Diritto canonico e Pastorale: la norma missionis

1. Il contesto canonistico di riferimento

La Canonistica ÒecclesiasticaÓ del secondo dopoguerra, superate la fase precettistica dellÕ800 e quella codicistica del primo Õ900, � stata attraversata dal vero dilemma teoretico tra [1] la fondazione del Kirchenrecht (improvvidamente inteso come Diritto ecclesiale) che vide maggiormente impegnati i canonisti dÕispirazione germanica, e [2] il rilievo tecnico-dogmatico del Diritto canonico codiciale che coinvolse maggiormente gli autori sia della c.d. Canonistica curiale, impegnata nel t�te-ˆ-t�te con la Scuola laica italiana (canonistica ed ecclesiasticistica), sia dellÕindirizzo sistematico-ricostruttivo dÕispirazione spagnola.

In tal modo la Canonistica degli anni di preparazione al Concilio e di quelli successivi (che accompagnarono la revisione del CIC) si ritrov˜ letteralmente divisa come gli equipaggi di navi che solcano lo stesso oceano ma in emisferi diversi: ciascuno con un proprio ÒpoloÓ e proprie ÒstelleÓ di riferimento, separate dalla linea equatoriale, tanto evanescente quanto determinante, soprattutto col suo impedire la reciproca rapportabilitˆ di qualunque riferimento e ÔconclusioneÕ.

Il quadro generale derivatone fin“ per creare una ÒforbiceÓ le cui punte si allontanarono progressivamente indirizzando i due approcci verso esiti di tutta incomunicabilitˆ quando non addirittura antitetici, come ha ben dimostrato la complessa vicenda della ÒLex Ecclesi¾ FundamentalisÓ, dispersa tra i flutti nonostante fosse salpata da un grande cantiere teoreticoÉ impossibilitata, per˜, ad attraccare a porti costruiti secondo ben altre misure e caratteristiche strutturali e funzionali.

In modo solo orientativo si potrebbe affermare che fondazione e costituzione/ricostruzione furono per decenni le parole dÕordine delle due correnti canonistiche dominanti: veri assiomi indubitati e non-negoziabili che contrapposero di fatto (sebbene la tensione pi� superficiale di quegli anni non abbia permesso ai pi� di accorgersene) profonditˆ e stabilitˆ del Diritto della Chiesa. La profonditˆ fondativa e la stabilitˆ costituzionale/ricostruttiva: teologica la prima, giuridica la secondaÉ incomparabili ed insostituibili – proprio come lÕOrsa minore e la Croce del Sud per i naviganti dei due emisferi –.

In realtˆ alla base della problematica e dei diversi approcci dottrinali si poneva la questione, ben pi� radicale, dellÕeffettiva consistenza del Diritto canonico: una consistenza che alcuni ricercarono ab extra nel fondamento teologico, ed altri ab intra nella completezza dellÕOrdinamento giuridico. Le rispettive geografie teoretiche presentarono agli uni ed agli altri differenti ÒscogliÓ e ÒseccheÓ da cui tenersi alla larga, oltre a vere e proprie tempeste, sia improvvise che preannunciate, alle quali far fronte e tener testa. Nondimeno ci˜ non imped“ che tali uomini (come ÔnavigantiÕ esperti), quando si ritrovarono seduti in qualitˆ di Consultori negli stessi Gruppi di studio per la revisione codiciale, riuscissero a parlare la stessa lingua e a raggiungere soluzioni pratiche condivise o concretamente compatibili. Il Diritto canonico e la vita della Chiesa, in fondo, erano il loro ÒmestiereÓ!

NŽ lÕindirizzo fondazionale nŽ quello costituzionale/ricostruttivo, tuttavia, affrontarono il vero problema ripetutamente postosi sia durante la (prima) codificazione canonica che durante la sua revisione: la consistenza del Diritto canonico, che comportava la domanda intorno alla sua identitˆ. Di fatto la concentrazione dottrinale sul ÒperchŽÓ oppure il ÒcomeÓ del Diritto canonico portarono ad evadere sistematicamente – e per decenni – la domanda ben pi� radicale sul ÒcosaÓ del Diritto canonico stesso. LÕesistenza materiale del Diritto canonico, dÕaltra parte, in ambito cattolico non era (mai stata) qu¾stio dubitata, trattandosi di un ÒfattoÓ coestensivo allÕesperienza e storia della Chiesa stessa. In dubbio ne erano invece, soprattutto durante gli anni della revisione codiciale, le concrete modalitˆ espressive.

LÕavvento del nuovo millennio, per parte propria, non ha offerto apporti significativi capaci di spostare il baricentro tematico verso lÕuno o lÕaltro campo, nonostante un evento normativo che, in linea teorica, avrebbe potuto mutare qualche equilibrio ed aprire nuove prospettive: la ÒcreazioneÓ – quindici anni orsono – della Disciplina accademica denominata ÒTeologia del Diritto canonicoÓ. Tristemente – � il caso di dirlo – tale evento, che avrebbe potuto costituire una vera soglia epistemologica per lÕintera Canonistica, � stato riassorbito dalle suddette correnti che ne hanno immediatamente dirottato le risorse e gli esiti esattamente nei solchi delle originarie professiones fidei: fondazionale e/o costituzionale/ricostruttiva. La fides fondazionale, infatti, dallÕintroduzione della nuova Disciplina accademica ha tratto energie per radicare ancora maggiormente la questione stessa in prospettiva teologica; la fides costituzionale/ricostruttiva, nondimeno, si � orientata sui ÒfondamentiÓ (costituzionali) dellÕOrdinamento canonico, in gran parte allÕombra di presupposti e concettualizzazione del neo-costituzionalismo del secondo Novecento. I programmi didattici ed i testi adottati in sede accademica per la docenza di tali Discipline non lasciano dubbi in merito.

Consistenza ed identitˆ del Diritto canonico rimangono cos“ a tuttÕoggi ancora estranee alla riflessione – e consapevolezza – dottrinale della maggior parte dei canonisti (e non solo): questione impercettibile e, in fondo, concretamente inutileÉ se in settantÕanni – quasi – nessuno se nÕ� interessato. Il Òquasi nessunoÓ – tuttavia – � dÕobbligo poichŽ in effetti nella seconda metˆ degli anni Sessanta qualche autore aveva intrapreso un tentativo in tale direzione affermando lucidamente che

Çi teologi della Pastorale accusano il Diritto canonico di non avare una agilitˆ sufficiente e di mancare dÕefficacia strumentale. Essi non dimenticano che la finalitˆ del Diritto canonico � la salvezza delle anime. Essi sanno che entro questi due poli – la costituzione sociale della Chiesa, e la salvezza delle anime – il Diritto canonico � uno strumento per la Pastorale, e che come tale si deve continuamente revisionare la sua fedeltˆ teologica ed il suo adeguamento pastorale. La costituzione sociale della Chiesa, non essendo immutabile che nelle sue linee sostanziali, rende questa revisione possibile; e le necessitˆ cangianti della Pastorale la rendono necessaria. Si comprende che la ÒteologizzazioneÓ del Diritto canonico assolutizza le Leggi canoniche, le immobilizza e le fissa col rigore assoluto dellÕimmutabilitˆ della veritˆ teologica, trasmettendo questa stessa immobilitˆ alla Pastorale, mentre questa � per definizione dinamica e agile, come la vita stessa. Di qui il pregiudizio pastorale che ne derivaÈ.

Un punto di partenza che, lentamente ma senza ripensamenti, diede origine e sostegno ÒprogrammaticoÓ ad un sentire canonistico consapevolmente indirizzato ad altri approdi rispetto a quelli dottrinalmente dominanti, preparando il terreno al consolidarsi di idee ormai in grado, non solo di Òtenere il campoÓ, ma di presentarsi come davvero prospettiche proprio per lÕidentitˆ stessa del Diritto canonico.

2. Un cambio di passo per il Diritto canonico

Nonostante tale generale ristagno delle prospettive dottrinali, il cammino di riflessione canonistica intrapreso sul cambio di millennio in chiave di consistenza ed identitˆ del Diritto canonico ha ricevuto unÕindubbia accelerazione con la riforma del Processo giudiziale di dichiarazione della nullitˆ del Matrimonio operata da Papa Francesco nel settembre 2015: una riforma della cui strutturalitˆ si sta prendendo coscienza solo in sordinaÉ al di lˆ di molti ÒstrepitiÓ spesso meramente funzionali che ne sono derivati, soprattutto nei primi tempi.

In effetti: la materia e lo strumento verso cui sÕ� indirizzata la riforma processuale bergogliana hanno letteralmente spiazzato dal punto di vista teoretico entrambe le fides canonistiche post-moderne, mettendone in evidente risalto la comune incapacitˆ di cogliere e tematizzare un utilizzo del Diritto – e pertanto una sua consistenza/identitˆ – diverse sia dalla prospettiva fondazionale che da quella costituzionale/ricostruttiva. Un intervento radicale di sostanziale modifica (bisognerebbe dire ÒontologicaÓ) del Diritto canonico come tale e non di semplice aggiustamento dei suoi Codici, comÕerano invece stati tutti gli altri interventi novatori susseguitisi dal 1998: una modifica palesemente ÒingiustificabileÓ ed ÒindimostrabileÓ (in termini teoretici e sistematici) sia in prospettiva fondazionale che costituzionale/ricostruttiva. E tutto senza che in qualche modo sia stata messa in discussione la ÒpotestˆÓ pontificia di operare in tal senso ÒsulÓ e ÒattraversoÓ il Diritto canonico: ci˜ che conferma la ÒrispondenzaÓ tra lÕoperato del supremo Legislatore e lÕessenza/identitˆ del Diritto canonico stesso. Nondimeno: le numerosissime critiche alla modifica codiciale si sono collocate prioritariamente entro lÕambito tecnico (e funzionale), letteralmente incapaci, invece, di confrontarsi dal punto di vista teoretico e sostanziale sia con la riforma che, molto maggiormente, coi suoi presupposti. NŽ fondazione (teologica), nŽ costituzione/ricostruzione (ordinamentale), dÕaltra parte, sono in grado di fare davvero i conti con lÕelemento che ha letteralmente invaso il campo di gioco ormai abituale da settantÕanni: la Pastorale! Il fatto assume tanto maggior rilievo se si tiene in considerazione che – come anticipato poco sopra – proprio la Pastorale aveva giˆ tentato di affacciarsi sullo scenario canonistico post-conciliare dalle pagine della Rivista Concilium, finendo per˜ immediatamente fuori gioco rispetto alla bi-polarizzazione dottrinale giˆ dominante da qualche decennio. Pochi gli autori che tennero – variamente – fede a quellÕoriginaria intuizione epistemologica (e metodologica), ben presto risospinta fuori campo, dopo aver collezionato pi� fraintendimenti e giudizi (negativi) che non adeguata attenzione per ci˜ che il Concilio aveva cercato di ÒinnescareÓ nella vita ecclesiale: la pastoralitˆ, appunto.

Proprio la Pastorale, tuttavia, costituisce lÕorizzonte non solo ermeneutico ma pure epistemologico della riforma processuale, incastonata – non a caso – tra le due ÒtappeÓ dei Sinodi dedicati alla famiglia ed alle profonde problematiche da cui essa � scossa in questi decenni. DÕaltra parte, che proprio quello sia il Sitz in Leben (e pertanto il motivo) della riforma stessa lo afferma il testo normativo nella sua parte espositiva:

ÇIn questo senso sono anche andati i voti della maggioranza dei miei Fratelli nellÕEpiscopato, riuniti nel recente Sinodo straordinario, che ha sollecitato Processi pi� rapidi ed accessibili. In totale sintonia con tali desideri, ho deciso di dare con questo motu proprio disposizioni con le quali si favorisca non la nullitˆ dei Matrimoni, ma la celeritˆ dei Processi, non meno che una giusta semplicitˆ, affinchŽ, a motivo della ritardata definizione del giudizio, il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbioÈ.

Come pu˜, tuttavia, un mero riferimento generico alla Pastorale risolvere di principio una problematica della portata sopra indicata? Un riferimento, nondimeno, che il testo del m.p. opera espressamente nei termini classici della Òsalus animarumÓ (4 volte), mentre ÒpastoraleÓ appare (3 volte) come semplice aggettivo per specificare realtˆ quali: prudenza, esercizio, ufficio.

Tanto pi� che lo stesso sostantivo ÒPastoraleÓ (ed il correlato concetto) ha ormai perduto gran parte della sua significativitˆ in ragione dellÕuso indiscriminato che ne � stato fatto proprio a partire dal post-Concilio: considerato dapprima il toccasana di qualunque situazione, per poi diventare – sempre pi� diffusamente – sinonimo di mera funzionalitˆ (spesso neppure efficace nŽ competente) quando non anche di semplice condiscendenza, nonostante i pregevoli sforzi di autentiche Òscuole di pensieroÓ impegnate a non lasciar cadere nel nulla ci˜ che il Concilio aveva intravisto e sollecitato.

In questo contesto, un canonista ÒattualeÓ sarˆ in grado di riconoscere che, pur nella fragilitˆ del termine e della sua concettualizzazione, il termine/concetto ÒpastoraleÓ esprime per˜ due tensioni canonisticamente rilevabili ed apprezzabili, di per sŽ assenti sia nellÕapproccio fondazionale che in quello costituzionale/ricostruttivo: lÕoperativitˆ ed il futuro. Due elementi/fattori di estroversione non riscontrabili (nŽ compatibili) nella profonditˆ fondativa e nella stabilitˆ costituzionale/ricostruttiva. Due fattori per˜ che, poichŽ non orientati a ÒsupportareÓ il Diritto canonico in sŽ e per sŽ ma (soltanto – sic) a caratterizzarne la funzione nella vita ecclesiale, ne possono esprimere efficacemente il ÒfineÓ (= telos), prima che la ÒcausaÓ (= archŽ) o la ÒlogicaÓ (= ratio): quello stesso ÒfineÓ che ha motivato il cambio cos“ radicale del Processo di nullitˆ matrimoniale.

3. Consistenza, identitˆ e fine del Diritto canonico

Porsi in termini finalistici, anzichŽ causali, libera per˜ dal pregiudizio del dover ÒgiustificareÓ la presenza/esistenza del Diritto nella Chiesa, emancipando cos“ dalla deriva apologetica che ha fortemente caratterizzato la prospettiva fondazionale, di fatto costruitasi intorno alla necessitˆ – a suo modo ontologica – di Çstabilire se il Diritto stesso � una realtˆ cos“ essenzialmente insita nella struttura propria della Chiesa, che senza il Diritto la Chiesa non sarebbe quello che �, secondo lÕistituzione di CristoÈ, come ben espresso circa quarantÕanni fa da Francesco Coccopalmerio.

Volgere lÕattenzione e lÕinteresse alle finalitˆ offre, inoltre, due grandi vantaggi per la Scienza canonistica: uno metodologico ed uno ermeneutico. Dal punto di vista metodologico sarˆ sufficiente – sebbene non sempre immediato – ÒillustrareÓ (ben diverso da ÒgiustificareÓ) come allÕinterno della vita ecclesiale si siano gradualmente sviluppare le dinamiche – prima relazionali, poi istituzionali – che hanno progressivamente portato a quello che oggi chiamiamo Diritto canonico, e riconosciamo come ÒDirittoÓ in senso proprio. Dal punto di vista ermeneutico porre al centro dellÕattenzione un target, cio� un obiettivo da raggiungere, offre possibilitˆ di comprensione della realtˆ (storica ed attuale) molto superiori a quelle imposte dalla necessitˆ di dare corpo ad un sistema assiomatico-deduttivo in qualche modo giˆ ÒdatoÓ, senza che rilevi granchŽ la sua impostazione fondativa o costituzionale/ricostruttiva.

Va considerato pure, soprattutto oggi, che proprio lÕapproccio finalistico al Diritto canonico risulta espressamente coerente con la Pastorale: ne costituisce, anzi, la principale espressione, se la Pastorale � identificabile con lÕattivitˆ di cura e di guida del Popolo di Dio verso il compimento eterno di quella salvezza che giˆ opera entro i limiti della storia umana attraverso la fede in Cristo. In tal modo: lÕorizzonte di cui il Diritto canonico � parte diventa prima di tutto ÒecclesialeÓ e non semplicemente ÒreligiosoÓ; in secondo luogo: le dinamiche specificamente intra-giuridiche si manifestano palesemente insufficienti ad esprimere – e realizzare – la finalitˆ pi� autentica del Diritto di cui la Chiesa si � progressivamente dotata.

- Il passaggio dal religioso allÕecclesiale quale Òoggetto/materiaÓ di specifica competenza del Diritto canonico – attuale – � essenziale per la sua identificazione e consistenza poichŽ lÕecclesiale � sostanzialmente connesso e funzionale alla (sola) vita della Comunitˆ cristiana, mentre il religioso rischia forti derive ontologistiche, poichŽ riferito/riferibile immediatamente alla divinitˆ ed alle ÒsueÓ cose (= le res divin¾/sacr¾). Per contro: le autentiche Òprofessioni di fedeÓ circa la ÒsacralitˆÓ – invece della ÒteologicitˆÓ (sic!) – del Diritto canonico espresse nella Canonistica nel secolo scorso non lasciano dubbi circa la sottostante confusione concettuale ed epistemologica tra Diritto canonico e Morale religiosa.

- Pure lÕuscita dagli steccati del ÒgiuridicoÓ come sistema logico-tecnico totalizzante, capace di esprimere in sŽ – anche a priori – lÕintera vita ecclesiale alla luce di qualche specifico approccio (sub specie iusti/iustiti¾, o communionis, ecc.) permette di riconoscere il Diritto canonico nella sua funzione di stabilizzazione e consolidamento della vita ecclesiale sia rispetto ad acquisizioni indubitate, sia innanzi a nuovi scenari, prima antropologici che socio-culturali. Ha scritto in proposito Papa Francesco in ÒEvangelii GaudiumÓ:

ÇNel suo costante discernimento, la Chiesa pu˜ anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono pi� interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non � di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, per˜ ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono Norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno pi� la stessa forza educativa come canali di vitaÈ.

Che le istanze cos“ espresse possano condurre alla proposta, se non allÕadozione immediata, di un nuovo ÒparadigmaÓ capace di guidare la Canonistica ad offrire un efficace e utile servizio alla vita attuale della Chiesa, pare oggi inevitabile. Un nuovo paradigma che ha ormai radici profonde nella consapevolezza e comprensione ecclesiali messe in moto dal Concilio Vaticano II. Un nuovo paradigma che trova nella missione ecclesiale il suo fulcro e nella istituzionalizzazione la propria dinamica di base. Missione ed istituzionalizzazione che i canonisti dovranno saper cogliere come i due ÒpoliÓ tra i quali si delinea e sviluppa lÕintera realtˆ ecclesiale sia lungo i secoli, sia in ciascun luogo e tempo nei quali la Chiesa si renda presente col suo ÒesserciÓ.

4. Chiesa, Cristo e missione

Al di lˆ del problema – in realtˆ fittizio (almeno nella prospettiva che qui ci occupa) – del quando o da quale specifico evento sia nata la Chiesa (Pentecoste, PasquaÉ o altro), ci˜ che davvero conta � che la sua ÒidentitˆÓ (= id quod est) � chiara ed irrinunciabile fin dallÕinizio del ministero di Ges� stesso. Un ministero fatto essenzialmente ed inequivocabilmente di ÒannuncioÓ, a cui quasi immediatamente sono stati associati dei collaboratori denominati addirittura in modo formale ÒinviatiÓ (= apostoli) scelti espressamente per Òmandarli a predicareÓ (cfr. Mc 3,14; 16,20; Mt 10,6; 24,47), in modo simile alla propria attivitˆ (cfr. Mt 4,17; 11,1; Mc 1,38-39; Lc 4,44; 8,1). Ges� stesso, nondimeno, ha letto la propria vicenda come ÒmissioneÓ affidatagli dal Padre; una missione che egli trasmette ai suoi Apostoli in modo formalizzato ed autorevole: con exous’a (cfr. Gv 20,21).

Non basta tuttavia riconoscere ed assumere che lÕauto-comprensione di Ges� sia stata quella del missionario (cfr. Gv 4,34; 20,21): � necessario scendere pi� in profonditˆ dal punto di vista espressamente teologico, dovendosi ammettere che non tutte le ÒmissioniÓ sono ugualiÉ e ci˜ non in ragione degli strumenti o delle modalitˆ ma, molto pi� profondamente, in ragione del loro specifico ÒoggettoÓ. Mos�, Samuele, Elia, Isaia, Geremia, Giovanni Battista, Maria di NazarethÉ sono stati destinatari di vere ÒmissioniÓ da parte di Dio; nessuna di queste, per˜, � paragonabile a quella di Ges� Cristo, esattamente per ci˜ che ne riguarda il ÒcontenutoÓ e lÕÒoggettoÓ. Un contenuto ed oggetto che non coincidono affatto con ÔqualcosaÕ da compiere/eseguire/realizzare (comÕ� un ÒmandatoÓ), fosse anche la Pasqua: qualcosa che si pone – ancora – nellÕordine delle ÒcoseÓ da fare. Un contenuto ed oggetto che, invece, devÕessere riconosciuto e colto nellÕattivitˆ ÒoriginariaÓ di Ges� stesso: lÕannuncio della Òbuona notiziaÓ, Ògood newsÓ si direbbe oggi. Ci˜ che il primo e lÕultimo Evangelista (in termini cronologici) hanno ben colto nellÕintraprendere la loro opera: ÇInizio del Vangelo di Ges�, Cristo, Figlio di DioÈ (Mc 1,1); ÇDio, nessuno lo ha mai visto: / il Figlio unigenito, che � Dio / ed � nel seno del Padre, / � lui che lo ha rivelatoÈ (Gv 1,18). Un oggetto e contenuto che lÕEvangelista Luca, nella propria peculiare prospettiva teologica, non esita a rendere davvero costitutivo dellÕopera di Ges� e della sua stessa identitˆ:

ÇLo Spirito del Signore � sopra di me; / per questo mi ha consacrato con lÕunzione / e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, / a proclamare ai prigionieri la liberazione / e ai ciechi la vista; / a rimettere in libertˆ gli oppressi, / a proclamare lÕanno di grazia del SignoreÈ (Lc 4,18-19).

Ci˜ in cui consiste in modo originario ed originante lÕopera/missione di Ges� (= lÕannuncio della buona notizia) � esso stesso essenzialmente caratterizzato dallÕessere annuncio: un annuncio il cui contenuto � (fuor da ogni tautologia) lÕannuncio stesso! Come una poesia o un brano musicale che ÒsonoÓ ci˜ che contengono/esprimono/comunicano. é il gioco sintattico di Marco attraverso lÕutilizzo di un genitivo indecidibilmente oggettivo e soggettivo allo stesso tempo (cfr. Mc 1,1): la buona notizia ÒdiÓ Ges� (= quella che Lui stesso ha annunciato, allÕinizio), ma anche quella che Lui stesso costituisce, dopo la Pasqua.

Si tratta, qui, di superare – con vero impeto teologico – i riduzionismi scolastico-metafisici che hanno via via trasformato la ÒRivelazioneÓ da evento a – mero – contenuto informativo: lÕoriginaria Òbuona notiziaÓ per lÕesistenza personale (cfr. Lc 4,18-19) fatta conoscere ÇperchŽ abbiano la vita e lÕabbiano in abbondanzaÈ (Gv 10,10) trasformata in una serie di ÒinformazioniÓ sul cosmo intero. Lo stesso Apostolo Paolo (in persona o pseudo-epigraficamente) aveva giˆ messo a fuoco e proposto il corretto approccio e la giusta prospettiva quando identific˜ il ÒmisteroÓ, nascosto da secoli ma rivelato in Cristo, con lÕespressione, pi� esistenziale che informativa, ÇCristo in voi, speranza della gloriaÈ (Col 1,27). Un concetto ricorrente nella predicazione paolina, nella quale – generalmente – ÒmisteroÓ non ha portata nozionale ma riferito allÕevento Cristo.

Che la missione di Cristo (= ci˜ che egli fece) sia stata fondamentalmente annuncio e che il contenuto di tale missione (= ci˜ che egli disse) sia stato, a sua volta, ÒannuncioÓ non lasciano dubbi sulla identificazione/identitˆ tra missione ed annuncio: la missione non � ÒqualcosaÓ che Cristo affida – quasi estrinsecamente – agli Apostoli dopo la PasquaÉ come se si trattasse di qualcosa di nuovo, ulteriore, successivo. La missione affidata agli Apostoli � esattamente la continuazione dellÕattivitˆ evangelizzatrice di Ges� stesso! Il buon annuncio (= euanghŽlion) proclamato inizialmente da Ges� continua ad essere proclamato dai suoi Apostoli e dai discepoli tutti: � questa continuitˆ strutturale – che lÕEvangelista Luca evidenzierˆ in modo esplicito – che rende fondamentalmente inutile la ricerca del Òmomento/fatto precisoÓ dellÕincipit della Chiesa come tale. Essa, infatti, � come ÒcontenutaÓ (= presunta, supposta) nellÕessenza stessa dellÕannuncio che le � stato affidato. DÕaltra parte: un ÒannuncioÓ (= news) che perda il proprio ÒinteresseÓ, il proprio ÒmordenteÓ sulla vita dei suoi destinatari e smetta di essere proclamato e diffuso diventa una semplice informazione (= data): esattamente come accade alle c.d. notizie che ogni giorno riempiono i giornali e, dal giorno successivo, passano allÕarchivio di ci˜ che, semplicemente, Ò� accadutoÓ. In questÕottica si sono sviluppate, soprattutto lungo il Novecento, le Teologie basate sullÕevento Cristo anzichŽ sulla dottrina proclamata da Cristo.

Un profilo costitutivo e funzionale di questo tipo non � facilmente riconducibile alle dinamiche socio-culturali, nŽ filosofiche, nŽ propriamente religiose, che lÕumanitˆ conosce e mette in atto da sempre: le travalica e le travolge, trasferendo alla Comunitˆ, radunata per ascoltare e proclamare nuovamente questo annuncio (= la Ekklēs’a), la propria stessa dinamicitˆ ed estroversione. Proprio tale dinamica, nondimeno, ha sempre caratterizzato la vita ed attivitˆ ecclesiali, impedendo alla Chiesa dÕidentificarsi troppo immediatamente con unÕunica etnia (a differenza dellÕEbraismo) oppure con un unico assetto socio-politico (a differenza dellÕIslam). LÕinarrestabile spinta missionaria che il Cristianesimo, soprattutto occidentale, ha sempre saputo e continuato ad esprimere – nonostante i continui tentativi di sua ÒreclusioneÓ entro i confini politici di questo o quellÕaltro Impero – ne rimane la contro-prova pi� efficace.

Il Vangelo non � ÒpensieroÓ ma ÒannuncioÓ! Non � una ÒideaÓ ma una ÒnotiziaÓ! Per questo la ÒmissioneÓ non pu˜ essere intesa – semplicisticamente – come una ÒattivitˆÓ che la Chiesa svolge, ma come la ÒidentitˆÓ stessa che la Chiesa deve continuamente ri-scoprire e ri-assumere, non potendo evitare a se stessa di rimanerne profondamente condizionata proprio nella sua stessa identitˆ e consistenza. é stata questa una delle maggiori consapevolezze maturate e conseguite attraverso il Concilio Vaticano II e recepite con chiarezza da molta Teologia degli ultimi decenni.

5. Chiesa, missione e Pastorale

Come ben documentato da Severino Dianich giˆ quarantÕanni fa: la connessione tra Chiesa e (sua) missione, al di lˆ di molte ÔpresunzioniÕ post-conciliari, � una delle tematiche teologiche portanti del Novecento europeo, sia riformato che cattolico, giˆ a partire dagli anni Õ40 del secolo scorso. LÕautore osservava tuttavia – giˆ al tempo – che Çil dibattito sulla missione della Chiesa si svolge quasi sempre su terreni diversi da quello dellÕEcclesiologiaÈ, segnatamente ci˜ che � oggi di solito indicato come ÒTeologia politicaÓ, evidenziando cos“ una circostanza in qualche modo strutturale che ha impedito alla Canonistica, nella sua maggior parte, di considerare adeguatamente il tema della missione in relazione allÕidentitˆ (o natura) ecclesiale, soprattutto negli anni della revisione codiciale (= gli stessi nei quali lÕautore scriveva) e della redazione finale del CIC del 1983, che allÕazione missionaria della Chiesa dedica espressamente solo 12 Canoni (cfr. Cann. 781-792). Studiando con attenzione la tematica a partire giˆ dalle sue radici prebelliche, lÕallora giovane ecclesiologo sollecitava la necessitˆ di Çripensare tutta lÕEcclesiologia per poterla riscrivere facendo della missione non giˆ uno dei suoi capitoli, bens“ la sua dimensione fondamentaleÈ, partendo con rinnovato vigore dai maggiori testi conciliari in materia: LG 17 (v. infra) e AG 2, oltre che dalla prospettiva sviluppatasi poi a partire soprattutto da ÒGaudium et SpesÓ in ragione di una concezione dei rapporti Chiesa-mondo non esattamente continuativa rispetto a quelli del Concilio precedente, e della mentalitˆ che lo aveva supportato.

LÕapproccio va tuttavia ampliato evidenziando un fattore decisivo per la delineazione e lo sviluppo della tematica, sino ad oggi scarsamente considerato (almeno dai canonisti): il rapporto tra missione e Pastorale, che Dianich (in tale sede) non affront˜ espressamente ma sul quale continua ad offrire un contributo sostanziale attraverso la sua riflessione, intrapresa a partire dallÕevoluzione del concetto di missione ecclesiale.

ÇQuando P. Charles lanciava la formula della Òplantatio Ecclesi¾Ó come scopo della missione e sosteneva che il missionario � incaricato non di salvare le anime, ma di instaurare dove ancora non esiste, il mezzo ordinario della salvezza, ossia la Chiesa visibile, portava fuori dalle angustie dellÕindividualismo astorico il tema della salvezza cristiana aprendolo, se pure con inadeguatezza di strumenti, alla sua dimensione ecclesiologicaÈ.

La prospettiva cos“ suggerita � fondamentale per la Canonistica, non solo poichŽ scardina dal punto di vista teologico il presupposto indubitato della salus (singolarum) animarum per inaugurare una prospettiva propriamente ecclesiologica ma, molto maggiormente, perchŽ permette di cogliere – riproponendolo a rovescio – ci˜ che, in realtˆ, aveva causato lÕeffettiva fine della missione nella Chiesa antica, trasformandola nella ÒPastoraleÓ. Va infatti riconosciuto che

Çin un Ôquadro di riferimentoÕ determinato dalla limitata conoscenza del pianeta e da una prospettiva storica scorciata, in forza di unÕaccentuata escatologia apocalittica, ben presto nella Chiesa del primo secolo si afferm˜ lÕidea che la missione, essenziale opera degli Apostoli, era stata da loro stessi fondamentalmente compiuta. Non si pu˜ neanche escludere che questa fosse la loro stessa convinzione, se pensiamo che Paolo scrivendo ai Romani prevede un suo viaggio in Spagna, per il desiderio di raggiungere lÕestremo Occidente in modo che la sua opera potesse risultare, in fine, totalmente compiuta: dallÕOriente allÕOccidenteÈ.

Partendo cos“ dal Çpresupposto che la fede cristiana sia giˆ condivisa da tutta la popolazione del Paese, non si pone al centro della vitalitˆ della Chiesa lÕimpegno della comunicazione della fede, ma la cura pastorale dei credentiÈ. In tal modo per˜, giˆ prima del IV-V secolo

ÇlÕidea della missione compiuta ha comportato una sostituzione, al centro, di quella che si � felicemente chiamata la Ôcura delle animeÕ al posto dellÕevangelizzazione vera e propria. Si opera in questo paradigma con il presupposto che il mondo, o almeno tutta la popolazione del proprio territorio, � cristiana e che il compito della Chiesa, o meglio dei suoi ministri ordinati, � quello di aiutare gli altri cristiani, i laici, a salvarsi lÕanima. Il presupposto di operare allÕinterno di un Paese cristiano porta con sŽ anche il convincimento che la societˆ intera, con la sua struttura sociale e politica, � cristianaÈ.

Conseguenza immediata di tale autocomprensione fu lÕesaurirsi della missione ecclesiale, ridotta ormai a Òriprodurre se stessaÓ, cosicchŽ Çil lavoro pastorale interno alla ComunitˆÈ non fu pi� Çinteso propriamente come parte della missione della ChiesaÈ e tutto fu indirizzato alla Òsuprema LexÓ della salus animarum, identificando la missione con la sola – eventualissima – attivitˆ in Partibus infidelium, avendola ormai ridotta alla Çstretta finalitˆ della fondazione di nuove Chiese o della cooptazione a sŽ di nuovi fedeliÈ.

Uno stato di cose che, allÕinterno dei confini del Sacro Romano Impero, si congel˜ per oltre mille anni, fino alla necessaria presa di coscienza, dal XVI secolo, dellÕesistenza di Ônuovi mondiÕ in cui la Chiesa non stava ancora esercitando il proprio Çdovere di salvare con la predicazione del Vangelo e il Battesimo le anime degli infedeliÈ. LÕistituzione della Congregazione ÒDe propaganda fideÓ nel 1622, per di pi�, se da un lato arricchiva lÕopus Ecclesi¾ affiancando (nuovamente) la missione alla Pastorale, dallÕaltro fece per˜ della missione un mera attivitˆ da svolgere, in modo sostanzialmente isolato (= altrove) rispetto alla Pastorale stessa, vista pure la concezione e attuazione esclusivamente pontificia di tale attivitˆ. UnÕattivitˆ, per di pi�, affidata quasi esclusivamente ai religiosi attraverso lÕistituto canonico della ÒCommissioÓ, giunto quasi alle porte del Vaticano II. Il forte impegno pastorale che segn˜ lÕapplicazione del Concilio di Trento nel territori europei contribu“ significativamente a fossilizzare la dicotomia, ai limiti della contrapposizione.

Il forte sviluppo ecclesiologico derivato dal Concilio Vaticano II – a parziale bilanciamento di quello altrettanto decisamente sacramentale del Concilio Tridentino – ha costretto, in certo modo, la Teologia, ma anche lÕintera autocoscienza ecclesiale a riprendere in mano la questione allÕinterno di un quadro dogmatico di maggior respiro ed articolazione. Tra le chiavi di volta del nuovo corso pu˜ collocarsi il ricupero della Çidea ottocentesca del Mšhler della Chiesa come continuazione dellÕIncarnazioneÈ cosicchŽ Çla missione della Chiesa � pi� semplicemente e molto pi� ampiamente la stessa missione di Cristo nel mondoÈ. La prospettiva muta radicalmente poichŽ, in tal modo,

Çnon è che la Chiesa abbia una missione da compiere: essa semplicemente deve collocarsi sulle strade della storia di Dio, poichŽ � la missione del Figlio e dello Spirito che la crea. Per questo motivo vale lÕaffermazione [É] che non si pu˜ intendere la missione dalla Chiesa ma che al contrario si dovrˆ intendere la Chiesa dalla missioneÈ.

Diventa facile, a questo punto, comprendere – ed assumere – che Çla missione è lÕaccadere della Chiesa dentro il cammino storico del mondoÈ: ÇLa missione quindi non è qualcosa di successivo, di conseguente allÕevento, ma è lÕevento stessoÈ.

6. Chiesa e costitutivitˆ missionaria

Come giˆ evidenziato: il rapporto tra Chiesa e (sua) missione non � soltanto identitario e costitutivo (cio� in origine – v. supra) ma � pure costituente (cio� in itinere e pro futuro), cosicchŽ sia la dinamica missionaria a svolgere la funzione di vera e propria configurazione della Chiesa stessa in vista del suo (continuare ad) esistere ed operare. Il fatto � ormai assodato in ambito teologico, soprattutto dopo la decisa presa di coscienza del Concilio Vaticano II alla fine del secondo capitolo di ÒLumen GentiumÓ:

ÇCome infatti il Figlio � stato mandato dal Padre, egli stesso ha mandato gli Apostoli (cfr. Gv 20,21) dicendo: ÒAndate e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondoÓ (Mt 28,19-20). E questo solenne comando di Cristo di annunziare la veritˆ della salvezza, la Chiesa lÕha ricevuto dagli Apostoli per adempierlo sino allÕultimo confine della terra (cfr. At 1,8). Essa fa quindi sue le parole dellÕApostolo: ÒGuai a me se non predicassi il VangeloÓ (1Cor 9,16) [É]. é spinta infatti dallo Spirito santo a cooperare perchŽ sia mandato ad effetto il piano di Dio, il quale ha costituito Cristo principio di salvezza per il mondo intero. Predicando il Vangelo, la Chiesa attira gli uditori alla fede e alla professione della fede, li dispone al Battesimo, li toglie dalla schiavit� dellÕerrore e li incorpora a Cristo, affinchŽ crescano in lui per la caritˆ fino alla pienezzaÈ.

Una presa di coscienza a cui fanno eco teologi dÕogni impostazione, specializzazione e prospettiva:

ÇLÕessenza della Chiesa � intimamente missionaria perchŽ il Regno cresce, quasi emergendo dal suolo del mondo e gli uomini ne sono – lo sappiano o meno – co-agonisti. Il protagonista, Ges� Cristo, mostra questa unitˆ originaria di Chiesa-mondo nel disegno di Dio (cfr. Gv 17,21) perchŽ in Lui e attraverso di Lui il Regno dei cieli � definitivamente in atto. Questo quadro ecclesiologico tende ad assicurare il dinamismo vitale che solo spiega la ragion dÕessere della Chiesa: fa trasparire, in quanto ÒSacramento, cio� segno e strumento dellÕintima unione con Dio e dellÕunitˆ del genere umanoÓ (LG 1), il volto stesso di CristoÈ.

ÇLa Chiesa non esiste per se stessa, ma dovrebbe essere lo strumento di Dio, per radunare gli uomini intorno a lui, per preparare il momento in cui Dio sarˆ tutto in tutti (1Cor 15,28)È.

ÇLa Chiesa esiste per evangelizzare. Questa non � una delle tante possibili letture della vita della Chiesa che si possono dare: si tratta invece di una evidenza che emerge dalla stessa nascita della Chiesa e inerisce il suo mistero al punto tale che possiamo sicuramente dire che se, per assurdo, la Chiesa smettesse di evangelizzare, non sarebbe pi� Chiesa. [É] Essa [É] organizza la propria struttura dandosi dei ministri dediti alla custodia dellÕautentico annuncio. Questo punto iniziale non dice soltanto il primo momento cronologico della vita ecclesiale, ma ne rivela il profondo significato: perchŽ lÕannuncio del Vangelo raggiunga tutti e attraversi la storia di generazione in generazione � necessaria una Istituzione che, a prescindere dai singoli, sia capace di custodire e trasmettere lÕannuncioÈ.

ÇIl Concilio Vaticano II ha richiamato il fatto che la Chiesa � [É] missionaria per natura sua (cfr. AG 2); e che tutti i soggetti ecclesiali ne sono, perci˜, responsabiliÈ.

Non si tratta, per˜, di semplici affermazioni – tanto profonde quanto eteree – ma di vere acquisizioni strutturanti, soprattutto in ambito ecclesiologico, al punto che:

ÇSe [É] lÕannuncio � il principio esplicativo della dinamica dellÕecclesiogenesi e se lÕecclesiogenesi � il pi� adeguato modello euristico in Ecclesiologia, ne dobbiamo derivare che tutta la comprensione della Chiesa passa attraverso la comprensione del suo atto missionario fondamentale, quello della comunicazione della fedeÈ.

ÇSarebbe assai difficile [É] contestare che la comunicazione della fede sia lÕelemento essenzialmente costitutivo, la essentia metaphysica rei, della missione: � questo un servizio allÕuomo che la Chiesa pu˜ rendergli e che nessun altro fuori della Chiesa pu˜ rendere al mondoÈ.

Çé indubbio che i testi conciliari ci offrono una visione di missione che si allarga; e che porta a vedere la Chiesa stessa come frutto della missione divina, chiamata a continuarla nella storia, in modo connaturale al suo stesso essere. La missione, cio�, � espressione dellÕessere stesso della ChiesaÈ.

La Canonistica pi� avveduta, per parte propria, aveva giˆ proposto tale approccio con sicurezza, traendone luce per la stessa consistenza dellÕesperienza giuridica ecclesiale nella sua specifica collocazione entro i confini della storia umana, vista la natura espressamente esistenziale (e non nozionale) dellÕannuncio evangelico:

ÇLa missione divina universale affidata da Cristo alla Chiesa � missione storico-salvifica. In quanto [É] storica o per il fatto di essere realizzata storicamente riveste la Chiesa della nota di storicitˆ, cio�, della responsabilitˆ di agire con attuazioni di densitˆ e consistenza storica che si � soliti riassumere nellÕattuazione delle Ôtre funzioniÕ (tria munera), nelle quali rinchiude e trasmette, nellÕattuarla, lÕefficacia salvifica. Tuttavia per questa attuazione, che deve realizzarsi e solo pu˜ realizzarsi con attuazioni concrete, Cristo lasci˜ alla sua Chiesa la responsabilitˆ e la necessitˆ di determinare in concreto tali Ôforme concreteÕ storiche di attuazione. [É] Tale fondazione ÔgenericaÕ responsabilizza precisamente gli inviati a decidere le forme concrete, il funzionamento concreto e lÕordine concreto di compimento di tale missione o attuazione delle tre funzioni e di quanto esse implicano. Sorge cos“ uno ÔIus canonicumÕ, nel cui ambito sistematico entrano decisioni molto varie in ragione dellÕoggetto – attuazione – a cui si riferiscono: ai Sacramenti ed allÕamministrazione dei beni ecclesiastici o al computo del tempo, per citare alcuni esempi. E determinare il tempo non � qualcosa di sacramentale, anche se i Sacramenti si realizzano necessariamente in un tempo e in uno spazio concretiÈ.

In tal modo la Chiesa, in quanto strumento efficace dellÕazione salvifica di Dio nel mondo e per il mondo,

Çsorge nella e per lÕattuazione o compimento della missione divina, precisamente come esigenza della natura storica di questa missione divina storico-salvifica e universale ad extra e ad intra: Cristo, nellÕaffidarla responsabilizz˜ la sua Chiesa non solo a realizzare o esercitare storicamente questa missione di efficacia salvifica, ma anche e specificamente ad attuarla o esercitarla prendendosi cura della sua efficacia storica, rivestendone lÕattuazione di efficacia storica [É]. Il suo storicizzarsi e storicizzare non � solo per mera necessitˆ-legge naturale di contattare i destinatari, ma perchŽ Dio ha assunto questa necessitˆ-legge per il proprio disegno divino di salvarci attraverso la via storica della missione. Tra questo principio e lÕattuazione storica della missione sta la missione. Se alla Chiesa non fosse stata affidata tale missione, non avrebbe motivo per esigere una ragione teologica specifica per giustificare il fenomeno canonico: poichŽ il fine della storicizzazione di questa missione � incarnare lÕefficacia salvifica della missione nellÕattuazione storica di questa stessa missione: questa storia � il veicolo storico della salvezza. E il fine del fenomeno canonico � ottenere che si compia storicamente bene la sua missioneÈ.

Tale missione, infatti, non pu˜ essere identificata

Çcon una realtˆ precostituita, senza rapporto con la storia, da trasferire, poi, nel mondo come in una regione straniera, quasi come unÕopera che vi si sovrapponga dallÕesterno. Ne deriverebbero, tra lÕaltro – come purtroppo � successo e succede –, la sua inesorabile inincidenza e, per finire, la sua inutilitˆ. Invece la viva edificazione della Chiesa ha a che fare, costitutivamente, con la storia, con uomini toccati al cuore della propria libertˆ dal dono dellÕevento di Ges� Cristo. Al punto trasformati, nel ritmo quotidiano degli affetti e del lavoro, dalla Sua presenza, da comunicarla gratuitamente a quanti entrano naturalmente in rapporto con loroÈ.

Ci si trova cos“ innanzi ad una situazione non puramente fattuale e contingente, ma costitutiva della realtˆ ecclesiale come tale:

ÇLa Chiesa, in quanto popolo della nuova Alleanza conclusa in Cristo, ha per scopo e compito originali, quasi come propria ragione dÕessere, il proseguimento della missione di CristoÈ.

ÇLa Chiesa trae la sua origine dalla missione ed esiste come missione, per cui il principio organizzativo fondamentale della Chiesa � la missioneÈ.

LÕapproccio, nondimeno, era stato valorizzato anche sotto altra prospettiva da chi aveva colto il vero Òpasso avantiÓ conciliare soprattutto a riguardo del concetto di ÒmissioneÓ, classicamente inteso quale specifica ÒattivitˆÓ ecclesiale (= le ÒmissioniÓ). In merito si � ben osservato che la missione

Çnon è uno del fini dellÕOrdinamento giuridico della Chiesa, da mettere pi� o memo in luce in rapporto a fattori contingenti; la missione è lÕunico vero scopo della societˆ ecclesiale; è un fine intrinseco ed immanente a tutto lÕOrdinamento, di cui non pu˜ limitarsi a permeare solo una parteÈ.

7. LÕevento tipologico: Atti 15

La prospettiva illustrata trova supporto – e fondamento – non principalmente per via teoretica ma, pi� profondamente, partendo dalle origini stesse del Diritto canonico, come ben evidenzia lÕevento proto-tipico (nel senso patristico di typos originario e originante) e Òsommamente emblematicoÓ della normativitˆ ecclesiale: il c.d. Concilio di Gerusalemme narrato in At 15, da cui scatur“ la prima vera Norma canonica, almeno dal punto di vista sostanziale. Una Norma canonica che Paolo in Gal 6,16 chiama espressamente col termine ÒkanonÓ (= misura), senza che in ci˜ rilevi la cronologia tra i due scritti neotestamentari, nŽ tra gli eventi di loro riferimento: � il concetto infatti che conta a questo livello di approccio.

Fu quello il primo e, forse, il pi� importante evento che mise in risalto la costitutivitˆ della ÒmissioneÓ ecclesiale per lÕesistenza stessa della Chiesa e la sua conseguente condotta istituzionale, nel difficile confronto tra la fedeltˆ alla propria identitˆ (= annuncio della nuova Alleanza) e la fedeltˆ al proprio passato (= osservanza dellÕAlleanza sinaitica). Non solo questo, tuttavia, poichŽ il ricondurre quellÕevento allÕarea/ambito/tematica della missione (extra)ecclesiale anzichŽ della comunione (intra)ecclesiale offre una peculiare prospettiva non solo di lettura del testo ma pure di sua comprensione.

Davanti al costituirsi – prima in Asia e poi in Europa – di intere Comunitˆ cristiane provenienti dal paganesimo, ben presto numericamente prevalenti, si pose infatti lÕinterrogativo del rapporto tra tali credenti in Cristo salvatore e coloro che, soprattutto nellÕoriginaria Comunitˆ gerosolimitana, provenivano invece dallÕEbraismo, al quale erano rimasti sostanzialmente fedeli sotto il profilo ÒritualeÓ. In quel contesto la Chiesa si vedeva attraversata da questioni concrete e pratiche: Òcome si diventa cristianiÓ, Òcome ci si comporta da taliÓ? Che cosa, poi, andava considerato costitutivo, e quindi irrinunciabile, per essere cristiani?

Due erano, alla fine, i problemi di prassi ai quali non ci si poteva pi� sottrarre: 1) la circoncisione, 2) lÕunicitˆ eucaristica. Due condotte esteriori non meramente formali, ciascuna delle quali presupponeva e comportava altre condotte ed impattava direttamente col Battesimo, formalizzazione specifica della missione affidata dal risorto (Mc 16,15; Mt 28,19-20) ed elemento distintivo ed identitario della nuova Comunitˆ di fede.

Il problema, inoltre, non era solo pratico e circoscrivibile alle tre attivitˆ direttamente coinvolte: circoncisione, Battesimo, Eucaristia, ma intaccava potenzialmente la stessa identitˆ ecclesiale. Se, infatti, per ricevere il Battesimo occorreva essere stati previamente circoncisi, come dovevano essere considerate le Comunitˆ pagano-cristiane di fondazione paolina nelle quali la circoncisione non veniva praticata? Tali Comunitˆ appartenevano alla stessa fede – e, quindi, alla stessa Chiesa – delle Comunitˆ giudaico-cristiane? Inoltre: il Vangelo annunciato da Paolo era ÒquelloÓ vero? Questa gente poteva essere davvero considerata ÒcristianaÓ? Si trattava davvero di ÒfratelliÓ? Come potevano essere vero ÒPopolo di DioÓ dei non-circoncisi? Allo stesso tempo, dallÕaltro punto di vista: come potevano essere davvero Òdi CristoÓ coloro che si facevano circoncidere in vista del Battesimo oppure, eventualmente, dopo di esso? Chi, dunque, era davvero ÒcristianoÓ? Le questioni, nondimeno, non erano solo ÒliminariÓ (afferenti, cio�, lÕingresso nella Comunitˆ di fede) ma ricadevano sulla prassi quotidiana delle Comunitˆ stesse accrescendone la fragilitˆ in riferimento alla celebrazione eucaristica. La comunione infatti dellÕunico pane e dellÕunico calice (cfr. 1Cor 10,16-17) confliggeva nelle Comunitˆ miste col divieto per i circoncisi di sedere a mensa coi non-circoncisi, finendo per sollecitare una doppia celebrazione dellÕunica Cena del Signore. Si veda in merito la questione del rimprovero di Paolo a Pietro per la sua condotta ad Antiochia proprio a riguardo del Òprendere cibo insieme ai paganiÓ (cfr. Gal 2,12).

Paolo, per parte sua, non era in grado di concepire, ed ammettere, nulla che potesse scalfire o fare ombra alla signoria assoluta di Cristo, alla sua croce e alla salvezza che solo da tale croce era derivata agli uomini:

ÇQueste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimitˆ della conoscenza di Cristo Ges�, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare CristoÈ (Fil 3,7-8).

Nulla avrebbe potuto relativizzare nŽ lÕevento pasquale, nŽ le sue dirette conseguenze. Nulla avrebbe potuto rendere Cristo semplicemente ÒcomplementareÓ di qualsiasi altra realtˆ umanamente accessibile. La circoncisione del pagano-cristiano, anzi: 1) rischiava di ridurre il mistero pasquale a mero coronamento di una salvezza di per sŽ giˆ effettiva, nel caso del Battesimo successivo; 2) risultava in aperta contraddizione col Battesimo nel caso gli venisse ÒaggiuntaÓ in seguito (cfr. Gal 5,2). In entrambe le prospettive nŽ Cristo, nŽ il suo Vangelo risultavano definitivi e concludenti, rendendo pertanto del tutto inutile lÕazione missionaria: ci˜ a cui lÕApostolo accenna quando scrive di non voler Òcorrere o aver corso invanoÓ (cfr. Gal 2,2).

Mettere per˜ in dubbio lÕattivitˆ missionaria di Paolo avrebbe significato e comportato bloccare la missione stessa della Chiesa, interrompere lÕannuncio del Vangelo e lÕamministrazione del Battesimo, non dare pi� seguito al comando del risorto di Òandare in tutto il mondo ed annunciare il Vangelo ad ogni creaturaÓ (cfr. Mc 16,15), nŽ allÕazione dello Spirito che giˆ aveva spinto allÕesterno dÕIsraele prima Pietro (cfr. At 15,7-11) e poi Paolo e i suoi compagni di missione (cfr. At 16,6-10). LÕintero evento Cristo sarebbe collassato nellÕannuncio ai soli Ebrei – seppure in diaspora nel mondo intero – dellÕinutile venuta del Messia che nulla aveva mutato nŽ della loro condizione di esuli, nŽ di quella della cittˆ santa ancora in balia dei pagani. In tale prospettiva il problema non riguardava nŽ lÕidentitˆ ecclesiale, nŽ la comunione allÕinterno della Comunitˆ di fede, ma la vera e propria esistenza della Chiesa stessa. Di qui lÕimportanza e decisivitˆ della questione e delle numerose vicende connesse.

Fu proprio innanzi a questa consapevolezza, sebbene non esplicitata dal testo lucano, che venne valutato il problema e presa la correlata decisione di non attribuire alcun valore, nŽ sostanziale nŽ formale, alla circoncisione (in nessuna delle sue possibilitˆ) legittimando lÕattivitˆ missionaria di Paolo e lÕespansione ecclesiale oltre i confini (personali) dellÕoriginario Popolo di Dio. Non si trascuri in merito neppure il diffondersi del Cristianesimo fuori dei confini dÕIsraele in direzioni e luoghi mai raggiunti da Paolo ma altrettanto fecondi per la missione evangelizzatrice da cui sorgeranno il nucleo copto, quello armeno e quello caldeo della fede cristiana.

Ci˜ che risalta nella complessitˆ delle circostanze e dellÕevento stesso � la decisivitˆ dellÕannuncio del Vangelo, nel suo costituire la ÒmissioneÓ stessa della Chiesa, la sua finalitˆ pi� profonda: � questo annuncio che suscita la fede ed apre al dono della salvezza, giˆ efficace per la fede stessa, ma chiamata a crescere ed a radicarsi esistenzialmente allÕinterno della Comunitˆ di fede e di salvezza (la Chiesa, appunto).

ÇLa Chiesa nasce quindi dalla proclamazione della gloria di Ges� che Òsiede alla destra del PadreÓ, destinato a venire sulle nubi a giudicare il mondo, e guarda a lui come al proprio buon pastore e come allÕunico salvatore, ricordando la sua vicenda in mezzo agli uomini, dalla sua nascita alla sua morte, e accogliendo con fede la testimonianza degli Apostoli che lo hanno visto risortoÈ.

LÕesperienza di Pietro con la famiglia di Cornelio (cfr. At 10) � tipologica in merito; allo stesso modo che lÕesperienza di Paolo; e questo non meno dellÕorigine della Comunitˆ cristiana di Gerusalemme, sorta intorno ad una semplice domanda-risposta:

ÇÒChe cosa dobbiamo fare, fratelli?Ó E Pietro disse: ÒPentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Ges� Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito santo. Per voi infatti � la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerˆ il Signore Dio nostroÓ. Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila personeÈ (At 2,37b-41).

8. Istituzionalizzazione

Posta sin qui nel necessario rilievo ecclesiologico la missione ed il suo ricupero negli ultimi decenni, si tratta ora di delineare – seppur in modo estremamente sommario – ci˜ che riguarda lÕaltro ÒpoloÓ dellÕesserci ecclesiale: unÕaltra dinamica che, sebbene autonoma nel suo configurarsi rispetto ai contenuti espressamente ecclesiali (= il kerygma), non pu˜ risultare in alcun modo nŽ casuale, nŽ posticcia per la Chiesa, come ha ben espresso P. Erdš affermando che

Çla missione, il mandato che la Chiesa dei primi tempi aveva ricevuto in maniera consapevole da Cristo e che concepiva come opera da compiere quale suo sostituto, costituisce il fattore principale dellÕistituzionalizzazione. La partecipazione particolare a questa opera struttura la Comunitˆ, soprattutto a partire dal II secolo, in maniera pi� chiara e visibile. Il ruolo speciale dei successori degli Apostoli, anche se non � concetto separabile dalla missione dellÕinsieme della Chiesa, � un principio in certo senso diretto ed autonomo dellÕorganizzarsi originale della Chiesa e della sua realtˆ istituzionaleÈ.

UnÕistituzionalizzazione che sÕinnesca e sÕimpone con inevitabile naturalezza allÕinterno della Comunitˆ dei credenti nel Cristo risorto: una dinamica che non riguarda, prima di tutto, i rapporti con la divinitˆ, sempre sfuggenti (e spesso arbitrari nella loro formalizzazione, soprattutto rituale), ma i rapporti tra credenti ; tanto pi� problematici quanto dipendenti da fattori estrinseci rispetto al nucleo di fede, come furono i numeri (= migliaia di battezzati alla volta – cfr. At 2), le provenienze socio-culturali (= gli ellenisti, oltre i giudei – cfr. At 6), la legittimazione apostolica (= Paolo e le ÔsueÕ Comunitˆ).

ÇLa istituzionalizzazione dei rapporti fra i credenti non parte dalla creazione dei riti, ma dalla regolamentazione della ortodossia della fede, di cui giˆ nel Nuovo Testamento abbiamo significati e testimonianze [É]. La trasmissione fedele della memoria di Ges�, infatti, non poneva tanto lÕesigenza di strutture sacerdotali, quanto di istituzioni, come quella dei Presbiteri-Episcopi, destinate a custodire e trasmettere fedelmente il ÔdepositoÕ della originaria predicazione apostolica. Dalla consapevolezza dellÕessenziale importanza della par‡dosis nascono i processi di istituzionalizzazione che fissano e regolano in strutture costanti e capaci di durare nel tempo quella rete di relazioni che ogni atto comunicativo della fede proposta ed accolta crea intorno a sŽ. [É] Soggetto portatore di un tale fenomeno, allora, non pu˜ essere che una aggregazione sociale stabile ed istituzionalizzata, capace di porre le condizioni di autenticitˆ della fede e di garantirne la prosecuzione. Soggetto adeguato al compito non � il credente nella sua assoluta singolaritˆ ed estemporaneitˆ, nŽ un fenomeno di comunicazione dal carattere rapsodico, ma solo un soggetto collettivo, dotato di una sua forma istituzionale, che sovrasti il singolo credente e la stessa somma dei credenti, in modo da sopravvivere allÕesistenza dei singoli e della stessa loro sommatoria presente qua o lˆ, in questo o in un altro momentoÈ.

La necessitˆ di una stabilizzazione (istituzionale) della nascente e crescente  Ekklēs’a si poneva con maggior decisivitˆ considerando il rischio concretissimo – viste le energie spese a contrastarlo sia da Paolo che dallÕEvangelista Giovanni – che il kerygma venisse ridotto a semplice ÒgnosiÓ che ciascuno – individualisticamente – potesse coltivare a proprio uso e consumo. Nella prospettiva degli evangelizzatori, invece, Çla comunicazione della fede crea una nuova rete relazionale che lega profondamente fra di loro le persone coinvolte in questÕatto comunicativoÈ, formandone vere e proprie Comunitˆ impegnate nel praticare la nuova ÒviaÓ e nel farla conoscere ed abbracciare ad altri. Si tratta, in fondo, del concetto di Òdepositum fideiÓ, intorno al quale si sviluppava la maggior parte dellÕattivitˆ apostolica: un depositum da custodire e tramandare affinchŽ condizioni la vita delle persone, senza restarne – tuttavia – condizionato (quanto a contenuti). Fu questa, in effetti, una delle principali dinamiche che videro impegnata la Comunitˆ cristiana dellÕepoca apostolica non solo nel diffondere ma anche – e soprattutto – nel ÒfissareÓ il Òbuon annuncioÓ, lÕeuanghŽlion, il kerygma.

ÇLÕannuncio da cui nasce la Chiesa � quindi lÕannuncio su Ges� pi� che lÕannuncio di Ges� stesso. Anzi solo pensandolo in questi termini lÕannuncio pu˜ essere rilevato come il principio originante la Chiesa non solo in assoluto, nel complesso indifferenziato della sua storia, ma in ogni particolare evento di ecclesiogenesi. Lo fu nel primo evento dellÕorigine della comunitˆ di Gerusalemme, come lo � in ogni situazione nella quale in un certo tempo e in un certo luogo un credente comunica la fede e qualcuno lÕaccoglie. In questi termini possiamo pensare lÕestendersi della Chiesa nel mondo e il suo originarsi presso i diversi popoli della terra. [É]

In un certo senso si potrebbe dire, utilizzando il linguaggio della Scolastica, che il rapportarsi di un credente, il quale annuncia che Ges� � risorto ed � il Signore, con un interlocutore che ne accoglie lÕannuncio � la vera e propria Ôessentia metaphysica reiÕ della Chiesa, cio� quella componente della sua essenza posta la quale si dˆ la res, mentre mancando la quale la res non esiste. LÕEucarestia stessa infatti non avrebbe nŽ senso nŽ sarebbe autentica realtˆ sacramentale se non fosse sostenuta dalla fede professata e condivisa da coloro che la celebranoÈ.

ÇLa salvaguardia e la venerazione delle parole e dellÕinsegnamento di Cristo come fonti e regole della fede � unÕidea che sta alla base della stesura dei Vangeli stessi. [É] LÕefficacia vincolante del modello consente a qualche autonomia, ma ha custodi e testimoni autentici. [É] Questo dovere non � un fatto secondario � anzi primario e scaturisce proprio dalla natura della Chiesa, perchŽ – come insegna Paolo VI – Òla Chiesa esiste al fine di annunciare il VangeloÓÈ.

In tali contesto e dinamiche, al di lˆ dei ÒnaturalismiÓ che la Canonistica fondazionale voleva evitare come gravemente insufficienti per assicurare unÕorigine divina (pi� che teologica) del Diritto canonico (v. supra),

Çsiamo obbligati a pensare che la istituzionalizzazione, nella forma di una stabile aggregazione sociale, del dono della comunione, appena essa assume forma visibile attraverso la comunicazione della fede, non pu˜ essere considerata quasi un incidente di percorso, oppure una inevitabile, anche e in fondo deprecabile, esigenza antropologica. Il fatto si fonda sulla forma della Rivelazione propria della fede cristiana: se Dio ci si � rivelato attraverso dei fatti, noi possiamo accoglierne la Rivelazione solo se qualcuno ce ne ha conservato la memoria, e solo una istituzione che rivesta di stabilitˆ e di continuitˆ lÕaccoglienza della Parola di Dio � il soggetto adeguato della trasmissione storica della memoriaÈ.

Nondimeno, in ambito ecclesiologico ci si era chiesti – quasi come verifica e contrario – se fosse mai Çrealmente esistita la possibilitˆ che la Chiesa non si istituzionalizzasse nella misura in cui lo fece e che mantenesse un modello molto pi� carismatico come quello proposto nelle Comunitˆ paolineÈ. Una domanda palesatasi ormai soltanto retorica, non potendosi pi� negare che

Çla Òstruttura carismaticaÓ � sempre qualcosa di singolare che risponde ad una situazione straordinaria. Tuttavia precisamente per la sua singolaritˆ � instabile e tende a stabilizzarsi come qualcosa di abituale, permanente e quotidiano. Con altre parole, il carismatico tende a istituzionalizzarsi, e il carisma tende a convertirsi in tradizione e associazione razionale. LÕindividuale carismatico cede il passo al disciplinare collettivo. Questo processo Weber lo qualifica Òoggettivazione del carismaÓ, oggettivazione che fa che si passi da una grazia personale ed intrasferibile a carisma trasmissibile, acquistabile o vincolato ad un incarico. é ci˜ che storicamente si � dato con la successione apostolica e con lÕOrdinazione che trasmette un carisma ed una capacitˆ per svolgere una funzione o un ministeroÈ.

In merito si � pure evidenziato, non solo come si debba parlare dello stesso Ges� come di un maestro carismatico: ÇLa sua legittimitˆ non deriva da un sapere religioso istituzionale, molto meno da un apprendimento teologico o da un incarico istituzionaleÈ, ma anche come lo stesso sia valso per gli Apostoli e le stesse prime Comunitˆ cristiane.

ÇIl carisma � determinante per la Chiesa e tutto si sviluppa a partire dallÕispirazione dello Spirito, incluse le nuove Scritture. [É] La carismaticitˆ � la essenza stessa della Chiesa. [É] Eppure non si pu˜ parlare della carismaticitˆ senza alludere alla sua istituzionalitˆ. Entrambe devono essere vincolate e interagire tra loro. [É]

Il carisma puro, senza influssi istituzionali, non esiste, � una entelech“a impropria della condizione umana. Mentre, invece, la istituzione � interna alla stessa evoluzione del Cristianesimo. [É] Il canone del Nuovo Testamento fu la prima grande istituzione normativa, norma normante, attraverso la quale si stabil“ lÕidentitˆ della Chiesa. [É]

Questo porta alla seconda grande istituzione normativa del Cristianesimo, quella personale degli Apostoli che parlavano con unÕautoritˆ basata nella stessa Rivelazione [É]. La Chiesa non � un mero raggruppamento di individui giustapposti, ma rinvia ad unÕautoritˆ apostolica. Possiamo anche menzionare una terza istituzionalizzazione. Quella che giunse a creare una struttura sacramentale che servisse di alternativa al culto giudaico e pagano dellÕImpero romano. Si cre˜ una Liturgia, con il Battesimo e lÕEucaristia come Sacramenti maggiori, poichŽ entrambi sintetizzavano la morte e risurrezione di Ges�È.

Questo, tuttavia, pu˜ accadere soltanto allÕinterno di un ambiente relazionale sufficientemente stabilizzato nei suoi ruoli e nelle sue funzioni, mansioni e responsabilitˆ: ci˜ in cui consiste – espressamente – unÕistituzione dal punto di vista sociologico ed antropologico.

9. Diritto canonico e missione

Il percorso sin qui svolto ha giˆ messo in luce, anche sotto prospettive variegate, lo stretto legame che intercorre nella Chiesa tra missione ed istituzione; qui giunti non resta pertanto che esplicitare il legame altrettanto solido che lega tra loro istituzione e Diritto facendone un tuttÕuno, secondo la prospettiva proposta (un secolo fa) da Santi Romano con la sua Teoria ordinamentale (o istituzionale, che dir si voglia). Sia sufficiente in questa sede ricordare il principio che regge lÕintera prospettiva cos“ delineata: ÇCrediamo che fra il concetto di istituzione e quello di Ordinamento giuridico, unitariamente e complessivamente considerato, ci sia perfetta identitˆÈ, infatti:

ÇOgni Ordinamento giuridico � unÕistituzione, e viceversa ogni istituzione � un Ordinamento giuridico: lÕequazione fra i due concetti � necessaria ed assolutaÈ.

Per parte propria, poi, il concetto di Ordinamento giuridico � pienamente sovrapponibile a quello di Diritto, identificandosi con esso nella sua accezione pi� ampia, come ben espresso da Paolo Grossi, secondo il quale il Diritto altro non sarebbe che Òordinamento osservatoÓ . Questa, in effetti, � proprio lÕesperienza ecclesiale lungo i secoli, indipendentemente da come si voglia (o si possa) qualificare dal punto di vista espressamente tecnico la tipologia normativa (= Canoni conciliari, Decretali pontificie, Codici canoniciÉ) adottata dalla Chiesa lungo i suoi due millenni di vita – istituzionale – ininterrotta.

Bastino queste poche sollecitazioni per offrire la sufficiente soliditˆ a quanto prospettato da T. JimŽnez Urresti per il Diritto canonico proprio nella strutturale circolaritˆ testŽ illustrata tra missione, istituzione e Diritto:

ÇOgni societˆ ha la propria giustificazione, natura, funzioni, ragion dÕessere, e principio normativo o norma originaria o fondamentale, nella propria finalitˆ, secondo il primo principio della logica normativa: Òil principio � il fineÓ. Ed il fine della societˆ della Chiesa, quale fondata da Cristo, � la missione che Cristo le affid˜: missione universale storico salvifica. [É]

In tal modo la storicitˆ della missione ecclesiale ne qualifica sostanzialmente la socialitˆ, essendo la socialitˆ il mezzo attraverso cui una persona, un gruppo o un popolo pu˜ fare storia ed incidere nella storia. La Chiesa dunque, come Popolo di Dio, proprio in ragione della missione storico-salvifica ricevuta da Cristo, � ÒmandatariaÓ e responsabile di questo compimento; con parole della Logica deontica, si dice che la Chiesa ha il titolo (facoltˆ) ed il dovere (responsabilitˆ) di compiere non solo ci˜ che � stato espressamente – esplicitamente o implicitamente – comandato, ma anche di compiere quanto implichi di storicamente necessario il realizzare, cos“ come realizzare bene, la missione o mandato originario. [É]

Di conseguenza il Diritto canonico, per la sua attitudine strumentale a programmare, ordinare, organizzare e coordinare nellÕunitˆ le attuazioni di tutti e di tutta la Chiesa, trova la propria ÒgiustificazioneÓ teologica ÒnelÓ compiere e ÒperÓ compiere la missione costitutiva della Chiesa stessaÈ.

ÇIl Diritto canonico � di pertinenza della socialitˆ, e pertanto della visibilitˆ della Chiesa. E, per una maggior esattezza: la storicitˆ � una nota di esigenza della stessa nozione di Chiesa pellegrina, ma la sua storicitˆ reale non appartiene alla sua essenza, quanto solo alla sua esistenza: la Chiesa pellegrina esiste solo come Chiesa storica, come congregazione o associazione dei credenti in Cristo dotati della missione divina che Cristo le affid˜È.

Nondimeno, allÕinterno della stessa Ecclesiologia si era giˆ affermato sin dal primo dopo-Concilio che

Çpensare che basterebbe rifiutare nella Chiesa il Diritto per ritrovare la Chiesa della caritˆ, sarebbe infilare la strada delle pi� rovinose illusioni. Una Chiesa che ripudiasse il Diritto correrebbe il rischio di essere non la Chiesa della caritˆ, ma la Chiesa dellÕarbitrioÈ.

Ne deriva con immediatezza la necessitˆ, per la Teoria generale del Diritto canonico, di

Çrivalutare il concetto di missione come fondamento radicale del Diritto della Chiesa, che si è strutturata in funzione della costruzione del Regno nel mondo e della possibilitˆ di far presente, in modo efficace, lÕevento salvifico di cui è portatriceÈ.

é partendo da questÕarticolata prospettiva e consapevolezza che – circa ventÕanni fa – si � realizzato nella Canonistica un importante Ôpasso avantiÕ dal punto di vista concettuale attraverso la teorizzazione della Ònorma missionisÓ quale sostanziale punto di riferimento e sintesi per lÕintera esperienza giuridica ecclesiale.

Con tale espressione, lungi dal voler congestionare ulteriormente il panorama concettuale canonico, sÕintese invece far riferimento in modo sintetico sia [1] allÕidentitˆ (essenza o natura, che dir si voglia) che [2] alla funzionalitˆ peculiari di ci˜ che la Chiesa vive al proprio interno in modo originariamente e spontaneamente ÒgiuridicoÓ: ci˜ che da secoli va sotto il nome di ÒDiritto canonicoÓ. La pregnanza ecclesiologica del concetto – come sin qui ampiamente illustrato – permette altres“ dÕipotizzarne un efficace utilizzo come ÒveicoloÓ interdisciplinare verso la Teologia in generale, oltre che la Pastorale, alla quale si � fatto ampio riferimento (v. supra).

ÇLa sua realtˆ giuridica [della Chiesa – ndr] si presenta fin dalle origini (mandato prepasquale e postpasquale) come Ònorma missionisÓ e come tale devÕessere inteso quanto gli Apostoli e lo Spirito santo hanno creduto opportuno stabilireÈ.

ÇIl NT e la vita della Chiesa post-apostolica permett[ono] di riconoscere fin dalle prime origini della Chiesa stessa lÕemergere e lÕaffermarsi di una ÒnormaÓ finalizzata alla missione evangelica.

Cristo ha fondato la sua Chiesa sugli Apostoli, i ÒmandatiÓ; la Chiesa di Cristo (come Cristo stesso) è ÒmandataÓ. La struttura ontologica della Chiesa è missionaria, rivolta cio� allÕannuncio del kerygma di salvezza; gli Apostoli, prima che maestri, sono annunciatori e testimoni: Òuno solo � il vostro maestro, il CristoÓ (Mt 23,10)È.

La prospettiva che ne emerge sembra poter rispondere alla richiesta che lÕEcclesiologia stessa rivolge – anche – al Diritto canonico:

ÇOggi si è sempre pi� chiaramente consapevoli che i processi di istituzionalizzazione appartengono alla fisiologia dellÕesperienza religiosa e che quello della contrapposizione fra carisma e istituzione è in realtˆ un falso problema. La questione veramente seria non è: istituzione sì - istituzione no; il vero problema è invece quello della qualitˆ dellÕistituzioneÈÉ

Una ÒqualitˆÓ che proprio la norma missionis vorrebbe efficacemente tutelare.


in: Apollinaris, XCI (2018), 83-120