La prospettiva giuridica del governare



Premessa

Non � possibile trattare il tema del governo ecclesiale senza una premessa – necessaria e costitutiva – che renda inequivocabile lÕoggetto della trattazione: una premessa che consiste nella distinzione cristallina che deve rinvenirsi e mantenersi tra governo Òdella ChiesaÓ e governo Ònella ChiesaÓ; una distinzione di grande rilievo soprattutto dal punto di vista giuridico che ci occupa in questa relazione. La distinzione, cio�, tra il governare la Chiesa come tale (cosa a cui sono chiamati i Vescovi, diocesani in particolare) e il governare allÕinterno della Chiesa, sia nelle sue diverse articolazioni gerarchiche sia nelle sue espressioni anche non-gerarchiche, qual � la vita religiosa e associativa in genere.

La questione � ÒcostitutivaÓ poichŽ la quasi totalitˆ della dottrina canonistica, anche attuale, si accontenta di trattare il solo governo Òdella ChiesaÓ (per intenderci: i Canoni ÒDe Ecclesi¾ constitutione hierarchicaÓ – Cann. 330-572), attraverso lÕesercizio della c.d. sacra potestas derivante – si insegna – dal Sacramento dellÕOrdine, trascurando completamente che anche tale governo – o, forse, soprattutto tale governo – va necessariamente esercitato ÒnellaÓ Chiesa, non potendosi pertanto esimere da quanto concerne ogni governo nella Chiesa.

Nulla di strano in questo, poichŽ non ci siamo ancora scrollati dalle spalle secoli di dottrina sacramentaria in cui la Chiesa come tale non cÕentra proprio nulla con la Òpropria vita ed attivitˆÓ, ed i Sacramenti ÒfunzionanoÓ in modo autonomo da essa, tanto da valere anche contro la Chiesa stessa (come accade ancor oggi per le Ordinazioni episcopali scismatiche, ritenute ÒvalideÓ per ragioni sacramentarie – in realtˆ ÒmetafisicheÓ – trascurando completamente quelle ecclesiologiche – sic).

Allo stesso tempo, la tradizione dottrinale canonica giunta fino al Concilio Vaticano II qualificava la potestˆ non strettamente ÒecclesiasticaÓ (detta oggi ÒsacraÓ, un tempo, invece, ÒpubblicaÓ) come ÒprivataÓ, facendone qualcosa di sostanzialmente estraneo alla realtˆ ecclesiale in sŽ e per sŽ: era il tema della Òpotestas dominativaÓ allÕinterno delle societates imperfect¾ quali erano soprattutto gli Ordini religiosi (v. infra).

In questa prospettiva, se non si vuol finire fuori strada giˆ prima della partenza, governo ÒdellaÓ Chiesa e governo ÒnellaÓ Chiesa devono essere percepiti e gestiti come realtˆ teologicamente incommensurabili e irriducibili, poichŽ il governo ÒdellaÓ Chiesa (quello, cio�, ÒgerarchicoÓ, o ÒecclesiasticoÓ, anche se – per precisione – bisognerebbe dire ÒclericaleÓ) costituisce solo una delle tipologie – possibili – del governo ÒnellaÓ Chiesa (cio� governo ÒecclesialeÓ): una ÒspecieÓ allÕinterno del pi� ampio ÒgenereÓ, una ÒclasseÓ allÕinterno di un ÒinsiemeÓ pi� ampio, cui non pu˜ contraddire.

Posta questa premessa, del tutto costitutiva poichŽ allÕinterno della Chiesa non si pu˜ parlare sensatamente di un ÒgovernoÓ che non corrisponda alla natura specifica della Chiesa stessa, lÕattenzione delle presenti riflessioni sarˆ indirizzata a questo aspetto della tematica in quanto proprio la ÒecclesialitˆÓ del governo � ci˜ a cui nessuno potrˆ mai sottrarsi allÕinterno di unÕautentica vita ecclesiale.

Ne consegue che, in questÕottica, non ha alcun rilievo di quale ÒgovernoÓ ecclesiale si tratti, sia esso diocesano o religioso, gerarchico o no. NellÕindividuazione e gestione del Ògoverno nella ChiesaÓ, non conta nulla la differenza tra lÕesercizio di una potestas definita – solo ultimamente – ÒsacraÓ e lÕesercizio di una potestas che potremmo definire ÒconvenzionaleÓ o ÒstatutariaÓ, comÕ� quella propria dei religiosi, dovendosi prescindere – per onestˆ intellettuale e scientifica – dalla presenza tra essi di Presbiteri (con tutte le questioni che questo comporta). A tal proposito � importante tener sempre presente che quando si vogliano trattare questioni che riguardano la vita religiosa come tale occorre avere davanti a sŽ un unico ÒmodelloÓ tipologico: lÕIstituto religioso femminile di Diritto diocesano; � in esso, infatti, che sono presenti tutti gli elementi necessari a definire la vita religiosa come tale, senza gli ingombri derivanti dalla qualifica ÒpontificiaÓ nŽ – peggio – di quella ÒclericaleÓ, utili – forse – a ÒqualificareÓ la potestas ma non certo a ÒdefinirlaÓ, senza che la vera natura del governo ecclesiale in sŽ possa risentirne. LÕattenta analisi dei Canoni codiciali sul governo degli IVC (cfr. Cann. 617-640 – Cap. II della Parte III del Libro II CIC) offrirˆ le necessarie conferme legislative a quanto sin qui affermato. Basti per ora evidenziare come il termine ÒOrdinarioÓ – proprio del governo ÒdellaÓ Chiesa (cfr. Can. 134) – non si riscontri in modo significativo allÕinterno di tale ambito normativo mentre, secondo il Can. 620, Çsono Superiori maggiori [tutti] quelli che governano lÕintero Istituto, o una sua Provincia, o una parte dellÕIstituto ad essa equiparata, o una Casa sui Iuris, e parimenti i loro rispettivi vicariÈ indipendentemente da qualunque altro elemento ÒesternoÓ allÕIstituto stesso, quali il sesso o lÕOrdinazione.

1. Termini e concetti di riferimento

Specificato come il tema in trattazione sia quello del governo nella Chiesa, le prospettive da cui guardare allÕattivitˆ di coloro che governano ÒnellaÓ Chiesa (tutti: indipendentemente da come la dottrina ed anche il Diritto qualifichino tale attivitˆ) sono molteplici, come risulta dalla varietˆ del vocabolario generalmente utilizzato dagli autori per indicare lÕarea del governo: dominio, potere, autoritˆ, responsabilitˆÉ termini spesso percepiti come sostanzialmente equivalenti.

La riflessione alla quale ci si sta applicando suggerisce di distinguere (ed in parte contrapporre, almeno strumentalmente) questi termini/concetti, soprattutto in ambito ecclesiale.

- Il termine ÒdominioÓ fa riferimento alla piena padronanza di una realtˆ. Il ÒdominusÓ (in greco: kyrios – usato nel NT solo per Ges� Cristo: lÕunico Signore) � colui che dispone totalmente e pienamente di quanto – appunto – � in suo ÒdominioÓ: il potere di vita e di morte del pater familias romano (il dominus per eccellenza). DÕaltra parte il verbo ÒdominareÓ rende bene lÕidea sottostante. Non si dimentichi che proprio in questa prospettiva nel Codex pio-benedettino si parlava di Òpotestas dominativaÓ per gli Istituti religiosi.

- Il termine ÒpotereÓ fa riferimento alla possibilitˆ effettiva di operare: chi Òha potereÓ, pu˜ operare/fare. LÕItaliano in questo non ci aiuta a capire bene, mentre – p.es. – il Tedesco ha verbi diversi: ÒkšnnenÓ e ÒdŸrfenÓ per indicare [a] ci˜ che si ha la ÒpossibilitˆÓ materiale/fisica di fare e [b] ci˜ che � permesso/lecito fare. Il ÒpotereÓ a cui ci si riferisce in questa sede � il primo (il kšnnen): la possibilitˆ concreta, materiale, di fare. Da che mondo � mondo il ÒpotereÓ � sempre stato questo: fare quello che si vuoleÉ (si ricordi Dante, secondo cui Dio stesso Òpuote ci˜ che vuoleÓ) ed il c.d. potere assoluto degli Stati rinascimentali (e dei loro Principi) era tale proprio perchŽ a Legibus solutus. Non di meno la connessione volere-potere ha segnato radicalmente lÕultimo quarto della vita ecclesiale sia dal punto di vista morale che giuridico, dopo che teologico, a partire da Francisco Su‡rez, attraverso la successiva mediazione anche dellÕIdealismo tedesco e della Morale post-tridentina.

- Il termine ÒautoritˆÓ (da ÒaugereÓ), dopo aver fatto riferimento nel mondo romano ad unÕaggiunta necessaria per ÒcompletareÓ qualcosa giˆ esistente in modo autonomo ma inadatto a conseguire le proprie potenzialitˆ a livello sociale/pubblico, nellÕutilizzo ormai assodato da almeno un millennio (soprattutto in campo sociologico e giuridico) sconta lÕeffetto di un profondo cambio semantico facendo ormai riferimento ad una posizione di protagonismo ed autoreferenzialitˆ (= auto): un ruolo irriducibile del soggetto agente, lÕÒioÓ della volontˆ individuale moderna, il ÒselfÓ dellÕattuale Inglese. LÕautore � colui che ÒcreaÓ elementi nuovi della realtˆ, svolgendo unÕattivitˆ in qualche modo ÒdivinaÓÉ e spesso cos“ ritenuta anche teologicamente.

- Il termine ÒresponsabilitˆÓ – di fatto su un livello completamente diverso – fa riferimento, invece, alla capacitˆ/possibilitˆ di dar risposte sulle motivazioni/cause delle proprie azioni e di ÒassumerneÓ (=farne proprie) le conseguenze, facendosene carico come di cose ÒproprieÓ, in quanto non radicalmente separabili dalla persona che le ha provocate o messe in opera (v. infra).

Termine/concetto del tutto particolare – e, di per sŽ, radicalmente diverso dai quattro giˆ indicati – � quello di ÒpotestˆÓ, divenuto un vero ÒmustÓ nella dottrina canonistica e nella terminologia codiciale e dotato di nuova forza – ideologica – attraverso alcune dottrine acriticamente ÒincorporateÓ nel Concilio Vaticano II, sfociate poi negli attuali Codici canonici con accezioni molto prossime sia al potere che allÕautoritˆ. Proprio sulla potestas, non di meno, pare costruirsi oggi lÕintero impianto del governo ÒdellaÓ Chiesa: una potestas che sarebbe ÒsacraÓ in quanto derivante dal Sacramento dellÕOrdine, meglio se episcopale. In merito si faccia tuttavia tesoro della saggia cautela del Legislatore canonico che nel Codice latino attuale non usa mai la formula Òsacra potestasÓ. é questa potestas che, non di meno, costituisce il nucleo pi� solido del concetto di ÒOrdinarioÓ del Can. 134 e che, derivatamente dal Can. 129, viene attribuita ai soli chierici come tali, in quanto ÒordinatiÓ, mentre fino al CIC del 1917 compreso, ÒchiericiÓ ed ÒordinatiÓ non coincidevano affatto (e si parla di almeno 1500 anni di vita e storia della Chiesa). Lo stesso Can. 129, poi, complica ulteriormente le cose – e le idee – parlando espressamente e soltanto di Òpotestas regiminisÓ, tradotta in Italiano con Òpotestˆ di governoÓ, trascurando completamente Magistero e Ordine, come se riguardassero ÒaltroÓ rispetto al governo ecclesiale.

Tanto basta per escludere totalmente il termine/concetto di potestas da queste considerazioni che vogliono vertere – invece – sul ÒgovernoÓ nella Chiesa.

Trattare di dominio, potere, autoritˆ o responsabilitˆ in chiave di ÒgovernoÓ – o come suoi sinonimi pi� o meno appropriati – impone, tuttavia, qualche ulteriore considerazione, utile anche a chiarire meglio il concetto di governo come tale.

Mentre, infatti, dominio, potere, autoritˆ, sono posizioni attive che impongono ad altri cose da fare e si esercitano ÒsuÓ altri (i ÒsudditiÓ o ÒsottopostiÓ o ÒdipendentiÓ o ÒtutelatiÓ), nei confronti dei quali si � in qualche modo ÒsuperioriÓ, la responsabilitˆ � una posizione tendenzialmente passiva: una posizione che non ÒattribuisceÓ ma ÒassumeÓ per sŽ incombenze (si dice, infatti: assumersi una responsabilitˆ) e si esercita ÒversoÓ altriÉ tanto [a] da cui si dipende che [b] dipendenti da sŽ.

La responsabilitˆ, infatti, � sempre passiva: deve rispondere! Anche se questa ÒrispostaÓ �, oggi pi� che mai, estremamente ambigua. La responsabilitˆ si caratterizza prima di tutto ed essenzialmente come ÒrelazioneÓ, ÒimpegnoÓ verso terzi, i quali sanno/presumono di potersi fidare ed affidare. M. Buber scriveva che la responsabilitˆ

Çpresuppone uno che mi appella primariamente, da una regione indipendente da me, al quale debbo rendere conto. Egli mi parla di qualcosa che mi � affidato e mi chiede di prenderne cura. Egli mi appella a partire dalla sua fiducia e io rispondo nella mia fedeltˆ, oppure nella mia infedeltˆ nego la risposta, o ancora, dopo essere caduto nellÕinfedeltˆ, me ne libero con la fedeltˆ della risposta. [...] Dove nessun appello primario mi pu˜ toccare, perchŽ tutto � Òmia proprietˆÓ, la responsabilitˆ � diventata unÕombra. E contemporaneamente si dissolve il carattere reciproco della vita. Chi non dˆ pi� risposta, non percepisce pi� la parolaÈ.

Essere responsabili significa avere degli obblighi o, almeno, degli adempimenti e delle incombenze, cui assolvere e di cui rendere-conto. AllÕinterno, poi, del concetto di responsabilitˆ come ÒimpegnoÓ (= darsi da fare) ed ÒassunzioneÓ (= farsi carico) i contenuti propri della responsabilitˆ stessa diventano tutela e garanzia da assicurare a terzi. Di fatto Òil responsabileÓ � colui che ÒtutelaÓ e ÒgarantisceÓ: ecco perchŽ la vigilanza (= episcopŽ) ricade tra le incombenze della responsabilitˆ e non del dominio/potere/autoritˆ. Si legge nella Lettera agli Ebrei: ÇObbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perchŽ essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinchŽ lo facciano con gioia e non lamentandosi. Ci˜ non sarebbe di vantaggio per voiÈ (Eb 13,17). Anche san Paolo ai Tessalonicesi scrive: ÇVi preghiamo, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano tra voi, che vi fanno da guida [= proistamenous] nel Signore e vi ammoniscono; 13trattateli con molto rispetto e amore, a motivo del loro lavoroÈ (1Ts 5,12-13).

Non di meno: anche la responsabilitˆ comporta posizioni in qualche modo attive (si dice anche: esercitare una responsabilitˆ) quali: a) la capacitˆ/possibilitˆ di disposizione tanto di mezzi che dellÕattivitˆ di altre persone; b) la capacitˆ/possibilitˆ di attuare tutta una serie di comportamenti ed attivitˆ connesse alla tutela e garanzia che si devono assicurare a singoli e collettivitˆ. Si pensi a figure dÕimportanza crescente nel mondo della vita quotidiana quali sono i responsabili Òdella sicurezzaÓ o Òdel personaleÓ o del Òtrattamento dei datiÓ, ecc. ai quali nessuno nega la possibilitˆ di decidere e disporre nei confronti di terzi.

é per questo che si pu˜ anche ÒmancareÓ nei confronti della propria responsabilitˆ, mentre non si pu˜ ÒmancareÓ nei confronti del proprio dominio, del proprio potere, della propria autoritˆ. ÒMancareÓ, per˜, verso la propria responsabilitˆ comporta la possibilitˆ di essere chiamati a risponderne – ambiguamente – a due diversi livelli: a) cur fecisti e b) quia fecisti. Nel primo caso rilevano le motivazioni (= cur) di scelte e condotte; nel secondo, invece, le loro conseguenze (= quia), fino a quella che viene chiamata ÒAzione di responsabilitˆÓ, almeno per quanto riguarda la parte di danno ÒcompensabileÓ allÕinterno dei vari Ordinamenti giuridici.

In questo contesto non si pu˜ neppure dimenticare che a livello di Vangelo, non solo non esistono preminenze o superioritˆ di alcun genere, ma sono state espressamente escluse dallo stesso Ges� quando ha indicato con certezza che ÒPadreÓ, ÒRabb“Ó, ÒMaestroÓ � Òuno soloÓ e Çvoi siete tutti fratelliÈ (Mt 23,8-10); di qui la decisa e precisa scelta di san Francesco proprio per il linguaggio – e la concettualitˆ – della fratellanza allÕinterno del ÒsuoÓ movimento, oltre che del Ògoverno fraternoÓ. I ÒruoliÓ, invece, e le ÒgerarchieÓ si misurano in base al servizio ed alla testimonianza: Pietro � il ÒprimoÓ nel testimoniare la fede e nel confermare in essa i Òsuoi fratelliÓ (cfr. Lc 22,32).

2. Concetto di ÒgovernoÓ

LÕavvicinamento al tema del governo in termini di responsabilitˆ – intesa come tutela e garanzia – permette di ricuperare la stessa radice semantica (e, pertanto, pi� autentica e veritiera) del ÒgovernoÓ a partire dallÕorigine di tale terminologia giuridico-istituzionale; unÕorigine assolutamente non riducibile ad immediati fattori di dominio/potere/autoritˆ, quanto piuttosto di guida sicura ed affidabile.

ÒGubernumÓ era il timone della nave e ÒgubernatorÓ era detto il timoniere (oggi si direbbe lo ÒskipperÓ): colui che con la propria competente e decisa attivitˆ assicurava un frutto adeguato agli sforzi (ben pi� umili) dei molti vogatoriÉ guidando con sicurezza la nave – tra flutti e tempeste – alla sua meta, giˆ prefissata in altra sede (cio� dallÕarmatore). Non di meno: ancor oggi nelle regate competitive la maggior parte del (de)merito in gara viene riconosciuta proprio allo skipper che, con le proprie ÒindicazioniÓ (in realtˆ veri e propri ÒordiniÓ), indica momento per momento quali siano le manovre che lÕequipaggio deve effettuare, ciascuno secondo le proprie competenze e compiti specifici.

Prima, infatti, di diventare lÕodierno strumento della prepotenza di classe dei politici e dei Òpoteri fortiÓ loro sottostanti (cio�: dominio e potere), il termine ÒgovernoÓ ha sempre indicato il Òfar funzionareÓ  la comunitˆ sociale e non veniva affidato a ÒpoliticiÓ (di turno) ma a ÒfunzionariÓ (competenti in materia). Non per nulla proprio le moderne teorie politiche sulla gestione del ÒpotereÓ (sic) distinguono e differenziano il legislatore (= Parlamento), dallÕesecutivo (= Governo), dal giudice (= Magistratura) volendoli strutturalmente contrapporre per indebolirli reciprocamente cosicchŽ Òil potere arresti il potereÓ come voleva MontesquieuÉ poichŽ di veri ÒpoteriÓ si tratta ad ogni effetto nelle societˆ ÒciviliÓ.

Il saldo affermarsi nel linguaggio ecclesiale del periodo post-apostolico della non originaria immagine marinaresca non deve per˜ far trascurare come il mondo biblico avesse giˆ attuato scelte autonome nella stessa direzione, non solo attraverso i ÒsorvegliantiÓ (= ÒepiscopoiÓ) ed ÒanzianiÓ (= ÒpresbyteroiÓ) della struttura sinagogale giudaica ma, pi� ampiamente, con le figure bibliche (ed evangeliche) del ÒdomesticoÓ (= ÒoikonomosÓ – Lc 12,42-44; indirettamente: Lc 16,1-8), utilizzato prevalentemente in riferimento al ministero apostolico (cfr. 1Cor 9,17), e del ÒpastoreÓ, utilizzato inizialmente in riferimento personale al solo Ges� e passato successivamente agli stessi Apostoli (cfr. Ef 4,11) attraverso i tre ÒpasciÓ (boske, poimaine, boske) detti a Pietro dal Risorto (cfr. Gv 21,15.16.17). Ai quali, non di meno, non passerˆ affatto il termine ÒkyriosÓ.

Per quanto allÕinterno della vita ecclesiale ÒepiscopoiÓ, ÒpresbyteroiÓ, ÒoikonomoiÓ e ÒpoimenasÓ, indichino certamente figure ÒgerarchicheÓ (= apicali), che spiccano sugli altri soggetti allÕinterno della Comunitˆ cristiana e possiedono proprie capacitˆ decisionali e dispositive, tali vocaboli vennero utilizzati nella Chiesa con la netta intenzione di evitare qualunque riferimento esemplare/analogico allÕattuare dei Monarchi in ambito civile (cfr. Mt 20,25-27 – katakurieuousin; Mc 10,42-45 – katakurieuousin; Lc 22,25-27 – kurieuousin; tutti derivanti dalla radice ÒkyriosÓ da cui il latino ÒdominusÓ). Interessante in merito lÕindicazione di san Pietro ai ÒPresbiteriÓ di pascere il gregge di Dio Çnon come padroni delle personeÈ a loro affidate (1Pt 5,3).

Il vocabolario and˜ progressivamente definendosi e specializzandosi cos“ che ÒepiscopusÓ e ÒpresbyterÓ (insieme a ÒdiaconusÓ) divennero termini espressamente tecnico-giuridici, mentre ÒpastorÓ e ÒministerÓ, assunsero significati pi� generici, per quanto maggiormente profondi a livello concettuale e teologico anche a causa della loro espressa connessione alla ÒcuraÓ e al ÒservizioÓ. LÕinserimento patristico del ÒgubernatorÓ complet˜ il quadro terminologico e concettuale, ricuperando e consolidando una certa compatibilitˆ col linguaggio socio-politico, sia coevo che successivo, rimanendo in ogni modo estraneo allÕambito semantico del ÒcomandoÓ (= ‡rchein). La progressiva ÒsacerdotalizzazioneÓ del cristianesimo (dal V sec.) indirizz˜ il termine ÒministerÓ maggiormente verso lÕambito cultuale finendo cos“ per connettere quasi univocamente la funzione di ÒguidaÓ ecclesiale ai due termini (pastor e gubernator) divenuti poi tradizionali e ÒcanoniciÓ, per quanto sotto profili differenti. La dimensione soggettiva della guida ecclesiale (= colui che guida) fu indicata preferibilmente col termine ÒpastorÓ, mentre quella oggettiva (= lÕattivitˆ di guidare) fu indicata come ÒgubernumÓ. ÒGubernareÓ, ÒregereÓ e ÒpascereÓ furono i verbi maggiormente utilizzati allÕinterno dello stesso contesto.

La Patristica dal IV al VI secolo ha poi stabilizzato vocabolario e categorie; basti ricordare qui il ÒDiscorso sui pastoriÓ di santÕAgostino e la ÒRegola pastoraleÓ di san Gregorio magno. Il monachesimo incrementerˆ il quadro semantico del governo ricuperando lÕimmagine – pi� culturale che evangelica – del ÒpadreÓ: lÕabba da cui Abate, Abadessa, e – significativamente – Abbazia.

Una certa rilevanza fu mantenuta anche dallÕoriginaria immagine neotestamentaria dellÕÒeconomo/dispensatoreÓ, per quanto pi� a livello operativo (= il verbo ÒdispensareÓ) che non soggettivo (= lÕeconomo, il dispensatore); il sostantivo, infatti, fu sostanzialmente assorbito dal pi� generico ÒministerÓ.

Non si pu˜ trascurare, qui giunti, come tali immagini della ÒguidaÓ ecclesiale siano tutte chiaramente asimmetriche e, a loro modo, gerarchiche: il gubernator, il pastor, il dispensator e il pater infatti, non sono nŽ marinai nŽ pecore nŽ servi nŽ famigli! Sono tuttavia con loro: hanno la stessa sorte anche se non si identificano, soprattutto perchŽ devono realizzare ÒfinalitˆÓ diverse.

Tanto la nave che il gregge che la casa o la famiglia, a loro volta, sono sia [a] realtˆ olistiche (superiori, cio�, alla somma degli elementi costituenti) che [b] organismi (cio�: insiemi di elementi differenti che offrono un unico risultato complessivo, distinto dallÕoperato di ogni singolo componente).

Allo stesso modo anche ÒgubernareÓ, ÒregereÓ, ÒpascereÓ e ÒdispensareÓ risultano di fatto incompatibili con: ÒdominioÓ, ÒpotereÓ, ÒautoritˆÓ; mentre, al contrario, ÒresponsabilitˆÓ (tipica del timoniere) e ÒcuraÓ (tipica del pastore) tendono ad identificarsi nelle loro premesse ed implicazioni proprio nella linea della oikonomia/dispensatio. Purtroppo nel linguaggio ecclesiastico occidentale – canonico in particolare – il termine ÒdispensatioÓ acquis“ in seguito un significato tecnico differenteÉ che ancora oggi risulta primario: non pi� nella prospettiva incrementale del Òprovvedere erogandoÓ ma in quella decrementale del Òprovvedere togliendoÓÉ ci˜ che sÕintende nella Canonistica occidentale con ÒdispensareÓ e ÒdispensaÓ concepiti come benevola ÒrimozioneÓ di un divieto giuridico. Per contro in Oriente Òoikonomia/dispensatioÓ mantiene un evidente valore incrementale/erogativo. In effetti, nellÕuso extra-canonico ÒdispensareÓ significa distribuire/erogare (si considerino i termini: dispensario, dispenser).

Dal punto di vista fondativo, pertanto, il governo ecclesiale va colto e soprattutto attuato non nella logica-dinamica del dominio/potere/autoritˆ, ma della responsabilitˆ/cura, pi� proprie delle sue origini bibliche ed ecclesiali-apostoliche.

A questo, in effetti, fanno riferimento i termini utilizzati dal Diritto canonico: munus, officium, ministerium. In essi infatti – e solo in essi – si fonda la c.d. potestˆ di governo nella Chiesa, intesa proprio come lÕeffettiva possibilitˆ di esercitare il proprio ÒimpegnoÓ di tutela e garanzia di unÕefficace vita evangelica della Comunitˆ cristiana di cui si sia ricevuto il ÒgovernoÓ, sia essa una ÒComunitˆ gerarchicaÓ (come la individua P. Valdrini) oppure una Comunitˆ associativa, come sono le Comunitˆ di vita religiosa.

Non si pu˜ neppure trascurare in questa sede come anche in ambito civilistico le cose stiano ormai cambiando in modo significativo rispetto ai paradigmi – ancora ottocenteschi (sic) – che continuano ad ingessare molta dottrina, soprattutto in campo ÒamministrativisticoÓ: quello che maggiormente si confronta con le tematiche del potere, dellÕautoritˆ e del governo. Da una ventina dÕanni, infatti, in ambito tedesco si sta affermando una prospettiva – denominata ÒNuova Scienza del Diritto amministrativoÓ – che va progressivamente rimodulando sia la terminologia che le concettualizzazioni sottostanti, fino a parlare esplicitamente di Òpolitico-timoniere che dirige in modo sicuro la nave dello Stato sul mareÓ.

3. ÒGovernoÓ nella Chiesa

3.1 Governo ecclesiale, responsabilitˆ e discernimento

Un governo ecclesiale concepito nella linea della responsabilitˆ e della cura (che si esprimono in attivitˆ di necessaria tutela e garanzia), se non vuol rimanere pura idealitˆ nŽ ridursi a mere tautologie, pu˜ efficacemente essere concepito e declinato in termini di valutazione, indirizzo, direzionamento, assetto, progettazione, programmazione, gestione di risorseÉ ci˜ che, in fondo, � stato recentemente proposto attraverso il concetto di ÒdiscernimentoÓ.

Se, infatti, chi nella Chiesa governa in realtˆ non fa altro che Òesercitare una responsabilitˆÓ prendendosi cura ed offrendo tutele e garanzie (nellÕambito proprio), il suo compito � proprio quello del concreto discernimento operativo: comprendere, cio�, su quali strade intraprendere gli sviluppi dellÕannuncio evangelico o della vita ecclesiale e come renderli effettivamente possibili nella quotidianitˆ del vissuto attraverso lÕindirizzo ed il coordinamento delle risorse spirituali, morali, personali e materiali di cui la Chiesa, sia universale che particolare – oltre allo specifico mondo della vita religiosa – dispone nelle diverse situazioni tanto storiche che socio-culturali.

Un tale discernimento significa, allora, interrogarsi ed interrogare su quali strumenti operativi concreti (= quali risorse personali e materiali) utilizzare per unÕefficace evangelizzazione dellÕumanitˆ e sua santificazione.

Interrogarsi, interrogare, valutare e decidere in vista della necessaria assegnazione di compiti o operativitˆ (= disposizione) a coloro che partecipano – secondo le specifiche e peculiaritˆ di ciascuno – della stessa finalitˆ o ÒmissioneÓ, senza che lÕessere o no ÒchiericiÓ possa fare alcuna reale differenza nel definire la ÒnaturaÓ e le ÒfunzionalitˆÓ essenziali del governo stesso nella Chiesa. Non di meno � questo lÕunico profilo realmente in grado di assorbire anche la differenza tra maschile e femminile nella Chiesa, poichŽ in realtˆ (ci˜ che viene ricondotto alla potestas) non � affatto una questione di ÒsessoÓ ma di Sacramento dellÕOrdine. Gli stessi Canoni codiciali riguardanti la vita religiosa sono evidenti in merito: pur scritti al maschile, si applicano ex ¾quo a tutte le realtˆ di vita religiosa femminili, senza reticenza nŽ restrizione alcuna. Allo stesso modo le questioni connesse alla potestas regiminis dipendono dalla condizione ÒclericaleÓ (cfr. Can. 134 ¤1).

Da questo punto di vista lÕattenzione alla vita religiosa nella delineazione del concetto giuridico di governo ecclesiale non � formale, per mera ÒcompletezzaÓ, ma imprescindibile e addirittura costitutiva poichŽ proprio la vita religiosa � dedita in pienezza e radicalmente alla realizzazione della chiamata universale alla santitˆ (cfr. LG 40) e alla sua diffusione nel mondo attraverso lÕannuncio evangelico e la c.d. promozione umana, di cui il Vangelo stesso ha necessitˆ per poter attecchire e portare frutti duraturi. Ci˜ che coincide con la stessa missio Ecclesi¾.

Per di pi�, la vita religiosa si manifesta in modo eminente come lÕambito ecclesiale in cui maggiormente – e per propria natura – si esercita vero e proprio ÒgovernoÓÉ sia in chiave quantitativa che qualitativa, mentre � oggettivo il fatto che il resto della vita ecclesiale (anche quella clericale) non raggiunge in alcun modo intensitˆ di tale portata. Parlare – o peggio, teorizzare – intorno al Ògoverno nella ChiesaÓ trascurando questa realtˆ in qualche modo ÒoriginariaÓ non � pi� possibile. Gli stessi numeri non lasciano scappatoie. Se, infatti, si paragonassero quelle che possono essere individuate come concrete e reali Òistanze di governoÓ riferibili ai 54.665 religiosi e alle 721.935 religiose dei nostri giorni (anno 2010), con quelle relative ai 39.564 diaconi, 412.236 presbiteri e 5.104 vescovi e, ulteriormente, al 1.195.671.000 di cattolici nel mondo, emergerebbe con chiarezza come il campo per eccellenza del Ògoverno nella ChiesaÓ sia quello della vita religiosa. Proprio, tuttavia, questÕambito, grazie alla chiarezza e puntualitˆ della propria identificazione (= persone), specificitˆ di missione (= carisma) e delimitazione delle risorse disponibili (= patrimonio ed opere), � quello in cui maggiormente risalta come lÕattivitˆ di governo sia – e debba essere – discernimento. Dominio, potere, autoritˆ – e la stessa potestˆ –, infatti, non hanno palesemente alcuna possibilitˆ di esercitarsi allÕinterno di un Òsistema chiusoÓ di risorse, soprattutto personali e materiali, comÕ� lÕIstituto religioso. Tanto pi� quando chi esercita il governo lo fa Çper un periodo di tempo determinatoÈ, per pochi anni, su base elettiva, soggiacendo allÕimperativo del Can. 624 ¤2 secondo cui non si deve rimanere Çtroppo a lungo in uffici di governo senza interruzioneÈ. Si aggiunga, per necessaria completezza, che le soggettivitˆ di governo nella vita religiosa sono strutturalmente due: quella permanente ed ordinaria, di carattere personale, e quella temporanea e straordinaria, di carattere collegiale, con unÕassoluta preminenza del governo collegiale (= i Capitoli) su quello personale (= i Superiori)É che ne risulta – a molti effetti – semplicemente un organo esecutivo permanente, oltre che subordinato.

Per contro: lÕeffettivo governo esercitato (e concretamente esercitabile) sui circa 450.000 chierici nel mondo � ben minore di quello esercitato sui religiosi, se si dˆ fiducia allÕesperienza diffusa secondo cui il numero di ÒProvvedimenti ordinariÓ (= trasferimenti, p.es.) di cui � destinatario un religioso durante la propria vita � molto maggiore rispetto a quelli di cui sia destinatario un chierico. La quantitˆ e frequenza, infatti, delle c.d. obbedienze indirizzate ai religiosi non � paragonabile (ad oggi) alle assegnazioni di Uffici ecclesiastici ai chierici. A maggior ragione tali considerazioni vanno applicate al governo nei confronti dei fedeli laici, Dispense sacramentali comprese, come pu˜ confermare lÕesperienza di ogni addetto di Curia.

LÕidentificare il ÒpropriumÓ del governo nella Chiesa col discernimento permette anche di porre nuovamente in evidenza la radicale irriconducibilitˆ del governo ecclesiale a quello socio-politico e, pi� ancora, ai suoi ÒmodelliÓ e Òprinc“piÓ.

Nelle societˆ politico-statali – infatti – lÕattivitˆ di governo risulta strutturante lo stesso vivere sociale e non sembra rinunciabile la gestione di un vero e proprio ÒpotereÓ quale strumento necessario per il perseguimento (spesso coattivo) del bene comune, stabilito di volta in volta per via politicaÉ in base alle maggioranze del momento. Un potere che risulta, pertanto, costituente la societˆ statale stessa, oltre che sempre complementato da una gestione diretta della forza e coercizione fisica, senza della quale nessuno Stato potrebbe esser ritenuto tale. Tanto pi� che spesso affinchŽ si possa parlare di ÒgovernoÓ non si richiede nullÕaltro che lÕeffettivo controllo del territorio e delle persone in esso presenti (= potere); come ben evidenziano le vicende politiche conseguite alla c.d. primavera araba dellÕanno 2013 oppure, pi� profondamente, lÕattuale fenomeno del se dicente Califfato islamico.

Nella Chiesa, al contrario, la funzione di governo risulta assolutamente accessoria e strumentale: un vero compito (= munus) cui non ci si pu˜ sottrarre, mentre ÒParola di DioÓ e ÒSacramentiÓ appaiono maggiormente come doni direttamente offerti dal Cristo perchŽ ogni uomo – accogliendoli – giunga alla salvezza della propria esistenza personale (cfr. Can. 213). Non � un caso, quindi, che i ÒtitoliÓ dei c.d. Superiori nella Chiesa non siano, di per sŽ, altisonanti nŽ – soprattutto – pretenziosi come quelli ÒciviliÓ: vescovo, presbitero, rettore, ministro, guardiano, commissario, direttore, ispettore, abate, prioreÉ lo stesso S. Ignazio di Loyola – militare – non fond˜ una ÒlegioneÓ ma una ÒcompagniaÓ che non ha ÒcomandantiÓ ma ÒcommissariÓ.

Nella Chiesa, inoltre, non esiste neppure un vero ÒpotereÓ nella disponibilitˆ degli uomini: si parla infatti – per quanto inadeguatamente – di (sola) ÒpotestˆÓ, tralasciando spesso di illustrarla nella sua costitutiva natura e portata di mera Òabilitˆ e legittimitˆ di condottaÓ intra-ecclesiale. DÕaltra parte la funzione costitutiva ecclesiale � lÕannuncio evangelico e la conseguente santificazione dei credenti: scopi cui tutti e ciascuno sono ugualmente chiamati a corrispondere in relazione al proprio status ecclesiale, in base a cui la condotta/attuazione di tutti e ciascuno, allÕinterno di un cammino libero e consapevole di realizzazione della comune missione, assume nella Chiesa una fisionomia del tutto propria.

Il Vangelo, infatti, ed il suo annuncio sono stati affidati da Cristo non a tanti singoli ma alla Chiesa come tale: il mandato missionario � un dono/compito ÒcomunitarioÓ (= cum munus/communio) e come tale devÕessere svolto dallÕinterno della Comunitˆ di fede attraverso la partecipazione di tutti e ciascuno, secondo i diversi doni di Dio.

LÕimpressione – ma anche la portata effettivamente – novatoria di queste considerazioni intorno al governo nella Chiesa si giustifica col loro prescindere completamente dai princ“pi propri dello Ius publicum ecclesiasticum preconciliare che riconoscevano vero governo solo allÕinterno della societas necessaria iuridice perfecta (= la Chiesa gerarchica come tale), negandolo invece nelle societates arbitrari¾ iuridice imperfect¾, quali erano Universitates ed Istituti religiosi. La derivata dicotomia e contrapposizione tra potestas publica e potestas privata (o communis) aveva portato infatti a sviluppare lÕintera tematica del governo ecclesiale soltanto in chiave pubblicistica, cio� gerarchica e quindi ecclesiastica/clericale (= dei chierici), facendone unÕespressione non solo peculiare ma anche – presuntamente – esclusiva dei soli chierici. Scrive in merito il padre AndrŽs: Ç� praticamente impossibile che la potestˆ comune, chiamata prima dominativa, abbia natura, fini e divisioni radicalmente differenti da quella ecclesiastica di regimeÈ.

LÕabbandono di tali presupposti teoretici, sollecitato – per quanto indirettamente – dal Concilio Vaticano II, esige oggi la capacitˆ di rivedere lÕintera materia fondandola su basi del tutto differenti – ed anche, spesso, incompatibili – che risultino finalmente coerenti sia coi princ“pi ecclesiologici generali di Lumen Gentium che con lÕorganicitˆ dellÕOrdinamento canonico oggi vigente.

Per il passato, non di meno, bastano i libri di storia a mostrare lÕeffettiva attivitˆ di governo nella Chiesa esercitata da Abati ed Abadesse durante tutto il secondo millennioÉ nellÕetˆ ÒclassicaÓ del Diritto canonico. Si mantenga in merito anche la considerazione del fatto – tuttÕaltro che iconografico soltanto – che nellÕambiente monastico sia san Benedetto che santa Scolastica vengono regolarmente rappresentati col ÒpastoraleÓÉ esattamente come i Vescovi; allo stesso modo che i Riti di consacrazione dellÕAbate e dellÕAbadessa sono, ancor oggi, identici.

3.2 Governo ecclesiale come ÒUfficioÓ

Il percorso sin qui tracciato nel tentativo dÕindividuare che cosa – oggi – possa essere Ògoverno nella ChiesaÓ porta ad una nuova ÒtappaÓ, assolutamente fondamentale per tale tematica e punto qualificante e specifico dellÕapproccio giuridico: la consapevolezza che il governo nella Chiesa � sempre, ex ipsa natura rei, espletamento di un ÒUfficio ecclesiasticoÓ, nel senso specifico di Çincarico, costituito stabilmente [É] da esercitarsi per un fine spiritualeÈ, come esposto dal Can. 145 ¤1 del CIC. Anche sotto questo profilo, il mutare della species da un Ufficio allÕaltro non ne cambia affatto il genus, cos“ che sia realmente ipotizzabile e sostenibile pensare (ed affermare) che gli Uffici di governo Ònon clericaliÓ non siano, in realtˆ, veri Uffici di governo nella Chiesa, nŽ che essi – in fondo – siano davvero ÒecclesiasticiÓ.

Tanto pi� che il riferimento allÕUfficio di governo anzichŽ allo status personale del suo titolare, non solo [a] pone in evidenza ancora una volta la concreta irrilevanza dellÕOrdine sacro ai fini dellÕesercizio del governo nella Chiesa, ma [b] continua pure a confermare la vera esemplaritˆ del governo della vita religiosa nel definire il concetto stesso di governo ecclesiale. In questo gli elementi propri dei vari Istituti religiosi o dei loro fondatori (san Francesco in primis) hanno ancora molto da dire e da dare.

Il governo nella Chiesa non risulta pertanto unÕattribuzione (= una qualifica diretta) della persona come tale, ma una funzione da essa svolta in ragione dellÕUfficio ricopertoÉ per di pi�: [a] secondo quanto stabilito dal Diritto per ciascun Ufficio ecclesiastico e [b] fintanto che permane la titolaritˆ dellÕUfficio stesso, [c] senza reali differenze tra Uffici gerarchici o non-gerarchici, clericali o laicali.

La questione, in realtˆ, risulta chiara giˆ dallÕepoca neotestamentaria quando ancora si stavano muovendo i primi passi della strutturazione ecclesiale. é lo stesso Apostolo Paolo ad affermare con chiarezza (in Gal 2,9) che non si tratta di ÒpersoneÓ – proprio perchŽ � Dio stesso che Çnon fa questione di personeÈ (e questo � un elemento teologico costitutivo!) – ma di ruoli e funzioni nella Chiesa. In tal senso Cefa, Giovanni e Giacomo Çritenuti le colonneÈ, proprio in tale ruolo legittimano la missione paolina ad gentes. Si noti a tal proposito come Paolo scriva che i tre Apostoli sono Çritenuti le colonneÈ utilizzando un linguaggio che oggi si riconduce al campo delle conoscenze e convinzioni e non a quello della natura/essenza delle cose. In tal senso Paolo non dice affatto che i tre Apostoli come tali ÒsonoÓ le colonne ma, semplicemente, Òsono ritenutiÓ... anche da lui! E per questa loro funzione egli stesso considera il loro operato come risolutivo allÕinterno della difficile situazione ecclesiale venutasi a creare nei suoi confronti, anche a causa loro, ma � proprio la percezione della differenza tra persona e suo ruolo che permette di usare correttamente Òdue pesi e due misureÓ per il ÒfratelloÓ e per la ÒAutoritˆÓ.

Questo, per˜, sollecita un ulteriore passo avanti proprio nella concettualizzazione del governo nella Chiesa: un governo che impone la rigida distinzione – tipicamente giuridica – tra ÒpersonaÓ e sue ÒfunzioniÓ. Nel Diritto canonico, infatti, le funzioni sono sempre qualcosa di molto parziale rispetto alla persona che le esercita, cos“ come la persona stessa risulta essere sempre parziale (bisognerebbe, forse, dire: insufficiente) rispetto alle funzioni affidatele. Tra persone e funzioni non esistono mutue immanenze/interioritˆ, o altre connessioni in qualche modo reciprocamente costitutive o di co-implicazioneÉ neppure quando sia stata scelta ÇlÕabilitˆ specifica della personaÈ (cfr. Cann. 43; 44; 132 ¤2; 137 ¤2; 479 ¤3), visto che ci˜ pu˜ darsi solo per casi specifici e riguarda le ÒabilitˆÓ della persona e non la sua ÒidentitˆÓ.

é questa, in fondo, la consapevolezza e la richiesta espressa – per quanto in modo non ottimale ed inequivoco – nel settimo Principio per la revisione del Codice canonico latino: a) distinguere prima di tutto persona (del Superiore ecclesiale) e sue funzioni; b) distinguere, poi, tra loro le diverse funzioni in cui si articola il governo. Scopo della doppia distinzione era lÕespressa esclusione (dellÕinsorgenza) di ogni arbitrarietˆ nel governo ecclesiale attraverso la sconfessione delle logiche e dinamiche del dominio/potere/autoritˆ tipiche, invece, dellÕidentificazione tra persona e ruoli propria dei regimi assolutistici in cui persona e funzioni del Principe sÕidentificavano, come ben esprime lÕaffermazione di Luigi XIV di Francia ÇlÕƒtat cÕest moiÈ. é interessante valutare in questa linea il ÒfattoÓ – ma anche parte della concezione che lo ha reso possibile – delle dimissioni di Papa Benedetto XVI: Òessere PapaÓ non � una questione di ÒpersoneÓ ma di ruoli e funzioni (= lÕUfficio ecclesiastico di romano Pontefice). Lo scandalo che ancora sconquassa ampi ambienti ecclesiali a tal riguardo indica palesemente il ristagnare delle concezioni – assolutistiche – pregresse, centrate sulla persona e non sullÕUfficio.

Non di meno: dal punto di vista giuridico moderno (anche canonico), la capacitˆ dÕintervenire giuridicamente sulla e nella vita delle persone mutandone almeno alcuni elementi giuridici (= pubblici, relazionalmente rilevanti, istituzionalmente sanzionabili), come fa lÕattivitˆ di governo, non ÒappartieneÓ alle persone come tali ma a qualcuna delle funzioni loro attribuite ratione Officii, nella logica dellÕabilitˆ e legittimitˆ cui va ricondotta la c.d. potestas.

Per i religiosi la cosa � chiara: dal punto di vista giuridico un ex-superiore maggiore – generale compreso – � uguale ad ogni altro membro dellÕIstituto e nulla gli � pi� dovuto da nessuno ratione Officii; in realtˆ la cosa � identica anche per qualunque Vescovo non diocesano!

La questione, tra lÕaltro, riguarda di principio la stessa articolazione interna del munus regendi (= le funzioni legislativa, esecutiva e giudiziale – cfr. Can. 135) poichŽ quanto il Codice attribuisce direttamente al Vescovo diocesano non glielo attribuisce Episcopati causa ma Officii causa, valendo allo stesso modo per i Prelati equiparati, anche se non Vescovi (cfr. Cann. 134 ¤1; 368) e, mutatis mutandis, per altri Organi (unipersonali o pluripersonali) tipici della vita religiosa con funzioni capitali nel proprio ambito, come avviene per i supremi Moderatori (maschili e femminili) ed i Capitoli degli Istituti religiosi. Tanto pi� che questo si verifica non solo nellÕambito esecutivo (che rimane comunque quello maggioritario e prevalente) ma anche in quello legislativo, visto che la maggior parte dei Capitoli ha la possibilitˆ di disporre a livello statutario (= attivitˆ legislativa). In ambito esecutivo, addirittura, lÕomogeneitˆ qualitativa tra il governo ÒgerarchicoÓ e quello degli Istituti religiosi � stabilita per Legge dal Can. 596 ¤¤1 e 3 che rimanda ai Cann. 131, 133, 137-144 proprio per lÕesercizio ÒgeneraleÓ di tale ambito.

Ci˜ dimostra che – nonostante la dottrina pressochŽ unanime (nel disimpegno teoretico e sistematico!) – il ÒgovernoÓ nella Chiesa non � strutturalmente connesso alle persone ma soltanto alle loro funzioni, sempre distinte e temporanee, senza che il permanente Òsubstrato sacramentaleÓ dellÕOrdine costituisca un reale – e convincente – presupposto per lÕesercizio della maggioranza delle componenti del governo stesso.

LÕunica discontinuitˆ si riscontra in ambito giudiziale poichŽ, quando non si tratti di Istituti clericali di Diritto pontificio – i cui Superiori maggiori, quindi, sono qualificati come ÒOrdinariÓ dal Can. 134, pur non essendo Vescovi – il Can. 1427 ¤3 indica quale prima Istanza il Tribunale diocesano competente in base ai Cann. 1410-1413; vigendo di fatto la convinzione – pi� che il fondato principio – che la c.d. potestˆ giudiziale da esercitarsi in nome proprio richieda lÕOrdinazione presbiterale (necessaria per essere ÒOrdinarioÓ), unico elemento – alla fine – effettivamente discriminante. In merito non si pu˜ ritenere una semplice ÒincongruitˆÓ – ma una vera aporia ordinamentale – il fatto che chi pu˜ stabilire Norme con valore di Legge (= Capitolo) ed urgere lÕapplicazione della Legge stessa anche con precetto penale, oltre che procedere disciplinarmente alla sua sanzione (= Superiore maggiore), non possa emettere una Sentenza negli stessi ambiti.

Dal punto di vista espressamente giuridico, inoltre, lÕadeguata distinzione tra persona e sue funzioni permette dÕindividuare chi governa nella Chiesa non come un ÒprocuratoreÓ (= che opera in nome e per conto di un altro), nŽ tanto meno come un ÒvicarioÓ o un ÒdelegatoÓ di Dio stesso, ma come suo semplice ÒmandatarioÓ: egli riceve non un potere da esercitare in nome di Dio (sic!) ma una finalitˆ/missione da realizzareÉ un esito da conseguire secondo la volontˆ di Dio stesso e da ÒconsegnareÓ a Dio in quanto mandante e ÒcausaÓ ultima di quellÕattivitˆ (= la missione evangelica).

Tutto questo, non di meno, non toglie nulla allÕopzione – forse addirittura ÒprincipioÓ – ecclesiale che privilegia con continuitˆ ininterrotta il carattere eminentemente personale dellÕesercizio del governo ecclesiale ordinario; questo infatti, a suo modo, Ç� una garanzia della ragionevolezza degli Atti di governo in rapporto allÕunitˆ e comunione della Chiesa che devono promuovereÈ, al di lˆ ed al di fuori delle contrapposizioni di partiti, schieramenti e fazioni, tipiche del governo socio-politico: molto pi� pericolose per la vita della Chiesa di qualche decisione arbitraria o poco plausibile, spesso anche contestabile e ricorribile.

3.3 La questione del Òbuon governoÓ nella Chiesa

La portata ed il tenore delle presenti riflessioni appaiono utili per una sottolineatura critica rispetto ad una categoria giuridico-amministrativistica che sta riscuotendo un certo successo allÕinterno della dottrina canonistica dominante che, in queste tematiche, mutua volentieri le proprie categorie da quelle civilistiche, teorizzando – anche nella Chiesa – un vero Òdiritto al buon governoÓ.

In merito si permetta di osservare come questa prospettiva ecclesiologicamente non abbia realistiche possibilitˆ di fondamento teoretico. Qualche considerazione in merito.

- Se di ÒdirittoÓ si trattasse, dovrebbe essere Òdiritto al governoÓ tout-courtÉ in quanto ÒministeroÓ e Òresponsabilitˆ-curaÓ, senza che la specifica ÒbuonÓ possa apportare elementi aggiuntivi: un ministero, infatti, una responsabilitˆ-cura (come tutela e garanzia) che non siano intrinsecamente ÒbuoniÓ sarebbero davvero ci˜ che i loro nomi indicano?

- Che poi un riferimento costitutivo al ÒgovernoÓ non risulti adeguato in ambito canonico, poichŽ nella Chiesa (a differenza che nello Stato) tale funzione � del tutto accessoria e meramente coordinativa dellÕaccesso a ÒrisorseÓ comuni altrimenti non disponibili, � giˆ stato messo in evidenza (v. supra).

- Non di meno: il binomio ÒdirittoÓ e ÒbuonÓ presuppone una strutturale dialettica tra governanti e governati, tra pubblico e privato, tra amministratori (pubblici in quanto gerarchicamente costituiti) ed amministrati, comprensibile – e forse addirittura necessaria – in campo civile ma chiaramente non collocabile a livello ecclesiale, dove tali ÒpolarizzazioniÓ non hanno ragioni teologiche dÕesistere.

In realtˆ la ratio sottesa a questÕimpostazione in ambito ecclesiale non � radicalmente dissimile da quanto avviene a livello civile: poichŽ infatti nessun cittadino pu˜ nulla contro lo Stato e le sue differenti articolazioni, gli si concede almeno di poterne esigere – di qui il ÒdirittoÓ – unÕattivitˆ virtuosa: il buon governo, appunto, che si concretizza in economicitˆ, efficacia, semplificazione, per quanto riguarda lÕAmministrazione come tale (= al proprio interno) e imparzialitˆ, pubblicitˆ, trasparenza, partecipazione, responsabilitˆ nei confronti dei soggetti (privati) che con lÕAmministrazione devono interfacciarsi.

Il Òdiritto al buon governoÓ, infatti, sorge allÕinterno della tensione strutturale tra lo Stato – ridotto ormai a puro ÒregolatoreÓ locale di prevalenti interessi (economici) privati – ed i cittadini, che lo Stato stesso dovrebbe ÒesprimereÓ, oltre che tutelare e promuovere. DÕaltra parte chi, come cittadino, ha ÒtrasferitoÓ (anche passivamente, come nei Tributi) allo Stato proprie risorse esige – giustamente – una loro adeguata gestione e soprattutto efficiente ÒrestituzioneÓ, per quanto in forma non specifica: � la questione della limitazione della libertˆ in cambio della sicurezza, dei Tributi in cambio di servizi, delle standardizzazioni in cambio della concorrenza, ecc. secondo il modello contrattualistico che – unico – continua a legittimare lÕesistenza e lÕattivitˆ dei diversi soggetti ÒStatoÓ e permette, per contro, ai cittadini di potersene anche ÒdifendereÓ reclamando il ÒproprioÓ (da cui lÕuso del termine Òdiritto aÓ). La natura, per˜, espressamente fondazionale (= da Cristo ai fedeli) e non consociativa (= dai fedeli a Cristo) della Chiesa non permette nŽ tollera nulla del genere, a nessun livello.

Non di meno, gli elementi tipicamente ecclesiali sin qui illustrati ed espressi superano di gran lunga – ex ipsa natura rei – qualunque esigenza di riferirsi ad extra per rinvenire categorie, logiche, dinamiche ed istituzioni in grado di esprimere e supportare il governo ecclesiale.

4. Caratteristiche giuridiche del governo nella Chiesa

Per non apparire ÒteoricoÓ (o addirittura ÒideologicoÓ), quanto sin qui illustrato in tema di governo Ònella ChiesaÓ, soprattutto a riguardo delle sue ÒqualitˆÓ e ÒmodalitˆÓ costitutive, merita una conferma anche per via legislativa attraverso il riscontro delle indicazioni che il Codice di Diritto canonico latino offre a coloro che in sommo grado esercitano la maggior parte del governo ecclesiale: Vescovi diocesani (ed equiparati) e Superiori religiosi (tutti). LÕesemplaritˆ sin qui riconosciuta alla vita religiosa farˆ da guida anche a questo livello dÕindagine.

4.1 Il governo nella vita religiosa

I giˆ citati Canoni generali sul governo degli Istituti religiosi (Cann. 617-630) mettono in risalto gli elementi fondamentali per la concettualizzazione di tale attivitˆ nella Chiesa tutta.

4.1.1 Fondamenti

- Il primo elemento da evidenziare � il principio (comunemente definito Òdi legalitˆÓ) che indica in modo tassativo, per quanto generico, lÕestensione ed i limiti del governo esercitabile dai Superiori: le sole Norme del Diritto stabilite o riconosciute dalla Chiesa (cfr. Can. 617), senza che ÒaltriÓ elementi o fattori possano influire sul ÒcosaÓ, ÒquantoÓ e ÒcomeÓ i Superiori possono esigere dai membri degli Istituti religiosi. Il non-previsto/normato non � legittimamente esigibile nŽ dovuto, confermando lÕesclusione sia di quanto riferibile a dominio/potere/autoritˆ, sia del riferibile alla persona del Superiore come tale: gusti, interessi, sensibilitˆÉ manie (v. supra). A questo proposito, non si dimentichi lÕintervento di Paolo VI nellÕEsortazione apostolica ÒEvangelica TestificatioÓ in cui ammette una Òlegittima disobbedienzaÓ quando il Superiore agisca contro il Diritto divino e naturale e nella sua azione non rimanga dentro i confini della sua potestˆ.

- Il secondo elemento di cui tener conto a livello di principio generale � il riferimento ÒdivinoÓ della ÒpotestˆÓ esercitata dai SuperioriÉ un riferimento che, per˜, vincola il Superiore come tale ben prima che i membri dellÕIstituto. Sono infatti i Superiori, proprio perchŽ la potestˆ che esercitano � stata ÒricevutaÓ – si badi: non ÒconferitaÓ – da Dio a dover essere Çdocili alla volontˆ di Dio nellÕadempimento del proprio incaricoÈ (cfr. Can. 618). La volontˆ di Dio, in tal modo, non � la fonte ma la finalitˆ di quanto il governo ecclesiale deve perseguire (v. supra: il riferimento al ÒmandatoÓ). In coerenza col primo principio enunciato, si afferma poi che la ÒpotestˆÓ di cui i Superiori godono non � immediatamente riferibile a Dio – in modo personale/oracolare – ma transita Çmediante il ministero della ChiesaÈ, rimandando cos“ alle disposizioni del Diritto, soprattutto in relazione allÕUfficio ecclesiastico ricoperto (v. supra) ed al principio di legalitˆ.

- Il terzo elemento in qualche modo strutturante il governo ecclesiale � la non-autoreferenzialitˆ del suo esercizio: i Superiori, infatti devono avere Çil proprio Consiglio [É] e nellÕesercizio del proprio Ufficio sono tenuti a valersi della sua operaÈ (Can. 627 ¤1), senza che – in realtˆ – la differenza tra ÒparereÓ e ÒconsensoÓ richiesti dal Diritto nei diversi casi (cfr. Can. 127) possa rendere in alcun modo superflua la presenza e la funzione del Consiglio stesso. Questo per˜, a ben vedere, mette in risalto come il governo ecclesiale risponda effettivamente alle dinamiche proprie del discernimento (v. supra).

4.1.2 Modalitˆ

Caratteristico della Normativa canonica � il suo non limitarsi alla mera enunciazione di attivitˆ o condotte imposte, possibili o vietate e neppure a semplici formalitˆ oggettive di loro esecuzione. In Diritto canonico, infatti, � normale – e forse costitutivo – esplicitare anche modalitˆ soggettive (= veri e propri atteggiamenti) connesse allÕadempimento di quanto richiesto dal Diritto stesso; ci˜ risponde, infatti, alla radice personalistica e non individualistica del Diritto canonico.

é in questÕottica che il Legislatore pone esplicite richieste comportamentali – in realtˆ sostanziali obblighi – a coloro che esercitano il governo allÕinterno della vita religiosa; richieste comportamentali che, attraverso specifiche condotte e, pi� ancora, concrete attivitˆ da realizzare, declinano puntualmente la concezione del governo come responsabilitˆ e cura (attraverso tutela e garanzia). Ed � proprio in ragione di tale responsabilitˆ che a coloro che governano devÕessere comunque riconosciuta ÇlÕautoritˆ loro propria di decidere e di comandare ci˜ che va fattoÈ (Can. 618).

Basti in questa sede unÕelencazione sommaria, corrispondente ai Cann. 618, 619, 626 e 628.

Secondo il Legislatore canonico lÕesercizio del governo nella vita religiosa della Chiesa comporta:

- reggere i sudditi quali figli di Dio,

- suscitare la loro volontaria obbedienza nel rispetto della persona umana,

- ascoltare volentieri e promuovere altres“ la concorde collaborazione per il bene dellÕIstituto e della Chiesa,

- adoperarsi insieme per costruire in Cristo una comunitˆ fraterna nella quale si ricerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa,

- dare di persona e con frequenza ai religiosi il nutrimento della Parola di Dio,

- indirizzare alla celebrazione della sacra Liturgia,

- essere di esempio nel coltivare le virt� e nellÕosservare le Leggi e le tradizioni del proprio Istituto,

- provvedere in modo conveniente a quanto personalmente occorre a ciascuno,

- visitare gli ammalati procurando loro con sollecitudine le cure necessarie,

- riprendere gli irrequieti, confortare i timidi,

- essere pazienti con tutti,

- astenersi da qualunque abuso o preferenza di persone nel conferire Uffici ed incarichi, nullÕaltro avendo di mira che Dio e il bene dellÕIstituto,

- nominare o eleggere le persone che nel Signore si riconoscono veramente degne e adatte,

- rifuggire dal procurare in qualunque modo voti per sŽ o per altri, nelle elezioni, sia direttamente sia indirettamente,

- visitare le Case e i singoli.

4.2 Il governo nella vita delle Chiese particolari

La ricognizione legislativa si sposta ora sulle Norme pi� generali fissate dal Codice latino per guidare i Vescovi diocesani (e gli equiparati ad essi) nellÕesercizio dello specifico governo loro affidato nella Chiesa (cfr. Cann. 381-402); un governo che abbraccia orizzonti ampi quanto lÕintera vita ecclesiale, rivolgendosi alla generalitˆ delle persone e delle realtˆ presenti entro i confini della Diocesi (o altra Circoscrizione equiparata), compresi gli stessi Istituti religiosi di Diritto diocesano. Un governo che, per quanto in nulla paragonabile a quello della vita religiosa sia in ragione degli ÒoggettiÓ che dei ÒsoggettiÓ interessati, tuttavia – con evidenza – non muta le caratteristiche sostanziali e costitutive del governo ecclesiale giˆ indicate.

PoichŽ la diversa struttura codiciale di queste Norme rispetto a quelle sui Superiori religiosi non permette un ragionevole parallelismo di trattazione, soprattutto a livello di ÒfondamentiÓ, si farˆ riferimento alle sole Norme riguardanti le ÒmodalitˆÓ di esercizio del governo gerarchico ecclesiale principalmente attraverso i Cann. 383-387, 389, 392 e 394, che vanno per˜ integrati con altre Norme rubricate come riguardanti la Chiesa particolare o altri ambiti giuridici, comÕ� per i Consigli diocesani, tenendo conto anche del fatto che in relazione al Vescovo diocesano il Codice preferisce indicare lÕuso di veri e propri Istituti giuridici consolidati dalla tradizione canonica che non di soli atteggiamenti.

Per contro, non sarˆ difficile ricondurre le concrete attivitˆ prescritte al Vescovo diocesano agli stessi presupposti giˆ illustrati in tema di [a] non-dominio/potere/autoritˆ, [b] discernimento, [c] responsabilitˆ e cura (attraverso tutela e garanzia), con una nettissima prevalenza proprio di questa specifica componente.

Dal punto di vista della responsabilitˆ e soprattutto cura, nella propria attivitˆ di governo il Vescovo diocesano deve:

- mostrarsi sollecito nei confronti di tutti i fedeli che sono affidati alla sua cura, provvedendo anche alle necessitˆ spirituali dei fedeli di Rito diverso,

- avere un atteggiamento di umanitˆ e di caritˆ nei confronti dei fratelli che non sono nella piena comunione con la Chiesa cattolica, favorendo anche lÕecumenismo,

- considerare affidati a sŽ nel Signore i non battezzati,

- seguire con particolare sollecitudine i Presbiteri,

- difendere e curare i diritti dei Presbiteri in modo che adempiano fedelmente gli obblighi propri del loro stato e in modo che abbiano a disposizione i mezzi e le Istituzioni di cui hanno bisogno per alimentare la vita spirituale e intellettuale,

- fare in modo che si provveda al loro onesto sostentamento e allÕassistenza sociale,

- favorire in sommo grado le vocazioni ai diversi ministeri e alla vita religiosa,

- proporre e spiegare ai fedeli le veritˆ di fede che si devono credere e applicare nei costumi, predicando personalmente con frequenza,

- curare che si osservino fedelmente le disposizioni e i Canoni che riguardano il ministero della Parola, soprattutto lÕomelia e la formazione catechetica,

- difendere con fermezza lÕintegritˆ e lÕunitˆ della fede che si deve professare,

- impegnarsi a promuovere con ogni mezzo la santitˆ dei fedeli, secondo la vocazione propria di ciascuno,

- adoperarsi di continuo perchŽ i fedeli affidati alle sue cure crescano in grazia mediante la celebrazione dei Sacramenti e perchŽ conoscano e vivano il mistero pasquale,

- presiedere frequentemente alla celebrazione della santissima Eucarestia,

- promuovere la disciplina comune a tutta la Chiesa e perci˜ urgere lÕosservanza di tutte le Leggi ecclesiastiche,

- vigilare che non si insinuino abusi nella disciplina ecclesiastica, soprattutto nel ministero della Parola, nella celebrazione dei Sacramenti e dei Sacramentali, nel Culto di Dio e dei santi e nellÕamministrazione dei beni,

- favorire nella Diocesi le diverse forme dellÕapostolato e curare che tutte le opere di apostolato siano coordinate sotto la sua direzione,

- sollecitare lÕadempimento del dovere, a cui sono tenuti i fedeli, di esercitare lÕapostolato secondo la condizione e lÕattitudine di ciascuno ed esortarli a partecipare e a sostenere le varie opere di apostolato, secondo le necessitˆ di luogo e di tempo,

- visitare ogni anno la Diocesi.

Dal punto di vista pi� specifico del discernimento, nella propria attivitˆ di governo il Vescovo diocesano deve poi:

- ascoltare i Presbiteri come aiutanti e consiglieri,

- costituire il Consiglio diocesano per gli affari economici (Can. 492) e giovarsene a norma di Diritto,

- nominare lÕEconomo diocesano (Can. 494),

- costituire il Consiglio presbiterale (Can. 495) e giovarsene a norma di Diritto,

- nominare il Collegio dei Consultori (Can. 502) e giovarsene a norma di Diritto,

- costituire – se lo suggerisce la situazione pastorale – il Consiglio pastorale (Can. 511) e giovarsene a norma di Diritto.

Dal punto di vista del non-dominio/potere/autoritˆ, nella propria attivitˆ di governo il Vescovo diocesano deve:

- offrire un esempio di santitˆ nella caritˆ, nellÕumiltˆ e nella semplicitˆ di vita.

5. Per concludere

Il percorso proposto in queste riflessioni ha cercato di soffermarsi maggiormente sulle caratteristiche e modalitˆ del governo nella Chiesa piuttosto che illustrarne le varie tipologie regolamentate dal Diritto, nella convinzione che la maggior parte dei problemi connessi al governo ecclesiale non derivino dalle strutture ma dalle modalitˆ, non dalle Istituzioni ma dagli uominiÉ da quello che viene chiamato anche ÒstileÓ e che caratterizza cos“ profondamente ogni persona, prima di tutto nel suo rapportarsi con gli altri.

Proprio lÕattenzione alle modalitˆ ha permesso di fare un discorso abbastanza unitario, espressamente volto a superare molte delle distinzioni e questioni tradizionali connesse al governo ed ai suoi presupposti pi� formali, cercando anche di offrire alla Canonistica del nostro tempo linee e prospettive di sviluppo che tengano conto della realtˆ ben prima che delle opinioni, per quanto sistematiche.

Il Diritto canonico, dÕaltra parte, non � un insieme di Norme e disposizioni (spesso attribuite direttamente a Dio stesso), ma un modo di organizzare e gestire la vita comunitaria dei discepoli di Cristo, dando ÒindicazioniÓ pi� che ÒprecettiÓ, cosicchŽ siano la ÒcomprensioneÓ delle motivazioni e la ÒcondivisioneÓ delle finalitˆ a formare le scelte e sostenere le decisioni e la loro ÒassunzioneÓÉ anche quelle pi� difficili e costose, tanto per la Comunitˆ che per i singoli, in una prospettiva che non richiede nŽ ÒautoritˆÓ nŽ ÒobbedienzaÓ ma corresponsabilitˆ, essendo tutti implicati nel conseguimento della stessa ÒmissioneÓ.


in: G. GURCIULLO - E. STRINO (curr.), Governo fraterno. La novitˆ di Francesco d'Assisi nella societˆ delle relazioni liquide, Bologna, 2018.