Note teoriche intorno all’utilizzo del can. 1733

Sommario.

1. Premesse terminologiche e concettuali. 2. Applicabilitą del can. 1733. 3. Applicazione del can. 1733.

L’ultimo decennio Ź fortemente segnato dalle tematiche connesse alle soluzioni extragiudiziali dei sempre piĚ frequenti conflitti che attraversano le diverse societą soprattutto nel c.d. mondo occidentale, dove il moltiplicarsi dei ‘diritti’ sta generando una correlativa crescita smisurata della pretesa di loro riconoscimento, affermazione e tutela. In questo contesto mediazione e conciliazione sono divenute ormai due ‘mantra’ dai quali si attendono esiti quasi miracolosi un po’ in ogni campo… come se si trattasse di un nuovo antibiotico “ad ampio spettro”.

A nutrire speranze in quest’ambito non Ź perė soltanto l’area ‘privatistica’ (diritto di famiglia, in primis), vista l’importanza crescente assunta in diritto penale dalla mediazione minorile, ma un po’ da ogni parte cresce l’interesse verso la tematica, arrivando a coinvolgere anche – piĚ o meno direttamente – l’ambito canonico.

ť in questo contesto di crescente interesse per la materia, anche all’interno del diritto amministrativo canonico, che si collocano le seguenti note relative alle ‘possibilitą’ offerte dal can. 1733 CIC nella gestione delle problematiche connesse alla non – immediata – esecuzione dei provvedimenti di governo ecclesiale.

1. Premesse terminologiche e concettuali

Per affrontare in modo adeguato lo studio del can. 1733 del Codice latino Ź necesario premettere qualche chiarimento – a livello piĚ sostanziale che non semplicemente terminologico – sui termini “mediazione” e “conciliazione” ai quali facilmente si fa riferimento in dottrina, partendo dal dato di fatto che il termine “conciliazione” non Ź presente nel Codice canonico latino ma solo nella dottrina, mentre – al contrario – il termine “mediazione” appare nel Codice ma non Ź usuale in dottrina. Nondimeno: i due termini sono utilizzati dalla maggioranza dei canonisti come veri sinonimi, senza curarsi affatto della loro differente natura e funzionalitą; in realtą spesso ignorate anche in ambito civile/statuale.

In merito si considerino, pertanto, alcuni elementi e fattori di fondo.

1) Il primo elemento di cui tener conto Ź la prevalenza in ambito giuridico generale del concetto di conciliazione, che giunge fino ad assumere la consistenza di un vero istituto giuridico con la funzione di ridurre l’attivitą giudiziale ordinaria: la c.d. conciliazione giudiziale, spesso affiancata alla transazione o all’arbitrato, soprattutto in ragione del risultato (= estinzione della lite) cui si perviene per via extragiudiziale. Il concetto di conciliazione, tuttavia, rimane ambiguo poiché capace d’indicare allo stesso tempo [a] sia l’attivitą volta al suo conseguimento, [b] sia l’esito stesso di tale attivitą: un esito che dissolve la contrapposizione tra le parti evitando la lite/contesa e quindi il Giudizio propriamente detto, da cui deriva la “funzione deflattiva” normalmente attribuita o riconosciuta alla conciliazione come tale.

        Lo stesso non puė dirsi, invece, per il concetto di mediazione, che risulta meno ampio poiché l’esito positivo di un’attivitą di mediazione non puė essere denominato in tal modo, sebbene anch’essa raggiunga la consistenza dell’istituto giuridico, integrato perfino nella procedura giudiziaria, almeno nella sua forma di “mediazione obbligatoria” quale soglia necessaria per accedere al contenzioso giudiziale vero e proprio, in caso d’inefficacia, come prevista, p.es., nell’ordinamento italiano. Trattandosi di condizione di accesso al Giudizio si parla giustamente di mediazione e non di conciliazione “obbligatoria”, altrimenti il Giudizio risulterebbe concretamente inattuabile; nondimeno l’esito sperato dal legislatore (a scopo deflattivo per i tribunali) Ź la conciliazione.

2) Un secondo elemento comune alle due attivitą merita di essere posto in evidenza: si tratta dell’intervento di (almeno) un terzo esercitante una funzione espressamente compositoria tra le parti. Ciė che caratterizza, infatti, la mediazione e la conciliazione non Ź la semplice “trattativa” (piĚ o meno diretta) tra le parti – intese come “posizioni” –, visto che entrambe le attivitą si realizzano attraverso l’apporto strutturale di un terzo che, tecnicamente, non Ź parte. Un terzo radicalmente diverso dal Giudice o dall’arbitro non tanto perché conciliatore e mediatore non possiedano alcuna capacitą d’imporre una “decisione”, ma per il fatto che proprio tale decisione risulta del tutto esclusa dal loro compito, espressamente orientato, invece, all’avvicinamento (sostanzialmente) morale delle parti anziché alla soluzione giuridica della contesa. ť questa presenza del terzo, a sua volta, che differenzia la conciliazione dalla transazione o qualunque altra forma di accordo, piĚ o meno, bonario tra le sole parti come tali, sebbene non ‘spontanea’.

3) In terzo luogo va considerato il fatto che, seppure concettualmente si tratti di attivitą simili (da cui l’instabilitą del linguaggio anche tecnico, spesso), gli effetti pratici non sono perė assimilabili poiché soltanto la conciliazione presuppone un esito extra-giudiziale positivo: la conciliazione, appunto. Diversamente si sarą trattato soltanto di (tentata) attivitą compositoria. ť questa la possibile differenza concettuale e teoretica che si puė rinvenire tra i due concetti: mentre, sostanzialmente, la conciliazione – in quanto esito – pone fine alla contesa risolvendola tra le parti, la mediazione – in quanto attivitą –, per parte propria, non raggiunge generalmente un tale esito, ma soltanto rende le parti maggiormente consapevoli delle implicazioni delle loro rispettive posizioni (ed eventuali responsabilitą), come accade espressamente nella c.d. mediazione penale (minorile).

4) Un’ultima considerazione va indirizzata agli ambiti giuridici di possibile applicabilitą della conciliazione e della mediazione in campo specificamente canonico, tenendo conto di una peculiaritą del diritto della Chiesa: la irriducibile distinzione tra “pubblico” e “privato” derivante dalla strutturale gerarchicitą dell’ordinamento stesso. Uno stato di cose che obbliga l’approccio canonistico a tener conto di due distinti ambiti giuridici rispondenti a presupposti e funzionalitą radicalmente diversi tra loro: 1) un ambito privatistico che non oppone resistenze né alla conciliazione né alla mediazione né ad alcun altro strumento giuridicamente efficace (cfr. cann. 1713-1716), 2) un ambito pubblicistico al cui interno difficilmente sarą possibile andare oltre la (semplice) mediazione. A questo peculiare ambito fa riferimento il can. 1733 CIC.

 

La tendenziale disorganicitą teoretica della materia suggerisce di esplicitare qualche altro elemento, utile alla miglior delineazione delle fisionomie proprie delle diverse attivitą, istituti giuridici e – maggiormente – loro ‘realizzatori’, soprattutto in chiave dialettica rispetto all’ordinaria funzione giudicante. In tale prospettiva occorre sottolineare alcuni ulteriori elementi di natura funzionale.

1) Le attivitą del mediatore e del conciliatore si caratterizzano per la creazione di un ambiente relazionale non contrappositorio, capace di ampliare le prospettive delle parti, favorendo la comprensione delle rispettive “esigenze” ben prima che “posizioni”. Il Giudice, al contrario, finisce spesso per consolidare le posizioni di parte per giungere a decidere (soltanto) in base alle Prove a lui fornite.

2) Ancora: il Giudice Ź chiamato a far osservare la legge, riportando ad essa le vicende oggetto di contesa. mediatore e conciliatore, invece, sono chiamati a far sď che le parti accrescano la loro conoscenza e consapevolezza degli elementi da cui origina la contesa favorendone un ragionevole ridimensionamento, se non anche il riconoscimento della (parziale o potenziale) fondatezza della posizione dell’altra parte, privilegiando la quaestio facti (in gran parte “ragioni”) rispetto alla mera quaestio Iuris (solitamente quasi solo “diritti”).

3) Mentre, poi, il Giudice non puė, ordinariamente, “aggiungere” al contraddittorio processuale nuovi dati ed elementi, una delle maggiori opportunitą di mediatori e conciliatori Ź proprio quella di (far) condividere le informazioni disponibili alle parti, sia facendole scambiare tra loro, sia anche integrandole con ulteriori dati ed elementi, come accade spesso quando si tratti di questioni di una certa tecnicitą. Nondimeno: spetta a loro anche il proporre “soluzioni”. Questo perė porta a qualificare il “conflitto” secondo criteri diversi dalla “contesa”, attivando approcci piĚ valutativi che non rivendicativi, integrando spesso le posizioni di parte, cosď da prospettarne esiti efficaci inizialmente non considerati né, forse, ipotizzabili dalle parti come tali prima del loro incontro.

2. Applicabilitą del can. 1733

Analizzando il can. 1733 con specifica attenzione al “suo” effettivo contesto normativo (= i Ricorsi contro i decreti amministrativi – v. infra), occorre porre in rilievo alcuni elementi e fattori generalmente non palesati in dottrina ma di tutta evidenza in campo applicativo e, come tali, da integrare nella riflessione teoretica sulle Norme espresse in tale canone.

1) Prima di addentarsi nella materia occorre considerare la sostanziale non riconducibilitą del can. 1733 all’ambito generico della soluzione dei conflitti nella Chiesa (cioŹ tra i fedeli come tali) e neppure alla semplice “tutela” dei c.d. diritti dei fedeli, ai quali la prassi e la dottrina, soprattutto nell’Europa centro-occidentale e anglofoni, hanno dedicato un notevole impegno nei due decenni della revisione codiciale. In tali contesti, infatti, canonisti e Conferenze episcopali s’impegnarono per creare (fuori dal Codice pio-benedettino allora vigente, ma anche lungi da quello futuro) procedure ed organismi vistosamente ‘alternativi’ ai tribunali ecclesiastici di ogni ordine e grado, che l’antigiuridismo del tempo riteneva non piĚ tollerabili/ipotizzabili. Il canone 1733, infatti, non evoca affatto né sollecita (né permette!) una specifica “procedura” per la tutela extra-giudiziale dei “diritti” dei diversi soggetti canonici alternativa, di fatto, alla previsione del can. 1400 §1 e non pertinenti la materia del §2 dello stesso canone. A ciė si aggiunga che – come riconosce la stessa dottrina – tali ‘dispositivi’, dove ancora attivi, si presentano come potenziali ostacoli al regolare svolgimento di quanto normato ai cann. 1732-1739.

2) In secondo luogo – facendo la necessaria “tara” applicativa al can. 1732 – occorre prendere atto che la Norma non riguarda affatto tutti, ogni e ciascun “Atto” posto da chiunque possieda potestą di governo né, tanto meno, ogni suo “silenzio” innanzi alle pur “legali” sollecitazioni dei fedeli. Il canone non riguarda, infatti, i semplici “atti” dell’autoritą ma soltanto i suoi provvedimenti effettivamente “decisori”, indipendentemente dalla loro forma: soltanto questo, infatti, vuole indicare il can. 1732 col suo estendersi oltre i soli decreti formalmente tali, anche in ragione della estrema ‘libertą’ di forme che tali provvedimenti assumono in modo crescente, creando – sovente – effettivi problemi di ‘riconoscimento’ ed ‘identificazione’.

Tendenzialmente infatti gli Atti c.d. graziosi – Dispense in primis – sono esclusi dalla previsione dei cann. 1732-1739: la libera valutazione, infatti, dell’esistenza o meno della “giusta e ragionevole causa” per concedere ciė che la legge ha gią preventivamente ed astrattamente escluso come possibile attivitą lecita dei fedeli (cfr. can. 90 §1) non incontra nell’ordinamento limitazioni né di opportunitą, né discrezionali. La “giusta e ragionevole causa”, infatti, si colloca all’interno di un differente ordine valutativo, di pertinenza esclusiva dell’autoritą di governo ecclesiale rispetto a valutazioni assiologiche generali (e generiche) gią previamente operate dal legislatore in via negativa.

Esistono, inoltre, Atti di valutazione della specifica “congruitą” di determinate condotte rispetto a criteri stabiliti o a peculiari circostanze, come avviene per le Licenze ed Autorizzazioni del Libro V del CIC, ma anche per un certo numero di attivitą o condotte generalmente proibite a chierici e religiosi (cfr. cann. 283; 285 §§2-3; 286; 287 §2; 289 §1; 672), difficilmente riconducibili sia all’ambito della “grazia” che della mera “decisione”.

Completamente estranei alla Norma sono anche gli Atti amministrativi generali (cfr. cann. 29-34), vista la loro funzione regolamentare e non semplicemente provvedimentale.

3) Occorre poi riconoscere che i diversi provvedimenti dell’autoritą esecutiva di governo non hanno tutti la stessa “qualitą”. La prassi, infatti, evidenzia come i provvedimenti di cui ai cann. 1732-1739 non siano affatto omogenei nei loro presupposti e pertanto anche nella loro possibile gestione. Non si puė infatti ignorare che una parte significativa dei provvedimenti adatti a dar corso alla previsione del can. 1733 (cioŹ alla Remonstratio e successivo eventuale Ricorso gerarchico) sono provvedimenti indirizzati a presidiare non tanto il “bene (pubblico)” ma principalmente l’“ordine pubblico”, trattandosi di provvedimenti di natura disciplinare (decreti e precetti) e non soltanto funzionale/organizzativa, come sono invece i provvedimenti provvisionali (riguardanti, cioŹ, gli uffici ecclesiastici), quelli ordinatėri e gli altri coi quali si provvede – generalmente – al c.d. bene pubblico inteso come miglior funzionalitą della vita ecclesiale. Affidare un Ufficio ecclesiastico (“bene pubblico”) o doverne limitare/impedire l’esercizio (“ordine pubblico”) non sono provvedimenti comparabili, né da porsi e tutelarsi allo stesso modo.

Il semplice screening cosď suggerito permette di evidenziare prima di tutto come oggetto del can. 1733 sia essenzialmente il contenuto dei provvedimenti.

- La questione non Ź inutilmente posta poiché solo in base al contenuto puė sorgere ragionevole “controversia”. Questioni di illegittimitą, infatti, andrebbero affrontate in altro modo, soprattutto perché – canonicamente – la contestazione di un provvedimento Ź possibile gią a motivo della sua gravositą per il destinatario, al di lą della stessa liceitą del provvedimento (= la c.d. inefficacia estrinseca). Non di meno risulterebbe giuridicamente stravagante “mediare” o “conciliare” in termini di legittimitą.

- La seconda considerazione riguarda la previsione – indiretta, ma costitutiva – che il provvedimento abbia generato una situazione “problematica” alla quale trovare una “equa soluzione”: Ź il tema dello “studio” nel quale, eventualmente, coinvolgere (il canone dice “ricorrendo a”) persone competenti o anche organismi (= uffici o consigli) incaricati di “ricercare e suggerire eque soluzioni”. Il can. 1733 §1, infatti, davanti alla gią avvenuta contestazione di un provvedimento oggettivamente inadeguato (= Remonstratio) esplicita che si tratta di trovare – per quanto possibile di “comune accordo” – una “soluzione” alla controversia: “soluzione” che – per natura propria – si dą innanzi ad un “problema” che, come tale, generalmente sorge da un Atto lecito e legittimo, e non – invero – innanzi ad una “lesione di diritti” (Causa iurium) o “conflitto d’interessi”!

“Problema” applicativo (= disfunzionalitą) e “lesione” di posizioni giuridiche soggettive (= illiceitą) non sono entitą comparabili né reciprocamente riducibili.

Ciė risponde al principio che le concrete divergenze operative, quali sono le “controversiĺ” sia del can. 1400 §2 che del can. 1733 (“controversiĺ” usa il legislatore, diverso da “contentiones”, oggetto del c.d. contenzioso), devono essere risolte all’interno dell’ambito – seppure allargato (cfr. can. 1733 §§1-2) – del governo come tale, diversamente da quanto previsto, invece, per dichiarare e rivendicare “fatti” e “diritti” (Causae iurium), per i quali Ź competente il tribunale ordinario, ex can. 1400 §1, 1° (= lite/contesa).

La disposizione del can. 1733 risulta cosď pienamente inquadrabile all’interno del concetto di Autotutela (amministrativa) di cui gode in vari ordinamenti (giuridici) l’autoritą di governo al fine di veder comunque realizzate senza inutili dilazioni e pretestuosi ostacoli, come risultano essere spesso i c.d. tempi processuali, le finalitą di ordine generale affidate alla sua attivitą. L’Autotutela infatti permette di risolvere le questioni pratiche, piĚ che di principio – e tali sono i “problemi” (= controversiĺ) –, connesse al conseguimento delle finalitą istituzionali (bene ed ordine pubblico), a differenza del contenzioso (= contentiones) propriamente detto, piĚ proprio della dimensione ‘individuale’ (per non utilizzare in modo improprio il linguaggio della “privatezza”).

Ciė a tanto maggior ragione per il fatto che la maggioranza dei provvedimenti di governo, soprattutto se rispondenti a doveri d’Ufficio imposti dalla legge, sono del tutto “leciti” poiché non violano alcun “diritto” (= right) di nessuno, mentre oggetto del Ricorso gerarchico (ex can. 1733 §1) sono provvedimenti dell’autoritą ritenuti “gravosi” («gravatum se decreto putet» – can. 1733 §1) dal loro destinatario o qualche altro avente-causa. L’eventuale illegittimitą del provvedimento – caratterizzandolo come “discordante dalla legge”, sebbene ad essa non-contrario – porrebbe invece l’attenzione su elementi e fattori riconducibili all’errore in decernendo o in procedendo: errore generalmente ricuperabile dall’autoritą quando venga opportunamente posto in evidenza (= Autotutela): a questo serve infatti la Remonstratio.

L’errore, tuttavia, nell’adozione di un provvedimento (= illegittimitą) Ź radicalmente diverso dal problema che il provvedimento crea con la propria esecuzione (= gravame): non puė sfuggire al giurista che si tratti di elementi incomparabili ed irriducibili.

3. Applicazione del can. 1733

3.1 I presupposti

Dopo aver meglio precisato il perimetro reale (e realistico – sic) d’applicazione del can. 1733, al fine di comprendere adeguatamente anche l’oggetto effettivo di tale Norma Ź necessario considerarlo unitamente alle Norme alle quali il provvedimento rivelatosi inefficace, almeno di fatto, avrebbe dovuto sottostare gią al momento della sua formazione ed adozione, secondo la previsione dei cann. 50 e 51 CIC, secondo i quali: 1) «prima di fare un decreto singolare, l’autoritą ricerchi le notizie e le prove necessarie, e, per quanto Ź possibile, ascolti coloro i cui diritti possono essere lesi»; 2) «il decreto si dia per iscritto esponendo, almeno sommariamente, le motivazioni, se si tratta di una decisione».

I canoni indicati evidenziano come il cuore della problematica che sorga in ragione del provvedimento, cosď come le sue soluzioni possibilmente condivise ed equitative («si provveda di comune accordo a ricercare un’equa soluzione»), in realtą, vada individuato nella sostanziale carenza di informazione e valutazione degli elementi sui quali si fonda il provvedimento contestato: una carenza che il legislatore latino non ha saputo evitare prevedendo che il destinatario stesso del provvedimento venga comunque coinvolto nella sua fase elaborativa. Un errore che lo stesso legislatore formale ha poi evitato di ripetere nel can. 1517 del CCEO che, invece, richiede tale partecipazione previa.

Questo, perė, significa che occorre volgere l’attenzione non tanto a ciė che la dottrina (e la Giurisprudenza) hanno indicato ininterrottamente per decenni: la “illegittimitą” dell’Atto amministrativo singolare, comunque inteso e compreso ex can. 1732 (v. supra – sic), ma primariamente – se non esclusivamente – i contenuti del provvedimento oggetto di resistenza da parte del suo destinatario.

Che si tratti di “contenuti” – previ o successivi al provvedimento – e non di sua “legittimitą” risulta palese dal dettato normativo codiciale che non parla mai di legittimitą nelle Norme in oggetto, né in quelle codiciali connesse. Ed Ź proprio perché si tratta di contenuti che Ź possibile cercare un esito di piĚ ampio respiro e radicamento nella realtą (= le informazioni e prove del can. 50), attraverso lo studio e la ricerca di possibili “soluzioni” che facciano fronte alle esigenze sia del governo ecclesiale (autore del provvedimento inefficace) che di coloro i quali ne risultino coinvolti in prima persona: «coloro che il decreto direttamente raggiunge» (can. 1517 CCEO). ť questa l’attivitą mediativa istituzionale a cui il can. 1733 rimanda: un’attivitą alla quale – ragionevolmente – il destinatario del provvedimento prende parte fornendo ex post elementi informativi e valutativi che risultino de-potenzianti rispetto ai presupposti del provvedimento stesso, cosď da poterlo rendere applicabile, almeno nella sua sostanza, nel caso in cui sia effettivamente necesario ai fini del bene pubblico che lo dovrebbero ispirare. In merito si Ź parlato di “verifica istituzionale a posteriori” dell’inefficacia del provvedimento.

Trattandosi di informazioni, prove, ed altri elementi ‘fondativi’ del provvedimento di governo, risulta chiaro ex natura rei che non si tratta di cercare un “accordo” in cui le parti “contrattino” i rispettivi esiti favorevoli della controversia, come accadrebbe per diritti o prerogative o pretese inter pares (cfr. cann. 1713-1716), poiché si «tratta qui di questione di pubblico interesse» e non di posizioni, beni, interessi privati. Anche perché a differenza del contenzioso giudiziale ordinario (cfr. can. 1400 §1) non si tratta di ‘posizioni soggettive’ ma di disposizioni autoritative che modificano la vita del loro destinatario.

ť espressamente in quest’ottica che sia le persone autorevoli che gli organismi evocati come co-protagonisti di tale attivitą sono chiamati a proporre “soluzioni” in qualche modo alternative al mero disposto nel provvedimento contestato: soluzioni che tengano conto di tutto quanto emerso, spesso piĚ dal punto di vista “tecnico” che non “di parte”, evitando che le parti – appunto – si lascino irretire da posizioni “di principio” ed emotive, e non sappiano – invece – “risolvere” il problema di cui si tratta, tenendo effettivamente conto di tutti gli elementi e fattori in gioco, sia di cose che di circostanze che di persone. In tal senso il tenore testuale della Norma non pare rimandare in alcun modo né ad istituti giuridici formalizzati (in similitudine con la conciliazione civilistica) né a peculiari procedure, come il “Due Process” dell’Episcopato statunitense o le Strutture inglesi, olandesi, belghe, riferite dalla dottrina. Tanto piĚ che tali attivitą extra-codiciali hanno finito per stravolgere completamente la natura stessa delle cose, giungendo perfino a chiamare “tribunali amministrativi” organismi privi di qualunque potestą, destinati ad emettere soltanto “vota” non vincolanti per l’autoritą di governo coinvolta la quale, a volte, non li ha neppure recepiti.

3.2 La modalitą

Dal punto di vista operativo l’attivitą mediativa del can. 1733 §3 Ź legata al tempo di 30 giorni stabilito dalla legge per la necessaria Risposta alla Remonstratio, profilando un’attivitą la cui gestione risulta perė alquanto indeterminata («operi principalmente allorquando […] né siano spirati i termini per ricorrere»), rendendo non chiaro come l’avvio dell’attivitą mediativa possa concretamente interferire con la reale possibilitą/necessitą del Ricorso gerarchico.

In merito va osservato che, se da un lato Ź comprensibile che la Norma abbia tenuto ben fissi e perentori i termini per questo genere di operativitą in modo da non estendere indebitamente le possibilitą di contrasti istituzionali, dall’altro Ź perė altrettanto non chiaro l’uso che l’autoritą ecclesiale potrebbe fare dello strumento mediativo, p.es.: perdendo tempo in vista della perenzione dei termini per il possibile Ricorso gerarchico contro il suo provvedimento.

Nondimeno: Ź altrettanto certo che l’attivitą mediativa vada effettivamente eseguita proprio durante i 30 giorni utili per la risposta alla Remonstratio, senza alcuna interferenza con essi in vista del Ricorso gerarchico che – se deciso da parte del destinatario dell’Atto amministrativo – deve comunque essere avviato, senza che questo intralci affatto l’attivitą mediativa poiché, in caso di soluzione della controversia, il Ricorso gerarchico puė sempre essere ritirato. Non vale invece il contrario: l’attivitą mediativa non Ź affatto sospensiva dei tempi per il Ricorso e potrebbe, anzi, essere utilizzata dall’autoritą – in modo scorretto – proprio per far giungere a scadenza tale possibilitą che la vedrebbe svantaggiata e, comunque, sotto accusa. In tal senso la proposta da parte dell’autoritą d’intraprendere un’attivitą mediativa non puė né deve in alcun modo essere considerata come “risposta” alla Remonstratio, disinnescando il “silenzio negatorio” previsto come adatto ad attivare il Ricorso gerarchico quando alla Remonstratio non si sia data alcuna risposta istituzionale. Sarebbe infatti troppo semplice – e soprattutto contrario alla mens del legislatore (e della Norma) – proporre un’attivitą mediativa che si trascini oltre i 30 giorni previsti dal can. 1735 cosď da impantanare la resistenza del destinatario del provvedimento offrendo all’autoritą scappatoie meramente formali come la perenzione dei – soli – primi termini per il Ricorso gerarchico. “Primi termini” poiché, in realtą, la legge impone all’autoritą che “deve” dare una risposta un termine massimo di 3 mesi (cfr. can. 57) entro cui ottemperare al proprio dovere d’Ufficio; contro tale risposta, se e quando effettivamente data, il richiedente puė sempre agire a tutela della propria posizione. I 30 giorni previsti in caso di “non decisione” dell’autoritą hanno, infatti, una funzione meramente deterrente nei confronti di inerzie e disinteressamento. Si osservi in merito come il can. 1735, in realtą, non parli affatto né di “silenzio” dell’autoritą – come fa la maggior parte della dottrina – né di “risposta” comunque data (come la su indicata ‘proposta’ di attivitą mediativa) ma di sua “non decisione” (= nihil decernat): non decisione che, legittimamente, potrebbe attribuirsi all’inefficienza dell’attivitą mediativa portata per le lunghe (cioŹ: oltre i 30 giorni).

Giova tener presente in questo caso come la dimostrazione certa di “dolo” da parte dell’autoritą che abbia agito per far trascorrere inutilmente il tempo della – sola – attivitą mediativa potrebbe non precludere, in linea di principio, la possibilitą di presentare ugualmente, se non proprio il Ricorso a termine di legge, almeno qualche altra “richiesta” di interessamento attivo alla questione da parte del superiore gerarchico. La Giurisprudenza della Segnatura apostolica conosce infatti casi di accettazione di Azione contenziosa pure al di lą della scadenza dei termini perentori; anche perché il concetto di “tempo utile” (cfr. can. 201 §2) lo estende oltre la sua dimensione semplicemente “fisica”.

3.3 Il proponente

Questione alla quale non risulta sia stato dedicato, fino ad oggi, specifico interesse da parte degli autori Ź quella che riguarda il “chi” debba intraprendere l’attivitą indicata dal can. 1733: l’attivazione, cioŹ, dell’attivitą mediativa volta ad evitare che sorga “contesa tra il destinatario e l’autore del decreto”.

Al di lą della evidentissima mera affermazione di principio operata dal legislatore, l’amministrativista ‘attento’ (o ‘critico’) potrebbe porre il dubbio se/che la non attivazione dell’attivitą possa eventualmente – un domani – ricadere in malo su uno dei due protagonisti, potendogli essere ‘posta a carico’ come condotta (finanche dolosa) che non ha reso possibile un’adeguata pronta soluzione del problema. Un’eventualitą non senza possibile rilievo in sede di decisione del successivo Ricorso gerarchico quando, valutando appunto la sostanzialitą delle circostanze di persone e loro condotte, potesse emergere – p.es. – un atteggiamento arrogante o litigioso in grado di sottrarre ogni plausibilitą al merito della questione e alla rivendicazione del proprio punto di vista. A ciė si aggiunga che il rilievo, anche disciplinare, che un tale fattore potrebbe assumere lungo il tempo non Ź puramente teorico, come potrebbe dimostrarsi per la condotta di un superiore (diocesano o religioso) costantemente chiuso ad ogni rapporto, incontro, confronto, coi destinatari dei suoi provvedimenti di governo al quale tale condotta venisse contestata in termini di “abuso di potere” o “arbitrarietą nel governo” o altro del genere; non diversamente per il chierico o il religioso petulante e litigioso che non accetti mai quando disposto a suo riguardo (uffici ecclesiastici, obbedienze religiose, ecc.) da parte dei superiori. Semel et semper in decernendo idem non valent

Concretamente: la volontą di non giovarsi affatto dell’attivitą mediativa, quanto puė effettivamente incidere sulla (non) soluzione del problema? Quanto, nondimeno, un superiore puė pretendere – e conseguentemente contestare – la disponibilitą del destinatario del provvedimento a “cercare di comune accordo un’equa soluzione” per il problema delineatosi? Di conseguenza, sotto il profilo della prassi: chi interpone Remonstratio avverso un provvedimento di governo ecclesiale Ź (forse) ‘tenuto’ ad offrire espressamente la propria disponibilitą o a chiedere quella del superiore per risolvere di comune accordo il problema? Da tale assenza nel testo della Remonstratio il superiore puė dedurre l’indisponibilitą della persona ad affrontare insieme la questione, sentendosi cosď legittimato ad assumere un atteggiamento ‘restrittivo’ nei suoi confronti? Di pari passo: il superiore gerarchico che riceve un Ricorso “deve” valutare anche l’assenza di riferimenti a tale attivitą, consigliata ma non necessaria? In quale modo?

“Risposta non c’Ź…”. Rimane perė il fatto che uno ‘stile’ di condotta ecclesiale effettivamente ispirato a comunionalitą, corresponsabilitą, bonum Ecclesiĺ et personarum, dovrebbe saper giovarsi di questo genere di opportunitą per risolvere – spesso, involontari – problemi anziché crearne – improvvidamente – di nuovi.

Ciė detto per le numerosissime situazioni in cui tutto sia affidato alla sola buona volontą delle parti, non puė tacersi il fatto che, laddove siano stati istituiti gli organismi/uffici o altro indicati dal canone per partecipare all’attivitą mediativa in oggetto, possano rimanere ancora numerosi ed importanti problemi ai quali cercare un’adeguata risposta.

In merito si deve infatti tener conto che l’attivitą mediativa in oggetto non puė ritenersi in qualche modo ‘alternativa’ – né, tanto meno, previa – all’interposizione della Remonstratio canonica spettante ex Lege al destinatario di un provvedimento di governo ecclesiale (cfr. cann. 1733-1739). Non puė, cioŹ, l’Ufficio o l’organismo sostituirsi al (o sostituire il) superiore ecclesiale che ha emanato il provvedimento nell’esercizio del proprio Ufficio ecclesiastico. Ciė sia perché occorre comunque che sia stata interposta la Remonstratio, sia – piĚ sostanzialmente – perché scopo della Remonstratio Ź attivare un proficuo incontro tra i due protagonisti della vicenda e non il semplice reperimento di una soluzione – qualsiasi – che ciascuno dei due accolga (autonomamente).

Ciė in linea di principio!

3.4 Attivitą mediativa intraecclesiale non canonica

Per quanto concerne gli organismi/uffici di conciliazione attivi ad intra Ecclesiĺ, occorre porre adeguata attenzione alla loro vera natura giuridica e funzionale, sapendo riconoscere e distinguere quelli propriamente “canonici” (previsti dal can. 1733) da quelli meramente “ecclesiali”, oppure: quali funzioni essi svolgano in materia di stretto governo ecclesiale (ex can. 1733) e quali in altre materie coinvolgenti Istituzioni ed autoritą ecclesiali.

Chi entra nella materia deve infatti riconoscere che esistono ambiti di mera attivitą svolta in riferimento alla Chiesa nei quali le funzioni proprie dei superiori ecclesiali coincidono o si affiancano (di diritto o anche solo di fatto) con altre funzioni la cui specifica natura non ha nulla di propriamente ‘ecclesiale’: cosď Ź per ciė che riguarda – principalmente e paradigmaticamente – l’ambito lavorativo connesso all’attivitą degli enti canonici… scuole, cliniche, uffici, ecc. In tali contesti, infatti, le funzioni di ‘direzione’ e ‘gestione’, seppure svolte da superiori ecclesiali, non configurano affatto quelle di governo ecclesiale propriamente inteso. Si pensi al Vescovo diocesano in riferimento ai dipendenti laici degli uffici della Curia diocesana oppure di una scuola cattolica o di attivitą assistenziali (mensa, dormitorio…) svolte direttamente dalla Diocesi in quanto Ente giuridico. L’essere Pastore proprio della Portio Populi Dei eo commissa, o l’essere l’Amministratore e Rappresentante dell’Ente giuridico connesso a iure con tale Ufficio ecclesiastico (cfr. can. 393), non sono la stessa cosa, né funzionano allo stesso modo. Assunzioni, licenziamenti, trasferimenti, ordini di servizio, interventi disciplinari, ecc. verso i “dipendenti” dell’Ente Diocesi sono senza dubbio provvedimenti amministrativi indirizzati a singoli destinatari, ma di natura radicalmente estranea all’esercizio della potestą di governo ecclesiale al quale s’indirizzano i cann. 1732-1739.

Diverso nei presupposti canonici, anche se molto simile nell’operativitą concreta e nelle conseguenze, Ź l’ambito – eminentemente ‘concordatario’ – dei c.d. gradimenti o nulla osta di competenza dell’autoritą canonica per lo svolgimento di attivitą specifiche di terzi, com’Ź, in Italia, per l’insegnamento della Religione cattolica nelle scuole statali o la docenza nelle Universitą cattoliche. A differenza di quanto illustrato piĚ sopra per gli enti canonici che svolgano in proprio specifiche attivitą comportanti l’assunzione diretta di lavoratori dipendenti, nei casi qui in esame si tratta di lavoratori dipendenti di enti generalmente non-canonici (= le scuole statali) la cui possibilitą lavorativa, tuttavia, dipende da un Atto dell’autoritą ecclesiastica come tale. Si noti pure come in questo caso non si tratti di attivitą ‘autonoma’ di tale autoritą (un decreto o Precetto) ma di un sostanziale Rescritto su istanza dell’interessato per ottenere una – mera – Dichiarazione abilitante (= idoneitą) ad un’attivitą di terzi: una “condizione” cui assolvere per poter svolgere una propria attivitą lavorativa, presso terzi, sebbene d’interesse finale della Chiesa come tale (cfr. cann. 794; 799). In ragione della portata e consistenza espressamente ‘morale’ di tale idoneitą, essa non puė venire richiesta/accordata una tantum (al pari di un’eventuale certificazione dei Titoli accademici) ma dev’essere rinnovata periodicamente mettendo potenzialmente a rischio l’attivitą lavorativa del soggetto interessato, con tutte le conseguenze (etiche e sociali) del caso, risultando potenzialmente atta a far “perdere il posto di lavoro”.

In questi ambiti (preferenziali, ma anche solo indicativi) si Ź assistito – e si continua – alla creazione, diocesana o nazionale, di specifici organismi o anche uffici di conciliazione espressamente incaricati di intervenire, a volte anche obbligatoriamente, nelle situazioni problematiche connesse prima di tutto alla “tutela del lavoratore” o a tematiche similari, generalmente di natura economica, seguendo una ‘logica’ radicalmente diversa da quella posta alla base dei cann. 1732-1739. Una ‘logica’ che, sebbene interna e appartenente all’attivitą della Chiesa, non puė tuttavia esser considerata propriamente “canonica” e pertanto ‘pretendere’ di venir – anche solo gradualmente – assunta ed applicata nell’ambito normato dal can. 1733. Ciė senza pregiudizio alcuno nei confronti della eventuale “identitą” dell’organismo/Ufficio come tale, che potrebbe operare sia canonicamente (ex can. 1733), sia ecclesialmente (per le materie assegnate), caso per caso.


in: IUS CANONICUM, LX (2020), 1-25