Amministrazione e gestione dei beni temporali della Chiesa: primi elementi di concettualizzazione



Paolo GHERRI


1. Delineazione del problema

Delineare sommariamente la consistenza tecnico-giuridica da attribuire oggi ai concetti di “amministrazione” e “gestione” dei beni temporali della Chiesa richiede la volontą di evitare le inconsistenze e le ambiguitą teoretico-dottrinali che da decenni continuano ad appesantire la Canonistica principalmente intorno al concetto di “amministrazione”, soprattutto in riferimento al Libro V del Codice latino (e Canoni paralleli del CCEO), senza offrire apporti realmente utili alla problematica in essere. Sul tema appare invece maggiormente efficace la riflessione relativa al Libro II del CIC, vista l’esplicita – per quanto insufficiente – normazione di alcune figure ed attivitą istituzionali che risultano del tutto assenti nel Libro V, sebbene ad esso strutturalmente connesse. Si tratta della figura ed attivitą degli “economi”, diocesani e religiosi (cfr. cann. 239 §1; 249; 636), sulle quali tuttavia continua a gravare la discontinuitą sia della sistematica sia del linguaggio codiciali che, dal punto di vista tecnico, mostrano di non conoscere né il termine né il concetto di “gestione” (il termine “gestio”, infatti Ź presente una sola volta nel CIC – al can. 285 §4 – in riferimento ai beni di pertinenza di laici che i chierici non devono gestire). ť questo uno dei maggiori esiti della concreta ed effettiva operativitą di ben quattro differenti legislatori materiali – mai realmente integrati ed uniformati – intorno allo stesso tema codiciale: i Gruppi di Consultori che hanno elaborato le quattro materie “De fidelium iuribus et Associationibus deque laicis”, “De sacra Hierarchia”, “De Institutis vitĺ consecratĺ per professionem consiliorum evangelicorum”, “De iure patrimoniali Ecclesiĺ”.

Ad oggi il quadro dottrinale (e teoretico generale che ne deriva) risulta di tutta ambiguitą, tanto piĚ che i canonisti non sembrano porre alcuna attenzione alla differenza tra i due termini, che vengono quasi sempre utilizzati come sostanziali sinonimi oppure combinati in formule testuali incongrue come “gestione amministrativa”. L’orizzonte, in realtą, non migliora sensibilmente se si volge l’attenzione all’ambito giuridico statuale: anch’esso infatti manifesta nei confronti dei concetti di amministrazione e gestione un disagio non minore; disagio di cui Ź testimone la scarsa consistenza che gli stessi termini/concetti mostrano in ambito giuridico laddove, emblematicamente, il “Digesto delle discipline privatistiche” (in decine di volumi) non conosce affatto né la voce “amministrazione” né la voce “gestione”, dovendocisi accontentare di quanto scritto (indirettamente) ormai sessant’anni orsono a riguardo dell’amministrazione, in termini non dissimili dalle sue concettualizzazioni canoniche:

«Si puė dire in generale che amministrare consiste in un’attivitą diretta allo scopo di ricavare la ragionevole utilitą dagli elementi che compongono il patrimonio senza che ne diminuisca il complessivo valore sostanziale. L’attivitą di amministrazione Ź pertanto diretta ad un compito di varia natura che comprende quanto Ź necessario al fine descritto; i singoli atti, a lor volta, possono essere diretti alla custodia, allo sviluppo, all’alienazione dei vari elementi patrimoniali che ne compongono l’oggetto».

Per tali ragioni nelle riflessioni che seguiranno, in chiave espressamente canonistica, sia il CIC con i suoi Istituti giuridici e le sue norme, sia la dottrina canonistica in genere, rimarranno solo sullo sfondo, mentre si utilizzerą un approccio piĚ attento alle odierne scienze contabili che hanno spesso lambito la materia a partire dall’ambito “ecclesiasticistico”, e piĚ ancora tributario o societario, soprattutto nel complesso orizzonte italiano.

2. Amministrazione e gestione: elementi concettuali

2.1 Una premessa epistemologica

Il primo elemento di cui tener conto in sede di concettualizzazione canonica Ź che il rapporto tra amministrazione e gestione non Ź soltanto gerarchico, cosicché un’attivitą “contenga” e “comporti” l’altra; tale rapporto, infatti, Ź – prima di tutto ed essenzialmente – un rapporto di espressa natura giuridica, guidato dall’effettiva portata legale degli istituti giuridici coinvolti i quali, di fatto, riconducono ai soli amministratori propriamente detti (e fissati per Legge – cfr. can. 1279) la titolaritą capitale delle funzioni. Non di meno: «L’amministrazione appartiene al governo»!

«Fa parte del governo della persona giuridica; essa puė far capo a una stessa persona oppure a due distinti soggetti. La distinzione va mantenuta dove il Codice la impone. Il Diritto comune la prescrive in particolare per uffici di governo che comportano una speciale responsabilitą ed onerositą».

In merito, si Ź affermato con luciditą e fondamento che «amministrare significa disporre dei beni, e implica l’esercizio del diritto di dominio», individuando nell’amministrazione l’attivitą che, prima di tutto ed essenzialmente, esercita il dominio sui beni: l’attivitą, cioŹ, che “crea” la volontą strategica dell’Ente stabilendo “se” (“cosa”, “chi”, “quanto”) comprare, vendere, intraprendere, dismettere, investire, locare, restaurare, ampliare, manutenere, assumere, ecc. Corrisponde, infatti, alla peculiaritą piĚ radicale del dominus l’affermazione sostanziale della voluntas circa le res di cui si tratta:

«La administración de los bienes en sí es un derecho que corresponde al “dominus” de las cosas. […] El proprietario – el dueĖo – es quien de por sí administra sus bienes, dispone de ellos, puede además encomendar la administracin de los mismos a otra persona».

ť fermo nella dottrina giuridico-economica che l’amministrazione, in quanto potere, “consiste nel potere di decisione”, senza che in nulla rilevi l’identitą del proprietario (persona fisica o giuridica, pubblica o privata).

Dal punto di vista espressamente giuridico-canonico Ź questa voluntas che costituisce il vero fulcro della materia. La cosa rileva in modo costitutivo soprattutto per il fatto che nel nuovo millennio le tematiche connesse all’uso dei beni ecclesiastici (in modo particolare degli Istituti religiosi e delle Diocesi) sta progressivamente subendo un vero e proprio “risucchio” verso gli approcci piĚ tipici dell’Economia aziendale, trascurando invece l’espressa necessitą di “fissare” con chiarezza categorie e funzionalitą di per sé proprie delle scienze contabili, per loro natura piĚ prossime all’approccio giuridico, col quale, non di meno, s’interfacciano continuamente, vista la vera “dipendenza” del Diritto commerciale e tributario da tali discipline scientifiche. Per la scienza canonica, poi, l’attenzione scrupolosa ai differenti ambiti epistemologici si fa tanto piĚ necessaria per il fatto che i due termini chiave della tematica (amministrazione e gestione) assumo nei due contesti significati praticamente opposti. Si legge, infatti, in ambito “aziendalistico” che «l’amministrazione (anche quando essa Ź di qualitą) non Ź piĚ sufficiente anche per gli Enti ecclesiastici, poiché essa ha natura sostanzialmente formale e procedurale». In particolare:

«Il bilancio di esercizio nasce nell’economia dell’azienda come strumento a supporto della gestione e non come adempimento. […] Inoltre il bilancio di esercizio non Ź uno strumento che puė essere appannaggio dei soli organi amministrativi. Questa Ź l’impostazione formale e giuridico-amministrativa, ma non quella gestionale oggi necessaria»;

proprio tale bilancio, poi, viene indicato come «un documento redatto dagli ‘amministratori’, ma non Ź detto che essi (insieme all’economo/a) siano sempre i migliori interpreti dello stesso in chiave gestionale».

In merito, non basta prendere atto che «il concetto di amministrazione nella Chiesa non Ź tuttavia univoco». ť invece necessario esplicitare che, mentre [a] in ottica aziendalistica la gestione (da intendersi, in realtą, in termini di management o, meglio ancora: governance) “contiene” l’amministrazione (intesa come semplice “unitą operativa”, sostanzialmente ridotta alla mera contabilitą, quando si parla di beni), [b] in ottica giuridica Ź invece l’amministrazione che “contiene” la gestione (v. infra: 2.2), ed Ź in questa esclusiva ottica che il giurista deve ragionare se vuole assolvere alla propria peculiare funzione. Altro, infatti, Ź trattare delle necessarie “strategie” pluriennali d’azione nell’ottica dei c.d. Piani industriali (come propone ed incentiva l’Economia aziendale), altro Ź far funzionare in modo corretto, efficace ed efficiente gli Enti canonici (come indicano le scienze giuridico-contabili): obiettivo necessario il primo, presupposto strutturale il secondo che, di fatto, non si Ź mai realizzato anche per carenza di riflessione e consapevolezza espressamente giuridica. Proprio l’affrontare in questa sede la problematica della concettualizzazione dell’amministrazione e gestione dei beni temporali della Chiesa ne Ź la prova piĚ palese, insieme al fatto che in molti ambiti ecclesiali – non eccettuata la Santa Sede – le concrete problematiche con cui ci si confronta (o scontra) quotidianamente non riguardano affatto l’ottimalitą del “futuro strategico” (= la chiave aziendalistica), ma la gravissima insufficienza di un “presente tecnico” (= la chiave contabile) ancora incapace di riconoscere e concretizzare differenze tecniche strutturali come quelle che intercorrono tra amministratore e gestore, bilancio e rendiconto, controllore e controllato, ecc.

Non di meno: dal punto di vista delle scienze contabili l’amministrazione, di per sé, «comprende sia l’adozione delle scelte strategiche generali sia il compimento delle singole operazioni gestorie», dove per gestione (o attivitą gestoria) s’intende, in linea di principio, «il complesso delle operazioni economico-finanziarie relative a un’attivitą aziendale»; complesso di operazioni che, in quanto parziale (= economico-finanziario) e concretamente delimitabile (soltanto “attivitą”), potrebbe anche essere affidato ad altro soggetto rispetto all’amministratore: il “gestore”, appunto.

La distinzione, utile anche dal punto di vista canonico, si fonda proprio nella possibilitą di scorporare un certo tipo di “operazioni” rispetto alle “scelte” che le hanno determinate: una possibilitą (e non una necessitą) dovuta principalmente alla quantitą e complessitą di ciascuna attivitą di gestione. ť questo, infatti, che probabilmente ha portato il legislatore canonico ad imporre ex Lege la presenza di gestori (chiamati “economi” nel Libro II del CIC) per i livelli maggiori di organizzazione degli Enti canonici: Diocesi, Seminari, Istituti religiosi e loro Province, mentre per tutte le altre realtą – minori – si Ź concretamente presupposto che l’esiguitą delle operazioni gestorie non ne richiedesse l’affidamento obbligatorio ad uno specifico addetto ma potessero permanere entro la normale attivitą di amministrazione degli Enti.

Non inutilmente anche una certa fedeltą semantica favorirą la corretta individuazione e stabilizzazione concettuale dei termini, cosicché amministratori ed amministrazione individuino un ambito – sovraordinato – ben diverso da gestori, gestione, attivitą gestoria; tenendo ulteriormente conto che quanto aziendalisticamente si tende a chiamare “gestione” in realtą viene realizzato dai Consigli d’amministrazione: unici responsabili e depositari delle strategie sia di bilancio che di sviluppo (= strategic management/governance), mostrando l’estrema polivalenza dei linguaggi e, forse, pure la loro difficoltosa fruibilitą.

2.2 Qualche elemento concreto

I concetti si delineano con maggior chiarezza se si tiene conto della gią accennata individuazione della gestione come “complesso delle operazioni economico-finanziarie relative a un’attivitą aziendale” (meglio sarebbe dire: d’impresa). In tale formulazione, infatti, risaltano due elementi espressamente tecnici: 1) la natura eminentemente economico-finanziaria della gestione, 2) la sua connessione ad una “attivitą” indicata genericamente come d’impresa, cioŹ: strutturata ed organizzata in modo permanente per produrre o distribuire beni o servizi. Due elementi che, di fatto, [1] riservano l’attivitą strategica (entro cui si colloca l’aspetto patrimoniale) all’amministrazione, e [2] escludono una vera “gestione” laddove, di fatto, non si svolga alcuna attivitą autonomamente organizzata (com’Ź quella d’impresa). Concretamente: incassare le cedole di Titoli finanziari, i dividendi di Azioni, gli affitti di qualche immobile, come puė accadere ad una Parrocchia, non meno che a qualunque persona fisica, non costituisce “gestione” in senso proprio poiché non comporta alcuna “organizzazione” stabilmente dedicata a tale attivitą. Quando invece, come accade per un Istituto diocesano per il sostentamento del clero in Italia, si tratta di tenere sotto controllo e far funzionare qualche centinaio di affittanze di terreni, fabbricati civili, industriali e commerciali, si delinea senza dubbio un’attivitą di vera e propria gestione… tale, probabilmente, da richiedere anche di assumere personale contabile (ecco qui l’organizzazione stabile) per realizzarla nella sua componente “economico-finanziaria”. A maggior ragione quando si svolgano attivitą stabili in ambito scolastico, sanitario, socio-assistenziale, come avviene spesso per gli Istituti religiosi ed un certo numero di c.d. Enti gerarchici della Chiesa (Diocesi e Parrocchie).

Riconoscere all’attivitą di amministrazione (e, pertanto, agli amministratori che la svolgono) le competenze decisionali a riguardo degli Enti in sé e per sé (ovviamente non senza i loro “patrimoni”), permette d’individuare la gestione come l’attivitą che – semplicemente – deve realizzare in concreto ciė che gli amministratori hanno deliberato, portando di fatto la gestione a coincidere col mero “funzionamento” dell’Ente – o di una sua specifica attivitą soltanto (= forniture, stipendi, pagamenti, incassi, ecc.) –. Si tratta, in fondo, della profonda differenza che intercorre tra “disposizione” e “funzionalitą”.

Proprio in questa prospettiva espressamente funzionale/operativa Ź significativo l’uso codiciale del verbo “gerere” col valore di “comportarsi” (se gerere: cann. 277 §2; 383 §3; 892) o di esercizio di attivitą altrui (vices/pars gerere: cann. 647 §2; 1121 §1; 1721 §2). Non pare sottovalutabile neppure il fatto che la formula “personam gerere” (cann. 238 §2; 363 §2; 393; 532; 543 §§2-3) rimandi strutturalmente ad un’attivitą svolta nei confronti di un soggetto “altro” rispetto a colui che opera (= Seminario, S. Sede, Diocesi, Parrocchia). “Gerere”, poi, Ź utilizzato anche per la cura pastorale interinale (cfr. cann. 414; 539) svolta non “proprio nomine” e della quale si dovrą rendere conto al titolare “pleno Iure” (cfr. can. 540 §3). Tutti significati in cui a prevalere Ź la concreta operativitą (= il funzionamento).

Di tutto rilievo Ź pure la formula “administrationem bonorum gerere” utilizzata dal can. 636 §1 per l’attivitą degli economi religiosi, mentre per quelli diocesani si usa direttamente “administrare” (can. 494 §3), sebbene “sub auctoritate Episcopi” (quelli religiosi invece operano “sub directione Superioris”). Al di lą dell’imprecisione e discontinuitą del linguaggio codiciale (gestio/administratio; sub auctoritate/directione) risulta comune il fatto che gli economi – tutti – operano “sotto” l’autoritą o la direzione (= volontą/disposizione) di qualcun altro e precisamente: un Superiore diretto nella linea gerarchica che, proprio in ragione dell’Ufficio di governo ricoperto, ha il compito di decidere ciė che riguarda sia la consistenza (patrimoniale, in primis) sia le concrete attivitą dell’Ente. Un Superiore che il Libro V al can. 1284 indica come “amministratore” per il solo fatto che “regge immediatamente” la persona giuridica e che il Libro II del CIC indica (per Rettore del Seminario, Vescovo diocesano e Parroco) anche come “rappresentante” dell’Ente stesso.

In merito Ź stato giustamente scritto che

«nella sua funzione, l’amministratore viene aiutato da un economo, che svolge compiti d’esecuzione delle decisioni amministrative, con una certa autonomia definita dall’ufficio stesso, perė sotto la direzione del Superiore competente. Ciė spiega perché la funzione “decisionaledell’amministratore Ź, in linea di massima, incompatibile con quella esecutiva dell’economo».

Nella stessa linea il Direttorio per i Vescovi “Apostolorum Successores” al n. 193 si riferisce all’economo diocesano espressamente per ciė che riguarda la mera “esecuzione materiale dei diversi atti di amministrazione”. D’altra parte «le sue mansioni amministrative non fanno di questo ufficio l’amministratore dei beni diocesani in senso pieno e proprio».

Le considerazioni cosď proposte sembrano sufficienti per affermare che il rapporto tecnico-concettuale – ma anche la distinzione – tra amministrazione e gestione (amministratori e gestori) va individuato in due elementi strettamente correlati: 1) una subordinazione operativa, 2) specificamente indirizzata. Dal punto di vista funzionale si tratta della stessa dinamica esistente tra mandante e mandatario, o tra provvedimento e sua esecuzione, con margini d’indeterminatezza “amministrativa” e di discrezionalitą “gestionale” piĚ o meno ampi a seconda dei casi, in base sia al Diritto proprio (p.es.: statutario, oppure Decreti generali esecutori) sia a specifiche scelte e deliberazioni in sede locale (p.es.: gli Atti di nomina degli economi o altri gestori).

Esattamente in quest’ottica di subordinazione operativa specificamente indirizzata va considerato (a differenza di quanto avviene nella dottrina prevalente) quanto stabilito dal can. 494 §3 a riguardo della concreta attivitą dell’economo diocesano. Egli infatti deve «fare sulla base delle entrate stabili della Diocesi le spese che il Vescovo o altri da lui legittimamente incaricati abbiano ordinato», oltre a svolgere la propria attivitą «secondo le modalitą definite dal Consiglio per gli affari economici», risultando del tutto privo sia di un vero potere d’iniziativa sia della possibilitą di scegliere le modalitą concrete di espletamento della propria funzione: prerogative che sono, invece, specifiche degli amministratori. In piĚ: a fine anno egli deve presentare al Consiglio per gli affari economici – e non al Vescovo (sic) – il “rendiconto” delle entrate e delle uscite. Rendiconto “di cassa” soltanto, ben diverso dal Bilancio dell’Ente Diocesi, che – significativamente – non risulta di competenza del gestore. D’altra parte si era gią ristretta la sua attivitą alle “spese” soltanto – niente acquisti! – da effettuarsi sostanzialmente su base annua, poiché subordinate alle “entrate stabili” e non alla disponibilitą patrimoniale della Diocesi.

Si consideri infine come oggigiorno sia anche possibile – a volte addirittura consigliabile (v. infra) – esercitare “gestione” senza disporre di alcun reale patrimonio da “amministrare”: le fattispecie delle Societą cooperative (di lavoratori) o degli Studi associati (di professionisti) ne danno evidente prova, contro la maggior parte dei presupposti e “dogmi” canonici in materia di beni temporali. Laddove, infatti, siano il lavoro come tale e la sua organizzazione a produrre reddito, non esiste alcuna necessitą di possedere patrimoni da utilizzare strumentalmente o da far fruttare. La stessa necessitą di un “capitale sociale” (= patrimonio) per far fronte alle obbligazioni eventualmente sorgenti verso terzi puė in molti casi essere supplita da apposite forme di assicurazione professionale.

3. La gestione: elementi pratici

Acquisito, seppure in via del tutto preliminare, come la gestione coincida col funzionamento concreto di un Ente o di una sua specifica attivitą (e come lo stesso uso codiciale del verbo “gerere” vada in questa prospettiva espressamente funzionale/operativa), diventa necessario osservare che essa fa il paio con “organizzazione”, tanto che laddove sia necessario “organizzare”, sorge anche “gestione”… e viceversa: la gestione richiama – poiché esprime – l’organizzazione.

Non solo tuttavia. La gestione costituisce la parte dinamica, la funzionalitą, dell’organizzazione, cosicché – come gią variamente accennato – esiste propriamente gestione laddove si realizzano effettive attivitą economico-commerciali: acquisti, vendite, incassi, pagamenti, fatturazioni, versamenti… operazioni per loro natura diverse dall’incasso di proventi finanziari o canoni di locazione oppure dal pagamento di utenze. Ed Ź proprio la necessaria organizzazione che potrebbe suggerire la soluzione anche teoretica del dilemma tra amministrazione e gestione in ambito canonico: dilemma che non si pone affatto per gli Enti privi di sostanziale organizzazione perché concretamente “inerti”, come sono le Parrocchie e le Case religiose che non svolgano attivitą diverse da quelle loro “proprie” in quanto persona giuridica canonica (e sono la maggioranza assoluta!). ť in questa logica, d’altronde, che il legislatore ecclesiale ha imposto la nomina di economi (di fatto: gestori) solo per le Diocesi, i Seminari, gli Istituti religiosi e loro Province: persone giuridiche strutturalmente “complesse” che per le loro peculiari caratteristiche comportano un’inevitabile organizzazione in materia economica e, pertanto, una vera e propria gestione distinta dall’amministrazione politico-strategica (= pastorale) di tali Enti.

Dall’inquadramento teoretico cosď suggerito derivano le principali istanze pratiche per dare concretezza alla soluzione prospettata; esse riguardano essenzialmente:

a) “quando” le situazioni di fatto (al di lą di quelle di Diritto gią codificate) comportino, richiedano o consiglino l’individuazione di vere e proprie gestioni;

b) “quali” siano di fatto le competenze specifiche e proprie di una c.d. gestione (e, quindi, dei gestori/economi).

3.1 Necessitą d’individuare e costituire una gestione

La domanda su “quando” le situazioni di fatto comportino, richiedano o consiglino, l’individuazione (e l’eventuale successivo scorporo ed affidamento) di vere e proprie “gestioni” Ź una delle piĚ significative, poiché espressamente orientata a cogliere il punto di dis-giunzione (= la soglia di passaggio) tra amministrazione in senso proprio e gestione in senso tecnico. Punto e soglia che non potranno determinarsi geometricamente con l’applicazione di veri “princďpi scientifici” validi “a prescindere”, ma soltanto di “criteri pratici” derivanti da ragionevole esperienza. Se, poi, un “principio” vero e proprio (= sostanziale) dovesse presiedere a questa individuazione, esso dovrebbe consistere nella rapportabilitą alla normale attivitą di una famiglia: situazione analoga e proporzionata a quella di molte piccole Parrocchie o Case religiose, impegnate soltanto ad assicurare vitto, alloggio e comunicazioni ai propri membri.

Di seguito alcuni “indici” o “criteri” pratici gią valevoli disgiuntamente per individuare l’utilitą di una gestione. La ricorrenza congiunta di almeno 3 di essi non dovrebbe lasciare dubbi sulla necessitą di procedere anche allo scorporo e, pertanto, alla predisposizione di un gestore/economo che segua espressamente le dinamiche economiche, finanziarie (di cassa), giuslavoristiche, autorizzative e contrattuali connesse, a differenza di quanto potrebbe fare un mero amministratore in materia d’indirizzo operativo (= decidere se e quali attivitą intraprendere e a quali condizioni/fini) e di consistenza patrimoniale dell’Ente.

- Assunzione di personale dipendente a tempo pieno, oltre le 3 unitą;

- costi per il personale dipendente superiori ad Ř/$ 100.000 annui;

- attivitą classificata tributariamente come commerciale o assimilata;

- vendita al pubblico (pur se ridotto) di beni o servizi dietro pagamento di corrispettivo;

- incassi per pagamenti a fronte di vendita o cessione di beni e/o servizi per piĚ di Ř/$ 50.000 annui;

- cessione o distribuzione al pubblico (pur se ridotto) di beni o servizi anche senza pagamento di corrispettivo;

- presenza di fornitori di merci, beni e servizi (utenze escluse), in numero superiore a 5 e utilizzo di tali acquisti per realizzare beni o servizi a fruizione di terzi;

- accesso a finanziamenti pubblici o privati istituzionali (= Fondazioni, Banche, Aziende…).

Gli indici/criteri indicati ruotano attorno a 4 poli sostanziali a cui sono riconducibili espresse responsabilitą giuridiche (a volte anche concomitanti o polivalenti) caratterizzate da un’alta tecnicitą spesso del tutto estranea agli amministratori canonici, soprattutto se tale ruolo/funzione risulti sostanzialmente accessorio rispetto all’Ufficio ecclesiastico loro affidato, come accade per Vescovi diocesani, Rettori di Seminario, Superiori religiosi, Parroci: amministratori ope Legis (cfr. can. 1279) e non per affidamento ratione personĺ, com’Ź in campo civile per gli amministratori di Societą ed Imprese. Si tratta delle materie connesse a: 1) lavoro dipendente, 2) rapporti col pubblico, 3) assetto tributario, 4) contrattualitą, di per sé estranee alle finalitą per le quali Ź giustificata nella Chiesa l’attivitą connessa ai beni temporali (cfr. can. 1254 §2), ma che oggi risultano inevitabilmente strumentali allo svolgimento della maggior parte delle attivitą che necessitino un minimo di organizzazione.

1) Il primo polo di responsabilitą organizzativa e gestionale Ź costituito dalla presenza di lavoratori dipendenti (almeno 3 e/o loro costo lordo superiore a Ř/$ 100.000 annui). La questione rileva in particolare per il fatto che ecclesiastici e religiosi non sono abituati a ragionare in termini di ore di lavoro (giornaliere, settimanali, annuali), cosď come non considerano le varie tipologie di permessi e congedi, né le ferie. I lavoratori dipendenti, inoltre, pur se tenuti contrattualmente al lavoro anche nei giorni festivi o alla turnazione, non hanno la versatilitą d’orario di ecclesiastici e religiosi. Il numero di 3 lavoratori dipendenti o il loro costo significativo, sono evidenti indici della strutturalitą della loro presenza ed attivitą: elementi che non permettono leggerezze di alcun tipo nella loro gestione. La presenza di lavoratori dipendenti, infatti, porta con sé la necessaria applicazione delle innumerevoli norme in materia di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro, oltre a richiedere specifiche competenze per la gestione delle buste paga e, piĚ ancora, degli aspetti tributari cui i datori di lavoro devono assolvere in nome e per conto dei dipendenti stessi (in qualitą di sostituto d’Imposta).

2) L’erogazione, fornitura, vendita di beni e/o servizi al pubblico – come risultano ad ogni effetto la scuola e la salute – creano la condizione funzionale di fornitore/distributore/venditore contrapposta a quella di fruitore/consumatore, inserendo in una dialettica socio-culturale assolutamente indominabile per chiunque. Una dialettica che comporta la necessitą di fornire una quantitą impressionante di “garanzie” e “tutele” a chi fruisca – anche gratuitamente – di beni e servizi. Garanzie e tutele che vanno assicurate sia in modo preventivo (attraverso il conseguimento delle necessarie Autorizzazioni amministrative allo svolgimento di determinati tipi di attivitą), sia in modo concomitante (attraverso il rispetto ed il controllo degli standard comunque fissati per tali beni/servizi); garanzie e tutele che spesso richiedono sia il ricorso necessario a personale adeguatamente qualificato, sia un suo numero adeguato, fissato o desumibile delle Leggi civili in materia… coinvolgendo cosď, immediatamente, la problematica gią illustrata.

3) Terzo polo problematico ormai inevitabile per qualunque tipologia di attivitą rivolta al pubblico Ź quello tributario, la cui attivazione dipende dalla “qualificazione” legale delle attivitą svolte: scuola e sanitą, in molti Paesi europei (e non solo) sono attivitą commerciali per Legge; allo stesso modo – spesso – l’assistenza; senza mai dubbi: la recettivitą. In tal modo il semplice intraprendere un tal genere di attivitą, indipendentemente dalla loro dimensione reale, attiva anche le due problematiche precedentemente illustrate. La questione si pone non solo in tutte le circostanze in cui ci sia passaggio di denaro, in qualunque forma, ma anche nei casi di eventuale gratuitą; sarą infatti soltanto l’Imponibile annuale finale – nullo – ad evidenziare l’assenza del presupposto di imposizione tributaria, non senza attivare nel tempo qualche “attenzione” da parte dell’Amministrazione tributaria, costantemente frustrata nella propria attesa (e pretesa) di riscossione a fronte di attivitą classificate “commerciali” dalla Legge.

4) Ultimo elemento che richiede specifica attenzione Ź quello che riguarda contratti e forniture quando si vada al di lą di ciė che Ź necessario al mero funzionamento di un’abitazione (= utenze ed alimenti). Chi svolge un’attivitą commerciale deve acquistare e rivendere in regime I.V.A., deve tenere una Contabilitą fiscale secondo quanto determinato dalla Legge, difficilmente potrą somministrare a terzi beni di sua produzione, soprattutto alimentare, ecc. Dovrą, inoltre, conoscere e tenere sotto controllo le dinamiche sempre piĚ instabili del mercato, soprattutto all’ingrosso; dovrą, pure, sapersi muovere con destrezza a livello di contrattualistica, con sconti sul fatturato a fine anno, gruppi d’acquisto, consumi assicurati, abbonamenti per forniture predeterminate, date di fatturazione e pagamento, ecc. Tanto piĚ quando si tratti di importi elevati o anche soltanto di numero di “pezzi” acquistati, come il numero di pasti per una scuola o il materiale sanitario per una clinica o una casa di riposo.

Possono ricondursi a quest’area problematica anche le sovvenzioni o i finanziamenti, pubblici o privati, che un certo tipo di attivitą potrebbero attrarre. Poiché ordinariamente chi paga vuole anche “vedere” esiti o comunque essere garantito nel raggiungimento di sue proprie finalitą, anche istituzionali, il beneficiare di soldi altrui genera sempre qualche contro-prestazione, o in servizi che ci si impegna ad erogare o a specifiche modalitą di loro erogazione; oppure a vincoli di destinazione d’uso di fabbricati costruiti o restaurati per ospitare determinate (e non altre) attivitą, ecc.

Gli elementi sin qui sommariamente illustrati potrebbero, ragionevolmente, far nascere un ulteriore interrogativo circa le “modalitą” dello scorporo di una gestione.

Una delle modalitą oggi maggiormente convenienti in linea di massima, quando ce ne siano i ragionevoli estremi (da valutare di volta in volta, sia in base all’Ente amministrato, sia in base all’attivitą da gestire), consiste nella “aziendalizzazione” delle attivitą: trasformare, cioŹ, le gestioni in vere imprese [a] di stampo operativo, [b] prive il piĚ possibile di patrimonio e [c] senza prospettive di patrimonializzazione. Imprese commerciali a socio unico facilmente controllabili ed indirizzabili dal punto di vista “ideale”, che conferiscano reddito – direttamente o indirettamente – al socio unico ma non ne coinvolgano il patrimonio. Per i casi piĚ complessi, poi, soprattutto in ragione della forte presenza di personale dipendente (come avviene nelle strutture scolastiche, sanitarie ed assistenziali) risulta vincente l’ulteriore ripartizione tra [1] l’attivitą d’impresa come tale (= Societą a responsabilitą limitata con socio unico) e [2] la gestione del personale, eventualmente attraverso la costituzione di una Societą cooperativa. La scelta si motiva con l’attenzione pressoché assoluta e totalizzante che la Politica, non solo nazionale, assegna oggi ai posti di lavoro (= stipendi e contributi previdenziali) ed ai servizi erogati e tassati; il resto (= patrimonio) di fatto non interessa alle legislazioni vigenti se non a fini di rivalsa per responsabilitą civile (= danno) o commerciale (= fallimento), motivo per cui non conviene metterlo “in gioco”, come purtroppo, invece, accade per gli Enti canonici che gestiscono direttamente attivitą rivolte al pubblico, senza il ricorso ad opportuni Enti strumentali che operino come “filtri” giuridico-patrimoniali. Questa prospettiva pratica, non di meno, permetterebbe di risolvere ab ovo ed in modo plausibile anche la problematica della tutela del “patrimonio stabile” degli Enti canonici.

3.2 Competenze specifiche della gestione

Dopo aver individuato i principali ambiti (e soprattutto le attivitą) maggiormente connessi alla gestione piĚ che all’amministrazione come tale, pare possibile fornire qualche ulteriore indicazione pratica su ciė in cui concretamente consiste l’attivitą gestoria, almeno dal punto di vista individuativo.

Si tratta della domanda su “quali” siano di fatto i compiti specifici e propri della gestione: quelli, pertanto, affidati a economi e gestori.

Rientrano sicuramente nel concetto ed attivitą di gestione, e non di amministrazione secondo il dettato del can. 1284 da cui dipende la quasi totalitą della dottrina canonistica in materia:

- il pagamento di quanto corrisponde a fatture ricevute per acquisti effettuati e l’incasso di quanto dovuto per fatture emesse o per rette maturate a seguito di servizi prestati (scuole, pensionati, ecc.);

- l’incasso di affitti o altre spettanze dovute per l’utilizzo da parte di terzi di beni propri;

- la gestione degli orari di lavoro, malattia, permessi e ferie del personale dipendete, il conteggio delle ore lavorate, la complilazione della busta paga e il versamento degli stipendi, dei contributi sociali ed assicurativi, l’attivitą di sostituto d’Imposta; con esclusione dell’inquadramento lavorativo (= i livelli), promozioni e dimissioni e delle procedure disciplinari (v. infra);

- il mantenimento degli approvvigionamenti di servizi stabili (= utenze) e dei materiali necessari al funzionamento delle strutture ed attivitą affidate;

- la tenuta in strada di veicoli ed automezzi di proprietą o di fruizione (= manutenzioni ordinarie, cambio gomme, tagliandi, assicurazione);

- i controlli periodici e gli adeguamenti delle norme di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro per il personale dipendente (e volontario);

- i controlli periodici di Legge delle certificazioni di impianti ed attrezzature tecniche gią installate;

- i controlli periodici delle autorizzazioni amministrative (igienico-sanitarie in primis) necessarie per lo svolgimento di attivitą soggette;

- la verifica del permanere delle condizioni legali di funzionamento ed esercizio di immobili ed attivitą in caso di mutamento normativo del settore;

- la verifica ed il controllo delle polizze assicurative sia per i beni che per le attivitą;

- la verifica ed il controllo dell’utilizzo di beni e diritti propri da parte di terzi;

- i rapporti coi fornitori stabili, la richiesta di preventivi per servizi o acquisti di nuovo corso;

- la verifica della qualitą e/o funzionalitą dei beni e servizi acquistati, oltre che del permanere delle condizioni contrattuali pattuite;

- il controllo dell’utilizzo del Budget o del Bilancio preventivo;

- i rapporti “di sportello” (= versamenti, prelievi, bonifici) con le banche di utilizzo ordinario (= conti di cassa);

- la tenuta della contabilitą di pertinenza dell’attivitą svolta (= conti di cassa, prima nota, clienti e fornitori, banche);

- la corretta imputazione di costi ed eventuali ricavi (o comunque coperture) ai rispettivi “centri di costo”.

Non appartiene, di per sé, all’attivitą di gestione ma a quella di amministrazione (sebbene il gestore possa occuparsi in modo parziale e subordinato di singoli aspetti, soprattutto informativi, delle attivitą in questione):

- la gestione della componente giuridica dei rapporti col personale dipendente (se, chi assumere e/o dimettere), le questioni disciplinari, l’inquadramento lavorativo, eventuali premi o incentivi, la scelta della tipologia del contratto di lavoro;

- la predisposizione di nuovi contratti di fornitura, la loro revisione;

- il cambio o l’integrazione di fornitori;

- la delibera di acquisto di beni il cui utilizzo si protragga oltre l’anno;

- la delibera dell’acquisto di beni strumentali che vanno capitalizzati nel Bilancio dell’Ente (= immobilizzazioni);

- la predisposizione del Piano dei conti e delle politiche di Bilancio, cosď come la sua proposta ed approvazione;

- la creazione ed il finanziamento di nuovi “capitoli di spesa”;

- la stesura ed approvazione del Bilancio, sia preventivo che consuntivo.

4. Concludendo

Gli elementi sin qui illustrati per sommi capi, soprattutto in relazione al concetto di gestione, costituiscono uno dei possibili approcci iniziali ad un’articolazione precisa ed elaborata della tematica, senza che in questa sede sia possibile spingersi troppo oltre. Quanto indicato, o anche solo sollecitato, pare tuttavia gią sufficiente per confermare il rilievo non meramente formale della problematica in ambito canonico indicando, non di meno, una promettente pista d’indagine e sviluppo per una ricerca e trattazione che sappiano far tesoro di un approccio al contempo critico verso i presupposti – autoreferenziali – della dottrina (o suoi sviluppi tanto utilitaristici quanto strumentali) ed aperto al concreto mondo di quelle discipline amministrative e gestionali dalle quali nessun significativo apporto Ź ancora stato recepito in ambito canonico, soprattutto in relazione alla materia del Libro V del CIC.

Ciė che Ź stato soltanto espresso in linea di principio, da una parte, ed in linea operativa, dall’altra, necesita ancora di ulteriori esplicitazioni e consapevolezze a riguardo di molti degli elementi ed aspetti che insieme danno corpo al complesso mondo “gestionale” in riferimento, prima di tutto, alle problematiche concernenti il controllo, interno ed esterno, della gestione stessa oppure anche alle tematiche corrispondenti espresse in campo civile a proposito di Societą, loro amministratori ed attivitą, dirette o indirette. Anche ciė che riguarda in modo piĚ tecnico le tematiche del Bilancio, della sua importanza e funzione, dovranno ottenere adeguato interesse e trattazione nell’ambiente canonistico facendo pure tesoro almeno dei presupposti che reggono la stessa materia a livello statuale.




in: J. MINAMBRES (cur.), Diritto canonico e culture giuridiche. Nel centenario del Codex Iuris Canonici del 1917. Atti del XVI Congresso internazionale di Diritto canonico, Roma, 2019, 385-402