EpiskopŽ e vigilanza amministrativa nellÕOrdinamento canonico


1. Premessa

Per partecipare in modo proficuo ad un confronto interdisciplinare sul tema delle visite/ispezioni di carattere amministrativo in ambito canonico pare utile limitarsi ad un livello ÒmetodologicoÓ, espressamente indirizzato a fornire chiavi di lettura ed eventuale inquadramento di quanto i diversi ricercatori possono incontrare nelle loro indagini: alcuni elementi ermeneutici ed euristici per orientare comprensione e ricerca di quanto risulta pi� specificamente ÒcanonicoÓ, rispetto a quanto pi� proprio dellÕambito civile, tutelando altres“ la differenza che passa tra i diversi approcci: storico-archivistico da una parte, tecnico-giuridico dallÕaltra.

Un tale approccio ÒprevioÓ si rende necessario poichŽ lÕanalisi e lo studio di questÕambito del Diritto della Chiesa deve tener conto che un certo numero di elementi dellÕOrdinamento canonico – pure se strutturali – non sono per˜ stati autonomamente e puntualmente istituzionalizzati e regolamentati a livello normativo esplicito nel c.d. Diritto canonico classico (= pre-codiciale), per quanto la loro presenza ed operativitˆ nella vita della Chiesa, seppure a diversi titoli e sotto differenti configurazioni e competenze, non sia minimamente dubitabile, derivando in massima parte dal Diritto consuetudinario. Ci˜ motiva, non di meno, anche lÕimpossibilitˆ di trattare attualmente la materia riferendosi primariamente (ed esclusivamente) al Codice di Diritto Canonico, che la ÒconosceÓ in modo estremamente riduttivo nella sola forma ÒpastoraleÓ (cfr. Cann. 396; 397; 398; 555; 683) ma non declina affatto la generalitˆ dellÕistituto, rimandando – anche in questÕambito – alle diverse prassi plurisecolari consolidatesi in materia, soprattutto a livello pontificio.

 

2. ORIGINARIETË DELLA EPISKOPƒ NELLA CHIESA

In primo luogo occorre considerare come fin dallÕinizio nella Comunitˆ cristiana si sia fatta strada ed affermata una specifica funzione (mutuata dalla struttura operativa delle Sinagoghe della Diaspora giudaica) chiamata ÒepiskopŽÓ (da cui Episcopus e poi, cristianamente, Vescovo): visita, vigilanza, soprintendenza, valutazione, giudizio, sia con accezione negativa (= condanna) che positiva (= cura, accompagnamento) . Il termine ÒoperativoÓ � affiancato dal sostantivo personale ÒepiskoposÓ le cui ricorrenze neotestamentarie sono numericamente significative (= oltre la decina), pur se non paragonabili allÕaltra radice istituzionalmente rilevante: ÒpresbyterÓ (da cui Presbitero) che ricorre circa settanta volte, per quanto spesso in modo del tutto generico (nel senso comune di ÒanzianoÓ). Proprio tale sbilanciamento semantico permette di cogliere un differente ruolo/funzione tra i due proto-ministeri ecclesiastici (che diventeranno in seguito ÒgradiÓ del Sacramento dellÕOrdine), soprattutto considerando che il primo indica espressamente unÕattivitˆ (= lÕazione di vigilare/visitare/verificare/custodire/curare) e finanche un vero ufficio, mentre il secondo principalmente una condizione effettiva o funzionale (= lÕessere anziano), sebbene a tale condizione corrisponda poi, in seconda battuta, un certo numero di attribuzioni anche operative e funzionali. In questÕottica non � inutile evidenziare come i due termini siano utilizzati nel Nuovo Testamento per indicare persone e loro funzioni divenute diverse nel tempo, soprattutto nelle c.d. Lettere pastorali (deutero-paoline): lÕEpiskopos � il ÒsuccessoreÓ dellÕApostolo (cos“ Tito e Timoteo), mentre i Presbyteroi sono coloro che hanno compiti di responsabilitˆ e guida allÕinterno delle Comunitˆ (coloro che lo stesso Apostolo Òstabil“Ó nelle diverse Comunitˆ dellÕAsia minore rientrando dal primo viaggio missionario – cfr. At 14,23). é inoltre interessante lÕutilizzo di episkopŽ fatto in Lc 19,44 e 1Pt 2,12 espressamente come ÒvisitaÓ in senso valutativo giudiziale (o giudiziario, in termini civilistici): la Òvisita/venuta escatologicaÓ del Messia, coincidente, di fatto, col giudizio stesso di Dio.

Il dato ecclesiale originario mostra dunque come, al di lˆ dei rivestimenti e delle stratificazioni pastorali, sacrali, spirituali e teologiche dei secoli a venire, lÕEpiscopus – prima di diventare pastor, sacerdos e pontifex – era Òcolui che visitava/vigilavaÓ nei confronti della vita delle Comunitˆ cristiane. Un ruolo che, almeno inizialmente, non coincideva in toto con quello di guida e referente ultimo della Comunitˆ (= il Pastore). Le Lettere di santÕIgnazio dÕAntiochia alla metˆ del II secolo, in realtˆ, danno giˆ prova dellÕavvenuta identificazione delle diverse funzioni nellÕunica persona/ministero del Vescovo c.d. monarchico. In questo modo la precocissima sovrapposizione ed identificazione delle due originarie funzioni, al di lˆ del nome, lasci˜ ben poco dellÕoriginaria funzione quando, con lÕaffermarsi dellÕepiscopato monarchico, il Vescovo divenne prima di tutto il successore degli Apostoli, Capo della Comunitˆ cristiana, referente primo ed ultimo di quanto avveniva in ciascuna Chiesa particolare. Quando poi, dal IV sec., progressivamente la sua figura e le sue referenze e funzioni assunsero portata giuridica sempre pi� generale anche in ambito civile (per concessione in Oriente, per necessitˆ in Occidente) la sua divenne sempre pi� auctoritas e potestas, facendone lÕAutoritˆ apicale ed il Giudice allÕinterno della propria Chiesa, inglobando di fatto lÕoriginaria funzione ispettiva entro quelle pi� genericamente Òdi governoÓ.

3. OGGETTO DELLA EPISKOPƒ ECCLESIALE

Passando dalla funzione in sŽ, nella sua forma originaria, al suo specifico ÒoggettoÓ maturato progressivamente nella prassi lungo i tempi, va considerato come nei primi secoli cristiani il Vescovo non fosse, prima di tutto, il ÒcensorÓ dei costumi o delle attivitˆ individuali o di quelle che non erano ancora vere Istituzioni ecclesiali; la sua presenza era fondamentale, invece, quale ÒgaranziaÓ della qualitˆ teologica delle attivitˆ ecclesiali: a questo, infatti, sÕindirizzavano le sue principali preoccupazioni.

Prima, infatti, di assumere – in epoca alto-medievale – le caratteristiche pi� proprie dellÕAbbas, vero responsabile anche Òin coscienzaÓ della santificazione dei suoi monaci, il Vescovo era colui che doveva garantire e difendere lÕintegritˆ della fede comunitaria e la comunione ecclesiale, come ben visibile nella Chiesa antica. Questa fu infatti la sua funzione pi� evidente fino almeno al VII secolo, sia nelle questioni dogmatiche che impegnarono Sinodi e Concili, sia nel consolidamento della struttura istituzionale ecclesiastica e del suo ordinato funzionamento, soprattutto con lÕaumentare del numero di chierici ed il loro trasferirsi dalle cittˆ verso le campagne, a distanze sempre maggiori dal Vescovo.

Il Concilio locale di Tarragona (anno 516) fiss˜ formalmente la ricorrenza annuale della giˆ tradizionale visita episcopale, ribadita poi da vari Concili ispanici fino al sec. VII, per quanto solo alle chiese (cfr. Can. 8), consolidando una prassi che venne Çgeneralizzata un poÕ dovunque, specialmente in Italia e in Francia sotto il pontificato di san Gregorio magnoÈ, divenendo in seguito oggetto anche di varie Decretali pontificie. Nel Decretum Gratiani la visita canonica � presente soprattutto in considerazione delle eccessive esazioni che i Vescovi pretendevano riscuotere in tali circostanze: fattore che prova la soliditˆ ed ampiezza della prassi, per quanto nullÕaltro sembri specificato a suo riguardo.

Dopo un ristagno nei secc. XIII-XV, la visita canonica fu definitivamente imposta e – finalmente – regolamentata giuridicamente dal Concilio di Trento, pi� come onere che come diritto dei Vescovi diocesani, divenendo espressione classica della riforma cattolica fino alla codificazione del 1917 che la recep“ (nella sola modalitˆ episcopale-diocesana) nei  Cann. 343-345; prospettiva confermata – e semplificata – nellÕattuale Codice canonico (cfr. Cann. 396-397).

Dal punto di vista dellÕevoluzione dellÕistituto giuridico, la corretta comprensione della visita canonica non pu˜ prescindere dal progressivo affermarsi del sistema beneficiale (di origine germanica) quale modalitˆ ordinaria di sostentamento del clero che introdusse, in Occidente, un elemento nuovo e, pi� ancora, nuove dinamiche relazionali tra Vescovi e chierici, non solo marcando in modo sempre pi� netto la reciproca separazione e distanza, ma pure assorbendo sia la struttura che le funzioni ecclesiali di governo allÕinterno di quelle feudali, trasformando radicalmente sia la figura del Vescovo che la sua funzione di vigilanza, come mostra anche lÕaffermarsi di una delle maggiori espressioni della concezione feudale del governo: lÕesenzione, attraverso cui i Papi sottrassero al controllo episcopale (che si esprimeva principalmente nella visita canonica) la maggior parte degli Istituti religiosi che nascevano dal XII sec. segnando cos“ il passaggio dalla condizione Òsui IurisÓ tipica dei Monasteri a quella Òpontificii IurisÓ dei maggiori Istituti religiosi.

Fu principalmente nei periodi di riforma della Chiesa, soprattutto a partire da quella gregoriana dellÕXI sec., che il Vescovo assunse una specifica funzione di controllo della vita del clero (simonia degli Uffici ecclesiastici e concubinato, prima di tutto) indirizzando la propria attenzione in modo specifico alle persone dei chierici, anche perchŽ molti dei Benefici annessi ad Uffici ecclesiastici e molti Uffici ecclesiastici stessi non dipendevano affatto dal Vescovo: il fenomeno diffusissimo delle c.d. chiese proprie e le varie Cappellanie laicali, oltre ai numerosissimi Monasteri, costituivano infatti veri Òambienti stagniÓ dal punto di vista istituzionale, nei quali i Vescovi non potevano ingerirsi praticamente il alcun modo.

Diversa era la vigilanza sulla vita del clero il quale, pur fuori dal legame giuridico dellÕIncardinazione – sostituita allora dal Titulus Ordinationis – non poteva prescindere da rapporti di fatto ÒcostitutiviÓ col Vescovo, il quale poteva sempre ricorrere allÕextrema ratio della Sospensione o anche solo dellÕInterdetto, che avrebbero impedito ai loro destinatari di poter svolgere lÕUfficio sacro o, almeno, una sua parte e, in tal modo, di goderne pure i ÒfruttiÓ (beneficiali), rischiando cos“ (almeno di fatto) anche la perdita dello stesso Ufficio in ragione della intervenuta impossibilitˆ di adempierlo a favore dei suoi ÒfinanziatoriÓ.

Anche dal punto di vista economico la reale possibilitˆ di vigilanza episcopale era piuttosto esigua, riducendosi quasi esclusivamente ai patrimoni beneficiali di diretta proprietˆ ecclesiastica (situazione piuttosto diffusa in Italia ma del tutto marginale nel resto dÕEuropa): gli unici sui quali i Vescovi potessero esercitare diritti e facoltˆ, anche se ratione dominii e non ratione Officii.

Fu, probabilmente, solo a partire dai Concili lateranensi del XIII sec. che la presa ormai totale del potere ecclesiastico sulla christianitas permise di esercitare pi� concretamente lÕepiskopŽ verso una triplice tipologia di attivitˆ: 1) quella pastorale (in relazione ai doveri derivanti dallÕUfficio ecclesiastico ricoperto, soprattutto per quanto riguarda i Sacramenti e la predicazione connessi alla c.d. cura dÕanime); 2) quella individuale (in relazione allo status personale, dei chierici soprattutto); 3) quella economica (in relazione ai beni espressione di pia volontˆ).

4. NATURA INQUISITORIA DEL DIRITTO CANONICO E VIGILANZA CANONICA

Tra gli elementi e fattori da non ignorare in materia di visite canoniche, merita una specifica attenzione il fatto che il sistema canonico si sia formato in larga parte su base pubblicistica (= inquisitoria) anzichŽ privatistica (= rivendicatoria), come dÕaltra parte ben corrisponde alla sua natura pi� profonda. In questa prospettiva occorre osservare che, mentre in ambito statuale la maggior parte delle Norme amministrativistiche sono derivate (per nomogenesi ordinaria) dal contenzioso tra cittadini e P.A., in ambito canonico invece la maggior parte delle Norme utilizzate poi in sede di ÒvisitaÓ sono sorte per espressa volontˆ politica, normalmente in sede conciliare: cos“ � stato di fatto per la maggior parte delle Norme c.d. disciplinari emanate dai Concili fin dallÕAntichitˆ; si pensi a quelle sulle Ordinazioni presbiterali ed episcopali giˆ del Concilio di Calcedonia (anno 451), si passi ai Concili lateranensi e si termini con Trento. La Norma canonica pre-codiciale – quindi: il Diritto canonico in sŽ –, dÕaltra parte, non � sostanzialmente ÒcostruttivaÓ (= strutturante) dellÕOrdinamento giuridico ma ÒtutoriaÓ (= funzionale): si ÒaggiungeÓ cio� alla vita ecclesiale per dare forma e misura a quanto giˆ viene realizzato allÕinterno della Comunitˆ cristiana. La Norma canonica infatti non ÒcreaÓ la Comunitˆ ecclesiale, come accade invece per le Costituzioni contemporanee di cui le Leggi sono formali esplicitazioni, ma le indica i criteri per la sua (auto-)legittimazione, data la volontarietˆ del permanere al suo interno.

In questa prospettiva, sebbene siano state soprattutto le eresie a polarizzare la maggior parte dellÕattivitˆ inquisitoriale (facendone addirittura unÕIstituzione autonoma), giˆ i Vescovi che accompagnavano i Missi dominici dallÕEtˆ carolingia sottoponevano ad esame, luogo per luogo, quasi ogni aspetto della vita individuale sia dei fedeli che, pi� ancora, dei chierici. Si collocano in questa prospettiva i due Libri delle Inquisizioni sinodali redatti da Reginone di Prums alla metˆ dellÕXI secolo.

Proprio in derivazione dalla natura inquisitoria dellÕOrdinamento canonico, occorre considerare come una parte significativa di Norme canoniche sia nata con unÕesplicita funzione e configurazione ad vigilandum (configurazione che continua a mantenersi): si tratta cio� di Norme che non hanno alcuna reale utilitˆ a livello di ÒstrutturazioneÓ dellÕOrdinamento come tale, nŽ giovano concretamente allÕattivitˆ ordinaria della Chiesa, ma costituiscono veri e propri ÒcateteriÓ o Òback-doorÓ che permettono allÕAutoritˆ di ÒintrodursiÓ a suo piacimento e discrezione in particolari situazioni operative (come lÕamministrazione dei Sacramenti o dei beni ecclesiastici) oppure esistenziali (come lo status delle persone appartenenti ad Ordines) con esplicite finalitˆ disciplinari e sanzionatorie. Gli esempi pi� palesi riguardano le Norme sui c.d. doveri e diritti dei chierici (Cann. 273-289) e dei Parroci (Cann. 528-530): siano esse positive (cio�: impongano) o negative (cio�: vietino) � di tutta evidenza la loro espressa finalizzazione ÒispettivaÓ con finalitˆ disciplinare. Ci sono cose che i chierici in genere ed i Parroci in specie devono fare o non possono fare: la cosa � tanto pi� evidente se si considerano e paragonano, da una parte, la puntigliositˆ di alcune prescrizioni di questo tipo e, dallÕaltra, la genericitˆ pressochŽ totale di molte altre di natura, di per sŽ, programmatica o strutturale.

Canonicamente, poi, merita attenzione il fatto che lÕattivitˆ di visita abbia pi� le caratteristiche di una posizione di principio che di un vero istituto tecnico-giuridico, come ben mostra il Can. 199, 7¡ del Codice latino vigente, secondo cui nessuno mai pu˜ – nŽ potrˆ – sottrarsi ad essa, nŽ si dˆ prescrizione a suo riguardo Çquasi che i fedeli non possono essere visitati da nessuna Autoritˆ ecclesiastica e non siano pi� soggetti ad alcuna AutoritˆÈ, dovendosi ritenere la visita come espressione peculiare e concretizzazione tipica del governo, da una parte, e dellÕobbedienza, dallÕaltra, menzionata nello stesso Canone come secondo ÒpoloÓ (pensando ad una batteria elettrica) o ÒfuocoÓ (pensando ad una ellisse) della stessa dinamica.

5. NON GERARCHICITË DELLA EPISKOPƒ ECCLESIALE

Soprattutto nel paragone diretto tra ispezioni civilistiche e visite canoniche ai nostri giorni occorre considerare un elemento caratteristico – e forse esclusivo – dellÕOrdinamento canonico, collocato a livello di struttura stessa della Chiesa: se si eccettuano infatti gli Istituti religiosi (che hanno spesso una rigida struttura gerarchica interna), nella Chiesa non esiste subordinazione gerarchica tra Enti, neppure ÒpubbliciÓ. La struttura gerarchica della Chiesa, infatti, riguarda le sole persone fisiche (dei chierici) e si articola per Uffici ecclesiastici affidati in modo personale/fiduciario e non comporta, almeno storicamente, rendicontazioni centralizzate ed organiche, come sarebbe per Amministratori periferici e parziali di un patrimonio unitario, comÕ� quello dello Stato moderno. DÕaltra parte il sistema beneficiale funzionava su base pressochŽ enfiteutica cosicchŽ una volta valido il Titolo di possesso del Beneficio (= Titulus Ordinationis, per i chierici), su cui spesso neppure il Vescovo aveva diritti, tutto il resto – eccettuata lÕalienazione e la distruzione del bene – ricadeva nella piena ed esclusiva competenza del beneficiario che si comportava da vero usufruttuario, senza che alcuno potesse intervenire se non per via espressamente penale (e quindi: civilistica).

La questione risalta tanto maggiormente per il fatto che nella Chiesa cattolica gli ÒEntiÓ, come oggi comunemente intesi, non esistevano fino al CIC del 1983. Le universitates personarum et bonorum avevano infatti la qualifica di Òpersone moraliÓ, capaci, cio�, di operare in modo paragonabile alle persone fisiche – esprimendo soprattutto volontˆ contrattuale – ma erano prive di una propria concreta ÒidentitˆÓ e responsabilitˆ, tanto da non poter neppure ÒdelinquereÓ (secondo il principio romanistico: societas delinquere non potest). Soprattutto non esisteva rapporto alcuno con la spazialitˆ territoriale in senso socio-politico: gli stessi concetti di Parrocchia e di Diocesi, infatti, non erano (e non sono) territoriali ma semplicemente ÒperimetraliÓ, designando soltanto i ÒfinesÓ entro i quali si esercita la Iurisdictio di Parroci e Vescovi: Iurisdictio che � (stata) sempre e solo sulle persone fisiche. La cosa si chiarisce ulteriormente se si considera che la parte immobiliare del Beneficium annesso ai singoli Officia, quale fonte di sostentamento dei loro titolari, poteva tranquillamente trovarsi fuori dei confini della Parrocchia o della Diocesi di riferimento, come accadde spesso dal Tardo Medioevo con le c.d. Commende assegnate ad ecclesiastici (o neppure tali) tuttÕaltro che residenti e, spesso, neppure esercitanti lÕUfficio ecclesiastico ad esse connesso (affidato di solito a chierici ÒstipendiatiÓ ad hoc).

Il sistema beneficiale, inoltre, funzionava in modo del tutto autonomo rispetto alle Autoritˆ ecclesiastiche locali le quali, nella maggior parte dei casi, potevano soltanto ÒverificareÓ la validitˆ e legittimitˆ dellÕacquisizione di un determinato Titulus/Officium, o porre condizioni per conseguirlo, senza per˜ poter interferire molto oltre. Erano, infatti, i singoli chierici che decidevano in modo autonomo di (provare ad) accedere a Tituli diversi da quello originariamente posseduto, come accadeva quando qualche Ufficio ecclesiastico (adeguatamente beneficiato – sic!) diventava vacante, per morte o per rinuncia del titolare. Soppresso il sistema beneficiale, la mobilitˆ del clero non � pi� spontanea ed autonoma ma oggi viene gestita in massima parte dallÕAutoritˆ ecclesiastica locale (= i Vescovi), senza che tuttavia sia cambiato praticamente nulla per quanto riguarda gli Enti canonici, i quali permangono ÒconnessiÓ per Legge quanto ad amministrazione e rappresentanza ad alcuni Uffici ecclesiastici (Parroci e Vescovi diocesani, in primis) ma non ÒorganizzatiÓ tra loro, tanto meno in modo gerarchico.

La differenza con lo Stato moderno � totale poichŽ tale Stato � prima di tutto un soggetto unitario dotato di supremazia il quale ÒpossiedeÓ e ÒgestisceÓ, ben prima dei singoli proprietari, lÕintero territorio di sua pertinenza, anche se ci˜ viene messo in opera attraverso Enti territoriali parziali e gerarchicamente suddivisi ed articolati: Regioni, Province, Comuni, Municipalitˆ, ecc. cui si aggiungono altri Enti funzionali esercitanti specifiche competenze, come quelle sanitarie o energetiche.

6. EPISKOPƒ E RENDICONTAZIONE

Conseguenza diretta della non gerarchicitˆ degli Enti canonici � anche, come giˆ anticipato, lÕassenza di una rendicontazione centralizzata ed organica: una episkopŽ strutturale, come accade invece per le Amministrazioni periferiche e parziali di un patrimonio unitario qual � quello dello Stato rispetto alle Pubbliche Amministrazioni.

In questo contesto la visita si configura (e cos“ � stato anche storicamente) come lÕunica possibilitˆ di esercitare lÕepiskopŽ allÕinterno di unÕorganizzazione eminentemente personale che non implica alcuna rendicontazione, data lÕindipendenza soprattutto economica tra Enti.

In questa prospettiva non si pu˜ trascurare un altro fattore: il sistema canonico non � cresciuto nŽ si � articolato per suddivisione gerarchica di unÕunica realtˆ ÒcomplessivaÓ (= la Chiesa universale); non si � trattato, cio�, di progressivo partizionamento e correlativa decentralizzazione, come lÕImpero Romano che fu diviso ora in Province, ora in Diocesi affidate a Prefetti, Governatori, ecc. Il sistema canonico, invece, � cresciuto in modo collaterale ampliando progressivamente le aree di attivitˆ e creando in esse nuovi ÒcentriÓ gestionali della vita ecclesiale in un sostanziale ÒparallelismoÓ perimetrale tra le diverse entitˆ istituzionali che ha moltiplicato le realtˆ (anche scorporandole e riducendone le dimensioni) ma non le ha ÒsuddiviseÓ al loro interno gerarchizzandole. é significativa in proposito lÕattivitˆ di santÕAgostino che divise la Diocesi, scorporandone una parte, affinchŽ il nuovo Vescovo potesse meglio provvedere alle problematiche dello scisma donatista maggiormente presente in quella parte di territorio. Il meccanismo � tuttÕora funzionante attraverso le Cappellanie, le quasi-Parrocchie, le Amministrazioni ed i Vicariati apostolici: tutti dispositivi istituzionali che – generalmente – accompagnano lÕinstaurarsi di nuove realtˆ ecclesiali che progressivamente diventeranno autonome ed indipendenti una volta raggiunta unÕadeguata consistenza e soliditˆ sia di persone che di funzioni che di risorse economiche. A quel punto, per˜, saranno pienamente autonome: parallele ed equivalenti alle altre giˆ esistenti, mentre non saranno autonomi i titolari degli Uffici ecclesiastici apicali loro preposti. Ci˜ a maggior ragione per le moltissime realtˆ ecclesiali (originariamente: chiese proprie, Cappellanie laicali, Collegiate, Monasteri, ecc.) che non abbiano ricevuto i propri beni per via ÒgerarchicaÓ ma per apporti extra-ecclesiastici (come fondazioni, ereditˆ, donazioni), profilando circostanze strutturali in cui non � riscontrabile alcuna ratio per la quale un non dominus, comÕera il Vescovo rispetto ai Benefici, potesse ingerirsi nella loro gestione anche solo esigendo formali rendiconti. A maggior ragione per il fatto che tutto il frutto beneficiale rivestiva le caratteristiche del bene privato, inaccessibile per qualunque Autoritˆ esterna.

Ulteriori due elementi differenziano in modo strutturale i presupposti della (non)rendicontazione canonica rispetto a quella civilistica: lÕaspetto tributario ed i servizi pubblici.

- Dal punto di vista tributario la struttura ecclesiale funziona in modo inverso a quella statuale: nello Stato, infatti, sono i cittadini che – in modo coattivo – versano allo Stato i Tributi e le Imposte, allÕinterno di un sistema di sostanziale centralizzazione della raccolta tributaria cui dovrebbe far seguito un ri-trasferimento di tali risorse verso i contribuenti stessi tramite i vari Enti pubblici, a partire da quelli c.d. locali (Comuni, in primis). Nella Chiesa, al contrario, non esiste alcun sistema tributario centrale capace di incidere immediatamente e coattivamente sulle persone dei singoli fedeli: sono invece le persone giuridiche pubbliche che hanno rapporti immediati coi fedeli (in particolare le Parrocchie) a versare Imposte e Tributi alle persone giuridiche pure pubbliche prive per˜ di rapporti immediati coi fedeli, quali sono le Diocesi, per quanto il Codice regolamenti questÕambito sempre in funzione del Vescovo diocesano e non dellÕEnte Diocesi.

         In tal modo nello Stato si assiste ad un costante trasferimento di denaro dal vertice (che lo ha raccolto autonomamente) alla base del sistema, entro le dinamiche di un rigido ÒcontrolloÓ di assegnazioni ed erogazioni delle somme in questione; dinamiche che impongono lÕesigenza strutturale della rendicontazione gerarchica e che in essa trovano uno dei loro maggiori strumenti operativi, come accade con lÕapprovazione dei Bilanci degli Enti pubblici ed il loro sindacato giudiziario da parte della Corte dei Conti (in Italia). Canonicamente, al contrario, i contributi dei fedeli alla Chiesa sono di origine volontaria ed attribuzione immediata, mentre il sistema tributario canonico non fa altro che imporre agli Enti soggetti a vigilanza economica (come sono le Parrocchie e altre persone giuridiche pubbliche – cfr. Can. 1263) il trasferimento di una modesta percentuale (max 5%) allÕEnte presieduto da chi esercita tale vigilanza (= la Diocesi, presieduta dal Vescovo diocesano). Nessuna norma tributaria, poi, impone alcunchŽ alle Diocesi nei confronti della Santa Sede alla quale, semplicemente, i Vescovi (non le Diocesi – sic) inviano contributi volontari in base alle disponibilitˆ di ciascuna Diocesi (cfr. Can. 1271).

- Strettamente connesso allÕaspetto tributario risulta, almeno negli Stati c.d. sociali o del benessere (welfare), lÕaspetto dei c.d. servizi pubblici che lo Stato eroga ai cittadini (e anche non tali) soprattutto in ragione della raccolta tributaria giˆ effettuata presso larga parte degli stessi. In tale contesto buona parte delle somme che lo Stato trasferisce agli Enti pubblici (Enti locali o Aziende pubbliche) non � destinata soltanto alla loro esistenza e funzionalitˆ di base (a presidio del territorio o di specifiche funzioni statali) ma, piuttosto, allÕerogazione da parte loro di veri e propri servizi pubblici, spesso al pari di quelli che anche lÕattivitˆ dÕimpresa pu˜ erogare come prestazione contrattuale (privata): comÕ� per la sanitˆ, la scuola, la previdenza, i trasporti, ecc. Anche in questÕambito la rendicontazione degli Enti pubblici civili ed il suo controllo risultano strutturali.

         La dinamica � completamente diversa a livello ecclesiale poichŽ nella Comunitˆ cristiana non esistono Òservizi pubbliciÓ ma semplici referenti istituzionali di specifiche attivitˆ che, di per sŽ, sono proprie dei fedeli come tali. LÕesempio maggiormente significativo � quello dei Sacramenti: sono i fedeli come tali, infatti, i principali ÒattoriÓ della dinamica ed attivitˆ sacramentale; la cosa � palese se si eccettua la santa Messa che, per motivi funzionali viene celebrata in modo ÒprogrammatoÓ: tutti gli altri Sacramenti dipendono invece dalla richiesta dei fedeli al ministro che ne abbia la referenza territoriale (in base al domicilio parrocchiale o diocesano – cfr. Can. 102), a partire dal Parroco. Che non si tratti di servizi ÒoffertiÓ ai fedeli ma di richiesta da parte loro � palese, soprattutto in ragione della corrispondenza pressochŽ immediata tra frequentazione/richiesta e celebrazione. In questo contesto, eventuali Relazioni sullÕattivitˆ pastorale ed altri strumenti di valutazione operativa non hanno le caratteristiche tecniche della rendicontazione propriamente detta.

 

La questione risulta oggi del tutto aperta in ambito canonico poichŽ, se � pur vero che il Can. 1287 stabilisce per gli Amministratori di beni ecclesiastici il dovere di presentare ogni anno il rendiconto allÕOrdinario del luogo, tale obbligo, tuttavia, riguarda soltanto le persone fisiche degli Amministratori e non le persone giuridiche come tali, mantenendo nella pi� assoluta aleatorietˆ lÕintera materiaÉ suscettibile – al massimo – di improbabili interventi disciplinari ad personam (sugli Amministratori, non sugli Enti). Nulla esiste poi, a livello codiciale, a riguardo delle funzioni di amministratore proprie dei Vescovi diocesani i quali, come ben evidenziano alcuni fatti di cronaca, sfuggono ad ogni tipologia di rendicontazione e di controllo ordinario in campo economicoÉ non avendo essi alcun Superiore propriamente detto al di fuori del romano Pontefice e del Concilio ecumenico.

7. TIPOLOGIE DI VISITE CANONICHE

Quanto sin qui illustrato, evidenzia come in ambito canonico non risulti appropriato parlare di ÒvisiteÓ tout-court, come se si trattasse di realtˆ omogenee ed unitarie, poichŽ occorre distinguere tra le visite canoniche propriamente dette – che il Codice di Diritto canonico non regolamenta affatto – e la visita c.d. pastorale che, invece, lo stesso Codice impone al Vescovo diocesano annualmente (o almeno ogni quinquennio – cfr. Can. 396).

7.1 visita pastorale episcopale

La visita pastorale � unÕattivitˆ ordinaria e ripetitiva – ciclica – indirizzata soprattutto alle Comunitˆ cristiane come tali (= le persone fisiche), Parrocchie prima di tutto, al fine di manifestare e rinsaldare i legami di conoscenza e fiducia tra il Vescovo, in quanto Pastore, ed il popolo cristiano affidato, seppure indirettamente, alle sue cure. In una certa continuitˆ intenzionale coi prodromi antiereticali del Tardo Medioevo e post-tridentini, indirizzati essenzialmente al ÒcontrolloÓ (sia individuale che sociale) della concreta vita dei battezzati, si tratta di una visita ad ampio spettro, costellata di celebrazioni ed incontri, soprattutto conoscitivi, finalizzata prima di tutto alla conoscenza di luoghi e persone, oltre che delle loro specifiche attivitˆ cultuali, formative, assistenziali: da qui la sua qualificazione come ÒpastoraleÓ, insieme alla sua diretta competenza episcopale. Pur potendo contenere – e contenendo di fatto – un certo numero anche di ÒcontrolliÓ spesso solo formali, soprattutto dei c.d. Registri parrocchiali (Battesimi e Matrimoni, prima di tutto) e dellÕamministrazione economica parrocchiale, la sua informalitˆ per un verso e pubblicitˆ per lÕaltro ne fanno prima di tutto un evento relazionale indirizzato alla costruzione e consolidamento delle dinamiche ecclesiali, con una prevalente propensione politica e strategica in vista del futuro, piuttosto che in chiave propriamente ispettiva e disciplinare.

In alcune Diocesi italiane, soprattutto laddove sia stato costituito un apposito ÒUfficio amministrativoÓ (struttura extra-codiciale) a servizio delle Parrocchie ed Enti ecclesiastici cattolici, il suo Responsabile – insieme a personale tecnico – viene facilmente nominato co-Visitatore del Vescovo con mandato/delega per vere ispezioni contabili ed amministrative da svolgersi in connessione allÕattivitˆ pi� espressamente pastorale svolta personalmente dal Vescovo.

Ne sono oggetto specifico: 1) i Bilanci dellÕEnte, 2) la contrattualistica (per lÕutilizzo da parte di terzi di immobili parrocchiali), 3) gli espletamenti tributari, 4) le posizioni e la gestione di eventuale personale dipendente (classica � la verifica della reale esistenza e consistenza finanziaria di un ÒFondo TFRÓ), 5) le Autorizzazioni amministrative e sanitarie per lÕesercizio di specifiche attivitˆ diverse dal culto (circoli, palestre, cinemaÉ), 6) lo stato di manutenzione dei fabbricati, 7) le loro coperture assicurative, 8) lÕesistenza e gestione di Enti strumentali o connessi allÕattivitˆ parrocchiale (Soc. polisportive, Circoli ricreativi, Soc. cooperative, ecc.), 9) le pie volontˆ affidate allÕEnte, insieme a quanto, di volta in volta, potrebbe essere causa di prevedibili danni a persone o cose, oppure sanzioni da parte della Pubblica Amministrazione civile.

In queste occasioni viene anche posta speciale attenzione alle attivitˆ di costruzione, consolidamento o restauro dei fabbricati, soprattutto se vincolati dal punto di vista artistico ed architettonico, esigendosi – ordinariamente – lÕesame sia delle Autorizzazioni, sia della contrattualistica, che dei pagamenti e dei successivi – necessari – collaudi e Certificati di agibilitˆ. Anche lÕesistenza di Mutui a copertura dei costi sostenuti per tali opere viene analizzata per constatare la regolaritˆ dei pagamenti nonchŽ, se del caso, la valutazione di eventuali alternative contrattuali meno onerose (= ristrutturazioni del debito).

Al tradizionale ambito contabile e giuridico-amministrativo si � ormai affiancato in modo strutturale – in Italia – quello Òartistico-culturaleÓ, affidato spesso alla competenza dellÕUfficio diocesano per i beni artistici e culturali della Chiesa (nella funzione di co-Visitatore), affinchŽ verifichi lo stato e lÕaggiornamento dellÕinventariazione dei beni artistici delle Parrocchie (intrapreso sotto lÕegida della C.E.I. ancora alla fine del secolo scorso), e a – breve – anche dei beni archivistici.

Eventuali rilievi negativi che immancabilmente dovessero emergere sia in relazione alle attivitˆ istituzionali della Parrocchia (= Culto, catechesi, caritˆ), sia – maggioritariamente – nellÕutilizzo delle risorse disponibili (= strutture e beni), oppure a riguardo di qualche peculiare attivitˆ svolta (= scuole, ospizi, cinemaÉ), vengono ordinariamente indirizzati verso la ricerca e sperimentazione di soluzioni comunque migliorative, spesso attraverso un attivo rapporto con le strutture ed Istituzioni diocesane preposte al coordinamento delle varie materie ed attivitˆ (= Ufficio amministrativo, Ufficio per i beni artistici, Caritas, Centri di servizi, ecc.). é questa la linea che in ambito civile viene facilmente ricondotta alla compliance, come consapevolezza condivisa ed impegno comune in vista di una maggior efficacia operativa.

7.2 visite canoniche amministrative

Dalla visita pastorale (ordinaria e ripetitiva), generalmente non problematica, si differenziano in modo netto le visite propriamente amministrative, di natura maggiormente tecnica e puntuale che – in modo straordinario e, si spera, non ripetitivo – possono riguardare particolari situazioni o circostanze della vita di singoli o di Istituzioni che, invece, risultino presentare problemi di disciplina, per quanto riguarda le persone, o di gestione, in riferimento a beni ed attivitˆ.

In questÕottica la tradizione canonica ha distinto tre sostanziali tipologie di visita in relazione alle loro finalitˆ: 1) quella informativa, diretta ad elaborare una semplice Relazione finale; 2) quella correttiva, diretta a verificare e perseguire la denuncia di abusi circa la disciplina ecclesiastica; 3) quella riformativa, finalizzata ad intervenire concretamente sulle condotte dei fedeli e loro attivitˆ. Al di lˆ della loro tipologia identificativa, dal punto di vista operativo, ordinariamente, le visite canoniche sÕindirizzano: 1) alle persone, o 2) alle cose, oppure 3) agli Enti, assumendo configurazioni molto diverse tra loro proprio in ragione della diversa natura dei loro destinatari, indipendentemente da chi le abbia intraprese o ÒcommissionateÓ (= lÕOrdinario proprio o del luogo o la Santa Sede).

In casi del tutto particolari, soprattutto la Santa Sede, pu˜ inviare Visitatori presso qualunque Comunitˆ o soggetto ecclesiale, come accadde – p.es. – nellÕanno 2010 per le Diocesi, Seminari e Case religiose irlandesi in seguito ai gravissimi episodi di pedofilia riscontrati in quelle Chiese.

- La visita alle persone si configura essenzialmente come incontro e dialogo con singole persone in vista sia della raccolta di ÒpareriÓ e ÒvalutazioniÓ, sia di ÒinformazioniÓ e ÒtestimonianzeÓ utili a delineare in modo fondato e compiuto situazioni spesso presentate ad extra come problematiche, soprattutto in riferimento alle modalitˆ (= lo stile) di governo di Circoscrizioni ecclesiastiche o Istituti di vita consacrata (et similia). Lo strumento pu˜ essere utilizzato anche per le Associazioni (pubbliche) quando, p.es., sia necessario verificare idee, convinzioni o dichiarazioni, connesse allÕattivitˆ associativa, soprattutto in riferimento allÕoperato degli Organi decisionali. Anche attivitˆ pastorali o assistenziali affidate a chierici oppure opere formalmente ÒcattolicheÓ (cfr. Cann. 216; 300) potrebbero richiedere approfondimenti, soprattutto quando siano implicate dinamiche etiche o economiche.

- La visita alle cose si configura come una vera e propria ÒispezioneÓ effettuata attraverso lÕaccesso diretto a immobili (in prevalenza fabbricati) o attivitˆ (ospedaliera, assistenziale, formativa, scolastica, sportiva, ecc.) in essi svolte da parte del soggetto ÒvisitatoÓ. LÕispezione ha come fine specifico quello di portare a conoscenza dellÕAutoritˆ – attraverso opportuno rendiconto o Verbale della visita – le reali condizioni di agibilitˆ, manutenzione, funzionalitˆ, sicurezza o pericolo, predisposizione o funzionalitˆ, ecc. riguardanti le ÒcoseÓ oppure le ÒattivitˆÓ in oggetto. Scuole, cliniche, ospizi, ma anche chiese, oratori, biblioteche ed in generale tutto ci˜ a cui abbiano accesso le persone, sia in modo pubblico (come le chiese) che in ragione di particolari rapporti (come scuole e cliniche) possono essere oggetto di visita da parte della competente Autoritˆ che intenda accertarsi della piena legittimitˆ e regolaritˆ (sia confessionale che legale) di quanto viene realizzato in nome della Chiesa, oppure essa stessa abbia commissionato a terzi nella sua realizzazione (p.es. attraverso Convenzioni), come potrebbe darsi per una Cooperativa che collabori con la Caritas diocesana per gestire servizi di mensa, dormitorio, ambulatorio, ecc.

- La visita agli Enti si configura come un ÒmistoÓ tra le tipologie precedenti poichŽ comporta sia lÕincontro e dialogo con le persone ÒcoinvolteÓ, sia lÕaccesso ad attivitˆ, immobili e quantÕaltro in qualche modo riconducibili allÕEnte ed alla sua operativitˆ. Spesso la visita ad un Ente ha come proprio focus lÕambito pi� propriamente ÒgiuridicoÓ, espresso sia attraverso [a] la ÒcontabilitˆÓ dellÕEnte, sia [b] la contrattualistica che lo vede coinvolto, sia [c] la documentazione giuridica istituzionale (Verbali in primis), da cui sia possibile riscontrare o anche solo rinvenire eventuali malfunzionamenti o abusi che ricadano in danno dellÕEnte stesso o di qualche suo avente causa o interesse, con danno per la Chiesa, sia a livello dÕimmagine che economico. In tali circostanze spesso sono i fatti di cronaca (p.es.: un arresto di persona o un sequestro di materiali), oppure interventi amministrativi (come la chiusura di unÕattivitˆ o la sospensione dellÕerogazione di un servizio) o anche contenziosi con le Autoritˆ ecclesiali di governo (come un Ricorso gerarchico indirizzato alla Curia Romana), a sollecitare un tal genere dÕinterventi.

La strutturale assenza di Norme in qualche modo ÒgeneraliÓ per lÕespletamento delle visite amministrative fa s“ che, [a] in base al tipo di loro ÒinnescoÓ, [b] in base alla materia e [c] a seconda dellÕAutoritˆ committente, chi ne riceva lÕincarico debba poter realizzare tutte le attivitˆ che meglio permettano di giungere alla piena e – soprattutto – veritiera delineazione delle situazioni, circostanze e dinamiche sulle quali sia necessario far chiarezza ed acquisire gli elementi, almeno sufficienti, per adottare gli eventuali Provvedimenti di governo esecutivo necessari alla soluzione definitiva della vicenda (v. infra). Non di meno: la natura espressamente ispettiva (= inquisitoria) di tali visite conferisce la libertˆ pi� completa nella loro realizzazione, dovendosi comunque porre attenzione sia alla liceitˆ che alla legittimitˆ dellÕoperare, tanto in riferimento/dipendenza dal Diritto universale (Codici in primis) che da quello c.d. naturale, soprattutto per ci˜ che riguarda la dignitˆ e libertˆ (di coscienza) delle persone coinvolte. I Provvedimenti, i Procedimenti e le Procedure da adottarsi potranno essere, salvo diversa espressa disposizione dellÕAutoritˆ committente, gli stessi ordinariamente a disposizione del governo esecutivo (v. infra). La lunga attivitˆ ispettiva esercitata dalla Curia Romana attraverso i secoli fa s“ che molti Dicasteri, soprattutto quelli pi� radicati storicamente, possiedano se non vere Normative interne, almeno consolidati schemi di prassi per la realizzazione delle visite di loro specifica competenza.

Tra le visite canoniche di carattere informativo occupano un peculiare rilievo quelle rivolte alla verifica delle reali condizioni in cui versano specifiche Comunitˆ cristiane in situazioni che, pur ormai stabilizzate, devono tuttavia essere considerate straordinarie, come accade, p.es., per i fedeli ÒorientaliÓ residenti allÕinterno dei territori ÒlatiniÓ a seguito di emigrazione. é prassi consolidata lÕinvio alle Comunitˆ della diaspora (soprattutto in Europa ed America) di Visitatori da parte delle Eparchie orientali di provenienza per verificare la loro reale situazione pastorale e lÕeventuale necessitˆ sia [a] dÕinviare Pastori propri per la loro cura pastorale, sia [b] di provvedere alla creazione di vere Parrocchie (ancora dipendenti dalla locale Gerarchia latina) o anche [c] di istituire vere Delegazioni o Vicariati direttamente dipendenti dalle Eparchie orientali dÕorigine.

A soli fini di completezza di questa, pur generalissima, illustrazione tipologica, non si pu˜ trascurare una visita canonica a suo modo ÒspecialeÓ: quella regolarmente effettuata ai Seminari da parte della preposta Congregazione romana (prima Congregazione per lÕEducazione cattolica e i Seminari, oggi Congregazione per il Clero). Ciclicamente infatti la Santa Sede designa dei Vescovi come Visitatori con lo specifico compito di visitare tutti i Seminari di una determinata Conferenza episcopale con lÕobbiettivo di verificare non solo che nei vari Seminari la formazione avvenga secondo le Norme stabilite, ma pure si intraprendano tutti gli sforzi necessari ad una sempre maggior efficacia dei percorsi di discernimento vocazionale e di formazione intellettuale, umana e spirituale dei candidati allÕOrdine sacro.

8. SVOLGIMENTO DELLA VISITA CANONICA

Dal punto di vista operativo la visita canonica propriamente detta (o amministrativa) si presenta come unÕattivitˆ pubblica ed ufficiale di carattere espressamente ispettivo, svolta dallÕAutoritˆ o per suo espresso mandato o delega, essenzialmente indirizzata a raccogliere elementi, prima di tutto (e per quanto possibile) documentali (o almeno testimoniali), attraverso i quali sia possibile esercitare le funzioni pi� proprie della ÒvigilanzaÓ caratteristica delle Autoritˆ ecclesiali, secondo giurisdizione e materia. Su tali elementi si fonderanno successivamente le decisioni che eventualmente risulterˆ necessario assumere, conferendo loro piena legittimitˆ sostanziale e formale in applicazione del Can. 50 CIC che regolamenta la materia provvedimentale. La portata – di per sŽ – inopinabile della documentazione cos“ acquisita permetterˆ anche allÕAutoritˆ di governo di mantenere la propria posizione contro eventuali Remonstrationes (cfr. Can. 1734) e successivi Ricorsi gerarchici (cfr. Can. 1737), fino alla Causa giudiziale contro un Dicastero della Curia Romana presso il Supremo Tribunale della Segnatura apostolica.

Si � giˆ posto in evidenza come la visita canonica sia concepita nella Chiesa come lo strumento principale per esercitare concretamente il governo: ogni fedele ed ogni espressione ecclesiale �, di per sŽ, soggetto in linea di principio alla visita dellÕAutoritˆ ecclesiastica. é questo uno dei corollari dellÕaffermazione circa la ÒimmediatezzaÓ della potestˆ di governo sia del Vescovo diocesano (cfr. Cann. 333 ¤1; 381 ¤1) che del romano Pontefice (cfr. Can. 331: Çpotestˆ che pu˜ sempre esercitare liberamenteÈ), corroborata dallÕespressa negazione codiciale della possibilitˆ di non ricevere visita alcuna (cfr. Can. 199, 7¡). DÕaltra parte: allÕinterno di un Ordinamento giuridico privo di vero imperium, in quanto non esiste alcuna – possibile – coercibilitˆ attiva, solo la visita permette allÕAutoritˆ di governo di prendere effettivamente atto, formalizzare, ed eventualmente rendere pubbliche, situazioni e circostanze – legittimanti oppure de-legittimanti –, sia di persone che di cose, oppure situazioni o circostanze, al fine di urgere lÕosservanza (cfr. Cann. 54; 392; 678) di quanto la Chiesa ha riconosciuto e stabilito essere – almeno temporaneamente – pi� utile o vantaggioso ad unÕautentica vita di fede dei credenti in Cristo. Proprio la formula tecnica Òurgere lÕosservanzaÓ esprime appieno la reale condizione suaccennata: nella Chiesa infatti, a differenza che nello Stato, non � possibile ÒimporreÓ alcunchŽ ad alcuno: soltanto si pu˜ – e si deve – ÒurgereÓ che ciascun soggetto ecclesiale (persona o Istituzione o Ente) operi mantenendosi entro il limiti indicati dallÕOrdinamento affinchŽ vengano conservate la vera fede e la comunione (cfr. Can. 209).

NellÕimpossibilitˆ – anche espressamente sistematica – dÕillustrare lÕintera panoramica delle visite canoniche teoricamente (e storicamente) ÒpossibiliÓ, si ritiene sufficiente in questa sede offrire alcune indicazioni funzionali a loro riguardo.

- In primo luogo � necessario individuare con precisione quale sia la competente Autoritˆ di governo esecutivo (o amministrativo, che dir si voglia) legittimata allo svolgimento, diretto o indiretto, della visita di cui si ravvisi la necessitˆ o, almeno, lÕutilitˆ. LÕoperare di un soggetto privo di appropriata competenza giuridica, infatti, porterebbe inevitabilmente a configurarsi come ingerenza non solo illegittima (diversa, cio�, dalla Legge) ma spesso anche illecita (= contraria alla Legge), che violerebbe non solo il Diritto come tale ma anche, e pi� puntualmente, i diritti di persone o Istituzioni, non senza grave danno sia per gli interessati che per lÕintero Ordinamento. La questione si pone per tutti i Superiori e le Autoritˆ ecclesiastiche al di sotto del romano Pontefice, fatta eccezione per i Dicasteri della Curia Romana che operano ex Lege (cfr. PB 8) con potestˆ vicaria ordinaria del romano Pontefice (cfr. Can. 331): ci˜ che legittima praticamente in ogni circostanza e verso chiunque lÕinvio del c.d. Visitatore apostolico.

- Per quanto riguarda il Visitatore, � necessario che egli venga individuato in base allÕattivitˆ che devÕessere effettivamente svolta: attivitˆ spesso delegabile, almeno parzialmente, anche se alle volte devÕessere svolta da persone dotate di specifiche competenze tecniche (giuridiche o contabili). Le sole competenze tecniche, tuttavia, spesso non sono sufficienti poichŽ occorre che il Visitatore sia dotato pure di adeguata potestˆ di governo, soprattutto nelle visite c.d. correttive o riformative nelle quali si profili come probabile la necessitˆ di emanare veri Provvedimenti giˆ durante lÕattivitˆ ispettiva (v. supra).

         La potestˆ conferita al Visitatore riveste unÕimportanza decisiva poichŽ egli devÕessere dotato non solo di espresso Òpotere ispettivoÓ (o investigativo, nel caso delle persone), che si concretizza nella possibilitˆ di principio di vedere qualunque documento o ÒcosaÓ egli ritenga utile (cos“ come anche di ÒchiedereÓ a chiunque ci˜ che ritiene pi� opportuno), ma anche di espresso potere dispositivo, in ragione del quale emettere eventuali Precetti attraverso cui esigere la consegna di materiali o la ÒcomparizioneÓ di persone, pur senza poter ÒdisporreÓ circa le persone come tali, delle quali – comunque – non � un ÒsuperioreÓ (come accadrebbe, invece, per un Commissario). La gravitˆ delle situazioni potrebbe richiedere anche lÕemanazione di Provvedimenti non individuali (= Decreti anzichŽ Precetti) ad immediata esecutivitˆ coi quali, p.es., impedire lÕaccesso a determinati beni, documenti, luoghi, o il trasferimento o sequestro di qualche cosa o la sospensione di qualche attivitˆ.

- La visita canonica amministrativa, poichŽ attivitˆ pubblica ed ufficiale ma – soprattutto – straordinaria, deve iniziare con un formale Decreto di indizione, prontamente notificato al suo destinatario affinchŽ, prima di tutto, prenda atto della concreta situazione in cui versa dal punto di vista istituzionale; il Decreto di indizione, poi, ha lo scopo di far s“ che il visitando si disponga in modo adeguato allÕaccoglienza dei Visitatori e ad una efficace collaborazione. Senza tale comunicazione iniziale i Visitatori, nello svolgere la loro attivitˆ, risulterebbero a tutti gli effetti degli intrusi ai quali, doverosamente, occorrerebbe opporsi – anche formalmente – per tutelare lÕintegritˆ di persone e cose, a norma di Diritto.

- La visita canonica si conclude con un Verbale o Relazione da presentare allÕAutoritˆ che ha indetto la visita stessa, pur affidandola ad altri in ragione, spesso, della sua complessitˆ. Acquisite le informazioni derivanti dalla visita canonica, lÕAutoritˆ potrˆ disporre con cognizione di causa eventuali ÒinterventiÓ che riterrˆ necessari per ÒrisanareÓ, se del caso, la situazione in oggetto e dare, comunque, indicazioni utili per il futuro.

         Pur in assenza di specifiche disposizioni normative in merito, � dÕuso consolidato – ma risponde anche ad effettiva utilitˆ e necessitˆ giuridica – che il termine della visita sia sancito da una qualche formalitˆ con cui si ÒnotificaÓ allÕinteressato lÕesito della visita stessa. Si tratta, solitamente, di una ÒletteraÓ o, nei casi pi� impegnativi, di un vero e proprio ÒDecretum visitationisÓ (o Òde visitationeÓ) in cui lÕAutoritˆ vigilante pu˜ (o deve) prima di tutto indicare elementi, fatti, circostanze ed altro che, a suo giudizio, risultino pi� o meno problematici; in secondo luogo la stessa Autoritˆ potrebbe anche disporre una serie di condotte (attive od omissive) da porsi in atto per rimediare ai problemi segnalati. Esemplificativamente si pu˜ ricordare che la recente – pluriennale – visita apostolica agli Istituti di Vita Consacrata delle Religiose negli Stati Uniti dÕAmerica (terminata nellÕanno 2014) si � conclusa con un ÒRapporto finaleÓ presentato addirittura nella Sala Stampa vaticana: Çun documento articolato in 12 capitoli, frutto di un lavoro lungo 3 anni – dal 2009 al 2012 – che ha coinvolto 341 Istituti religiosi femminili e che, � stato affermato in Sala Stampa, conclude Òuna visita apostolica senza precedentiÓÈ, il cui esito � risultato largamente favorevole alle visitate.

- Le conseguenze di una visita canonica possono risultare le pi� svariate, potendosi porre sia a livello pastorale, che disciplinare, che penale. Sono conseguenze pastorali quelle indirizzate sostanzialmente a valorizzare gli aspetti positivi riscontrati e a sollecitarne un consolidamento, nellÕottica della compliance. Sono conseguenze disciplinari quelle indirizzate a realizzare un nuovo assetto funzionale (per cose, attivitˆ o Enti) oppure, per le persone, confermare ruoli, funzioni o Uffici ecclesiastici, oppure allontanare da essi attraverso Provvedimento esecutivo, normalmente: cessazione nel ruolo/Ufficio per il quale non si risulti (pi�) idonei, oppure trasferimento ad altro ruolo/Ufficio pi� adeguato, quando non si debba – invece – ricorrere alla formale rimozione (di portata disciplinare). Nelle ipotesi maggiormente problematiche, soprattutto a causa della portata delittuosa delle condotte esaminate o emerse attraverso la visita, il ÒrisultatoÓ potrebbe legittimamente preludere ad un intervento penale (giudiziale o amministrativo) poichŽ lÕAutoritˆ committente potrebbe consegnare al Promotore di Giustizia i dati appurati dai Visitatori utilizzandoli quali sostanziale Òinvestigatio pr¾viaÓ necessaria per disporre lÕinizio di un Procedimento di natura penale, secondo il dettato del Can. 1717 che la impone solo Ça meno che questa Investigazione non sembri assolutamente superfluaÈ, come avviene in caso di visita canonica.

- Contro il Decretum de Visitatione, come contro ogni altro Provvedimento esecutivo (cfr. Can. 1732), � data possibilitˆ di resistenza od opposizione attraverso gli ordinari strumenti previsti dal CIC: Remonstratio ed eventuale Ricorso gerarchico. Tale attivitˆ � possibile, di principio, non solo contro lÕimposizione autoritativa di specifiche condotte ma anche contro la stessa formulazione del Decreto, nel caso contenesse affermazioni non veritiere (o non sufficientemente circostanziate) oppure valutazioni non adeguatamente fondate o lesive di – altri – diritti del soggetto visitato, di per sŽ estranei allÕambito in questione. Non si pu˜ infatti ignorare come un tale Documento, dato e valevole in foro esterno, col suo rimanere Òagli AttiÓ della visita intrapresa possa influenzare negativamente il futuro di persone, attivitˆ ed Istituzioni ledendone in modo illecito la Òbuona famaÓ e la ÒintimitˆÓ (cfr. Can. 220).

Al termine di questa carrellata, pi� di inquadramento sostanziale che di descrizione sistematica delle visite canoniche, non risulta agevole, nŽ probabilmente possibile, trarre vere conclusioni. Semplicemente occorre prendere atto che la lunga tradizione normativa e lÕaltrettanto longeva prassi, soprattutto pontificia, hanno finito per cristallizzare la materia entro confini tanto specifici quanto marginali allÕinterno dellÕOrdinamento canonico, mantenendola quale tipico ambito di Diritto consuetudinario: applicabile di principio, per quanto in modalitˆ del tutto a-formali, come ben si addice ad un Ordinamento giuridico che solo formalmente ha assunto caratteristiche ÒcodicialiÓ.


in: M. DE BENEDETTO (cur.), Vesite canoniche e ispezioni. Un confronto, Torino, 2019, 75-98