pi� adeguato individuare e teorizzare come ÒantropologicoÓ, come giˆ valorizzato agli inizi stessi della fede cristiana e della sequela Christi, quando di Sacramento del Matrimonio non si parlava affatto. Ci˜ permetterebbe di comprendere anche il vero significato – tuttÕaltro che formale (sic) – della sua Òelevazione a SacramentoÓ per (tutti) i battezzati attribuita al Concilio di Trento, facendo – eventualmente anche – maggiormente tesoro dellÕesperienza (pastorale) originaria dellÕannuncio evangelico nella societˆ e cultura pagana del I-II sec. Societˆ e cultura maggiormente vicine a quelle attuali rispetto a quella ÒnormalizzataÓ (solo giuridicamente) della successiva societas christiana in cui cultura-societˆ-religione formavano unÕunica realtˆ, tanto solida quanto monistica, sebbene spesso solo in modo formale.
Tre diventano allora i problemi sostanziali da affrontare oggi con luciditˆ in ambito di Diritto matrimoniale canonico sostanziale: la questione morale, la questione ontologica, la questione propriamente sacramentale, alle quali val qui la pena dedicare, con parresia, qualche sommario – sebbene del tutto inusuale – accenno.
1) Innanzitutto la questione morale, che non si pone tuttavia nei confronti del solo adulterio (come si potrebbe superficialmente credere a partire dal Decreto Tametsi) ma, molto pi� ampiamente, della fornicazione, poichŽ anche nel caso di Matrimonio – cristianamente – invalido lÕattivitˆ sessuale tra i non-sposi risulterebbe tale. La Chiesa, per parte propria, non potendo avallare il rischio che una grande quantitˆ di unioni non matrimoniali possa porre i fedeli in uno stato permanente di peccato oggettivo (con conseguente periculum anim¾), ha deciso di ÒvalidareÓ a priori – in modo del tutto presuntivo – il maggior numero possibile di unioni, sancendole come matrimoniali. Si tratta della ratio peccati vitandi che impone al Diritto canonico di evitare che le condotte giuridiche richieste o imposte o anche solo permesse (quindi legittimate) ai fedeli possano risultare contrarie di principio alla loro salus anim¾. Lasciare che i fedeli liberamente contraggano unioni invalide (= attentato Matrimonio) significherebbe esporli strutturalmente al peccato oggettivo contra Sextum. Per contro: � bastata la semplice creazione di una mera pr¾sumpio Iuris di validitˆ di tali unioni (cfr. Can. 124 ¤2) per ritenere scongiurata de Iure tale inammissibile ipotesi. Una semplicitˆ – del tutto formalistica – di soluzione che continua, per˜, a porre in modo radicale la domanda su che cosa resti, in tale prospettiva, del ÒVangelo del MatrimonioÓ (v. supra) se questo continua ad essere a tutti gli effetti (soltanto) il sostanziale remedium concupiscenti¾.
Il problema, dal punto di vista espressamente morale, dovrebbe venir posto – ai nostri giorni – tenendo adeguatamente conto (anche) del fatto che il peccato soggettivamente grave – quello che ad ogni effetto influisce sulla salus anim¾ – richiede lo specifico animus peccandi: la piena consapevolezza, cio�, ed il deliberato consenso (mentre pochi dubbi si danno in questÕambito circa la materia grave). La questione potrebbe – o forse dovrebbe – poter essere affrontata oggi con maggior tranquillitˆ che in passato, grazie anche agli accenti posti da Amoris L¾titia sulla [1] Òimputabilitˆ soggettivaÓ (cfr. AL 302), [2] la progressivitˆ di accoglienza pratica dei valori evangelici e [3] la gradualitˆ nella Pastorale (cfr. AL 293-295), proprio in ambito matrimoniale. Nondimeno: un adeguato ricupero del Matrimonio antropologico (o ÒnaturaleÓ che dir si voglia) potrebbe risolvere la gran parte di questi problemi estendendo la Òcopertura moraleÓ a tutti i Matrimoni effettivamente tali (come avviene pleno Iure et corde per i non battezzati, oltre che in alcune espressioni dellÕOrtodossia). Tanto pi� che proprio il Tametsi ha distinto con estrema chiarezza lo status Iuris dallo status facti condannando espressamente i detrattori della validitˆ dei c.d. Matrimoni clandestini, sebbene v“stosi al tempo stesso costretto – a causa dei Ògravi peccati che hanno origine da questi Matrimoni clandestiniÓ – ad imporre una prassi contraddittoria rispetto al dogma cos“ fissato (sic). Contraddizione espressamente formalizzata proprio dallÕincipit del Decreto stesso: ÒsebbeneÓ. Ci˜ lascia aperte (nellÕoggi e per domani) un certo numero di possibili soluzioni diverse da quella post-tridentina ancora recepita nei Codici canonici vigenti, tenendo ulteriormente conto di due fattori strutturalmente integranti questi elementi, sebbene di natura espressamente fattuale: 1) la clausola Çfino a che la Chiesa non li avrˆ resi invalidiÈ (cfr. Tametsi, n. 1813), 2) lÕamplissima non applicazione del Tametsi stesso per oltre tre secoli in vastissimi spazi dÕEuropa. Due ÒgaranzieÓ (o, se piace maggiormente: confessioni) della consapevole sostanziale inconsistenza dogmatica della prassi – e derivate dottrine e Norme – post-tridentine (sic).
2) La questione ontologica non comporta riflessioni e, soprattutto fondamenti, di minor portata, dovendo prendere atto con rigore che – a livello dogmatico cattolico, stricto sensu – non esiste la ÒmateriaÓ del Sacramento del Matrimonio concepito secondo lo schema ilemorfico tripartito validato dal Concilio di Firenze circa seicento anni fa. In quella sede, infatti, si evit˜ del tutto tale approccio per il Matrimonio, accontentandosi di ÒdefinireÓ la sua sola Òcausa efficiensÓ, ben consapevoli della radicale ed insuperabile differenza che intercorre tra acqua, pane, vino, olioÉ e relazione sponsale. Non solo ci˜, tuttavia, ma anche la necessaria ÒformaÓ (ilemorfica) dello stesso Sacramento risulta assolutamente disattesa, non essendo affatto stata identificata in quella sede nŽ con la formula del Consenso, nŽ in alcun altro modo, non potendosi neppure riferire semplicisticamente alla – ben altra e differente concettualizzazione della – c.d. ÒForma canonicaÓ imposta (in modo del tutto indiretto se non addirittura improprio) a Trento attraverso il Decreto Tametsi. Il fatto, poi, che i ministri del sacramentum/sponsio (agostinianamente inteso – sic) siano coloro che – di fatto – giurano (cio� gli sponsi) e non chi opera facendo ci˜ che la Chiesa intende fare, completa la totale difformitˆ strutturale del settimo Sacramento cristiano rispetto a (quasi) tutti gli altri Sacramenti della Chiesa, sia cattolica che ortodossa. NŽ materia, nŽ forma, nŽ ministro trovano sussistenza e consistenza, oltre che menzione a livello dogmatico! La situazione di totale disallineamento sistematico e strutturale – teologicamente parlando – rispetto agli ÒaltriÓ Sacramenti non cambia se si applicano i princ“pi e criteri posti alla base della c.d. riforma liturgica del Vaticano II in base alla quale i Sacramenti sono strumento e supporto per la vita di Grazia dei fedeliÉ e non modalitˆ formali per evitare la damnatio ¾terna, come anche ribadisce il Can. 840 CIC:
ÇI sacramenti del Nuovo Testamento, istituiti da Cristo Signore e affidati alla Chiesa, in quanto azioni di Cristo e della Chiesa, sono segni e mezzi mediante i quali la fede viene espressa e irrobustita, si rende Culto a Dio e si compie la santificazione degli uomini, e pertanto concorrono sommamente a iniziare, confermare e manifestare la comunione ecclesiasticaÈ.
3) Per quanto riguarda, infine, la questione propriamente sacramentale/antropologica, non si pu˜ pi� evitare di porsi il problema di come sia possibile che un Sacramento della fede cristiana, in quanto Òstrumento mediante il quale lo Spirito santo diffonde la Grazia di CristoÓ , per di pi� non solo pro se, possa avere qualche consistenza (esistenziale, oltre che ontologica) indipendentemente dalla volontˆ – in questo caso addirittura del ÒministroÓ stesso (sic) – che effettivamente si realizzino sia la res che la virtus del Sacramento.
Che la ÔstrettaÕ tridentina sulla necessitˆ di tutelare a qualunque costo (ed in qualunque modo) la veritˆ eucaristica indipendentemente da qualsiasi fattore interferente con la ÒvaliditˆÓ del Sacramento stesso ed il suo ÒrealismoÓ, distinguendo validitˆ da efficacia (attraverso la dottrina dellÕex opere operato), abbia esercitato per secoli il proprio influsso anche sulla modellizzazione e categorizzazione di tutti gli altri Sacramenti � un fatto evidente e conosciuto. Che oggi tuttavia, soprattutto considerando la questione ontologica (su esposta), non si voglia porre la questione circa la veritˆ del Sacramento sponsale in nessun altro modo, al fine di esigere unÕesplicita voluntas Sacramenti christiani, rischia di trasformarsi in questione del tutto ideologica. Il passaggio, nondimeno, dei nubenti da ministri a principali destinatari del Sacramento e suoi protagonisti porrebbe finalmente in risalto il ruolo ed il compito irrinunciabile di ogni persona che intraprenda la via del Sacramento del Matrimonio cristiano, nella Chiesa e con essa, restituendo pure consistenza alla ÒcelebratioÓ non pi� intesa come mero atto pubblico ma, pi� profondamente, come attivitˆ eminente della Chiesa in cui tutti e ciascuno gli intervenienti esercitano ci˜ che � loro pi� specifico a partire dal Battesimo.
Probabilmente al canonista non � concesso di andare oltre nei riguardi del rapporto tra Antropologia e Sacramento del Matrimonio cristiano, smarrendosi tra approcci, dinamiche e prospettive filosofiche e psicologiche.
Nondimeno: lÕacquisizione certa di questo genere di prospettive in materia matrimoniale dovrebbe fin da subito mutare radicalmente lÕapproccio giuridico verso i protagonisti della vicenda coniugale, quasi indipendentemente [1] dallÕesito finale della stessa, oltre che [2] dalla (ancora mancata) revisione dellÕintera categorizzazione del Matrimonio canonico.