Il tema ÒEpiscopato ed Episcopati: Chiese ed ecclesialitˆÓ intende porre in evidenza un problema concreto col quale il giurista ecclesiale si trova spesso a fare i propri conti: ÒpropriÓ perchŽ riferiti a questioni normalmente non rilevate da altri operatori ecclesiali se non attraverso qualche ÔdisagioÕ (spesso del tutto contingente) che non raggiunge quasi mai lÕintensitˆ del ÒproblemaÓ al quale dare soluzioni o, almeno, sul quale attivare adeguate ricerche. Canonisticamente, in effetti, il tema mostra uno spessore sempre meno trascurabile soprattutto in questi anni nei quali riforme (effettuate) e riformabilitˆ (possibili) finiscono per coinvolgere sempre maggiormente i Vescovi, sebbene a titoli spesso molto diversi e non sempre prontamente individuabili, nŽ evidentemente intrinseci.
Tra gli scolia che si stagliano allÕorizzonte cresce la visibilitˆ di un vero iceberg: il rapporto tra Vescovi e Chiese, sia individualmente (= Vescovi diocesani ↔ Chiese particolari) che pluralmente (= Vescovi – diocesani e no – ↔ raggruppamenti di Chiese ↔ Chiesa universa), in un dinamismo che, almeno di fatto, sembra trovare oggi nella c.d. sinodalitˆ – comunque intesa/invocata – un catalizzatore di estrema efficacia, sebbene spesso solo formale, oltre che a rischio di nuove derive ideologiche, come accadde per la communio in relazione al Vaticano II. Si rischia infatti di tessere una tela su un ordito troppo debole per supportarla, vista lÕesiguitˆ sostanziale degli elementi sui quali si regge.
Lungi dalla velleitˆ di offrire qui un nuovo studio sulla tematica, si procederˆ invece a proporre un nuovo approccio alla tematica stessa, convinti che un opportuno cambio di orizzonte, per dirla con Bernard Lonergan, possa rendere pi� efficace la ricerca. Sono infatti le domande a ÔpreparareÕ la qualitˆ delle possibili risposte; se queste, infatti, possono risultare false (anzichŽ vere), le domande, invece, possono essere (anche radicalmente) sbagliate o inutili. é questa, dÕaltra parte, la funzione peculiare degli strumenti preparatori alle attivitˆ di ricerca: sollecitare, interrogareÉ fondatamente.
1. Il problema di fondo
Assistiamo in questi anni a un evidente scivolamento sia del linguaggio ecclesiale (ecclesiastico e magisteriale), sia di un certo numero di concettualizzazioni, dallÕambito della collegialitˆ episcopale (fortemente ancorata al Vaticano II) a quello della sinodalitˆ ecclesiale (maggiormente legato allÕattuale vocabolario pontificio): una tendenza palese anche nella recente Costituzione apostolica ÒEpiscopalis CommunioÓ proprio sul Sinodo dei Vescovi, la quale coinvolge in modo ricorrente non solo Òla ChiesaÓ come tali (alla quale ben si riferisce lÕEpiscopato in quanto status sacramentale, nellÕottica della collegialitˆ) ma pure Òle ChieseÓ particolari ÒsignificateÓ dai loro Vescovi e strutturalmente coinvolte nella nuova ÒfaseÓ iniziale del Sinodo che la Costituzione apostolica denomina ÒconsultazioneÓ (cfr. Artt. 6-7).
Di fatto: la rinnovata ed accresciuta attivitˆ sinodale della Chiesa universa, intensificata nei ritmi e capillarizzata a livello ecclesiale generale nel pontificato in corso, evidenzia una prassi non immediatamente deducibile dalle affermazioni del Vaticano II in tema di Episcopato e di Chiese particolari. Nondimeno il forte depotenziamento – di fatto e di Diritto – delle tradizionali strutture e funzionalitˆ coinvolgenti le Chiese particolari a livello sovradiocesano (Metropolie e Concili particolari, prima di tutto) a favore di una crescente attivitˆ espressamente episcopale (= Vescovi titolari, Conferenze di Vescovi, Sinodo dei Vescovi) fa risaltare prassi fortemente indirizzate, mostrando come ormai i rapporti [1] tra Vescovi e Chiese particolari, [2] tra Episcopato e Chiesa universa, esigano consapevolezze, fondamenti – e probabili istituti giuridici – che le dottrine e prassi post-conciliari impostate prevalentemente in termini di sola ÒcollegialitˆÓ non offrono ancora in modo soddisfacente, nŽ un eventuale viraggio in termini di ÒsinodalitˆÓ pare capace di compensare.
In questo contesto i presenti spunti di riflessione non sono diretti al Vescovo come tale nŽ alla delineazione della sua figura in sŽ e per sŽ, ma soltanto alla verifica del suo ruolo nei confronti della Chiesa: 1) quella universa e 2) quella a lui affidata (oppure no, per i Vescovi titolari). é questa infatti la principale sorgente della problematicitˆ della sua attuale posizione allÕinterno della dinamica ecclesiale, dovendosi decidere per una consistenza assoluta oppure correlata (ÒrelativaÓ non renderebbe adeguatamente lÕidea) dellÕEpiscopato (anche per quanto riguarda il Vescovo come tale). Oggetto della presente riflessione, dÕaltra parte, � lÕEpiscopato nella sua genericitˆ e generalitˆ: � solo in questo modo, infatti, che se ne pu˜ cogliere il vero profilo e la peculiaritˆ rispetto alle molte cose (spesso troppo specifiche) delle quali la dottrina ormai sovrabbonda facendo perdere la necessaria visione dÕinsieme.
La problematica risalta soprattutto nellÕattivitˆ episcopale al di fuori della Chiesa particolare: ambito nel quale non � facile comprendere la ratio standi et agendi dei Vescovi variamente coinvolti. Curia Romana, Conferenze episcopali, attivitˆ peculiari come la Diplomazia pontificia: situazioni molto differenziate nelle quali [1] si realizza – certamente di fatto e spesso ÒperÓ Legge – la presenza episcopale ed [2] i Vescovi operano (insieme o singolarmente) senza che ne risaltino peculiari motivazioni e fondamenti espressamente teologici o sacramentari (v. infra).
Di fatto � ormai necessario constatare che la forte auto-affermazione dellÕEpiscopato nel Vaticano II e nei decenni successivi si � realizzata allÕinsegna della nuova concezione adottata – e delineata – in quellÕoccasione, ed in seguito sviluppata, nellÕottica della collegialitˆ episcopale, senza tuttavia preconizzare che proprio tale prospettiva avrebbe potuto – come in effetti accadde – spostare lÕaccento dallÕOfficium episcopale (= pro Ecclesiis – particularibus) al suo solo status (= in Ecclesia – universa). Va osservato, al tempo stesso, come oltre un terzo (= 36%) dei Vescovi presenti al Concilio non fossero Vescovi diocesani (ÒresidenzialiÓ si diceva allora): fattore che ha certamente contribuito a far s“ che le affermazioni sullÕEpiscopato come status potessero emanciparsi dalla prospettiva dellÕOfficium (diocesano) e diventare autonome, assolute, acquistando cos“ una propria virtus peculiaris in ragione della sola Ordinazione (v. infra). DÕaltra parte: questo era il problema rimasto aperto al Vaticano I in relazione al nuovo ÔprofiloÕ del Primato pontificio, specificato magisterialmente (= lÕinfallibilitˆ) ma non completato rispetto allo status ed Officium episcopale (ai quali avrebbe dovuto dar risposta la Costituzione ÒDe EcclesiaÓ, che non raggiunse per˜ lÕAula conciliare).
Il quadro si ampia poi a causa dellÕevidente necessitˆ per il canonista di dare rilievo alla distinzione concettuale, e ancor pi�, reale – pur senza farne una questione di (sole) parole – tra Episcopato ed Episcopati. Sono, infatti, realtˆ che possono risultare anche molto diverse tra loro, pur rimanendo il fatto che si tratta – soltanto – di differenti espressioni e modulazioni di una stessa realtˆ sostanziale: un ÔaltroÕ dei poliedri di cui ama parlare Papa Francesco. Una realtˆ tuttavia non solo estremamente complessa ma anche estremamente articolata, oltre che – e qui sta il presente accento – disarmonica, al limite della disorganicitˆ.
Il termine ÒEpiscopatoÓ, infatti, dopo il Concilio Vaticano II indica da un lato e prima di tutto, [1] un Sacramento (= Ordinatio episcopalis); allo stesso tempo indica pure il vero e proprio [2] ÒOrdoÓ di coloro che hanno ricevuto tale Sacramento (= Ordo Episcoporum); nondimeno esso indica anche un [3] ministero da esercitarsi allÕinterno della vita ecclesiale (= Officium episcopalis), cos“ come [4] lÕinsieme di coloro che di fatto lo esercitano concretamente in un determinato contesto ecclesiale (= CÏtus Episcoporum), prevalentemente geografico (= Episcopato tedesco o indiano, p.es.). Un unico genus che si esprime in varie species.
Quattro significati correnti, utilizzati spesso in modo cumulativo e volutamente polivalente, se non addirittura ambiguo, rendendo difficile poter comprendere – in alcuni contesti tuttÕaltro che marginali per la vita ecclesiale – a che cosa, di volta in volta, ci si stia concretamente riferendo. La letteratura riguardante, p.es., il Sinodo dei Vescovi della Chiesa universa – particolarmente ampia in questi anni – ne dˆ una plausibile percezione; tanto pi� a seguito della recente ridelineazione legislativa di tale Istituzione, che continua a rimanere ancora pienamente ÒpontificiaÓ, anzichŽ ÒepiscopaleÓ.
La questione, al tempo stesso, si presenta come abbastanza nuova nella riflessione e prassi ecclesiali poichŽ il Concilio ha introdotto nella dinamica tradizionale inerente lÕEpiscopato elementi e fattori innovativi che oggi costituiscono veri cardini della tematica globalmente intesa, come [1] la sacramentalitˆ specifica dellÕEpiscopato, insieme a concrete prassi operative non prive di ambiguitˆ come [2] la surrogazione delle Conferenze episcopali (soprattutto infra-nazionali) alla tradizionale strutturazione provinciale/metropolitana delle Chiese particolari.
Tra i vari elementi che concorrono alla complessitˆ della questione sembra inoltre doversi individuare – seppure senza immediatezza – il vero e proprio ÒbinarioÓ sancito di fatto dal Concilio Vaticano II attraverso la sostanziale doppia delineazione della figura episcopale (v. infra) realizzata in due delle sue tre Costituzioni dogmatiche: ÒSacrosanctum ConciliumÓ e ÒLumen GentiumÓ nelle quali lo ÔstessoÕ Vescovo viene presentato secondo prospettive integranti e concorrenti che non risultano tuttavia nŽ organizzate nŽ sistematizzate in modo adeguato, lasciando aperti problemi anche ai limiti dellÕaporia.
Ne deriva la necessitˆ – o, almeno, lÕutilitˆ – di approcciare lÕEpiscopato in ottica metodologicamente ÔdifferenzialeÕÉ secondo il miglior insegnamento scolastico: Òdistinguendum estÓ. Questo, dÕaltra parte, � lo spirito pi� peculiare delle Giornate canonistiche interdisciplinari: la explicatio terminorum.
2. Quale identitˆ episcopale?
La necessitˆ di distinguere tra le due componenti sostanziali del complesso profilo episcopale presentato dal Concilio risponde non solo a unÕesigenza logico-metodologica ma anche espressamente giuridica, non potendosi trascurare in nessun modo la stessa delineazione della figura del Vescovo nei Codici canonici vigenti. é sufficiente un primissimo approccio esclusivamente numerico al Codice latino per rilevare che su 374 Canoni espressamente menzionanti il ÒVescovoÓ, 213 si trovano nel Libro II e 62 nel Libro IV, senza trascurare che pure i rimanenti Libri del Codice trattano tutti materie inerenti il governo ecclesiale (Libro I: 7 Cann.; Libro V: 13 Cann.; Libro VI: 6 Cann.; Libro VII: 46 Cann.). Non si considera in tale computo nŽ il reale contenuto dei Canoni cos“ enumerati (una piccolissima parte dei quali riguardano i Vescovi non diocesani), nŽ tutte le ricorrenze dellÕOrdinario (chŽ tale � il Vescovo diocesano suapte natura – cfr. Can. 134) che, in quanto tale non svolge per˜ ruoli e funzioni liturgicamente connotati.
Il prospetto che ne emerge mostra un evidentissimo sbilanciamento della figura episcopale sul governo (cfr. LG) anzichŽ sulla Liturgia (cfr. SC): circa tre quarti dei Canoni riguardanti lÕEpiscopato (285 su 374; 76%) trovano la propria consistenza nellÕesercizio del munus regendi anzichŽ nel munus sanctificandi, mentre il munus docendi, altro ÔpilastroÕ della letteratura in materia episcopale non riesce, in effetti, ad andare oltre la soglia dei soli 27 Canoni nel Libro III. In proposito: non � intenzione di queste considerazioni soggiacere pigramente alla dottrina canonistica tradizionale che ha collocato la questione della c.d. potestas Magisterii, ora allÕinterno della potestas Iurisdictionis ora entro la potestas Ordinis; si ritiene invece che la questione, nellÕottica di studio intrapresa, sia semplicemente complementare. é ferma inoltre, nella presente prospettiva, lÕespressa volontˆ di evitare di perdersi per lÕennesima volta nel ginepraio inerente la potestas, che nessun vantaggio porterebbe alla riflessione in corso. La riflessione sul Vescovo sarˆ pertanto indirizzata a rispondere ad una sola domanda fondamentale: an Episcopus sit principaliter Pontifex aut Pastor, identificando, seppure sommariamente, tali posizioni rispettivamente con quella ÒassolutaÓ (= pontifex) e con quella ÒcorrelataÓ (= pastor) (v. supra), dovendosi – tuttavia – prendere atto che, contrariamente ad aspettative solo teoretiche e formulazioni meramente letterarie, il pontifex (= dimensione assoluta) fa maggiormente riferimento a Lumen Gentium mentre il pastor (= dimensione correlata), invece, a Sacrosanctum Concilium, al di lˆ della – nostra – spontanea identificazione del pontifex col sacerdos, mentre nella Costituzione sulla Liturgia � il pastor come tale a costituire il ÔliturgoÕ per eccellenza (cfr. SC 41). Il discorso sulla Chiesa particolare infatti, nella Costituzione sulla Liturgia, viene svolto in modo costitutivo in dipendenza dalla trattazione dei rapporti intercorrenti fra la Chiesa e lÕEucaristia; secondo SC 41, infatti:
Çbisogna che tutti diano la pi� grande importanza alla vita liturgica della Diocesi intorno al Vescovo, principalmente nella chiesa cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il Popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dal suo Presbiterio e dai ministriÈ.
2.1 Il Pontifex
Tra gli elementi e fattori che meritano immediata considerazione sotto questo profilo deve collocarsi, innanzitutto, la consapevolezza della non originarietˆ dellÕindividuazione della funzione espressamente cultuale del Vescovo come tale, sia nel Nuovo Testamento che negli scritti immediatamente sub-apostolici, senza che in questo possa dire alcunchŽ la traduzione (tardiva – sic) del biblico Òsommo sacerdoteÓ (greco: archiereus) col romanistico ÒpontifexÓ riferita – si badi bene – al solo Cristo stesso nella Lettera agli Ebrei entro un contesto (= quello templare gerosolimitano) radicalmente diverso, oltre che teologicamente ÔstraordinarioÕ sia per il Nuovo Testamento che per la Chiesa antica. Tale funzione/individuazione, infatti, risulta prendere piede gradualmente dal III sec. per affermarsi in modo sostanziale con la fine del IV sec. quando lÕEditto di Tessalonica (dellÕanno 380 d.C.) pose la base per lo slittamento a carico dei Vescovi di quella che fino a quel momento era stata la funzione dei Pontifices dei Culti pagani legati alla struttura e funzione politica dellÕImpero Romano: funzioni ÒpubblicheÓ ad ogni effetto, di natura sociale e politica, tanto da essere considerati veri e propri ÒMagistratiÓ.
Tale configurazione cultuale si affianc˜ al precedente, originario, profilo episcopale dellÕepoca sub-apostolica ponendo progressivamente in secondo piano lÕiniziale funzione, sebbene senza mai fagocitarla nŽ indebolirla oltremodo.
Il fatto rileva teologicamente in modo tanto maggiore quanto si debba osservare il netto cambio di ÔreferenzialitˆÕ che ne deriv˜ per il ministero episcopale, che pass˜ dal sostanziale servizio della Comunitˆ di fede (= episkopŽ) al sostanziale servizio della divinitˆ (= sacerdotium). Fu la scintilla che innesc˜ definitivamente la sacerdotalizzazione dei ministri cristiani e delle loro funzioni, sebbene modellata – per una sorta di pudore e per motivi ÔpastoraliÕ – sulla struttura veterotestamentaria ebraica anzichŽ su quella pagana coeva, dalla quale sarebbe stato necessario differenziarsi per almeno altri cinque secoli, nel contesto della lotta al paganesimo. Il Presbitero divenne cos“ sacerdos ed il Vescovo, data la preminenza ormai acquisita rispetto al Presbiterium, divenne pontifex, questo per˜ a causa della sua preminenza istituzionale e non per motivi espressamente cultuali o sacramentali, che dir si voglia, visto che egli rimaneva comunque e sostanzialmente sacerdos (e tale giunse, di fatto, al Vaticano II). LÕassunzione – analogica/allegorica – del sacerdozio veterotestamentario offr“ la possibilitˆ di ÔmantenerneÕ i tre ÒgradiÓ: leviti, sacerdoti e sommi sacerdoti, divenuti: Diaconi, Presbiteri e Pontefici.
Ne � prova lÕinterminabile querelle che neppure il Vaticano II ha definitivamente sedato circa la reale differenza (proprio sacramentale) tra Episcopato e Presbiterato (cfr. LG 21), ancora ordinariamente indistinti nel loro comune essere essenzialmente ÒsacerdotesÓ, soprattutto in riferimento alla peculiarissima funzione di ÒEucharistiam conficereÓ, rispetto alla quale – dal punto di vista ontologico – nessuna differenza � data tra i due ÒgradiÓ del sacerdozio. Per contro: occorre prendere atto che proprio la specifica funzione di Caput su¾ Ecclesi¾ rende il Vescovo ÔdeterminanteÕ dal punto di vista ecclesiologico nel suo ÒEucharistiam pr¾sidereÓ (cfr. SC 41) quando, cio�, lÕattenzione passi dal Corpo sacramentale (= Eucaristia) al Corpo mistico (= Chiesa) di Cristo: dalla funzione sacerdotale a quella pastorale.
Di grande interesse in merito, a causa della sua antichissima origine, risulta pure lÕattribuzione al Vescovo (diocesano) della piena titolaritˆ – seppure non esclusiva – di quella specifica azione sacramentale che, una volta impostosi il Battesimo dei bambini ratione eorum ¾tern¾ salutis, port˜ a delineare, e poi configurare, il Sacramento della Confermazione come espressamente e tipicamente episcopale proprio per motivi peculiarmente ecclesiologici (= lÕintroduzione/accoglienza nella Chiesa). Significativamente la ratio del sorgere ÔautonomoÕ del Sacramento non si colloca a livello sacerdotale, visto che anche il Presbitero pu˜ amministrare tale Sacramento (cfr. Cann. 530; 566; 866; 882; 887), ma espressamente ecclesiologico volendo – quasi istintivamente – veder sorgere anche il legame fisico tra il Vescovo e ciascun fedele affidato alla sua cura pastorale.
Senza che possa essere ridotta a mera formalitˆ, occorre anche ricordare come lÕinsegna espressamente liturgica (= pontificale) del Vescovo sia la ÒmitraÓ che egli pu˜ portare sempre, anche quando non presieda le celebrazioni e pure fuori della propria Diocesi; ben diversa risulta – invece – la gestione del bastone pastorale, lÕuso del quale � limitato alle sole ÔpresidenzeÕ domestiche (v. infra).
2.2 Il Pastor
Di tuttÕaltra consistenza, ma soprattutto originarietˆ, risulta la vera e propria connaturalitˆ – non tautologica! – tra Episcopato ed episkopŽ: la vigilanza sulla vita ecclesiale nella quale � consistita dagli inizi la caratterizzazione propria dellÕEpiscopo (v. infra).
Bastino in apertura due note ÔcircostanzialiÕ: i c.d. segni che contraddistinguono ininterrottamente la figura dellÕEpiscopus: 1) anello e 2) bastone pastorale; due indicazioni esplicite della natura essenzialmente non-liturgica ma pastorale (nel senso di governativa) delle sue funzioni e della sua conseguente (?) concettualizzazione.
- Per quanto concerne lÕanello � di tutta evidenza ancor oggi che non si tratta di una ÒfedeÓ nuziale (secondo lÕallegoria – pi� che analogia – sponsale a tuttÕoggi ancora divulgata) ma di un vero e proprio ÒsigilloÓ predisposto per confermare di Atti di governo o comunque ufficiali. Un sigillo che rimane tale ancor oggi a tutti gli effetti ed in sommo grado quando si tratti di quello papale: lÕanulus piscatoris ordinariamente utilizzato – almeno formalmente – per confermare Provvedimenti papali e la cui distruzione fa parte dei ÒritiÓ connessi alla cessazione nellÕUfficio petrino. LÕanello episcopale si porta, tra lÕaltro, non nellÕanulare sinistro, come quello sponsale (sic!), ma nel destro: nella mano, cio�, con cui (abitualmente) si firmano (anche) documenti ed Atti.
- Per quanto riguarda il c.d. bastone pastorale si tratta, invece, dello strumento proprio del pastore (ovino): ci˜ che il Salmo 23 (22) chiama ÒvincastroÓ differenziandolo dal semplice ÒbastoneÓ (da viandante col quale aiutarsi nel cammino o difendersi da qualche aggressione animale). Questa � infatti la funzione originaria del caratteristico e necessario ÒriccioloÓ che chiude in altro tale insegna e che qualche bastone pastorale, in effetti, continua ad evidenziare. Che lÕinsegna non sia affatto liturgica – sebbene oggi venga utilizzata solo in tale sede – risulta palese anche dalle Norme che non permettono lÕutilizzo ordinario del bastone pastorale al di fuori della propria Diocesi, essendo tale insegna connessa non allÕOrdine (= status, come la mitra) ma allÕOfficium episcopale (la Iurisdictio, bisognerebbe dire).
Lo scorcio sommariamente prospettato permette di affermare con piena consapevolezza la strutturale correlazione – di fatto biunivoca – tra Episcopato e governo/guida della Comunitˆ cristiana, esattamente nella prospettiva secondo la quale: ÒilÓ Vescovo � quello diocesano; colui, cio�, che esercita prima di tutto ed in grado sostanzialmente insostituibile (= proprio) lÕepiscopŽ su di una Chiesa particolare.
3. EpiskopŽ ed Episcopato
In questa prospettiva occorre considerare in modo specifico come fin dallÕinizio nella Comunitˆ cristiana si sia fatta strada ed affermata una specifica funzione (mutuata dalla struttura operativa delle Sinagoghe della Diaspora giudaica) chiamata ÒepiskopŽÓ (da cui Episcopus e poi Vescovo): visita, vigilanza, soprintendenza, valutazione, giudizio, sia con accezione positiva (= cura, accompagnamento) che negativa (= condanna). Il termine ÒoperativoÓ � affiancato dal sostantivo personale ÒepiskoposÓ le cui ricorrenze neotestamentarie sono numericamente significative (= oltre la decina), pur se non paragonabili allÕaltra radice istituzionalmente rilevante: ÒpresbyterÓ (da cui Presbitero) che ricorre circa settanta volte, sebbene spesso in modo del tutto generico (nel senso comune di ÒanzianoÓ). Proprio tale sbilanciamento semantico permette di cogliere un differente ruolo/funzione tra i due proto-ministeri ecclesiastici (che diventeranno in seguito ÒgradiÓ del Sacramento dellÕOrdine), soprattutto considerando che il primo indica espressamente unÕattivitˆ (= lÕazione di vigilare/visitare/verificare/custodire/curare) e finanche un vero Ufficio, mentre il secondo principalmente una condizione effettiva o formale (= lÕessere anziano), sebbene a tale condizione corrisponda poi, in seconda battuta, un certo numero di attribuzioni anche operative e funzionali. In questÕottica non � inutile evidenziare come i due termini siano utilizzati nel Nuovo Testamento per indicare persone e loro funzioni divenute diverse nel tempo, soprattutto nelle c.d. Lettere pastorali (deutero-paoline): lÕEpiskopos � il ÒsuccessoreÓ dellÕApostolo (cos“ Tito e Timoteo), mentre i Presbyteroi sono coloro che hanno compiti di responsabilitˆ e guida allÕinterno delle Comunitˆ (coloro che lo stesso Apostolo Òstabil“Ó nelle diverse Comunitˆ dellÕAsia minore rientrando dal primo viaggio missionario – cfr. At 14,23). é inoltre interessante lÕutilizzo di episkopŽ fatto in Lc 19,44 e 1Pt 2,12 espressamente come ÒvisitaÓ in senso valutativo giudiziale: la Òvisita/venuta escatologicaÓ del Messia, coincidente, di fatto, col giudizio stesso di Dio.
Il dato ecclesiale originario mostra con chiarezza come, al di lˆ dei rivestimenti e delle stratificazioni (pastorali, sacrali, spirituali e teologiche) dei secoli a venire, lÕEpiscopus – prima di diventare pastor, sacerdos e pontifex – era Òcolui che visitava/vigilavaÓ nei confronti della vita delle Comunitˆ cristiane. Un ruolo che, almeno inizialmente, non coincideva in toto con quello di guida e referente ultimo della Comunitˆ (= il Pastore). Le Lettere di santÕIgnazio dÕAntiochia allÕinizio del II sec., in realtˆ, danno giˆ prova dellÕavvenuta identificazione delle diverse funzioni nellÕunica persona/ministero del Vescovo. In questo modo la precocissima sovrapposizione ed identificazione delle due originarie funzioni, al di lˆ del nome, lasci˜ ben poco dellÕoriginaria funzione quando, con lÕaffermarsi dellÕEpiscopato monarchico, il Vescovo divenne prima di tutto il successore degli Apostoli, Capo della Comunitˆ cristiana (almeno di fatto, cittadina/urbana), referente primo ed ultimo di quanto avveniva in ciascuna Chiesa ÔlocaleÕ (tendenzialmente Ònella cittˆ diÉÓ): funzione ben diversa da quella sacerdotale/pontificale. Quando poi, dal IV sec., progressivamente la sua figura e le sue referenze e funzioni assunsero portata giuridica sempre pi� generale anche in ambito civile (per concessione in Oriente, per necessitˆ in Occidente) la sua divenne sempre pi� auctoritas e potestas, facendone lÕAutoritˆ apicale ed il Giudice nativo allÕinterno della propria Chiesa, inglobando di fatto lÕoriginaria funzione ispettiva entro quelle pi� genericamente Òdi governoÓ: una funzione apicale massimamente visibile nella presidenza liturgica in quanto precipua espressione dellÕidentitˆ della Chiesa (ekklesia = assemblea convocata) e sua vita. Proprio tale funzione espressamente ecclesiologica motiv˜ al tempo stesso lÕiniziale riserva episcopale di un certo numero di Sacramenti: Battesimo (dei Catecumeni), Penitenza (pubblica), Ordine, Eucaristia (cittadina), in una prospettiva ben pi� ecclesiale/pastorale che non sacerdotale/pontificale.
Passando dalla funzione in sŽ, nella sua forma originaria, al suo specifico ÒoggettoÓ maturato progressivamente nella prassi lungo i tempi, va considerato come nei primi secoli cristiani il Vescovo non fosse, prima di tutto, il ÒcensorÓ dei costumi o delle attivitˆ individuali o di quelle che non erano ancora vere Istituzioni ecclesiali; la sua presenza era fondamentale, invece, quale ÒgaranziaÓ della qualitˆ ecclesiologica delle attivitˆ ecclesiali: a questo, infatti, sÕindirizzavano le sue principali preoccupazioni.
Prima, infatti, di assumere – in epoca alto-medievale – le caratteristiche pi� proprie dellÕAbbas, vero responsabile anche Òin coscienzaÓ della santificazione (oltre che salvezza eterna) dei suoi monaci, il Vescovo era stato colui che doveva garantire e difendere lÕintegritˆ della fede comunitaria e la comunione ecclesiale, come ben visibile nella Chiesa antica. Questa fu infatti la sua funzione pi� evidente fino almeno al VII sec., sia nelle questioni dogmatiche che impegnarono Sinodi e Concili, sia nel consolidamento della struttura istituzionale ecclesiastica e del suo ordinato funzionamento, soprattutto con lÕaumentare del numero di chierici ed il loro trasferirsi dalle cittˆ verso le campagne, a distanze sempre maggiori dal Vescovo. Proprio questa funzione ÔpaternaÕ (= da Abate), maggiormente morale, si conferm˜ ed accrebbe durante il millennio di vigenza del c.d. Sistema beneficiale nel quale progressivamente il legame teologico e pratico tra Vescovi e Presbiteri si allent˜ a causa della connessione strutturale che si venne instaurando – invece – tra Officium e Beneficium a riguardo del ministero sacerdotale, ormai indirizzato quasi esclusivamente alla salus singolarum animarum pi� che alla cura Ecclesi¾. Ci˜ a maggior ragione per il fatto che, lontano da Roma (e dal c.d. Patrimonium Beati Petri), la maggior parte dei Benefici (come, p.es., la Òchiesa propriaÓ dÕorigine germanica) erano dÕistituzione laicale, essendo tale la provenienza prevalente dei beni conferiti per costituire il Beneficio ÒcuratoÓ (dal quale derivarono poi la maggior parte delle Parrocchie post-tridentine). Lo stesso dicasi per le ÒpensioniÓ ed altri c.d. Benefici manuali, comÕerano molte Cappellanie signorili, nobiliari, ma anche quelle connesse alle migliaia di Confraternite e Òpie volontˆÓ che dal Cinquecento si costituirono in tutte le cittˆ europee su base devozionale, pi� che propriamente liturgica.
Testimonianza istituzionale dellÕinvoluzione della struttura ecclesiastica, primÕancora che della sua funzionalitˆ, ma soprattutto dellÕallentamento teologico e giuridico del rapporto Vescovo-chierici, � la cessazione dellÕoriginario vincolo di ÒascrizioneÓ diocesana del clero (= lÕattuale Incardinazione) a vantaggio del solo Titulus Ordinationis (che permase fino al Vaticano II) che la maggior parte dei chierici si procacciava in modo pressochŽ autonomo quale condizione previa per la stessa Ordinazione (cfr. Cann. 979; 981 CIC-1917).
Ne deriv˜ che per circa un millennio al Vescovo competessero praticamente soltanto [1] lÕOrdinazione dei chierici, [2] la vigilanza morale sulla loro condotta di vita e [3] la vigilanza sui luoghi di Culto e le celebrazioni, in una posizione di fatto praticamente ÔparallelaÕ rispetto al sistema dei Benefici come tale (ed Uffici annessi). Senza tacere come egli stesso fosse titolare di un Beneficio ampiamente dotato (= la c.d. Mensa episcopalis), oltre che, spesso, di ÒPrebendeÓ e ÒCommendeÓ varie e, non raramente, di veri Uffici feudali (Vescovo-Principe, Vescovo-Conte, ecc.) che lo ponevano sensibilmente Ôai marginiÕ della vita ecclesiale propriamente intesa.
In proposito non si pu˜ neppure trascurare la portata strutturale e fondante di questa situazione rispetto alla politica e condotta di Gregorio VII che, esattamente nel pieno – e a causa – della crisi per il conferimento (= Investitura) dei Feudi imperiali delle grandi cittˆ della Renania, era intervenuto cos“ drasticamente nei confronti dellÕEpiscopato avocando unicamente a sŽ – sottraendola allÕImperatore – lÕInvestitura episcopale, come poi sanc“ il Concordato di Worms del 1122. Fu questo fatto che determin˜ in Occidente, per via extra-ecclesiale, la fine delle relazioni Papa-Vescovi-Chiese particolari tipiche del primo millennio ed inaugur˜ lÕassetto completamente differente del secondo, nel quale il legame episcopale fondamentale non � pi� quello con la Chiesa particolare ma col romano Pontefice. Uno sbilanciamento ulteriormente rinforzato a Trento con lÕassunzione dei Vescovi diocesani – anche – come ÒdelegatiÓ pontifici, scavalcando in tal modo lÕostacolo posto alla Òriforma cattolicaÓ da parte delle miriade di Istituti (religiosi) ÒesentiÓ dalla potestˆ episcopale poichŽ di Diritto pontificio.
Lo stesso periodo post-tridentino nellÕapplicazione del Concilio da parte dei Vescovi cattolici fu pi� volte segnato dallÕinevitabile necessitˆ di sostenerli da Roma nei confronti di situazioni locali difficili non solo dal punto di vista ÔdottrinaleÕ ma soprattutto politico, a causa del progressivo affermarsi delle Monarchie nazionali fortemente tentate da atteggiamenti giurisdizionalistici, Gallicanesimo e Febronianesimo in primis, fino al Giuseppinismo asburgico, per limitarci allÕambito cattolico. Un assetto generale che non mut˜ nel pendolo tra Rivoluzione e Restaurazione nel corso dellÕOttocento, come ben dimostra anche la ÔnovitˆÕ dei Concordati pontifici con le varie Nazioni ÔcattolicheÕ, sempre con lÕintento di proteggere [1] lÕEpiscopato dallÕinfluenza politica locale e [2] lÕunitˆ della Chiesa dal crescente spirito nazionalistico: la c.d. libertas Ecclesi¾. Non si dovrebbe neppure sottovalutare, allÕinterno di questo complesso contesto socio-politico, il fatto che
Çla figura del papato, così come oggi la conosciamo, si sviluppa, non a caso, soprattutto dopo la Rivoluzione francese, che viene a sconvolgere il millenario assetto dellÕordine sociale in EuropaÈ.
Quanto questo lungo stato di cose – del tutto estraneo allÕEcclesiologia e allÕecclesialitˆ come tali – abbia pesato sulla concezione e delineazione del Vescovo (oltre che del – correlato – Primato papale) consolidatasi nel secondo millennio in Europa occidentale rimane ancora da studiare in gran parte; certo � che non ha per nulla giovato a conservarne ed accrescerne le componenti pi� espressamente teologiche e pastorali e, di conseguenza, giuridico-canoniche.
Questo, tuttavia, costituiva al tempo stesso il background e la maggior problematica che giunsero al Concilio Vaticano I e che, per la sua violenta interruzione, rimasero latenti (seppure attivi) nel quasi secolo successivo (1870-1962) senza palesi variazioni (formali).
4. Vescovi, Episcopato, Episcopati
4.1 Vescovi ed Episcopato
Si � giˆ accennato alla polivalenza del termine ÒEpiscopatoÓ, in grado dÕindicare sia [1] il pi� alto grado del Sacramento dellÕOrdine (cfr. Can. 1009 ¤1), sia [2] lÕOrdo/Corpus di tutti coloro che tale Sacramento hanno ricevuto, sia [3] lo specifico ministero da esercitarsi allÕinterno della Chiesa particolare della quale si � Pastori, sia [4] partizioni interne allÕOrdo/Corpus, tendenzialmente di carattere ÔgeograficoÕ. Al di lˆ delle parole si pongono per˜ significativi problemi di adeguata – e pure necessaria – concettualizzazione soprattutto in ragione della strutturale bivalenza (= il binario – v. supra) di ci˜ che oggi tale ambito semantico veicola: [1] lo ÒstatusÓ, da una parte, [2] lÕOfficium, dallÕaltra. Un Officium che tuttavia, per lÕEpiscopato, non pare possibile identificare nŽ col munus nŽ col ministerium comunemente intesi, poichŽ entrambi risultano di fatto (oggi) ÔassorbitiÕ nello status in ragione della comprensione collegiale dellÕEpiscopato stesso: ÔqualeÕ Episcopato, tuttavia? Ed � questo il problema da delineare con maggior efficacia possibile, cos“ da poterne poi cercare una plausibile soluzione.
A ben vedere si tratta del rapporto tra dimensione assoluta (alla quale si riferisce lo status) e dimensione correlata (alla quale si riferisce lÕOfficium): rapporto che chiede di essere correttamente posto e compreso, poichŽ non pare che in questo caso si possa troppo facilmente ricorrere ai concetti di ÒinerenzaÓ o di Òinadeguata distinzioneÓ ordinariamente utilizzati per far fronte ad altre Òtensioni strutturaliÓ che lÕesperienza ecclesiale conosce: potestˆ primaziale vs. potestˆ collegiale, Chiesa particolare vs. Chiesa universale, pubblico vs. privato, foro interno vs. foro esterno, per citarne solo alcune significativamente esposte in dottrina.
Inadeguato risulterebbe anche il ricorso alla bi-partizione tra Sacramentum e Missio, visto che tutti i Vescovi lecitamente ordinati e pertanto membri del Corpus Episcoporum sono (stati) destinatari di Missio canonica (cfr. LG 24), seppure fittizia, poichŽ essa coincide di fatto con quello che rimane – a tutti gli effetti – un/il (mero) Titulus Ordinationis. Ci si ritroverebbe comunque entro la prospettiva della dimensione assoluta, poichŽ nessuna effettiva relatio con una specifica Portio Populi Dei (= Chiesa particolare) verrebbe creataÉ ed il munus/ministerium (divenuto nel frattempo, semplicemente, Titulus) sarebbe la (sola) sollicitudo per tutte le Chiese genericamente intese e globalmente riferite allÕunica Chiesa universa (cfr. LG 23). Dovendosi altres“ considerare la distanza (sia concettuale che pratica) che intercorre tra una concreta cura (e gestio) ed una (generica) sollicitudo, tanto pi� dovendosi tener conto che giˆ il primo Concilio di Costantinopoli (381 d.C.) aveva ben fissato la radicale differenza tra le due attribuzioni episcopali, distinguendo le questioni ÔlocaliÕ da quelle ÔuniversaliÕ.
Nella stessa prospettiva, e allÕinterno della medesima cornice sostanziale, sarebbe necessario anche prendere atto della – triste, ma soprattutto realistica – necessitˆ che ha sollecitato (o, addirittura, reso necessario) lÕinevitabile sdoppiamento teoretico della c.d. collegialitˆ episcopale, tanto enfatizzata nel post-Concilio, in ÒeffettivaÓ ed ÒaffettivaÓ, dovendosi inevitabilmente constatare che la collegialitˆ come tale (pertanto: effettiva?) in realtˆ non riesce (o: non pu˜?) nŽ a manifestarsi nŽ, tanto meno, a realizzarsiÉ conformemente al suo non essere un quid (= res), ma soltanto un mero quomodo nel deliberare, laddove il conventus degli aventi diritto ÒvotaÓ pro capite, decidendo a maggioranza. Questo, dÕaltra parte, � un collegium, che per˜ tra i Vescovi risulta comunque imperfectum poichŽ la maior pars deve comunque contenere anche il Caput Collegii.
Non meno problematica, nŽ da sottovalutarsi precipitosamente, � lÕacuta osservazione – quasi di principio – secondo la quale
ÇlÕimpressione che si ricava dalla lettura dei documenti conciliari � che vi si descriva un Vescovo ideale, ma di fatto inesistente, perchŽ la struttura odierna della Diocesi non gli permette di avere quel tipo di rapporti con la sua Comunitˆ, che secondo questi testi dovrebbero caratterizzarlo. Se passiamo infatti dalla Lumen Gentium alla lettura del Decreto sul ministero e la vita sacerdotale, possiamo osservare che, se escludiamo il carattere di autoritˆ con il quale il Vescovo agisce sulla Chiesa, tutte le molteplici attivitˆ nelle quali si distende il ministero della Parola, il servizio della celebrazione dei Sacramenti e delle altre celebrazioni liturgiche, il compito di costruire e di guidare pastoralmente la Comunitˆ, vengono attribuite alla figura dei Presbiteri i quali le compiono in nome del Sacramento ricevuto. Si direbbe quindi che ad essi, non al Vescovo, compete la Òhabitualis seu cotidiana cura oviumÓÈ.
DÕaltra parte � sotto gli occhi di tutti che lÕeffettivitˆ della cura pastoralis � esercitata nella sua quasi totalitˆ dai Presbiteri (Parroci in primis), sebbene sotto lÕautoritˆ dei loro Vescovi (cfr. Can. 515 ¤1); comÕ� altrettanto evidente che nessuno potrebbe esercitare lÕOfficium di Vescovo diocesano (cio� la cura pastoralis di una Portio Populi Dei) se non adeguatamente supportato dal ministero di un Presbiterio, tanto che, secondo il Can. 369, Vescovo e Popolo di Dio – da soli – non bastano a dar corpo ad una Diocesi, forma tipologica della Chiesa particolare (cfr. Can. 368).
4.2 Vescovi ed Episcopati
SullÕaltro versante, che non si pu˜ correttamente considerare ÒoppostoÓ, si pone il concreto esercizio di ci˜ in cui, fin dallÕinizio, � consistito lÕEpiscopato: la specifica funzione esercitata allÕinterno – e nei diretti confronti – di una peculiare (ed esclusiva) Portio Populi Dei della quale il Vescovo � Pastore in modo proprioÉ talmente ÔproprioÕ da diventarne (misticamente) ÒconsorteÓ – pi� che ÒsposoÓ – in ragione del legame reciprocamente costitutivo che intercorre tra ÔgreggeÕ e suo Pastore.
Esattamente a questo profilo funzionale (al di lˆ della natura propriamente individuale dellÕOfficium di Vescovo diocesano) sta conferendo valore – seppure indirettamente – la crescente importanza acquisita negli ultimi decenni dallÕattivitˆ delle Conferenze episcopali nella Chiesa latina. La portata che gli insiemi di Vescovi legati ai singoli territori – spesso indicati come ÒEpiscopatiÓ – stanno assumendo nei riguardi della Chiesa (universa) evidenzia infatti come lÕapproccio ratione status/Sacramenti (= assoluto) non sia sufficiente a ÔdireÕ e ÔmostrareÕ la realtˆ pi� peculiare dellÕattuale operare dellÕEpiscopato. In effetti � il legame col territorio e la sua popolazione (= la Portio Populi Dei) che esprime e realizza la strutturale dimensione ÒcorrelataÓ dellÕEpiscopato: una dimensione ÒeffettivaÓ sia ad intra (tra Vescovo e sua/quella Chiesa) che ad extra (tra Vescovi delle Chiese viciniori). é nella stessa prospettiva, nondimeno, che anche la Curia Romana si sta progressivamente muovendo nel gestire i propri rapporti con crescente preferenza per le Conferenze episcopali anzichŽ i Vescovi diocesani individualmente presi. La stessa base territoriale � servita, e continua a servire, per lÕulteriore creazione ed istituzione di Organismi sopranazionali e/o continentali di Vescovi diocesani a partire dalle loro Conferenze e Strutture gerarchiche (per le Chiese cattoliche orientali): il notissimo C.E.Lam., il C.C.E.E, ecc.
é questa una dinamica nuova sia nelle forme che nei presupposti. Per quanto riguarda la forma, infatti, si tratta di raggruppamenti istituzionali (= Conferenze) e non volontari (= Associazioni) di Vescovi diocesani come tali. Il presupposto, invece, va cercato nella collaborazione paritaria tra le persone dei Vescovi, anzichŽ nella struttura gerarchica tra le Chiese particolari, comÕera per Provincie o Metropolie (di per sŽ ancora esistenti, sebbene funzionalmente, ormai, azzerate). Una dinamica che evidenzia il passaggio da una relazionalitˆ maggiormente strutturale (= la Provincia, gerarchicamente organizzata) ad una pi� operativa (= la Conferenza, che vede tutti i Vescovi Ôalla pariÕ); una dinamica che, nondimeno, assume con maggior evidenza le caratteristiche della Òcollegialitˆ effettivaÓ, oltre che della comune sollecitudine pastorale di tutti i membri per tutti i fedeli coinvolti (cfr. Can. 447).
Una dinamica tuttavia che, se da una parte esprime autentica collegialitˆ poichŽ non esiste un Primus istituzionale, dovendosi eleggere il Presidente ad tempus della Conferenza, dallÕaltra, oltre a prevedere che non tutti i Vescovi del territorio siano ÒmembriÓ (cfr. Can. 450), ammette al voto deliberativo ordinario anche Prelati non Vescovi (cfr. Can. 454 ¤1) e pu˜ escludere da tale voto i Vescovi non esercitanti lÕOfficium diocesano (cfr. Can. 454 ¤2). A ci˜ si aggiunga la totale assenza dei Vescovi (diocesani) emeriti (cfr. Cann. 447-459), con evidente relativizzazione dello status episcopale rispetto allÕOfficium. Il contrario di ci˜ che accade, invece, a livello di intero Ordo Episcoporum (v. supra).
5. Vescovi e Chiese
Sondata a grandi linee la consistenza ÔoriginariaÕ della figura episcopale ed individuati alcuni dei suoi maggiori elementi ÔevolutiviÕ, � necessario dare spazio allÕaltro polo dÕinteresse della riflessione che qui ci occupa: le Chiese, particolari (e universa), senza delle quali nessuno potrebbe essere (o ÔrimanereÕ?) Vescovo.
Dal punto di vista metodologico le questioni alle quali occorre dare attenzione in questÕambito hanno la portata dellÕapplicazione concreta di un teorema, rispetto agli assiomi e postulati del sistema (geometrico) di riferimento previamente espressi: se e quando i conti non tornassero, dopo aver meticolosamente escluso lÕerrata applicazione del teorema, sarebbe infatti necessario procedere alla verifica della sua effettiva validitˆ generale (lÕessere, cio�, davvero ÒteoremaÓ), dovendo eventualmente concludere che non si tratta per nulla di unÕeffettiva ÔregolaÕ generale ma limitata solo ad un certo numero di casi, seppur numerosi, cosicchŽ non ci si trovi affatto dinanzi ad una vera e propria ÒNormaÓ. In tal modo la prevalenza statistica (= Vescovi diocesani) non relegherebbe a mera ÔeccezioneÕ ci˜ che, in effetti, non risponda al risultato atteso (= Vescovi titolari), mentre continuerebbe a porsi la necessitˆ di spingere pi� oltre la riflessione sugli assiomi e postulati dai quali il ÔsistemaÕ prende formaÉ a meno che non si tratti di elementi estranei al sistema di riferimento – sebbene compatibili – che si sono progressivamente inserti in esso, prosperandovi indisturbati, in quella che, biologicamente, verrebbe chiamata ÒsimbiosiÓ. In tal caso sarebbe per˜ necessario riconoscere le dinamiche, passate ma anche attuali, che permettono questa convivenza – se non anche sinergia – per valutare ÔseÕ integrarle o meno allÕinterno del sistema stesso causandone, per˜, una mutazione in ragione del cambio degli assiomi e postulati.
In questa prospettiva, dalla lunga ed articolata storia del Sacramento dellÕEpiscopato basti ritenere lÕirrinunciabile legame tra ciascun Vescovo e una singola e specifica Chiesa particolare (= Officium): reale, storica o anche solo fittizia (sic!). Lo status episcopale, infatti, non � mai (stato) absolutus ma, come richiede che si tratti di un maschio in stato matrimoniale libero per essere conferito (cfr. Cann. 1024; 1042), allo stesso modo richiede/presuppone lÕesistenza di una Chiesa particolare ÒperÓ la quale essere ordinatoÉ fictio Iuris ammessa (sino ad oggi)!
DÕaltra parte: come giˆ visto in tema di episkopŽ, non esistono dubbi sul fatto che lÕEpiscopato sia un nomen actionis e non un nomen rei! La visita, la vigilanza, la guida, la presidenzaÉ sono ÒattivitˆÓ, non ÒcoseÓ! LÕEpiscopato – in quanto Òessere VescovoÓ – indica lÕespletamento (o almeno la finalizzazione ad esso) di un certo numero di concrete funzioni ed attivitˆ che, come tali, riguardano uno specifico destinatario: una Chiesa particolare. Nondimeno � giˆ stato evidenziato come il termine ÒpastoreÓ – ormai indiscutibilmente utilizzato per indicare il Vescovo in primis ed in modo proprio ed originario (cfr. LG 20) – non abbia consistenza alcuna se non in presenza di una quantitˆ anche solo minima di ÔdestinatariÕ dei quali prendersi cura, e come solo la presenza della persona che eserciti tale attivitˆ dia origine ad una realtˆ specifica (ulteriore a ciascun ÔpartecipanteÕ) denominabile ÒgreggeÓ.
In merito � stato ben evidenziato come lo spostamento da tale certezza teoretica – tuttora! – irrinunciabile e costitutiva, allÕattuale stato di fatto nel quale quasi la metˆ dei Vescovi (46%) non ÔesercitanoÕ lÕEpiscopato come Officium, pur appartenendo allÕOrdo Episcoporum, vada ricondotto ad alcuni elementi che, pur strettamente connessi alla realtˆ sacramentale in sŽ e per sŽ, allo stesso tempo le risultano per˜ (o cos“ dovrebbero!) collaterali (v. supra: sistema, teoremi, assiomi).
- Si tratta, prima di tutto, della ontologizzazione sacramentaria progressivamente consolidatasi dal V sec. allÕAlta Scolastica e sancita monumentalmente dal Concilio tridentino verso i Riformatori: il riconoscimento, infatti, della piena ÒrealtˆÓ (ontologica) dei Sacramenti e non di una loro mera funzionalitˆ li ha progressivamente resi indipendenti ed autonomi rispetto alla vita ecclesiale. Di fatto: ben oltre lÕactio Ecclesi¾ (pura causa efficiens) senza della quale nessun Sacramento potrebbe ÔaccadereÕ (da solo), lÕactio Christi (vera causa formalis) nella quale il Sacramento alla fine consiste, lo rende res metaphisica in senso strettissimo (ben prima che theologica/mistica), travalicando ogni e ciascun elemento ÔaccidentaleÕ, soprattutto di carattere umano. Si aggiunga, poi, lÕattenzione totalizzante indirizzata alla (mera) ÒvaliditˆÓ dei Sacramenti stessi (per garantire a chiunque ed in qualunque modo lÕaccesso alla salus propri¾ anim¾), per trovarsi letteralmente intrappolati in meccanicismi fisicistici per i quali, p.es., la consacrazione delle Specie eucaristiche con espressa finalitˆ sacrilega � comunque valida, cos“ come lo � lÕOrdinazione episcopale scismatica, cio� contra Ecclesiam ipsam. In tal modo il persistente rapporto inadeguato tra le ÒintenzioniÓ: generale e particolare, remota ed immediata, fa s“ che rilevi soltanto lÕultima espressa (quella cio� connessa alla immediata forma Sacramenti), senza che sia ritenuta necessaria – e, come tale, ontologicamente esigita – alcuna loro ÔgerarchiaÕ e coerenza, cosicchŽ lÕagere in malum Ecclesi¾ o contra Ecclesiam ipsam (= finis operantis) non riesca ad impedire lÕeffetto dellÕactio stessa (= finis operis) rendendo cos“ lÕatto ÒinesistenteÓ poichŽ ontologicamente contraddittorio a causa della costitutiva discrasia tra finis operis e finis operantis. Come se (assumendo tale paradigma) fosse pensabile – e possibile – che Cristo operi contro se stessoÉ visto che di actio Christi realizzata in persona Christi si tratta! Nella stessa ottica ci si potrebbe chiedere se il finis operantis (o anche causa finalis) dellÕOrdinazione episcopale sia: [1] aumentare i membri dellÕOrdo Episcoporum pro Ecclesia universa (ad quid?), oppure [2] dare ad una Portio Populi Dei il Pastor proprius del quale abbisogna? Ordinare un Vescovo � (forse) come ÒcreareÓ un Cardinale?
- Il secondo elemento/fattore problematico deriva direttamente dal precedente: lÕontologizzazione sacramentale ha fatto s“ che lÕEpiscopato, una volta ÔricevutoÕ, non sia pi� nomen actionis ma diventi puro status person¾, con tutte le conseguenze del caso connesse al fenomeno dei Vescovi titolari, in gran parte tali (= Vescovi) al di fuori della logica sacramentaria che lega in modo costitutivo Vescovo diocesano e Chiesa particolare. QuestÕapproccio – insolito – in chiave di status person¾ permette di percepire con chiarezza come, nella maggior parte dei casi, si tratti di una sostanziale ÒonorificenzaÓ – seppure non in senso formalistico – espressamente finalizzata [1] in alcuni casi a Òmettere sullo stesso pianoÓ, [2] in alcuni altri ad evitare che ci˜ avvenga, persone che nella complessa ed articolata vita ecclesiale svolgono funzioni espressamente connesse alla potestˆ esecutiva di governo (e non a quella sacerdotale/pontificale), sebbene normalmente esercitata non proprio nomine (come invece il Vescovo diocesano – sic!). Ci˜ che accade spesso, p.es., nella Curia Romana per chi deve rapportarsi operativamente con Cardinali e/o Vescovi diocesani; lo stesso che si verifica allÕinterno di Organismi episcopali cos“ da operare Òalla pariÓ. Nella maggior parte dei Vescovi ausiliari (significativamente ÒtitolariÓ di altra Chiesa inesistente come tale – sic!) si tratta, invece, di rafforzare (?!) ratione status person¾ il sostanziale ruolo di Vicario generale o episcopale (come accade soprattutto nelle grandi Diocesi urbane) attraverso uno ÔstaccoÕ creato da un elemento di natura diversa (= lÕOrdinazione episcopale) dalla mera potestˆ di governo (mai ÒpropriaÓ) alla quale, di fatto, si � funzionalizzati e che in nulla � diversa da quella comunemente esercitata da un ÔsempliceÕ Presbitero che eserciti lo stesso Ufficio. Significativo in merito � anche il fatto che la sola Òpresa di possessoÓ del Vescovo ausiliare non gli conferisca affatto tale potestˆ di governo a Iure (cfr. Can. 404 ¤2) ma il Vescovo ausiliare debba espressamente venir nominato Vicario generale/episcopale (cfr. Can. 406 ¤1), nonostante il Can. 405 ¤2 stabilisca che egli assiste il Vescovo diocesano in tutto il governo della Diocesi e lo supplisce se � assente o impedito.
Autonomo, ma coerente a tale dinamica, � pure ci˜ che viene realizzato per la Diplomazia pontificia nella quale lo status person¾ ÔparificaÕ sia ad intra Ecclesi¾ che ad extra. La questione non pare porsi, invece, in modo sostanziale per i – numerosissimi – Vescovi emeriti poichŽ il loro effettivo (oltre che affettivo) legame con la Diocesi che hanno servito per ultima spesso rimane anche oltre la cessazione dallÕUfficio potestativo, permanendone pure il Titulus (sebbene da ÒemeritiÓ).
- Si delinea cos“ lÕultimo ÔstadioÕ della problematica: quello che esige una specifica collocazione teologica di tutti coloro che ÒsonoÓ Vescovi in senso sacramentale (= status), ma non ÒfannoÓ i Vescovi in senso proprio (= Officium). Sono (proprio – sic) essi che, di fatto, evidenziano la necessitˆ – che in tal modo diventa strutturale – di far riferimento alla Chiesa universa per ÔesercitareÕ in qualche modo il loro status sacramentale seppure come semplice sollicitudo (ÒaffettivaÓ?) e non come vera cura (ÒeffettivaÓ?). é lÕambito dellÕOrdo/Corpus Episcoporum al quale si viene aggregati attraverso il solo fatto dellÕOrdinazione episcopale e in ragione della quale si entra comunque a partecipare della funzione pi� propria dellÕOrdo/Corpus stesso di costituire (nella sua integritˆ, cio� cum et sub Petro) la Òsuprema AutoritˆÓ della Chiesa che, proprio in quanto tale, esercita una vera sollicitudo verso la Chiesa tutta (= universa)É sebbene in modalitˆ estremamente indiretta. Ci˜, tuttavia, non � senza problemi, poichŽ in questa prospettiva non esiste alcuna fictio Iuris ed il riferimento ÒallaÓ e Òper laÓ Ecclesia universa non � minimamente dubitabile, cos“ come non lo � nulla di ci˜ che riguarda lÕOrdo/Corpus come tale.
Questo, nondimeno, corrisponde anche al percorso fondamentale della riflessione conciliare svolta in Lumen Gentium per approdare, dopo almeno cinque secoli, alla fissazione della specifica sacramentalitˆ dellÕEpiscopato, insieme alla delineazione di base dei rapporti allÕinterno dellÕOrdo/Corpus stesso: Primato petrino in primis, che gli risulta in qualche modo ÔinglobatoÕ. Proprio questo percorso tuttavia, insieme al suo esito, continua a corrispondere sostanzialmente e principalmente alla prospettiva ontologica ÒassolutaÓ della sacramentalitˆ in sŽ e per sŽ (= status/Ordinatio episcopalis), rafforzando per questa via, anzichŽ per quella ecclesiologica (= Officium episcopalis), la prospettiva Òuniversa(le)Ó rispetto a quella particolare, consolidando in tal modo il vero e proprio binario che Òuniversa(le)Ó e ÒparticolareÓ strutturano ed alimentano, ben al di lˆ del ÔtatticoÕ – e solo interlocutorio – Òin quibus et ex quibusÓ col quale LG 23 ha sedato temporaneamente la questione, seppure a livello di Chiese soltanto, ma non di Vescovi.
Ci˜ nonostante, va pure preso seriamente atto che la nuova configurazione basata sulla natura absoluta dellÕEpiscopato in quanto Sacramento (ontologicamente autonomo) sortisce efficacemente lÕesito dÕincidere in modo innovativo sia sulla figura che sul ruolo del romano Pontefice, (ri)collocato ora allÕinterno del ministero episcopale e considerato innanzitutto nella sua qualitˆ sacramentale, anzichŽ Ça partire dalla consegna a Pietro di un Òprimatus iurisdictionis in universam Dei EcclesiamÓÈ, prevalendo la Çsottolineatura dellÕunitˆ fra i Vescovi e il Papa e della natura collegiale dellÕEpiscopatoÈ. In tal modo
Çcon il riconoscimento del carattere sacramentale dellÕinvestitura di un Vescovo, la Chiesa definisce la fondazione trascendente dellÕEpiscopato, sotto il cui ombrello andrˆ considerato il rapporto del Vescovo, sia con la sua Chiesa particolare sia con il papato, essendo il ministero del Papa e quello del Vescovo immersi dentro la medesima realtˆ sacramentale e fondati su un identico e unico SacramentoÈ,
senza che (quasi) nulla possano pi� dire o comportare le questioni connesse alla Iurisdictio episcopale quale emanazione di quella primaziale, come sviluppatesi nel millennio precedente. Addirittura: se da una parte Çla fondazione sacramentale del papato, dato che il Sacramento � actio Dei, ne eleva il ministero a una dimensione universaleÈ al tempo stesso tale concezione – e principio – Çne spiazza lÕimpostazione esclusivamente giurisdizionaleÈ.
La questione (pur originata in ambito sacramentale) non � affatto secondaria dal punto di vista espressamente ecclesiologico poichŽ permette di riportare in primo piano la ÔpremessaÕ – per cos“ dire – sia del papato che del Primato che gli compete: la capitalitˆ di una Chiesa particolare, seppure specialissima, comÕ� quella di Roma che Òpresiede alla CaritˆÓÉ il cui Vescovo (diocesano) � successore dellÕApostolo Pietro. Non va infatti dimenticato che ÇlÕelezione del Papa si configura come lÕazione propria di una Chiesa locale e niente affatto come un atto della Chiesa universale: il Papa � Episcopus universalis solo in quanto � Vescovo della Chiesa particolare di RomaÈ della quale i Cardinali sono formalmente costituti ÒcleroÓ, cos“ da poterlo eleggere secondo lÕantica tradizione, non intaccata – fuori dai possedimenti della Chiesa romana – dalla Lotta per le Investiture (v. supra). é questo, dÕaltra parte, un approccio in evidente crescita negli ultimi decenni al quale Papa Francesco si � mostrato particolarmente attento, fin dal suo Ôprimo apparireÕ: quando si present˜ dalla loggia centrale della basilica vaticana proprio come ÒVescovo di RomaÓ.
Ulteriormente non pu˜ trascurarsi che, seppure indirettamente
Çil recupero del carattere sacramentale del ministero episcopale ha, quindi, aperto allÕEcclesiologia nuovi orizzonti, verso i quali muoversi al di lˆ dello spazio semantico, nel quale il termine ÒChiesaÓ non poteva essere declinato al plurale, perchŽ lÕIstituzione ecclesiastica sembrava impostata esclusivamente su base giurisdizionale, in una catena discendente di Deleghe, [É] operando in maniera massicciamente unitaria, con al suo vertice lÕautoritˆ papale, dalla quale sola la Chiesa attingeva la sua unitˆÈ.
6. Vescovi, Chiese e Strutture sovra-episcopali
6.1 Vescovi, Chiese e gerarchie intra-episcopali
Purtroppo la riflessione in ambito latino non � stata in grado (e tuttora non lo pare) di uscire dalle strettoie della sola collegialitˆ (ratione status/Sacramenti), cos“ faticosamente ÔconquistataÕ nel Vaticano II, per leggere ed interpretare i rapporti allÕinterno dellÕEpiscopato come tale e tra questo e il Primato. Ridurre infatti tutta la tematica episcopale alla sola collegialitˆ (meramente funzionale, poichŽ modus e non res) produce uno schiacciamento prospettico che nega nei fatti la grande ricchezza che, invece, sarebbe disponibile se si ragionasse in termini di Ordo o di Corpus, come lo stesso Concilio ha intenzionalmente – seppure in modo discontinuo – fatto con maggiore appropriatezza teologica rispetto a Collegium (v. supra: NEP alla LG). Non si pu˜ infatti trascurare come la collegialitˆ – al di lˆ della suggestione della formula – offra uno spessore concettuale e teoretico in realtˆ limitatissimo poichŽ di fatto tutto si riduce alla sola Òattivitˆ collegialeÓ strettamente detta, che pone tutti sullo stesso piano secondo unÕidea di paritarietˆ assoluta: un voto ciascuno. Una realtˆ che, anche ÒaffettivamenteÓ, lascia il tempo che trova.
Non solo questo, tuttavia, poichŽ in questa prospettiva non diventa possibile ipotizzare nessuna relazione interna allÕOrdo Episcoporum che non sia soltanto o paritaria, o primaziale.
La cosa, per contro, risulterebbe molto pi� prospettica (e consistente!) se si ragionasse in termini di Ordo/Corpus, come suggerito dalla Nota Explicativa Pr¾via. Il concetto di Ordo/Corpus, infatti, permette – e potrebbe addirittura richiedere – Strutture e livelli gerarchici al proprio interno senza contraddirsi in nulla, come accade nelle Chiese orientali che
Çci mostrano almeno tre figure di Vescovi nettamente differenziate, quella del Vescovo comune, quella del Metropolita e quella del Patriarca o dellÕArcivescovo maggiore [É]. LÕOccidente invece ha di fatto, al di lˆ dei titoli, unÕunica figura di Vescovo, giacchŽ il ruolo del Metropolita gode di scarsa rilevanza giuridica e pastorale, mentre la figura del Patriarca, dopo essere stata assorbita da quella del Papa, di fatto non esisteÈ.
Nelle Chiese orientali, per di pi�, il Patriarca (o lÕArcivescovo maggiore) non � par inter pares come i Presidenti delle Conferenze episcopali ma ÒPater et CaputÓ (cfr. Can. 55 CCEO) dellÕintera Chiesa sui Iuris alla quale presiede. Ne risulterebbero altres“ disinnescate molte delle difficoltˆ connesse, nella Chiesa latina, alle Conferenze episcopali in quanto espressioni di mera collegialitˆ, visto lo strutturale rapporto assolutamente paritario tra i loro membri, sempre e solo persone fisiche, in un contesto – di singoli anzichŽ di Chiese – che non ritiene ammissibile che qualcosa possa frapporsi tra ciascun singolo Vescovo e lÕAutoritˆ primaziale. é infatti lÕidea stessa di Collegium a non permetterlo poichŽ costruita ratione status/Sacramenti anzichŽ ratione Officii (v. supra).
Diversamente: ragionare in termini di Ordo/Corpus, lasciando alla collegialitˆ il solo proprio vero spazio, che � quello conciliare (insieme agli equivalenti teorici del Can. 337 ¤2), permetterebbe di ipotizzare ed accogliere allÕinterno dellÕOrdo/Corpus stesso anche Strutture c.d. (seppure in modo inadeguato) intermedie che, come tali, non pregiudicano minimamente lÕOrdo/Corpus, mentre minerebbero alla base il Collegium. Strutture, per altro, esistenti in tutta la Chiesa fin dai primissimi secoli, sebbene depotenziate ed inoperanti nel post-Concilio proprio ratione CollegiiÉ cio�: ratione status/Sacramenti Episcopati.
Questo, per˜, dovrebbe spostare lÕattenzione dal ÒfattoÓ di essere Vescovi (= lo status) al ÒperchŽÓ si � Vescovi (= lÕOfficium), permettendo in tal modo di riconoscere uno specifico valore al dove/di chi si � Vescovi, cosicchŽ lÕessere Patriarca, Primate o Metropolita non siano soltanto un mero Titulus individualis Ordinationis ma possano fare unÕeffettiva differenza rispetto ai Vescovi di Chiese ÔminoriÕ, per storia, tradizioni, risorse. Al proposito va anche tenuto conto del fatto che, purtroppo, ormai la Chiesa – post-conciliare (sic!) –
Çnon conosce che una sola figura di Vescovo e una sola figura di Parroco, mentre la Chiesa antica e medioevale ha conosciuto Curati e Pievani (o Preti e Arcipreti), Vescovi di campagna e Vescovi urbani, Arcivescovi metropoliti e PatriarchiÈ,
implementando in tal modo una vera ÒstrutturaÓ ecclesiale, ben prima che una mera ÒgerarchiaÓ ecclesiastica. Un coordinamento sistematico ed organico di Chiese e Comunitˆ cristiane – prima che degli ecclesiastici al loro servizio – in un rapporto spesso materno-filiale tra le une e le altre, dove la (Chiesa) ÒmatriceÓ era davvero considerata madre, della fede prima di tutto, e della madre conservava molte funzioni anche istituzionalizzate (= Arcidiocesi, ArcipreturaÉ): una concezione saldamente teologica della quale ormai rimane poco pi� che la celebrazione della Festa della Dedicazione della Basilica lateranense quale monile di archeologia liturgica. Nondimeno, al di lˆ del – solo virtuale – ÔscandaloÕ delle continue autocefalie ecclesiali del mondo ortodosso, occorre pure riconoscere che lÕeffettivo parallelismo al quale approdano le Chiese particolari latine non delinea, in effetti, profili sostanziali troppo differenti nel considerare le Chiese tutte ÒugualiÓ: sorelle anzichŽ madri e figlieÉ cos“ come (e perchŽ) i loro Pastori sono tutti ÒugualiÓ: membri ex ¾quo dello stesso (quasi) Collegio.
La questione non � puramente teorica, come ben evidenzia il (mal) funzionamento di Conferenze episcopali particolarmente numerose e/poichŽ disomogenee in ragione delle Diocesi coinvolte; in esse, infatti, � continua lÕesperienza degli squilibri di forza votante (= collegialitˆ effettiva) tra maggioranze costituite dai molti Vescovi di Diocesi di modestissime dimensioni e minoranze costituite dai pochi Vescovi di Diocesi di dimensioni multiple anche centinaia di volte.
LÕantica struttura provinciale/metropolitana, nondimeno, era giˆ stata concepita con una propria piena dignitˆ ecclesiologica, come ben testimonia la possibilitˆ di tenere addirittura ÒConcili provincialiÓ, ormai spazzati via dalle Òriunioni dei VescoviÓ delle c.d. ÒConferenze episcopali regionaliÓ (p.es.: in Italia) o dellÕintera Conferenza episcopale nazionale. Nondimeno: il suo nascere, consolidarsi ed operare non aveva legami alla prospettiva ÒcollegialeÓ, tutta novecentesca, nŽ, al tempo stesso, era pensabile in quella prospettiva la concettualizzazione di Òstrutture intermedieÓ (tra Autoritˆ suprema e locale) come quasi inevitabile oggi: si trattava, allora, di semplici strutture Òsovra diocesaneÓ. La ÒmedietasÓ, infatti, presuppone due estremi che la ÒsuperioritasÓ, invece, non postula affatto, pur potendoli gestire nel loro eventuale delinearsi.
6.2 Vescovi, Chiesa e gerarchia inter-episcopale
Proprio la medietas, tuttavia, sembra costituire il vero problema ad oggi insolubile a causa del generale (e condiviso, tra i Vescovi latini) timore che tra i due ÔpoliÕ, tanto difficoltosamente individuati, separati e contro-bilanciati nellÕultimo Concilio (cfr. NEP alla LG), finisca per inserirsi ÔqualcosaÕ che, ancora una volta, pregiudichi non tanto lo status ma lÕOfficium dellÕEpiscopato come tale (in realtˆ: la sua potestas), ben oltre la sacramentalitˆ che, in fondo, mai fece davvero problema.
La questione, per˜ – ancora una volta –, non � espressamente inter-ecclesiale ma inter-episcopale, come ben appare, p.es., dal m.p. Apostolos Suos che ha
Çcome sua prima preoccupazione, quella di garantire questo aspetto della fede cattolica e di promuovere un Ordinamento canonico che non lo oscuri in nulla. A questo presupposto fondamentale Apostolos Suos aggiunge la preoccupazione che nulla si interponga tra il potere del Collegio con a capo il Papa sulla Chiesa universale, da un lato, e quello del Vescovo locale sulla sua Chiesa particolare, dallÕaltro.
Dato che la potestas del Vescovo sulla sua Chiesa � di istituzione divina, la si intende tutelare fino al punto da dichiarare che neanche il Vescovo stesso pu˜ limitarla in favore della Conferenza episcopale, del suo Consiglio, delle sue Commissioni o del suo PresidenteÈ,
al punto che le decisioni delle Conferenze episcopali in materia dottrinale devono ricevere il consenso unanime dei soli Vescovi (e non dei Prelati non-Vescovi a capo di Chiese particolari della stessa Conferenza episcopale) in quella che �, ad ogni effetto, unÕaltra fictio Iuris che si aggiunge a tutte le precedenti in materia episcopale: tutti i Vescovi, cio� ogni singolo Vescovo (!), hanno assunto la stessa decisione. Decisione che non � ÔdellaÕ Conferenza episcopale come tale, visto che il voto dei membri non-Vescovi non conta su tali questioni, cosicchŽ – di Diritto – la Conferenza episcopale come tale ÔsparisceÕ in quanto soggetto potenzialmente (ed ostativamente) intermedio lasciando pienamente sgombro lo spazio tra singolo Vescovo diocesano e Collegio episcopale – cum et sub Petro – come tale.
Non si pu˜, infatti, ignorare che dopo il Vaticano II, promotore della teorizzazione collegiale dellÕEpiscopato in parallelo alla sua espressa sacramentalitˆ,
Çle istanze della collegialitˆ intermedia sono state sottoposte [É] a una severa revisione critica in nome di due timori opposti: lÕuno che esse detraggano qualcosa al Primato del Papa e alla potestas del Collegio episcopale inteso nella sua totalitˆ, lÕaltro che esse detraggano qualcosa alla potestas del singolo Vescovo sulla sua ChiesaÈ.
Al delicato ed intricato tema, in effetti, � stata dedicata negli ultimi trentÕanni
Çuna serie di documenti della Santa Sede, preoccupati di eliminare qualsiasi istanza intermedia fra la potestas del Vescovo nella sua Chiesa locale e quella del Collegio episcopale e del Papa sulla Chiesa universale. Communionis Notio del 1992 ha tentato di offrire un supporto teologico a questa linea. [É] Coerentemente, nel 1998, Apostolos Suos verrˆ a legiferare sulle Conferenze episcopali a partire dallÕasserto, secondo il quale Òla potestˆ del Collegio episcopale su tutta la Chiesa non viene costituita dalla somma delle potestˆ dei singoli Vescovi sulle loro Chiese particolariÓÈ.
In tal modo: ancora una volta, dopo i momenti critici della Riforma gregoriana, del Conciliarismo, della Riforma tridentina, del Giurisdizionalismo e della ÔserrataÕ di fine Ottocento, continua a doversi riconoscere – in effetti – che
Çla linea perseguita dalla Santa Sede dopo il Concilio ha le sue spiegazioni nel timore che, nella situazione, non di rado turbolenta, del dibattito ecclesiologico seguito allÕevento, potesse uscirne compromessa lÕunitˆ della Chiesa garantita dallÕautoritˆ del PapaÈ.
Ci˜ detto principalmente in riferimento alla Chiesa latina, occorre per˜ riconoscere pure che, sebbene ci˜ che riguarda i singoli Vescovi (ratione status/Sacramenti) ed il Collegio – cum et sub Petro – coinvolga, di per sŽ, anche i Vescovi delle Chiese orientali e valga anche per loro allo stesso modo che per i latini, tuttavia il loro ÔparadigmaÕ – sia ecclesiale che episcopale – rimane del tutto diverso poichŽ maggiormente gerarchico e maggiormente collegiale al tempo stesso, seppure in altre prospettive e modalitˆ.
Le Strutture sovradiocesane e sovra-episcopali delle Chiese orientali, infatti, non sono concepite su base collegiale (come le Conferenze episcopali latine) ma sinodale, intorno ad un Pater et Caput, e realizzano una sinodalitˆ effettiva, e non emotiva soltanto, che prende corpo in Istituzioni precise e stabili: il Sinodo dellÕintera Chiesa (quasi collegiale) e quello permanente (assolutamente non tale).
Ci˜ si comprende e si spiega con una certa facilitˆ se si tiene conto che lÕevento divaricante in materia � stato, di fatto, il Dictatus Pap¾ che, nel rapporto con lÕImperatore dÕOccidente, ha tolto – nella Chiesa latina, entro i cui confini si disputava la lotta – la corrispondenza diretta tra Vescovi e (loro) Chiese, Roma compresa (sic), avocando al Papa in quanto tale la scelta (= electio) dei Vescovi, prima europei e poi latini in genere. Ne � conseguito il fatto che in Occidente non � pi� la Chiesa particolare che sceglie il suo Pastore, che in tal modo la ÒsignificaÓ e la ÒesprimeÓ – e non la ÒrappresentaÓ soltanto – interrompendo di Diritto, oltre che di fatto, tale fattore strutturante dellÕEpiscopato poichŽ il Vescovo Òmandato da RomaÓ spesso � un benemerito estraneo per la Chiesa della quale si tratta. Questo crea in Occidente una discrepanza che in Oriente non ha ragion dÕessere poichŽ la corrispondenza latina tra Vescovo e (sua) Chiesa � e rimane del tutto formale, mentre in Oriente compete agli altri Vescovi della stessa Chiesa sui Iuris eleggere i nuovi Vescovi eparchiali, ordinarli e accoglierli nella comune sollecitudine della stessa Chiesa.
In questa prospettiva si consideri – significativamente – come, a fine 2018, i Vescovi diocesani provenienti non dalle Chiese particolari ma dagli Istituti di vita consacrata (et similia) fossero 1.273, rispetto a 4.116 provenienti dal clero secolare. Certamente occorre considerare che la loro maggior parte opera in territori soggetti a Propaganda Fide, nondimeno si tratta comunque del 23,6% dei Vescovi diocesani stessi (quasi un quarto), la cui provenienza non solo � totalmente estrinseca rispetto [a] alla sede ministeriale ma spesso anche rispetto a quella specifica porzione di Popolo di Dio, come per la quasi totalitˆ dellÕEpiscopato latino ma, pure [b] alla stessa dinamica della Chiesa particolare propriamente intesa.
Rimangono comunque aperte possibilitˆ non solo teoriche in materia, visto che
Çil dettato di Apostolos Suos, che esclude qualsiasi istanza intermedia fra lÕautoritˆ del Vescovo nella sua Chiesa locale e quella del Papa e dellÕintero Collegio episcopale, non ha valenza dogmatica: cÕ� quindi, nella pi� perfetta ortodossia cattolica, la possibilitˆ di creare sistemi di rapporti collegiali dei Vescovi a base locale e di attivare un esercizio collegiale della potestas episcopale, intermedio fra quello del singolo Vescovo sulla sua Chiesa e quello del Papa e dellÕintero Collegio episcopale sulla Chiesa universaleÈ.
Tanto pi� che ormai,
Çrispetto alla drammatica stagione del Conciliarismo e del Gallicanesimo, nella quale gli Stati intendevano sottrarre i Vescovi al potere del Papa per sottometterli al proprio, dopo il Concilio Fiorentino, quello di Trento, il Vaticano I e il II, la questione del carattere rappresentativo delle Chiese locali nel Corpo episcopale pu˜ essere ripresa senza preoccupanti ipotecheÈ
dal punto di vista dellÕindipendenza politica ed unitˆ della Chiesa.
7. Episcopalis Communio: una tappa evolutiva?
Le riflessioni critiche sin qui proposte su alcune delle problematicitˆ sottostanti ai rapporti tra Episcopato e Chiese, in particolare sullÕincongruo rapporto tra dimensione collegiale (= status) e dimensione funzionale (= Officium) dellÕEpiscopato stesso, sembrano poter trovare qualche elemento di sostegno anche nel testo e contesto della recente Costituzione apostolica attraverso la quale Papa Francesco ha riformato (o ri-fondato?) il Sinodo dei Vescovi, non principalmente nella sua operativitˆ (pur avendo aggiunto la nuova Fase consultiva previa ed esplicitato la Fase attuativa) ma, piuttosto, nella sua identitˆ pi� profondaÉ soprattutto a livello della concezione dellÕEpiscopato sottesa. Una concezione in palese progressivo allontanamento dal linguaggio e dalle referenze di una – semplicistica – collegialitˆ intra-episcopale, approcciata icasticamente ed innovativamente come Òepiscopalis communioÓ, a vantaggio di una pi� chiara emersione del soggetto – quasi endiadico – Vescovo-Chiesa particolare.
Senza poter sopravvalutare la portata teoretica e sistematica del breve testo normativo sostanziale, composto in gran parte da citazioni, � tuttavia possibile operare qualche osservazione circa i suoi contenuti maggiormente significativi per la riflessione sin qui proposta, al di lˆ della – ritenuta ancor oggi – irrinunciabile referenza alla collegialitˆ episcopale. [1] Non sfugge in primis lÕattenzione dedicata ai Vescovi ed ai loro rapporti, cosicchŽ quanto trattato nel testo (= il ÔloroÕ Sinodo) debba comunque essere rapportato con tale soggetto; [2] in secondo luogo non si pu˜ ignorare la marcata presenza delle Chiese particolari con un rilievo di vero protagonismo; [3] ulteriormente: il rapporto Vescovi-Chiese particolari non appare secondario nŽ collaterale, pur allÕinterno della pi� volte richiamata ÒsollecitudineÓ per la Chiesa universa o lÕintero Popolo di Dio; [4] da ultimo: allÕinterno del contesto di ascolto costituito dal Sinodo, sembrano essere innanzitutto le Chiese particolari e non quella universa ad ÒascoltareÓ ed Òessere ascoltateÓ, esse sono (le) vere protagoniste del SinodoÉ
In questa prospettiva va notato – sebbene con adeguate precauzioni – come nel testo della Costituzione il riferimento a Òle ChieseÓ ricorra ben otto volte (cinque volte: tutte le Chiese; due volte: Chiese particolari), contro sedici nella ben pi� ampia Lumen Gentium (che usa sei volte: Chiese particolari). Interessante anche il fatto – sebbene presuntamente pi� stilistico che effettivamente teologico – che due di queste otto ricorrenze si attuino attraverso la citazione diretta di Ap 2,7: Çci˜ che lo Spirito dice alle ChieseÈ, rilanciando una formula, ma pi� ancora una concezione, ÔoriginariaÕ dellÕEcclesiologia del Nuovo Testamento.
Va pure osservato come al ÒCollegio episcopaleÓ (tre ricorrenze) si affianchi pure il ÒCorpo episcopaleÓ e lÕÒOrdine episcopaleÓ (una ricorrenza ciascuno), ad evidenza di quanto osservato pi� sopra in merito alla crescente instabilitˆ della denominazione che ancora palesa problemi concettuali irrisolti. Quattro volte appare anche lÕÒEpiscopatoÓ (due volte sine glossa due volte ÒcattolicoÓ).
Non mancano neppure riferimenti espliciti alla dimensione dellÕOfficium episcopale, in riferimento al ÒVescovo che vive in mezzo ai suoi fedeliÓ (EC 5) o ai Vescovi che Òrappresentano innanzitutto le proprie ChieseÓ (EC 6). Anche il riferimento alle Conferenze episcopali, quali ÔoriginiÕ maggioritarie dei membri del Sinodo e dei contributi che lo alimentano (cfr. EC 3; 6), sottolinea ulteriormente la costitutiva assoluta maggioranza dei Vescovi diocesani quali membri di Diritto del Sinodo rispetto a quelli titolari, con chiara prevalenza dellÕOfficium episcopale rispetto al solo statusÉ a non confermare – pienamente – gli elementi e fattori che nello stesso testo legislativo rimandano alla collegialitˆ episcopale propriamente detta ed intesa.
Si aggiunga inoltre il probabile valore strategico da doversi riconoscere alla scelta della peculiare natura giuridica dello strumento novatorio: una ÒConstitutio apostolicaÓ e non le ÒLitter¾ apostolic¾ motu proprio dat¾Ó, cos“ frequenti nel modo di governare di Papa Francesco. La scelta operata non pu˜ non porre interrogativi – forse solo retorici – circa la volontˆ, anche formale, di attribuire al Sinodo dei Vescovi (maggioritariamente diocesani) una portata davvero strutturale per la vita e lo stesso governo della Ecclesia universa, in evidente (contro)bilanciamento con la Curia Romana, essa pure retta da una propria Constitutio apostolica, attualmente in revisione. Lo strumento giuridico della Legge ordinaria (= Constitutio apostolica), anzichŽ straordinaria o speciale (= il c.d. motu proprio) che Paolo VI aveva utilizzato per creare originariamente il Sinodo e che molti avrebbero visto in modo favorevole per riformarlo, pare infatti voler porre unÕaffermazione di principio proprio a livello strategico: dal Sinodo dei Vescovi (maggioritariamente diocesani) non si prescinde! Ci˜ al di lˆ del fatto che esso rimanga – come anche la stessa Curia Romana – in sostanziale ÔfunzioneÕ del Primato, anzichŽ del Collegium. Pretendere – oggi – ÔqualcosaÕ di pi� sarebbe stato praticamente impossibile. Nondimeno: ÔquestoÕ Primato, sia [1] col cinquantennale inserimento tra i membri dei Dicasteri curiali romani di un certo numero di Vescovi diocesani come membri, sia [2] con la maturitˆ istituzionale e giuridica assegnata al Sinodo dei Vescovi (maggioritariamente diocesani), riduce sempre maggiormente la propria distanza sostanziale dalle Chiese particolari ÔaltreÕ rispetto a quella romana, custode del Primato stesso.
Anche lÕanticipo cronologico del nuovo assetto giuridico del Sinodo dei Vescovi rispetto alla riforma della Curia, ben pi� attesa oltre che ÔpromessaÕ, sollecita perseveranza nello scrutare un orizzonte dove lÕendiadi Vescovo-Chiesa particolare pare uscire progressivamente dalle nebbie di un Episcopato concepito solo ratione sui/status/Sacramenti, tessuto sullÕordito di una collegialitˆ che, a fronte dellÕattesa – e pretesa – risoluzione di un problema quasi millenario (= il rapporto Primato-Episcopato), non � tuttavia stata in grado di congedare definitivamente – e dogmaticamente – nŽ la problematica teorica sottesa nŽ le sue conseguenze pratiche.