1. Il contesto canonistico di riferimento
La Canonistica ÒecclesiasticaÓ del secondo dopoguerra, superate la
fase precettistica dellÕ800 e quella codicistica del primo Õ900, � stata
attraversata dal vero dilemma teoretico tra [1] la fondazione del Kirchenrecht (improvvidamente inteso
come Diritto ecclesiale) che vide maggiormente impegnati i canonisti dÕispirazione
germanica, e [2] il rilievo tecnico-dogmatico del Diritto canonico
codiciale che coinvolse maggiormente gli autori sia della c.d. Canonistica
curiale, impegnata nel t�te-ˆ-t�te con
la Scuola laica italiana (canonistica ed ecclesiasticistica), sia
dellÕindirizzo sistematico-ricostruttivo dÕispirazione spagnola. In tal modo la Canonistica degli anni di preparazione al Concilio
e di quelli successivi (che accompagnarono la revisione del CIC) si ritrov˜ letteralmente divisa
come gli equipaggi di navi che solcano lo stesso oceano ma in emisferi diversi:
ciascuno con un proprio ÒpoloÓ e proprie ÒstelleÓ di riferimento, separate
dalla linea equatoriale, tanto evanescente
quanto determinante, soprattutto col
suo impedire la reciproca rapportabilitˆ di qualunque riferimento e
ÔconclusioneÕ. Il quadro generale derivatone fin“ per creare una ÒforbiceÓ le cui
punte si allontanarono progressivamente indirizzando i due approcci verso esiti
di tutta incomunicabilitˆ quando non addirittura antitetici, come ha ben
dimostrato la complessa vicenda della ÒLex
Ecclesi¾ FundamentalisÓ, dispersa tra i flutti nonostante fosse salpata da
un grande cantiere teoreticoÉ impossibilitata, per˜, ad attraccare a porti
costruiti secondo ben altre misure e caratteristiche strutturali e funzionali. In modo solo orientativo si potrebbe affermare che fondazione e costituzione/ricostruzione furono per decenni le parole dÕordine
delle due correnti canonistiche dominanti: veri assiomi indubitati e
non-negoziabili che contrapposero di fatto (sebbene la tensione pi�
superficiale di quegli anni non abbia permesso ai pi� di accorgersene) profonditˆ e stabilitˆ del Diritto della Chiesa. La profonditˆ fondativa e la stabilitˆ
costituzionale/ricostruttiva: teologica
la prima, giuridica la secondaÉ
incomparabili ed insostituibili – proprio come lÕOrsa minore e la
Croce del Sud per i naviganti dei due emisferi –.
In realtˆ alla base della problematica e dei diversi approcci
dottrinali si poneva la questione, ben pi� radicale, dellÕeffettiva consistenza del Diritto canonico: una
consistenza che alcuni ricercarono ab
extra nel fondamento teologico, ed altri ab intra nella completezza dellÕOrdinamento giuridico. Le
rispettive geografie teoretiche presentarono agli uni ed agli altri differenti
ÒscogliÓ e ÒseccheÓ da cui tenersi alla larga, oltre a vere e proprie tempeste,
sia improvvise che preannunciate, alle quali far fronte e tener testa.
Nondimeno ci˜ non imped“ che tali uomini (come ÔnavigantiÕ esperti), quando si
ritrovarono seduti in qualitˆ di Consultori negli stessi Gruppi di studio per
la revisione codiciale, riuscissero a parlare la stessa lingua e a raggiungere
soluzioni pratiche condivise o concretamente compatibili. Il Diritto canonico e la vita della Chiesa, in fondo, erano il
loro ÒmestiereÓ!
NŽ lÕindirizzo fondazionale nŽ quello
costituzionale/ricostruttivo, tuttavia, affrontarono il vero problema
ripetutamente postosi sia durante la (prima) codificazione canonica che durante
la sua revisione: la consistenza del
Diritto canonico, che comportava la domanda intorno alla sua identitˆ. Di fatto la concentrazione
dottrinale sul ÒperchŽÓ oppure il ÒcomeÓ del Diritto canonico portarono ad
evadere sistematicamente – e per decenni – la domanda ben
pi� radicale sul ÒcosaÓ del Diritto canonico stesso. LÕesistenza materiale del
Diritto canonico, dÕaltra parte, in ambito cattolico non era (mai stata) qu¾stio dubitata, trattandosi di un
ÒfattoÓ coestensivo allÕesperienza e storia della Chiesa stessa. In dubbio ne
erano invece, soprattutto durante gli anni della revisione codiciale, le
concrete modalitˆ espressive.
LÕavvento del nuovo millennio, per parte propria, non ha offerto
apporti significativi capaci di spostare il baricentro tematico verso lÕuno o
lÕaltro campo, nonostante un evento
normativo che, in linea teorica, avrebbe potuto mutare qualche equilibrio
ed aprire nuove prospettive: la ÒcreazioneÓ – quindici anni
orsono – della Disciplina accademica denominata ÒTeologia del
Diritto canonicoÓ. Tristemente – � il caso di dirlo –
tale evento, che avrebbe potuto costituire una vera soglia epistemologica per lÕintera Canonistica, � stato riassorbito
dalle suddette correnti che ne hanno immediatamente dirottato le risorse e gli
esiti esattamente nei solchi delle originarie professiones fidei: fondazionale e/o costituzionale/ricostruttiva.
La fides fondazionale, infatti,
dallÕintroduzione della nuova Disciplina accademica ha tratto energie per
radicare ancora maggiormente la questione stessa in prospettiva teologica; la fides costituzionale/ricostruttiva,
nondimeno, si � orientata sui ÒfondamentiÓ (costituzionali) dellÕOrdinamento
canonico, in gran parte allÕombra di presupposti e concettualizzazione del
neo-costituzionalismo del secondo Novecento. I programmi didattici ed i testi
adottati in sede accademica per la docenza di tali Discipline non lasciano
dubbi in merito.
Consistenza ed identitˆ del Diritto canonico rimangono
cos“ a tuttÕoggi ancora estranee alla riflessione – e
consapevolezza – dottrinale della maggior parte dei canonisti (e non
solo): questione impercettibile e, in fondo, concretamente inutileÉ se in
settantÕanni – quasi – nessuno se nÕ� interessato. Il
Òquasi nessunoÓ – tuttavia – � dÕobbligo poichŽ in
effetti nella seconda metˆ degli anni Sessanta qualche autore aveva intrapreso
un tentativo in tale direzione affermando lucidamente che
Çi teologi della Pastorale accusano il Diritto canonico di non
avare una agilitˆ sufficiente e di mancare dÕefficacia strumentale. Essi non
dimenticano che la finalitˆ del Diritto canonico � la salvezza delle anime.
Essi sanno che entro questi due poli – la costituzione sociale della
Chiesa, e la salvezza delle anime – il Diritto canonico � uno
strumento per la Pastorale, e che come tale si deve continuamente revisionare
la sua fedeltˆ teologica ed il suo adeguamento pastorale. La costituzione sociale
della Chiesa, non essendo immutabile che nelle sue linee sostanziali, rende
questa revisione possibile; e le necessitˆ cangianti della Pastorale la rendono
necessaria. Si comprende che la ÒteologizzazioneÓ del Diritto canonico
assolutizza le Leggi canoniche, le immobilizza e le fissa col rigore assoluto
dellÕimmutabilitˆ della veritˆ teologica, trasmettendo questa stessa immobilitˆ
alla Pastorale, mentre questa � per definizione dinamica e agile, come la vita
stessa. Di qui il pregiudizio pastorale che ne derivaÈ.
Un punto di partenza che, lentamente ma senza ripensamenti, diede
origine e sostegno ÒprogrammaticoÓ ad un sentire canonistico consapevolmente
indirizzato ad altri approdi rispetto
a quelli dottrinalmente dominanti, preparando il terreno al consolidarsi di
idee ormai in grado, non solo di Òtenere il campoÓ, ma di presentarsi come
davvero prospettiche proprio per lÕidentitˆ stessa del Diritto canonico.
2. Un cambio di passo per il Diritto canonico
Nonostante tale generale ristagno delle prospettive dottrinali, il
cammino di riflessione canonistica intrapreso sul cambio di millennio in chiave
di consistenza ed identitˆ del Diritto canonico ha ricevuto unÕindubbia
accelerazione con la riforma del Processo giudiziale di dichiarazione della
nullitˆ del Matrimonio operata da Papa Francesco nel settembre 2015: una
riforma della cui strutturalitˆ si sta prendendo coscienza solo in sordinaÉ al
di lˆ di molti ÒstrepitiÓ spesso meramente
funzionali che ne sono derivati, soprattutto nei primi tempi. In effetti: la materia e lo strumento verso cui sÕ� indirizzata la
riforma processuale bergogliana hanno letteralmente spiazzato dal punto di
vista teoretico entrambe le fides
canonistiche post-moderne, mettendone in evidente risalto la comune incapacitˆ
di cogliere e tematizzare un utilizzo
del Diritto – e pertanto una sua consistenza/identitˆ –
diverse sia dalla prospettiva fondazionale che da quella
costituzionale/ricostruttiva. Un intervento radicale di sostanziale modifica (bisognerebbe dire ÒontologicaÓ) del Diritto
canonico come tale e non di semplice aggiustamento
dei suoi Codici, comÕerano invece stati tutti gli altri interventi novatori
susseguitisi dal 1998: una modifica palesemente ÒingiustificabileÓ ed
ÒindimostrabileÓ (in termini teoretici e sistematici) sia in prospettiva
fondazionale che costituzionale/ricostruttiva. E tutto senza che in qualche
modo sia stata messa in discussione la ÒpotestˆÓ pontificia di operare in tal
senso ÒsulÓ e ÒattraversoÓ il Diritto canonico: ci˜ che conferma la
ÒrispondenzaÓ tra lÕoperato del
supremo Legislatore e lÕessenza/identitˆ
del Diritto canonico stesso. Nondimeno: le numerosissime critiche alla modifica
codiciale si sono collocate prioritariamente entro lÕambito tecnico (e
funzionale), letteralmente incapaci, invece, di confrontarsi dal punto di vista
teoretico e sostanziale sia con la riforma che, molto maggiormente, coi suoi
presupposti. NŽ fondazione (teologica), nŽ costituzione/ricostruzione
(ordinamentale), dÕaltra parte, sono in grado di fare davvero i conti con lÕelemento
che ha letteralmente invaso il campo di gioco ormai abituale da settantÕanni:
la Pastorale! Il fatto assume tanto maggior rilievo se si tiene in
considerazione che – come anticipato poco sopra – proprio
la Pastorale aveva giˆ tentato di affacciarsi sullo scenario canonistico
post-conciliare dalle pagine della Rivista Concilium,
finendo per˜ immediatamente fuori gioco rispetto alla bi-polarizzazione
dottrinale giˆ dominante da qualche decennio. Pochi gli autori che tennero
– variamente – fede a quellÕoriginaria intuizione
epistemologica (e metodologica), ben presto risospinta fuori campo, dopo aver
collezionato pi� fraintendimenti e giudizi (negativi) che non adeguata
attenzione per ci˜ che il Concilio aveva cercato di ÒinnescareÓ nella vita
ecclesiale: la pastoralitˆ, appunto.
Proprio la Pastorale, tuttavia, costituisce lÕorizzonte non solo
ermeneutico ma pure epistemologico della riforma processuale, incastonata
– non a caso – tra le due ÒtappeÓ dei Sinodi dedicati
alla famiglia ed alle profonde problematiche da cui essa � scossa in questi
decenni. DÕaltra parte, che proprio quello sia il Sitz in Leben (e pertanto il motivo) della riforma stessa lo
afferma il testo normativo nella sua parte espositiva:
ÇIn questo senso sono anche andati i voti della maggioranza dei
miei Fratelli nellÕEpiscopato, riuniti nel recente Sinodo straordinario, che ha
sollecitato Processi pi� rapidi ed accessibili. In totale sintonia con tali
desideri, ho deciso di dare con questo motu
proprio disposizioni con le quali si favorisca non la nullitˆ dei
Matrimoni, ma la celeritˆ dei Processi, non meno che una giusta semplicitˆ,
affinchŽ, a motivo della ritardata definizione del giudizio, il cuore dei
fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso
dalle tenebre del dubbioÈ.
Come pu˜, tuttavia, un mero riferimento generico alla Pastorale
risolvere di principio una problematica della portata sopra indicata? Un
riferimento, nondimeno, che il testo del m.p. opera espressamente nei termini
classici della Òsalus animarumÓ (4
volte), mentre ÒpastoraleÓ appare (3 volte) come semplice aggettivo per
specificare realtˆ quali: prudenza, esercizio, ufficio. Tanto pi� che lo stesso sostantivo ÒPastoraleÓ (ed il correlato
concetto) ha ormai perduto gran parte della sua significativitˆ in ragione
dellÕuso indiscriminato che ne � stato fatto proprio a partire dal
post-Concilio: considerato dapprima il toccasana di qualunque situazione, per
poi diventare – sempre pi� diffusamente – sinonimo di
mera funzionalitˆ (spesso neppure efficace nŽ competente) quando non anche di
semplice condiscendenza, nonostante i pregevoli sforzi di autentiche Òscuole di
pensieroÓ impegnate a non lasciar cadere nel nulla ci˜ che il Concilio aveva
intravisto e sollecitato.
In questo contesto, un canonista ÒattualeÓ sarˆ in grado di
riconoscere che, pur nella fragilitˆ del termine e della sua
concettualizzazione, il termine/concetto ÒpastoraleÓ esprime per˜ due tensioni
canonisticamente rilevabili ed apprezzabili, di per sŽ assenti sia nellÕapproccio
fondazionale che in quello costituzionale/ricostruttivo: lÕoperativitˆ ed il futuro.
Due elementi/fattori di estroversione
non riscontrabili (nŽ compatibili) nella profonditˆ
fondativa e nella stabilitˆ
costituzionale/ricostruttiva. Due fattori per˜ che, poichŽ non orientati a
ÒsupportareÓ il Diritto canonico in sŽ e per sŽ ma (soltanto – sic) a caratterizzarne la funzione nella vita ecclesiale, ne
possono esprimere efficacemente il ÒfineÓ (= telos), prima che la ÒcausaÓ (= archŽ) o la ÒlogicaÓ (= ratio):
quello stesso ÒfineÓ che ha motivato il cambio cos“ radicale del Processo di
nullitˆ matrimoniale.
3. Consistenza, identitˆ e fine del Diritto canonico
Porsi in termini finalistici,
anzichŽ causali, libera per˜ dal
pregiudizio del dover ÒgiustificareÓ la presenza/esistenza del Diritto nella
Chiesa, emancipando cos“ dalla deriva apologetica che ha fortemente
caratterizzato la prospettiva fondazionale, di fatto costruitasi intorno alla
necessitˆ – a suo modo ontologica – di Çstabilire se il
Diritto stesso � una realtˆ cos“
essenzialmente insita nella struttura propria della Chiesa, che senza il
Diritto la Chiesa non sarebbe quello che
�, secondo lÕistituzione di CristoÈ, come ben espresso circa quarantÕanni
fa da Francesco Coccopalmerio.
Volgere lÕattenzione e lÕinteresse alle finalitˆ offre, inoltre, due grandi vantaggi per la Scienza
canonistica: uno metodologico ed uno ermeneutico. Dal punto di vista metodologico sarˆ sufficiente
– sebbene non sempre immediato – ÒillustrareÓ (ben
diverso da ÒgiustificareÓ) come
allÕinterno della vita ecclesiale si siano gradualmente sviluppare le dinamiche
– prima relazionali, poi istituzionali – che hanno
progressivamente portato a quello che oggi chiamiamo Diritto canonico, e
riconosciamo come ÒDirittoÓ in senso proprio. Dal punto di vista ermeneutico porre al centro
dellÕattenzione un target, cio� un
obiettivo da raggiungere, offre possibilitˆ di comprensione della realtˆ
(storica ed attuale) molto superiori a quelle imposte dalla necessitˆ di dare
corpo ad un sistema assiomatico-deduttivo in qualche modo giˆ ÒdatoÓ, senza che
rilevi granchŽ la sua impostazione fondativa o costituzionale/ricostruttiva. Va considerato pure, soprattutto oggi, che proprio lÕapproccio finalistico al Diritto canonico risulta
espressamente coerente con la Pastorale: ne costituisce, anzi, la principale
espressione, se la Pastorale � identificabile con lÕattivitˆ di cura e di guida
del Popolo di Dio verso il compimento eterno di quella salvezza che giˆ opera
entro i limiti della storia umana attraverso la fede in Cristo. In tal modo:
lÕorizzonte di cui il Diritto canonico � parte diventa prima di tutto
ÒecclesialeÓ e non semplicemente ÒreligiosoÓ; in secondo luogo: le dinamiche
specificamente intra-giuridiche si manifestano palesemente insufficienti ad
esprimere – e realizzare – la finalitˆ pi� autentica del
Diritto di cui la Chiesa si � progressivamente dotata.
- Il passaggio dal religioso allÕecclesiale
quale Òoggetto/materiaÓ di specifica competenza del Diritto canonico
– attuale – � essenziale per la sua identificazione e consistenza
poichŽ lÕecclesiale � sostanzialmente connesso e funzionale alla (sola) vita
della Comunitˆ cristiana, mentre il religioso rischia forti derive
ontologistiche, poichŽ riferito/riferibile immediatamente alla divinitˆ ed alle
ÒsueÓ cose (= le res divin¾/sacr¾).
Per contro: le autentiche Òprofessioni di fedeÓ circa la ÒsacralitˆÓ
– invece della ÒteologicitˆÓ (sic!) –
del Diritto canonico espresse nella Canonistica nel secolo scorso non lasciano
dubbi circa la sottostante confusione concettuale ed epistemologica tra Diritto
canonico e Morale religiosa. - Pure lÕuscita dagli steccati del
ÒgiuridicoÓ come sistema logico-tecnico totalizzante, capace di esprimere in sŽ
– anche a priori –
lÕintera vita ecclesiale alla luce di qualche specifico approccio (sub specie iusti/iustiti¾, o communionis, ecc.) permette di
riconoscere il Diritto canonico nella sua funzione di stabilizzazione e
consolidamento della vita ecclesiale sia rispetto ad acquisizioni indubitate,
sia innanzi a nuovi scenari, prima antropologici che socio-culturali. Ha
scritto in proposito Papa Francesco in ÒEvangelii
GaudiumÓ:
ÇNel suo costante discernimento, la Chiesa pu˜ anche giungere a
riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo,
alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono pi�
interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non � di solito percepito
adeguatamente. Possono essere belle, per˜ ora non rendono lo stesso servizio in
ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo
stesso modo, ci sono Norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto
efficaci in altre epoche, ma che non hanno pi� la stessa forza educativa come
canali di vitaÈ.
Che le istanze cos“ espresse possano condurre alla proposta, se
non allÕadozione immediata, di un nuovo ÒparadigmaÓ capace di guidare la
Canonistica ad offrire un efficace e utile servizio alla vita attuale della
Chiesa, pare oggi inevitabile. Un nuovo paradigma che ha ormai radici profonde
nella consapevolezza e comprensione ecclesiali messe in moto dal Concilio
Vaticano II. Un nuovo paradigma che trova nella missione ecclesiale il suo fulcro e nella istituzionalizzazione la propria dinamica di base. Missione ed
istituzionalizzazione che i canonisti dovranno saper cogliere come i due ÒpoliÓ
tra i quali si delinea e sviluppa lÕintera realtˆ ecclesiale sia lungo i
secoli, sia in ciascun luogo e tempo nei quali la Chiesa si renda presente col
suo ÒesserciÓ.
4. Chiesa, Cristo e missione
Al di lˆ del problema – in realtˆ fittizio (almeno
nella prospettiva che qui ci occupa) – del quando o da quale
specifico evento sia nata la Chiesa
(Pentecoste, PasquaÉ o altro), ci˜ che davvero conta � che la sua ÒidentitˆÓ
(= id quod est) � chiara ed
irrinunciabile fin dallÕinizio del ministero di Ges� stesso. Un ministero fatto
essenzialmente ed inequivocabilmente di ÒannuncioÓ, a cui quasi immediatamente
sono stati associati dei collaboratori denominati addirittura in modo formale
ÒinviatiÓ (= apostoli) scelti espressamente per Òmandarli a predicareÓ
(cfr. Mc 3,14; 16,20; Mt 10,6; 24,47), in modo simile alla
propria attivitˆ (cfr. Mt 4,17; 11,1;
Mc 1,38-39; Lc 4,44; 8,1). Ges� stesso, nondimeno, ha letto la propria vicenda
come ÒmissioneÓ affidatagli dal Padre; una missione che egli trasmette ai suoi
Apostoli in modo formalizzato ed autorevole: con exous’a (cfr. Gv 20,21).
Non basta tuttavia riconoscere ed assumere che lÕauto-comprensione
di Ges� sia stata quella del missionario (cfr. Gv 4,34; 20,21): � necessario scendere pi� in profonditˆ dal punto
di vista espressamente teologico,
dovendosi ammettere che non tutte le ÒmissioniÓ sono ugualiÉ e ci˜ non in
ragione degli strumenti o delle modalitˆ ma, molto pi� profondamente, in
ragione del loro specifico ÒoggettoÓ. Mos�, Samuele, Elia, Isaia, Geremia,
Giovanni Battista, Maria di NazarethÉ sono stati destinatari di vere ÒmissioniÓ
da parte di Dio; nessuna di queste, per˜, � paragonabile a quella di Ges�
Cristo, esattamente per ci˜ che ne riguarda il ÒcontenutoÓ e lÕÒoggettoÓ. Un contenuto ed oggetto che non coincidono affatto con ÔqualcosaÕ da
compiere/eseguire/realizzare (comÕ� un ÒmandatoÓ), fosse anche la Pasqua: qualcosa che si pone
– ancora – nellÕordine delle ÒcoseÓ da fare. Un contenuto ed oggetto che, invece, devÕessere riconosciuto e colto nellÕattivitˆ
ÒoriginariaÓ di Ges� stesso: lÕannuncio della Òbuona notiziaÓ, Ògood newsÓ si direbbe oggi. Ci˜ che il
primo e lÕultimo Evangelista (in termini cronologici) hanno ben colto
nellÕintraprendere la loro opera: ÇInizio del Vangelo di Ges�, Cristo, Figlio
di DioÈ (Mc 1,1); ÇDio, nessuno lo ha
mai visto: / il Figlio unigenito, che � Dio / ed � nel seno del Padre, / � lui
che lo ha rivelatoÈ (Gv 1,18). Un
oggetto e contenuto che lÕEvangelista Luca, nella propria peculiare prospettiva
teologica, non esita a rendere davvero costitutivo dellÕopera di Ges� e della
sua stessa identitˆ:
ÇLo Spirito del Signore � sopra di me; / per questo mi ha
consacrato con lÕunzione / e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto
annuncio, / a proclamare ai prigionieri la liberazione / e ai ciechi la vista;
/ a rimettere in libertˆ gli oppressi, / a proclamare lÕanno di grazia del
SignoreÈ (Lc 4,18-19).
Ci˜ in cui consiste in modo originario ed originante
lÕopera/missione di Ges� (= lÕannuncio della buona notizia) � esso stesso
essenzialmente caratterizzato dallÕessere annuncio:
un annuncio il cui contenuto � (fuor da ogni tautologia) lÕannuncio stesso!
Come una poesia o un brano musicale che ÒsonoÓ ci˜ che
contengono/esprimono/comunicano. é il gioco sintattico di Marco attraverso
lÕutilizzo di un genitivo indecidibilmente oggettivo e soggettivo allo stesso
tempo (cfr. Mc 1,1): la buona notizia
ÒdiÓ Ges� (= quella che Lui stesso ha annunciato, allÕinizio), ma anche
quella che Lui stesso costituisce, dopo la Pasqua.
Si tratta, qui, di superare – con vero impeto
teologico – i riduzionismi scolastico-metafisici che hanno via via
trasformato la ÒRivelazioneÓ da evento
a – mero – contenuto
informativo: lÕoriginaria Òbuona notiziaÓ per lÕesistenza personale (cfr. Lc 4,18-19) fatta conoscere ÇperchŽ
abbiano la vita e lÕabbiano in abbondanzaÈ (Gv
10,10) trasformata in una serie di ÒinformazioniÓ sul cosmo intero. Lo stesso
Apostolo Paolo (in persona o pseudo-epigraficamente) aveva giˆ messo a fuoco e
proposto il corretto approccio e la giusta prospettiva quando identific˜ il
ÒmisteroÓ, nascosto da secoli ma rivelato in Cristo, con lÕespressione, pi�
esistenziale che informativa, ÇCristo
in voi, speranza della gloriaÈ (Col
1,27). Un concetto ricorrente nella predicazione paolina, nella quale
– generalmente – ÒmisteroÓ non ha portata nozionale ma
riferito allÕevento Cristo.
Che la missione di Cristo (= ci˜ che egli fece) sia stata
fondamentalmente annuncio e che il
contenuto di tale missione (= ci˜ che egli disse) sia stato, a sua volta,
ÒannuncioÓ non lasciano dubbi sulla identificazione/identitˆ
tra missione ed annuncio: la missione non � ÒqualcosaÓ che Cristo affida
– quasi estrinsecamente – agli Apostoli dopo la PasquaÉ
come se si trattasse di qualcosa di nuovo, ulteriore, successivo. La missione
affidata agli Apostoli � esattamente la continuazione
dellÕattivitˆ evangelizzatrice di Ges� stesso! Il buon annuncio (= euanghŽlion) proclamato inizialmente da
Ges� continua ad essere proclamato dai suoi Apostoli e dai discepoli tutti: �
questa continuitˆ strutturale
– che lÕEvangelista Luca evidenzierˆ in modo esplicito –
che rende fondamentalmente inutile la ricerca del Òmomento/fatto precisoÓ dellÕincipit della Chiesa come tale. Essa,
infatti, � come ÒcontenutaÓ (= presunta, supposta) nellÕessenza stessa
dellÕannuncio che le � stato affidato. DÕaltra parte: un ÒannuncioÓ (= news) che perda il proprio ÒinteresseÓ,
il proprio ÒmordenteÓ sulla vita dei suoi destinatari e smetta di essere
proclamato e diffuso diventa una semplice informazione (= data): esattamente come accade alle c.d.
notizie che ogni giorno riempiono i giornali e, dal giorno successivo, passano
allÕarchivio di ci˜ che, semplicemente, Ò� accadutoÓ. In questÕottica si sono
sviluppate, soprattutto lungo il Novecento, le Teologie basate sullÕevento Cristo anzichŽ sulla dottrina
proclamata da Cristo.
Un profilo costitutivo e funzionale di questo tipo non �
facilmente riconducibile alle dinamiche socio-culturali, nŽ filosofiche, nŽ
propriamente religiose, che lÕumanitˆ conosce e mette in atto da sempre: le
travalica e le travolge, trasferendo alla Comunitˆ, radunata per ascoltare e
proclamare nuovamente questo annuncio (= la Ekklēs’a), la propria stessa dinamicitˆ ed estroversione.
Proprio tale dinamica, nondimeno, ha sempre caratterizzato la vita ed attivitˆ
ecclesiali, impedendo alla Chiesa dÕidentificarsi troppo immediatamente con
unÕunica etnia (a differenza dellÕEbraismo) oppure con un unico assetto
socio-politico (a differenza dellÕIslam). LÕinarrestabile spinta missionaria
che il Cristianesimo, soprattutto occidentale, ha sempre saputo e continuato ad
esprimere – nonostante i continui tentativi di sua ÒreclusioneÓ
entro i confini politici di questo o quellÕaltro Impero – ne rimane
la contro-prova pi� efficace. Il Vangelo non � ÒpensieroÓ ma ÒannuncioÓ! Non � una ÒideaÓ ma una
ÒnotiziaÓ! Per questo la ÒmissioneÓ non pu˜ essere intesa
– semplicisticamente – come una ÒattivitˆÓ che la Chiesa
svolge, ma come la ÒidentitˆÓ stessa che la Chiesa deve continuamente
ri-scoprire e ri-assumere, non potendo evitare a se stessa di rimanerne profondamente condizionata proprio nella
sua stessa identitˆ e consistenza. é stata questa una delle maggiori
consapevolezze maturate e conseguite attraverso il Concilio Vaticano II e
recepite con chiarezza da molta Teologia degli ultimi decenni.
5. Chiesa, missione e Pastorale
Come ben documentato da Severino Dianich giˆ quarantÕanni fa: la
connessione tra Chiesa e (sua) missione, al di lˆ di molte ÔpresunzioniÕ
post-conciliari, � una delle tematiche teologiche portanti del Novecento
europeo, sia riformato che cattolico, giˆ a partire dagli anni Õ40 del secolo
scorso. LÕautore osservava tuttavia – giˆ al tempo – che
Çil dibattito sulla missione della Chiesa si svolge quasi sempre su terreni
diversi da quello dellÕEcclesiologiaÈ, segnatamente ci˜ che � oggi di solito
indicato come ÒTeologia politicaÓ, evidenziando cos“ una circostanza in qualche
modo strutturale che ha impedito alla Canonistica, nella sua maggior parte, di
considerare adeguatamente il tema della missione in relazione allÕidentitˆ (o
natura) ecclesiale, soprattutto negli anni della revisione codiciale
(= gli stessi nei quali lÕautore scriveva) e della redazione finale del CIC del 1983, che allÕazione missionaria
della Chiesa dedica espressamente solo 12 Canoni (cfr. Cann. 781-792).
Studiando con attenzione la tematica a partire giˆ dalle sue radici
prebelliche, lÕallora giovane ecclesiologo sollecitava la necessitˆ di
Çripensare tutta lÕEcclesiologia per poterla riscrivere facendo della missione
non giˆ uno dei suoi capitoli, bens“ la sua dimensione fondamentaleÈ, partendo
con rinnovato vigore dai maggiori testi conciliari in materia: LG 17 (v. infra) e AG 2, oltre
che dalla prospettiva sviluppatasi poi a partire soprattutto da ÒGaudium et SpesÓ in ragione di una
concezione dei rapporti Chiesa-mondo non esattamente continuativa rispetto a
quelli del Concilio precedente, e della mentalitˆ che lo aveva supportato.
LÕapproccio va tuttavia ampliato evidenziando un fattore decisivo
per la delineazione e lo sviluppo della tematica, sino ad oggi scarsamente
considerato (almeno dai canonisti): il rapporto
tra missione e Pastorale, che Dianich (in tale sede) non affront˜ espressamente
ma sul quale continua ad offrire un contributo sostanziale attraverso la sua
riflessione, intrapresa a partire dallÕevoluzione del concetto di missione
ecclesiale.
ÇQuando P. Charles lanciava la formula della Òplantatio Ecclesi¾Ó come scopo della missione e sosteneva che il
missionario � incaricato non di salvare le anime, ma di instaurare dove ancora
non esiste, il mezzo ordinario della salvezza, ossia la Chiesa visibile,
portava fuori dalle angustie dellÕindividualismo astorico il tema della
salvezza cristiana aprendolo, se pure con inadeguatezza di strumenti, alla sua
dimensione ecclesiologicaÈ.
La prospettiva cos“ suggerita � fondamentale per la Canonistica,
non solo poichŽ scardina dal punto di vista teologico il presupposto indubitato
della salus (singolarum) animarum per
inaugurare una prospettiva propriamente ecclesiologica ma, molto maggiormente,
perchŽ permette di cogliere – riproponendolo a rovescio –
ci˜ che, in realtˆ, aveva causato lÕeffettiva fine della missione nella Chiesa antica, trasformandola nella
ÒPastoraleÓ. Va infatti riconosciuto che
Çin un Ôquadro di riferimentoÕ determinato dalla limitata
conoscenza del pianeta e da una prospettiva storica scorciata, in forza di
unÕaccentuata escatologia apocalittica, ben presto nella Chiesa del primo
secolo si afferm˜ lÕidea che la missione, essenziale opera degli Apostoli, era
stata da loro stessi fondamentalmente compiuta. Non si pu˜ neanche escludere
che questa fosse la loro stessa convinzione, se pensiamo che Paolo scrivendo ai
Romani prevede un suo viaggio in Spagna, per il desiderio di raggiungere
lÕestremo Occidente in modo che la sua opera potesse risultare, in fine,
totalmente compiuta: dallÕOriente allÕOccidenteÈ.
Partendo cos“ dal Çpresupposto che la fede cristiana sia giˆ condivisa
da tutta la popolazione del Paese, non si pone al centro della vitalitˆ della
Chiesa lÕimpegno della comunicazione della fede, ma la cura pastorale dei
credentiÈ. In tal modo per˜, giˆ prima del IV-V secolo
ÇlÕidea della missione compiuta ha comportato una sostituzione, al
centro, di quella che si � felicemente chiamata la Ôcura delle animeÕ al posto
dellÕevangelizzazione vera e propria. Si opera in questo paradigma con il
presupposto che il mondo, o almeno tutta la popolazione del proprio territorio,
� cristiana e che il compito della Chiesa, o meglio dei suoi ministri ordinati,
� quello di aiutare gli altri cristiani, i laici, a salvarsi lÕanima. Il
presupposto di operare allÕinterno di un Paese cristiano porta con sŽ anche il
convincimento che la societˆ intera, con la sua struttura sociale e politica, �
cristianaÈ.
Conseguenza immediata di tale autocomprensione fu lÕesaurirsi
della missione ecclesiale, ridotta ormai a Òriprodurre se stessaÓ, cosicchŽ Çil
lavoro pastorale interno alla ComunitˆÈ non fu pi� Çinteso propriamente come
parte della missione della ChiesaÈ e tutto fu indirizzato alla Òsuprema LexÓ della salus animarum, identificando la missione con la sola
– eventualissima – attivitˆ in Partibus infidelium, avendola ormai ridotta alla Çstretta
finalitˆ della fondazione di nuove Chiese o della cooptazione a sŽ di nuovi
fedeliÈ. Uno stato di cose che, allÕinterno dei confini del Sacro Romano
Impero, si congel˜ per oltre mille anni, fino alla necessaria presa di
coscienza, dal XVI secolo, dellÕesistenza di Ônuovi mondiÕ in cui la Chiesa non
stava ancora esercitando il proprio Çdovere di salvare con la predicazione del
Vangelo e il Battesimo le anime degli infedeliÈ. LÕistituzione della
Congregazione ÒDe propaganda fideÓ
nel 1622, per di pi�, se da un lato arricchiva lÕopus Ecclesi¾ affiancando (nuovamente) la missione alla Pastorale,
dallÕaltro fece per˜ della missione un mera attivitˆ da svolgere, in modo
sostanzialmente isolato (= altrove) rispetto alla Pastorale stessa, vista
pure la concezione e attuazione esclusivamente pontificia di tale attivitˆ.
UnÕattivitˆ, per di pi�, affidata quasi esclusivamente ai religiosi attraverso
lÕistituto canonico della ÒCommissioÓ,
giunto quasi alle porte del Vaticano II. Il forte impegno pastorale che segn˜
lÕapplicazione del Concilio di Trento nel territori europei contribu“
significativamente a fossilizzare la dicotomia, ai limiti della
contrapposizione.
Il forte sviluppo ecclesiologico derivato dal Concilio Vaticano II
– a parziale bilanciamento di quello altrettanto decisamente
sacramentale del Concilio Tridentino – ha costretto, in certo modo,
la Teologia, ma anche lÕintera autocoscienza ecclesiale a riprendere in mano la
questione allÕinterno di un quadro dogmatico di maggior respiro ed articolazione.
Tra le chiavi di volta del nuovo corso pu˜ collocarsi il ricupero della Çidea
ottocentesca del Mšhler della Chiesa come continuazione dellÕIncarnazioneÈ
cosicchŽ Çla missione della Chiesa � pi� semplicemente e molto pi� ampiamente
la stessa missione di Cristo nel mondoÈ. La prospettiva muta radicalmente
poichŽ, in tal modo,
Çnon è che la Chiesa abbia una missione da compiere: essa
semplicemente deve collocarsi sulle strade della storia di Dio, poichŽ � la
missione del Figlio e dello Spirito che la crea. Per questo motivo vale
lÕaffermazione [É] che non si pu˜ intendere la missione dalla Chiesa ma che al
contrario si dovrˆ intendere la Chiesa dalla missioneÈ.
Diventa facile, a questo punto, comprendere – ed
assumere – che Çla missione è lÕaccadere della Chiesa dentro
il cammino storico del mondoÈ: ÇLa missione quindi non è qualcosa di
successivo, di conseguente allÕevento, ma è lÕevento stessoÈ.
6. Chiesa e costitutivitˆ missionaria
Come giˆ evidenziato: il rapporto tra Chiesa e (sua) missione non
� soltanto identitario e costitutivo (cio� in
origine – v. supra) ma �
pure costituente (cio� in itinere e pro futuro), cosicchŽ sia la dinamica missionaria a svolgere la
funzione di vera e propria configurazione della Chiesa stessa in vista del suo
(continuare ad) esistere ed operare. Il fatto � ormai assodato in ambito
teologico, soprattutto dopo la decisa presa di coscienza del Concilio Vaticano
II alla fine del secondo capitolo di ÒLumen
GentiumÓ:
ÇCome infatti il Figlio � stato mandato dal Padre, egli stesso ha
mandato gli Apostoli (cfr. Gv 20,21)
dicendo: ÒAndate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare tutto quanto vi
ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del
mondoÓ (Mt 28,19-20). E questo
solenne comando di Cristo di annunziare la veritˆ della salvezza, la Chiesa
lÕha ricevuto dagli Apostoli per adempierlo sino allÕultimo confine della terra
(cfr. At 1,8). Essa fa quindi sue le
parole dellÕApostolo: ÒGuai a me se non predicassi il VangeloÓ (1Cor 9,16) [É]. é spinta infatti dallo
Spirito santo a cooperare perchŽ sia mandato ad effetto il piano di Dio, il
quale ha costituito Cristo principio di salvezza per il mondo intero.
Predicando il Vangelo, la Chiesa attira gli uditori alla fede e alla
professione della fede, li dispone al Battesimo, li toglie dalla schiavit�
dellÕerrore e li incorpora a Cristo, affinchŽ crescano in lui per la caritˆ
fino alla pienezzaÈ.
Una presa di coscienza a cui fanno eco teologi dÕogni
impostazione, specializzazione e prospettiva:
ÇLÕessenza della Chiesa � intimamente missionaria perchŽ il Regno
cresce, quasi emergendo dal suolo del mondo e gli uomini ne sono
– lo sappiano o meno – co-agonisti. Il protagonista,
Ges� Cristo, mostra questa unitˆ originaria di Chiesa-mondo nel disegno di Dio
(cfr. Gv 17,21) perchŽ in Lui e
attraverso di Lui il Regno dei cieli � definitivamente in atto. Questo quadro
ecclesiologico tende ad assicurare il dinamismo vitale che solo spiega la
ragion dÕessere della Chiesa: fa trasparire, in quanto ÒSacramento, cio� segno e strumento dellÕintima unione con Dio e
dellÕunitˆ del genere umanoÓ (LG
1), il volto stesso di CristoÈ.
ÇLa Chiesa non esiste per se stessa, ma dovrebbe essere lo
strumento di Dio, per radunare gli uomini intorno a lui, per preparare il
momento in cui Dio sarˆ tutto in tutti (1Cor
15,28)È.
ÇLa Chiesa esiste per evangelizzare. Questa non � una delle tante
possibili letture della vita della Chiesa che si possono dare: si tratta invece
di una evidenza che emerge dalla stessa nascita della Chiesa e inerisce il suo
mistero al punto tale che possiamo sicuramente dire che se, per assurdo, la
Chiesa smettesse di evangelizzare, non sarebbe pi� Chiesa. [É] Essa [É]
organizza la propria struttura dandosi dei ministri dediti alla custodia
dellÕautentico annuncio. Questo punto iniziale non dice soltanto il primo
momento cronologico della vita ecclesiale, ma ne rivela il profondo
significato: perchŽ lÕannuncio del Vangelo raggiunga tutti e attraversi la
storia di generazione in generazione � necessaria una Istituzione che, a
prescindere dai singoli, sia capace di custodire e trasmettere lÕannuncioÈ.
ÇIl Concilio Vaticano II ha richiamato il fatto che la Chiesa
� [É] missionaria per natura sua (cfr. AG
2); e che tutti i soggetti ecclesiali ne sono, perci˜, responsabiliÈ.
Non si tratta, per˜, di semplici affermazioni – tanto
profonde quanto eteree – ma di vere acquisizioni strutturanti, soprattutto in ambito ecclesiologico, al
punto che:
ÇSe [É] lÕannuncio � il principio esplicativo della dinamica
dellÕecclesiogenesi e se lÕecclesiogenesi � il pi� adeguato modello euristico
in Ecclesiologia, ne dobbiamo derivare che tutta la comprensione della Chiesa
passa attraverso la comprensione del suo atto missionario fondamentale, quello
della comunicazione della fedeÈ.
ÇSarebbe assai difficile [É] contestare che la comunicazione della
fede sia lÕelemento essenzialmente costitutivo, la essentia metaphysica rei, della missione: � questo un servizio
allÕuomo che la Chiesa pu˜ rendergli e che nessun altro fuori della Chiesa pu˜
rendere al mondoÈ.
Çé indubbio che i testi conciliari ci offrono una visione di
missione che si allarga; e che porta a vedere la Chiesa stessa come frutto
della missione divina, chiamata a continuarla nella storia, in modo connaturale al suo stesso essere.
La missione, cio�, � espressione
dellÕessere stesso della ChiesaÈ.
La Canonistica pi� avveduta, per parte propria, aveva giˆ proposto
tale approccio con sicurezza, traendone luce per la stessa consistenza
dellÕesperienza giuridica ecclesiale nella sua specifica collocazione entro i
confini della storia umana, vista la natura espressamente esistenziale (e non nozionale)
dellÕannuncio evangelico:
ÇLa missione divina universale affidata da Cristo alla Chiesa �
missione storico-salvifica. In quanto
[É] storica o per il fatto di essere
realizzata storicamente riveste la Chiesa della nota di storicitˆ, cio�, della
responsabilitˆ di agire con attuazioni di densitˆ e consistenza storica che si
� soliti riassumere nellÕattuazione delle Ôtre funzioniÕ (tria munera), nelle quali rinchiude e trasmette, nellÕattuarla,
lÕefficacia salvifica. Tuttavia per questa attuazione, che deve realizzarsi e
solo pu˜ realizzarsi con attuazioni concrete, Cristo lasci˜ alla sua Chiesa la
responsabilitˆ e la necessitˆ di determinare in concreto tali Ôforme concreteÕ
storiche di attuazione. [É] Tale fondazione ÔgenericaÕ responsabilizza
precisamente gli inviati a decidere le forme concrete, il funzionamento
concreto e lÕordine concreto di compimento di tale missione o attuazione delle
tre funzioni e di quanto esse implicano. Sorge cos“ uno ÔIus canonicumÕ, nel cui ambito sistematico entrano decisioni molto
varie in ragione dellÕoggetto – attuazione – a cui si
riferiscono: ai Sacramenti ed allÕamministrazione dei beni ecclesiastici o al
computo del tempo, per citare alcuni esempi. E determinare il tempo non �
qualcosa di sacramentale, anche se i Sacramenti si realizzano necessariamente
in un tempo e in uno spazio concretiÈ.
In tal modo la Chiesa, in quanto strumento efficace dellÕazione
salvifica di Dio nel mondo e per il mondo,
Çsorge nella e per
lÕattuazione o compimento della missione divina, precisamente come esigenza della natura storica di questa
missione divina storico-salvifica e universale ad extra e ad intra: Cristo, nellÕaffidarla responsabilizz˜ la sua Chiesa
non solo a realizzare o esercitare
storicamente questa missione di efficacia salvifica, ma anche e
specificamente ad attuarla o esercitarla prendendosi
cura della sua efficacia storica, rivestendone lÕattuazione di efficacia storica [É]. Il suo storicizzarsi e storicizzare non � solo
per mera necessitˆ-legge naturale di contattare i destinatari, ma perchŽ Dio ha
assunto questa necessitˆ-legge per il proprio disegno divino di salvarci
attraverso la via storica della missione. Tra questo principio e lÕattuazione
storica della missione sta la missione.
Se alla Chiesa non fosse stata affidata tale missione, non avrebbe motivo per
esigere una ragione teologica
specifica per giustificare il fenomeno canonico: poichŽ il fine della storicizzazione di questa missione � incarnare lÕefficacia salvifica della
missione nellÕattuazione storica di questa stessa missione: questa storia � il
veicolo storico della salvezza. E il fine del fenomeno canonico � ottenere
che si compia storicamente bene la sua missioneÈ.
Tale missione, infatti, non pu˜ essere identificata
Çcon una realtˆ
precostituita, senza rapporto con la storia, da trasferire, poi, nel mondo
come in una regione straniera, quasi come unÕopera che vi si sovrapponga
dallÕesterno. Ne deriverebbero, tra lÕaltro – come purtroppo �
successo e succede –, la sua inesorabile inincidenza e, per finire,
la sua inutilitˆ. Invece la viva edificazione della Chiesa ha a che fare,
costitutivamente, con la storia, con uomini toccati al cuore della propria
libertˆ dal dono dellÕevento di Ges� Cristo. Al punto trasformati, nel ritmo
quotidiano degli affetti e del lavoro, dalla Sua presenza, da comunicarla
gratuitamente a quanti entrano naturalmente in rapporto con loroÈ.
Ci si trova cos“ innanzi ad una situazione non puramente fattuale
e contingente, ma costitutiva della realtˆ ecclesiale come tale:
ÇLa Chiesa, in quanto popolo della nuova Alleanza conclusa in
Cristo, ha per scopo e compito originali, quasi come propria ragione dÕessere,
il proseguimento della missione di CristoÈ.
ÇLa Chiesa trae la sua origine dalla missione ed esiste come
missione, per cui il principio organizzativo fondamentale della Chiesa � la
missioneÈ.
LÕapproccio, nondimeno, era stato valorizzato anche sotto altra
prospettiva da chi aveva colto il vero Òpasso avantiÓ conciliare soprattutto a
riguardo del concetto di ÒmissioneÓ, classicamente inteso quale specifica
ÒattivitˆÓ ecclesiale (= le ÒmissioniÓ). In merito si � ben osservato che
la missione
Çnon è uno del fini dellÕOrdinamento giuridico della Chiesa,
da mettere pi� o memo in luce in rapporto a fattori contingenti; la missione è lÕunico vero scopo della
societˆ ecclesiale; è un fine intrinseco ed immanente a tutto
lÕOrdinamento, di cui non pu˜ limitarsi a permeare solo una parteÈ.
7. LÕevento tipologico: Atti
15
La prospettiva illustrata trova supporto – e
fondamento – non principalmente per via teoretica ma, pi� profondamente,
partendo dalle origini stesse del Diritto canonico, come ben evidenzia lÕevento
proto-tipico (nel senso patristico di typos
originario e originante) e Òsommamente emblematicoÓ della normativitˆ
ecclesiale: il c.d. Concilio di Gerusalemme narrato in At 15, da cui scatur“ la
prima vera Norma canonica, almeno dal punto di vista sostanziale. Una Norma
canonica che Paolo in Gal 6,16 chiama
espressamente col termine ÒkanonÓ
(= misura), senza che in ci˜ rilevi la cronologia tra i due scritti
neotestamentari, nŽ tra gli eventi di loro riferimento: � il concetto infatti
che conta a questo livello di approccio. Fu quello il primo e, forse, il pi� importante evento che mise in
risalto la costitutivitˆ della ÒmissioneÓ ecclesiale per lÕesistenza stessa
della Chiesa e la sua conseguente condotta istituzionale, nel difficile
confronto tra la fedeltˆ alla propria identitˆ (= annuncio della nuova
Alleanza) e la fedeltˆ al proprio passato (= osservanza dellÕAlleanza
sinaitica). Non solo questo, tuttavia, poichŽ il ricondurre quellÕevento
allÕarea/ambito/tematica della missione (extra)ecclesiale anzichŽ della
comunione (intra)ecclesiale offre una peculiare prospettiva non solo di lettura
del testo ma pure di sua comprensione.
Davanti al costituirsi – prima in Asia e poi in
Europa – di intere Comunitˆ cristiane provenienti dal paganesimo,
ben presto numericamente prevalenti, si pose infatti lÕinterrogativo del
rapporto tra tali credenti in Cristo salvatore e coloro che, soprattutto
nellÕoriginaria Comunitˆ gerosolimitana, provenivano invece dallÕEbraismo, al
quale erano rimasti sostanzialmente fedeli sotto il profilo ÒritualeÓ. In quel
contesto la Chiesa si vedeva attraversata da questioni concrete e pratiche:
Òcome si diventa cristianiÓ, Òcome ci si comporta da taliÓ? Che cosa, poi,
andava considerato costitutivo, e quindi irrinunciabile, per essere cristiani? Due erano, alla fine, i problemi
di prassi ai quali non ci si poteva pi� sottrarre: 1) la
circoncisione, 2) lÕunicitˆ eucaristica. Due condotte esteriori non meramente
formali, ciascuna delle quali presupponeva e comportava altre condotte ed
impattava direttamente col Battesimo, formalizzazione specifica della missione
affidata dal risorto (Mc 16,15; Mt 28,19-20) ed elemento distintivo ed
identitario della nuova Comunitˆ di fede. Il problema, inoltre, non era solo pratico e circoscrivibile alle
tre attivitˆ direttamente coinvolte: circoncisione, Battesimo, Eucaristia, ma
intaccava potenzialmente la stessa identitˆ
ecclesiale. Se, infatti, per ricevere il Battesimo occorreva essere stati
previamente circoncisi, come dovevano essere considerate le Comunitˆ
pagano-cristiane di fondazione paolina nelle quali la circoncisione non veniva
praticata? Tali Comunitˆ appartenevano alla stessa
fede – e, quindi, alla stessa
Chiesa – delle Comunitˆ giudaico-cristiane? Inoltre: il Vangelo
annunciato da Paolo era ÒquelloÓ vero? Questa gente poteva essere davvero
considerata ÒcristianaÓ? Si trattava davvero di ÒfratelliÓ? Come potevano
essere vero ÒPopolo di DioÓ dei non-circoncisi? Allo stesso tempo, dallÕaltro
punto di vista: come potevano essere davvero Òdi CristoÓ coloro che si facevano
circoncidere in vista del Battesimo oppure, eventualmente, dopo di esso? Chi,
dunque, era davvero ÒcristianoÓ? Le questioni, nondimeno, non erano solo
ÒliminariÓ (afferenti, cio�, lÕingresso nella Comunitˆ di fede) ma ricadevano
sulla prassi quotidiana delle Comunitˆ stesse accrescendone la fragilitˆ in
riferimento alla celebrazione eucaristica. La comunione infatti dellÕunico pane
e dellÕunico calice (cfr. 1Cor
10,16-17) confliggeva nelle Comunitˆ miste col divieto per i circoncisi di
sedere a mensa coi non-circoncisi, finendo per sollecitare una doppia
celebrazione dellÕunica Cena del Signore. Si veda in merito la questione del
rimprovero di Paolo a Pietro per la sua condotta ad Antiochia proprio a
riguardo del Òprendere cibo insieme ai paganiÓ (cfr. Gal 2,12). Paolo, per parte sua, non era in grado di concepire, ed ammettere,
nulla che potesse scalfire o fare ombra alla signoria assoluta di Cristo, alla sua croce e alla salvezza che solo da tale croce era derivata agli
uomini:
ÇQueste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una
perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo
della sublimitˆ della conoscenza di Cristo Ges�, mio Signore. Per lui ho
lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare
CristoÈ (Fil 3,7-8).
Nulla avrebbe potuto relativizzare nŽ lÕevento pasquale, nŽ le sue
dirette conseguenze. Nulla avrebbe potuto rendere Cristo semplicemente
ÒcomplementareÓ di qualsiasi altra realtˆ umanamente accessibile. La
circoncisione del pagano-cristiano, anzi: 1) rischiava di ridurre il
mistero pasquale a mero coronamento di una salvezza di per sŽ giˆ effettiva,
nel caso del Battesimo successivo; 2) risultava in aperta contraddizione
col Battesimo nel caso gli venisse ÒaggiuntaÓ in seguito (cfr. Gal 5,2). In entrambe le prospettive nŽ
Cristo, nŽ il suo Vangelo risultavano definitivi e concludenti, rendendo
pertanto del tutto inutile lÕazione missionaria: ci˜ a cui lÕApostolo accenna
quando scrive di non voler Òcorrere o aver corso invanoÓ (cfr. Gal 2,2). Mettere per˜ in dubbio lÕattivitˆ missionaria di Paolo avrebbe
significato e comportato bloccare la missione
stessa della Chiesa, interrompere lÕannuncio del Vangelo e
lÕamministrazione del Battesimo, non dare pi� seguito al comando del risorto di
Òandare in tutto il mondo ed annunciare il Vangelo ad ogni creaturaÓ (cfr. Mc 16,15), nŽ allÕazione dello Spirito
che giˆ aveva spinto allÕesterno dÕIsraele prima Pietro (cfr. At 15,7-11) e poi Paolo e i suoi
compagni di missione (cfr. At
16,6-10). LÕintero evento Cristo sarebbe collassato nellÕannuncio ai soli Ebrei
– seppure in diaspora nel mondo intero – dellÕinutile venuta del Messia che nulla aveva mutato nŽ della loro
condizione di esuli, nŽ di quella della cittˆ santa ancora in balia dei pagani.
In tale prospettiva il problema non riguardava nŽ lÕidentitˆ ecclesiale, nŽ la comunione
allÕinterno della Comunitˆ di fede, ma la vera e propria esistenza della Chiesa stessa. Di qui lÕimportanza e decisivitˆ
della questione e delle numerose vicende connesse. Fu proprio innanzi a questa consapevolezza, sebbene non
esplicitata dal testo lucano, che venne valutato il problema e presa la
correlata decisione di non attribuire alcun valore, nŽ sostanziale nŽ formale,
alla circoncisione (in nessuna delle sue possibilitˆ) legittimando lÕattivitˆ
missionaria di Paolo e lÕespansione ecclesiale oltre i confini (personali)
dellÕoriginario Popolo di Dio. Non si trascuri in merito neppure il diffondersi
del Cristianesimo fuori dei confini dÕIsraele in direzioni e luoghi mai
raggiunti da Paolo ma altrettanto fecondi per la missione evangelizzatrice da
cui sorgeranno il nucleo copto, quello armeno e quello caldeo della fede
cristiana.
Ci˜ che risalta nella complessitˆ delle circostanze e dellÕevento
stesso � la decisivitˆ dellÕannuncio del Vangelo, nel suo costituire la
ÒmissioneÓ stessa della Chiesa, la sua finalitˆ pi� profonda: � questo annuncio
che suscita la fede ed apre al dono della salvezza, giˆ efficace per la fede
stessa, ma chiamata a crescere ed a radicarsi esistenzialmente allÕinterno
della Comunitˆ di fede e di salvezza (la Chiesa, appunto).
ÇLa Chiesa nasce quindi dalla proclamazione della gloria di Ges�
che Òsiede alla destra del PadreÓ, destinato a venire sulle nubi a giudicare il
mondo, e guarda a lui come al proprio buon pastore e come allÕunico salvatore,
ricordando la sua vicenda in mezzo agli uomini, dalla sua nascita alla sua
morte, e accogliendo con fede la testimonianza degli Apostoli che lo hanno
visto risortoÈ.
LÕesperienza di Pietro con la famiglia di Cornelio (cfr. At 10) � tipologica in merito; allo
stesso modo che lÕesperienza di Paolo; e questo non meno dellÕorigine della
Comunitˆ cristiana di Gerusalemme, sorta intorno ad una semplice
domanda-risposta:
ÇÒChe cosa dobbiamo fare, fratelli?Ó E Pietro disse: ÒPentitevi e
ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Ges� Cristo, per la remissione
dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito santo. Per voi
infatti � la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani,
quanti ne chiamerˆ il Signore Dio nostroÓ. Allora coloro che accolsero la sua
parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila personeÈ
(At 2,37b-41).
8. Istituzionalizzazione
Posta sin qui nel necessario rilievo ecclesiologico la missione ed
il suo ricupero negli ultimi decenni, si tratta ora di delineare
– seppur in modo estremamente sommario – ci˜ che riguarda
lÕaltro ÒpoloÓ dellÕesserci
ecclesiale: unÕaltra dinamica che, sebbene autonoma nel suo configurarsi
rispetto ai contenuti espressamente ecclesiali (= il kerygma), non pu˜ risultare in alcun modo nŽ casuale, nŽ posticcia
per la Chiesa, come ha ben espresso P. Erdš affermando che
Çla missione, il mandato che la Chiesa dei primi tempi aveva
ricevuto in maniera consapevole da Cristo e che concepiva come opera da
compiere quale suo sostituto, costituisce il fattore principale
dellÕistituzionalizzazione. La partecipazione particolare a questa opera
struttura la Comunitˆ, soprattutto a partire dal II secolo, in maniera pi�
chiara e visibile. Il ruolo speciale dei successori degli Apostoli, anche se
non � concetto separabile dalla missione dellÕinsieme della Chiesa, � un
principio in certo senso diretto ed autonomo dellÕorganizzarsi originale della
Chiesa e della sua realtˆ istituzionaleÈ.
UnÕistituzionalizzazione che sÕinnesca e sÕimpone con inevitabile
naturalezza allÕinterno della Comunitˆ dei credenti nel Cristo risorto: una
dinamica che non riguarda, prima di tutto, i rapporti con la divinitˆ, sempre
sfuggenti (e spesso arbitrari nella loro formalizzazione, soprattutto rituale),
ma i rapporti tra credenti ; tanto
pi� problematici quanto dipendenti da fattori
estrinseci rispetto al nucleo di fede, come furono i numeri
(= migliaia di battezzati alla volta – cfr. At 2), le provenienze socio-culturali (= gli ellenisti, oltre
i giudei – cfr. At 6), la
legittimazione apostolica (= Paolo e le ÔsueÕ Comunitˆ).
ÇLa istituzionalizzazione dei rapporti fra i credenti non parte
dalla creazione dei riti, ma dalla regolamentazione della ortodossia della
fede, di cui giˆ nel Nuovo Testamento abbiamo significati e testimonianze [É].
La trasmissione fedele della memoria di Ges�, infatti, non poneva tanto
lÕesigenza di strutture sacerdotali, quanto di istituzioni, come quella dei
Presbiteri-Episcopi, destinate a custodire e trasmettere fedelmente il
ÔdepositoÕ della originaria predicazione apostolica. Dalla consapevolezza
dellÕessenziale importanza della par‡dosis
nascono i processi di istituzionalizzazione che fissano e regolano in
strutture costanti e capaci di durare nel tempo quella rete di relazioni che
ogni atto comunicativo della fede proposta ed accolta crea intorno a sŽ. [É]
Soggetto portatore di un tale fenomeno, allora, non pu˜ essere che una
aggregazione sociale stabile ed istituzionalizzata, capace di porre le
condizioni di autenticitˆ della fede e di garantirne la prosecuzione. Soggetto
adeguato al compito non � il credente nella sua assoluta singolaritˆ ed
estemporaneitˆ, nŽ un fenomeno di comunicazione dal carattere rapsodico, ma
solo un soggetto collettivo, dotato di una sua forma istituzionale, che
sovrasti il singolo credente e la stessa somma dei credenti, in modo da
sopravvivere allÕesistenza dei singoli e della stessa loro sommatoria presente
qua o lˆ, in questo o in un altro momentoÈ.
La necessitˆ di una stabilizzazione (istituzionale) della nascente
e crescente Ekklēs’a si poneva con maggior
decisivitˆ considerando il rischio concretissimo – viste le energie
spese a contrastarlo sia da Paolo che dallÕEvangelista Giovanni –
che il kerygma venisse ridotto a
semplice ÒgnosiÓ che ciascuno – individualisticamente –
potesse coltivare a proprio uso e consumo. Nella prospettiva degli
evangelizzatori, invece, Çla comunicazione della fede crea una nuova rete
relazionale che lega profondamente fra di loro le persone coinvolte in
questÕatto comunicativoÈ, formandone vere e proprie Comunitˆ impegnate nel
praticare la nuova ÒviaÓ e nel farla conoscere ed abbracciare ad altri. Si
tratta, in fondo, del concetto di Òdepositum
fideiÓ, intorno al quale si sviluppava la maggior parte dellÕattivitˆ
apostolica: un depositum da custodire
e tramandare affinchŽ condizioni la vita delle persone, senza restarne
– tuttavia – condizionato (quanto a contenuti). Fu
questa, in effetti, una delle principali dinamiche che videro impegnata la
Comunitˆ cristiana dellÕepoca apostolica non solo nel diffondere ma anche
– e soprattutto – nel ÒfissareÓ il Òbuon annuncioÓ, lÕeuanghŽlion, il kerygma.
ÇLÕannuncio da cui nasce la Chiesa � quindi lÕannuncio su Ges� pi�
che lÕannuncio di Ges� stesso. Anzi solo pensandolo in questi termini
lÕannuncio pu˜ essere rilevato come il principio originante la Chiesa non solo
in assoluto, nel complesso indifferenziato della sua storia, ma in ogni
particolare evento di ecclesiogenesi. Lo fu nel primo evento dellÕorigine della
comunitˆ di Gerusalemme, come lo � in ogni situazione nella quale in un certo
tempo e in un certo luogo un credente comunica la fede e qualcuno lÕaccoglie.
In questi termini possiamo pensare lÕestendersi della Chiesa nel mondo e il suo
originarsi presso i diversi popoli della terra. [É] In un certo senso si potrebbe dire, utilizzando il linguaggio
della Scolastica, che il rapportarsi di un credente, il quale annuncia che Ges�
� risorto ed � il Signore, con un interlocutore che ne accoglie lÕannuncio � la
vera e propria Ôessentia metaphysica reiÕ
della Chiesa, cio� quella componente della sua essenza posta la quale si dˆ
la res, mentre mancando la quale la res non esiste. LÕEucarestia stessa
infatti non avrebbe nŽ senso nŽ sarebbe autentica realtˆ sacramentale se non
fosse sostenuta dalla fede professata e condivisa da coloro che la celebranoÈ.
ÇLa salvaguardia e la venerazione delle parole e dellÕinsegnamento
di Cristo come fonti e regole della fede � unÕidea che sta alla base della
stesura dei Vangeli stessi. [É] LÕefficacia vincolante del modello consente a
qualche autonomia, ma ha custodi e testimoni autentici. [É] Questo dovere non �
un fatto secondario � anzi primario e scaturisce proprio dalla natura della
Chiesa, perchŽ – come insegna Paolo VI – Òla Chiesa
esiste al fine di annunciare il VangeloÓÈ.
In tali contesto e dinamiche, al di lˆ dei ÒnaturalismiÓ che la
Canonistica fondazionale voleva evitare come gravemente insufficienti per
assicurare unÕorigine divina (pi� che teologica) del Diritto canonico (v. supra),
Çsiamo obbligati a pensare che la istituzionalizzazione, nella
forma di una stabile aggregazione sociale, del dono della comunione, appena
essa assume forma visibile attraverso la comunicazione della fede, non pu˜
essere considerata quasi un incidente di percorso, oppure una inevitabile,
anche e in fondo deprecabile, esigenza antropologica. Il fatto si fonda sulla
forma della Rivelazione propria della fede cristiana: se Dio ci si � rivelato
attraverso dei fatti, noi possiamo accoglierne la Rivelazione solo se qualcuno
ce ne ha conservato la memoria, e solo una istituzione che rivesta di stabilitˆ
e di continuitˆ lÕaccoglienza della Parola di Dio � il soggetto adeguato della
trasmissione storica della memoriaÈ.
Nondimeno, in ambito ecclesiologico ci si era chiesti
– quasi come verifica e
contrario – se fosse mai Çrealmente esistita la possibilitˆ che
la Chiesa non si istituzionalizzasse nella misura in cui lo fece e che
mantenesse un modello molto pi� carismatico come quello proposto nelle Comunitˆ
paolineÈ. Una domanda palesatasi ormai soltanto retorica, non potendosi pi�
negare che
Çla Òstruttura carismaticaÓ � sempre qualcosa di singolare che
risponde ad una situazione straordinaria. Tuttavia precisamente per la sua
singolaritˆ � instabile e tende a stabilizzarsi come qualcosa di abituale,
permanente e quotidiano. Con altre parole, il carismatico tende a
istituzionalizzarsi, e il carisma tende a convertirsi in tradizione e
associazione razionale. LÕindividuale carismatico cede il passo al disciplinare
collettivo. Questo processo Weber lo qualifica Òoggettivazione del carismaÓ,
oggettivazione che fa che si passi da una grazia personale ed intrasferibile a
carisma trasmissibile, acquistabile o vincolato ad un incarico. é ci˜ che
storicamente si � dato con la successione apostolica e con lÕOrdinazione che
trasmette un carisma ed una capacitˆ per svolgere una funzione o un ministeroÈ.
In merito si � pure evidenziato, non solo come si debba parlare
dello stesso Ges� come di un maestro carismatico: ÇLa sua legittimitˆ non
deriva da un sapere religioso istituzionale, molto meno da un apprendimento
teologico o da un incarico istituzionaleÈ, ma anche come lo stesso sia valso
per gli Apostoli e le stesse prime Comunitˆ cristiane.
ÇIl carisma � determinante per la Chiesa e tutto si sviluppa a
partire dallÕispirazione dello Spirito, incluse le nuove Scritture. [É] La
carismaticitˆ � la essenza stessa della Chiesa. [É] Eppure non si pu˜ parlare
della carismaticitˆ senza alludere alla sua istituzionalitˆ. Entrambe devono
essere vincolate e interagire tra loro. [É] Il carisma puro, senza influssi istituzionali, non esiste, � una entelech“a impropria della condizione
umana. Mentre, invece, la istituzione � interna alla stessa evoluzione del
Cristianesimo. [É] Il canone del Nuovo Testamento fu la prima grande
istituzione normativa, norma normante,
attraverso la quale si stabil“ lÕidentitˆ della Chiesa. [É] Questo porta alla seconda grande istituzione normativa del
Cristianesimo, quella personale degli Apostoli che parlavano con unÕautoritˆ
basata nella stessa Rivelazione [É]. La Chiesa non � un mero raggruppamento di
individui giustapposti, ma rinvia ad unÕautoritˆ apostolica. Possiamo anche
menzionare una terza istituzionalizzazione. Quella che giunse a creare una
struttura sacramentale che servisse di alternativa al culto giudaico e pagano
dellÕImpero romano. Si cre˜ una Liturgia, con il Battesimo e lÕEucaristia come
Sacramenti maggiori, poichŽ entrambi sintetizzavano la morte e risurrezione di
Ges�È.
Questo, tuttavia, pu˜ accadere soltanto allÕinterno di un ambiente
relazionale sufficientemente stabilizzato nei suoi ruoli e nelle sue funzioni,
mansioni e responsabilitˆ: ci˜ in cui consiste
– espressamente – unÕistituzione dal punto di vista
sociologico ed antropologico.
9. Diritto canonico e missione
Il percorso sin qui svolto ha giˆ messo in luce, anche sotto
prospettive variegate, lo stretto legame che intercorre nella Chiesa tra missione ed istituzione; qui giunti non resta pertanto che esplicitare il
legame altrettanto solido che lega tra loro istituzione
e Diritto facendone un tuttÕuno,
secondo la prospettiva proposta (un secolo fa) da Santi Romano con la sua
Teoria ordinamentale (o istituzionale, che dir si voglia). Sia sufficiente in
questa sede ricordare il principio che regge lÕintera prospettiva cos“
delineata: ÇCrediamo che fra il concetto di istituzione e quello di Ordinamento
giuridico, unitariamente e complessivamente considerato, ci sia perfetta
identitˆÈ, infatti:
ÇOgni Ordinamento giuridico � unÕistituzione, e viceversa ogni
istituzione � un Ordinamento giuridico: lÕequazione fra i due concetti �
necessaria ed assolutaÈ.
Per parte propria, poi, il concetto di Ordinamento giuridico �
pienamente sovrapponibile a quello di Diritto, identificandosi con esso nella
sua accezione pi� ampia, come ben espresso da Paolo Grossi, secondo il quale il
Diritto altro non sarebbe che Òordinamento osservatoÓ . Questa, in effetti, � proprio lÕesperienza ecclesiale
lungo i secoli, indipendentemente da come si voglia (o si possa) qualificare
dal punto di vista espressamente tecnico la tipologia normativa (= Canoni
conciliari, Decretali pontificie, Codici canoniciÉ) adottata dalla Chiesa lungo
i suoi due millenni di vita – istituzionale –
ininterrotta.
Bastino queste poche sollecitazioni per offrire la sufficiente
soliditˆ a quanto prospettato da T. JimŽnez Urresti per il Diritto canonico
proprio nella strutturale circolaritˆ
testŽ illustrata tra missione, istituzione e Diritto:
ÇOgni societˆ ha la propria giustificazione, natura, funzioni,
ragion dÕessere, e principio normativo o
norma originaria o fondamentale, nella propria finalitˆ, secondo il primo principio della logica normativa: Òil
principio � il fineÓ. Ed il fine della societˆ della Chiesa, quale fondata
da Cristo, � la missione che Cristo
le affid˜: missione universale storico
salvifica. [É] In tal modo la storicitˆ della missione ecclesiale ne qualifica
sostanzialmente la socialitˆ, essendo la socialitˆ il mezzo attraverso cui una
persona, un gruppo o un popolo pu˜ fare storia ed incidere nella storia. La
Chiesa dunque, come Popolo di Dio, proprio in ragione della missione
storico-salvifica ricevuta da Cristo, � ÒmandatariaÓ e responsabile di questo compimento;
con parole della Logica deontica, si dice che la Chiesa ha il titolo (facoltˆ)
ed il dovere (responsabilitˆ) di compiere non solo ci˜ che � stato espressamente
– esplicitamente o implicitamente – comandato, ma anche
di compiere quanto implichi di storicamente
necessario il realizzare, cos“ come realizzare bene, la missione o mandato
originario. [É] Di conseguenza il Diritto
canonico, per la sua attitudine strumentale a programmare, ordinare,
organizzare e coordinare nellÕunitˆ le attuazioni di tutti e di tutta la
Chiesa, trova la propria
ÒgiustificazioneÓ teologica ÒnelÓ compiere e ÒperÓ compiere la missione
costitutiva della Chiesa stessaÈ.
ÇIl Diritto canonico � di pertinenza della socialitˆ, e pertanto della visibilitˆ
della Chiesa. E, per una maggior esattezza: la storicitˆ � una nota di esigenza
della stessa nozione di Chiesa pellegrina, ma la sua storicitˆ reale non
appartiene alla sua essenza, quanto solo alla
sua esistenza: la Chiesa pellegrina esiste solo come Chiesa storica, come congregazione o associazione dei credenti in
Cristo dotati della missione divina che Cristo le affid˜È.
Nondimeno, allÕinterno della stessa Ecclesiologia si era giˆ
affermato sin dal primo dopo-Concilio che
Çpensare che basterebbe rifiutare nella Chiesa il Diritto per
ritrovare la Chiesa della caritˆ, sarebbe infilare la strada delle pi� rovinose
illusioni. Una Chiesa che ripudiasse il Diritto correrebbe il rischio di essere
non la Chiesa della caritˆ, ma la Chiesa dellÕarbitrioÈ.
Ne deriva con immediatezza la necessitˆ, per la Teoria generale
del Diritto canonico, di
Çrivalutare il concetto di missione come fondamento radicale del
Diritto della Chiesa, che si è strutturata in funzione della costruzione
del Regno nel mondo e della possibilitˆ di far presente, in modo efficace,
lÕevento salvifico di cui è portatriceÈ.
é partendo da questÕarticolata prospettiva e consapevolezza che
– circa ventÕanni fa – si � realizzato nella Canonistica
un importante Ôpasso avantiÕ dal punto di vista concettuale attraverso la
teorizzazione della Ònorma missionisÓ
quale sostanziale punto di riferimento e sintesi per lÕintera esperienza
giuridica ecclesiale. Con tale espressione, lungi dal voler congestionare ulteriormente
il panorama concettuale canonico, sÕintese invece far riferimento in modo
sintetico sia [1] allÕidentitˆ
(essenza o natura, che dir si voglia) che [2] alla funzionalitˆ peculiari di ci˜ che la Chiesa vive al proprio interno
in modo originariamente e spontaneamente ÒgiuridicoÓ: ci˜ che da secoli va
sotto il nome di ÒDiritto canonicoÓ. La pregnanza ecclesiologica del concetto
– come sin qui ampiamente illustrato – permette altres“
dÕipotizzarne un efficace utilizzo come ÒveicoloÓ interdisciplinare verso la
Teologia in generale, oltre che la Pastorale, alla quale si � fatto ampio
riferimento (v. supra).
ÇLa sua realtˆ giuridica [della Chiesa – ndr] si presenta fin dalle origini
(mandato prepasquale e postpasquale) come Ònorma
missionisÓ e come tale devÕessere inteso quanto gli Apostoli e lo Spirito
santo hanno creduto opportuno stabilireÈ.
ÇIl NT e la vita della Chiesa post-apostolica permett[ono] di
riconoscere fin dalle prime origini della Chiesa stessa lÕemergere e
lÕaffermarsi di una ÒnormaÓ finalizzata alla missione evangelica. Cristo ha fondato la sua Chiesa sugli Apostoli, i ÒmandatiÓ; la
Chiesa di Cristo (come Cristo stesso) è ÒmandataÓ. La struttura
ontologica della Chiesa è missionaria, rivolta cio� allÕannuncio del kerygma di salvezza; gli Apostoli, prima
che maestri, sono annunciatori e testimoni: Òuno solo � il vostro maestro, il
CristoÓ (Mt 23,10)È.
La prospettiva che ne emerge sembra poter rispondere alla
richiesta che lÕEcclesiologia stessa rivolge – anche – al
Diritto canonico:
ÇOggi si è sempre pi� chiaramente consapevoli che i processi
di istituzionalizzazione appartengono alla fisiologia dellÕesperienza religiosa
e che quello della contrapposizione fra carisma e istituzione è in realtˆ
un falso problema. La questione veramente seria non è: istituzione
sì - istituzione no; il vero problema è invece quello della qualitˆ dellÕistituzioneÈÉ
Una ÒqualitˆÓ che proprio la norma
missionis vorrebbe efficacemente tutelare.
in: Apollinaris, XCI (2018), 83-120