La mediazione nel diritto (pubblico) canonico: il can. 1733 C.I.C.
La mediazione nel diritto canonico non � un procedimento formalizzato ma unÕattivitˆ di
avvicinamento delle parti esperibile anche nel diritto pubblico. Davanti ai provvedimenti di governo il can. 1733 C.I.C. invita alla mediazione anzichŽ al contenzioso amministrativo. Gli ambiti interessati possono essere:
uffici ecclesiastici, insegnamento della religione cattolica, attivitˆ
pastorale retribuita, sostentamento del clero.
Mediation
in (Public) Canon Law: can. 1733 C.I.C.
Mediation in
Canon Law is not a formalized procedure but an activity of bringing the Parties
closer, also available in Public Law. As regards the Governance measures, can.
1733 C.I.C. calls for Mediation rather than administrative litigation. The
areas concerned might be: ecclesiastical offices, teaching of the Catholic
religion, paid pastoral activity, clergy remuneration.
Per affrontare in modo adeguato il tema della Òmediazione nel
diritto canonico ai fini della risoluzione delle controversieÓ � necessario
osservare innanzitutto che il termine ÒconciliazioneÓ non � presente nel codice
canonico latino ma solo nella dottrina, mentre il termine ÒmediazioneÓ appare
nel codice ma non � usuale in dottrina. Non di meno: i due termini sono
utilizzati dalla maggioranza degli autori come veri sinonimi, senza curarsi
affatto della loro differente natura e funzionalitˆ.
1. La Chiesa e
le liti
1.1. Approccio
sostanziale
Dal punto di vista espressamente canonico, non si sbaglierebbe se
si affermasse – anche in linea di principio – che il
diritto della Chiesa ha una sorta di idiosincrasia con lÕambito contenzioso
come tale: una vera pre-comprensione
sfavorevole
verso la contesa in sŽ e per sŽ, sia in ambito privatistico che pubblicistico.
Si tratta di un atteggiamento radicato ed ÒoriginarioÓ per il
quale risulta fondante lÕappello di san Paolo in
1Cor 6,7 che sollecitava addirittura a lasciar perdere il proprio
diritto (privato) piuttosto che litigare con un ÒfratelloÓ (cfr.
1Cor 6,9), redento anchÕesso dal Òsangue
prezioso di CristoÓ (cfr.
1Pt 1,19).
é stato questo presupposto
espressamente
teologico a creare nel cristianesimo un atteggiamento molto pi� favorevole
ai diversi modi di soluzione informale e pacifica delle questioni che non alla
loro formalizzazione e soluzione giudiziale. I secoli, in realtˆ, hanno
contribuito ad indirizzare in tuttÕaltra direzione lÕattivitˆ ecclesiale
strutturando in capo al vescovo una vera funzione giudiziale, anche
civilistica, giˆ a partire dalla
episcopalis
audientia nel IV sec. (Maym—, 166), sebbene tale dimensione sia
gradualmente andata contraendosi dopo il medio evo con lÕautonomizzarsi delle
strutture giudiziarie civili.
In questa prospettiva, anche se lÕattuale ordinamento canonico
offre un diritto processuale ÒcompletoÓ, adatto a gestire praticamente ogni
tipo di controversia (cfr. can. 1400 ¤1), non di meno la realtˆ mostra una
dinamica giudiziale limitata in massima parte alla nullitˆ matrimoniale, che
solo molto indirettamente pu˜ essere considerata una vera ÒliteÓ (
v. infra). Non di meno, ogni accesso al
giudice ecclesiastico potrebbe avere quale proprio esito addirittura
auspicabile quello di
evitare il giudizio
stesso, attraverso uno dei differenti modi previsti dalla legge (cfr. cann.
1713-1716). Ci˜ accade poichŽ tutto ci˜ che sia disponibile alle parti (mai il
vincolo sacramentale!) pu˜ sempre essere oggetto di soluzione equitativa tra le
stesse senza trasformarsi necessariamente in causa giudiziale vera e propria.
Il can. 1695 per il processo di separazione coniugale risulta paradigmatico in
merito, poichŽ spinge il giudice a consigliare la riconciliazione tra i coniugi
anzichŽ la lite. Lo stesso accadeva per la nullitˆ matrimoniale nel precedente
can. 1676 del
CIC, oggi abrogato
nella sua lettera dal m.p. Ò
Mitis IudexÓ
(Franciscus 2015), sebbene rimanga invariata la prescrizione generale del can.
1446 riguardante i compiti del giudice ecclesiastico di cui era peculiare
espressione.
In proposito non si pu˜ ignorare che –
ex natura rei et ex testimonio histori¾ –
alla base del diritto canonico sta primariamente la
concreta veritˆ dei fatti (Gherri 2015, 189; 192). Una veritˆ dei
fatti che riguarda pressochŽ sempre
rapporti
tra persone e loro eventuali beni che, una volta accertata, non chiede altro
che di essere ripristinata (la c.d.
restitutio
in integrum dello
status quo ante).
In tale prospettiva il processo giudiziale canonico non costituisce prima di
tutto un Òistituto costitutivoÓ per ÒcreareÓ nuove realtˆ giuridiche (come
accade spesso nel diritto statuale), ma una peculiare modalitˆ ÒepistemicaÓ
(Arroba Conde, 283-314; Di Bernardo 2016, 135; 146) per raggiungere la veritˆ
su atti e fatti del passato non pi� accessibili alla conoscenza ordinaria delle
cose, evidenziando come la maggior parte dei giudizi canonici siano
essenzialmente
processi di cognizione
anzichŽ costitutivi. é per questo che nella Chiesa il raggiungimento della
veritˆ conclude qualunque istanza e, soprattutto, lite/contesa, non dandosi
nella vita della Chiesa ulteriori traguardi da conseguire attraverso lo
strumento giudiziale.
Di natura radicalmente diversa sono le considerazioni circa
eventuali circostanze o conseguenze connesse alle condotte in questione (
ex facto oritur ius), alle quali si
cerca di rispondere in modo ÒequitativoÓ, contemperando con
ragionevolezza e
benevolenza eventuali stati di necessitˆ particolarmente gravosi
per qualcuno dei soggetti interessati alla questione, come avviene spesso nei
confronti dei c.d. obblighi naturali della vita coniugale (cfr. cann. 1148 ¤3;
1611, 2¡), come pure nei casi di dimissione dallÕIstituto religioso (cfr. cann.
686 ¤3; 702 ¤2) o di dispensa dagli obblighi dello stato clericale.
In proposito potrebbe rivelarsi utile la distinzione tra
ÒprivatezzaÓ delle parti in causa e ÒprivatezzaÓ dei beni in causa o, se lo si
vuole, tra
bene privato e
bene pubblico, tenendo conto che la
materia � regolata canonicamente non dallo
status
dei ÒlitigantiÓ ma dalla natura dei beni in questione; al punto che due diocesi
in giudizio per il possesso di un edificio di culto (p.es.: un santuario)
configurerebbero un giudizio inerente un
bene
privato (= una proprietˆ), mentre i coniugi putativi in giudizio per
la nullitˆ del loro vincolo nuziale configurano senzÕaltro un giudizio inerente
un
bene pubblico (= un
sacramento).
In questa prospettiva: da una parte, ci˜ che coinvolge
esclusivamente lÕinteresse o il bene c.d.
privato
gode delle possibilitˆ pi� ampie di soluzionabilitˆ extra-giudiziale;
dallÕaltra, ci˜ che riguarda il c.d.
bene
pubblico non risulta disponibile a soluzioni espressamente conciliative/pattizie,
poichŽ nessuno pu˜ disporre in modo privato (cio� non
nomine Ecclesi¾) del bene pubblico ecclesiale.
La cosa � comprensibile considerando che, a differenza del venir
meno della lite/contesa per cessazione dei suoi presupposti – come
avviene con la
riconciliazione delle
parti (diversa, per˜, dalla procedura di conciliazione
extra-giudiziale) –, una vera conciliazione (come istituto
giuridico) in materia di bene pubblico non risulta esperibile poichŽ non �
accettabile che i contendenti Òdispongano in proprioÓ del bene pubblico come
tale. Ci˜ vale a maggior ragione quando le parti non agiscano
inter pares ma allÕinterno di un
rapporto gerarchico (e pertanto ÒpubblicisticoÓ), comÕ� il governo ecclesiale
cui sÕindirizza specificamente la norma del can. 1733 (
v. infra).
1.2. Approccio
normativo
Che lÕapproccio canonico si caratterizzi per un deciso
orientamento ad
evitare del tutto la
lite giudiziale, risulta ben evidenziato dal can. 1446
CIC che, inaugurando le norme riguardanti lÕufficio dei giudici e
dei ministri del tribunale, impone al giudice stesso di Ònon omettereÓ non
soltanto di esortare le parti ma, addirittura, di aiutarle (in qualunque
momento della causa) a Çcercare di comune accordo unÕequa soluzione della
controversiaÈ, anche attraverso unÕattivitˆ di mediazione che eviti il sorgere
della lite/contesa. Il ¤3 dello stesso canone affida addirittura al giudice,
quando la lite/contesa verta sul
bene
privato delle parti, di ÒvedereÓ se sia possibile trovare una soluzione
anche attraverso strumenti extra-giudiziali quali la transazione o lÕarbitrato
(Ortiz 1999, 69), rimandando espressamente alla loro specifica normazione nei
cann. 1713-1716 riguardanti gli strumenti giuridici per
evitare le liti.
Significativamente, pertanto, la prima norma sullÕattivitˆ propria
del giudice canonico gli impone di
evitare
del tutto il contenzioso come tale. In questo la differenza col giudice
civile � evidente, soprattutto per il fatto che in ambito civile gli istituti
extra-giudiziali di mediazione e conciliazione risultano ormai funzionalizzati
allÕaccesso al giudice con finalitˆ deflattiva nei confronti dellÕattivitˆ
giudiziaria come tale.
La generale non predilezione canonica per gli strumenti giudiziali
di risoluzione delle liti/contese non si limita, per˜, alle sole questioni
ÒprivateÓ poichŽ anche in qualche specifica situazione di Òbene pubblicoÓ (come
sono le cause matrimoniali) lÕordinamento preferirebbe la soluzione extra
giudiziale, come accade emblematicamente per la dispensa
super rato che si rendesse plausibile in corso di giudizio di
nullitˆ matrimoniale, cos“ da evitare di giungere a sentenza (cfr. can. 1678 ¤4
CIC-2015;
olim can. 1681
CIC). Non
di meno: quando si tratti di
bene
pubblico la preferenza per lÕextra-giudizialitˆ della trattazione delle
questioni, riguarda maggiormente le
modalitˆ che non il loro
esito,
visto che – nel citato caso del
super
rato – sarˆ lÕautoritˆ a concedere eventuale dispensa
dallÕimpedimento di vincolo, senza che ÒtraÓ le parti possano intervenire
ÒsoluzioniÓ alternative, tanto meno di natura pattizia.
Tale consapevolezza di fondo rileva in modo particolare in
riferimento al diritto matrimoniale canonico, nel quale non � possibile
lasciare alle parti private la possibilitˆ di ÒaccordarsiÓ (o venire a patti)
in base a
loro interessi, sulla
soluzione della vicenda riguardante la validitˆ o meno del loro matrimonioÉ
come finisce spesso per accadere nelle separazioni e divorzi consensuali in
ambito civile (Buselli Mondin 2006; 2011; 2016; 2017; Zuanazzi, 622-627).
Diversa � invece la possibilitˆ di accedere al giudizio in modo ÒconcordeÓ
(=
litisconsortio) sui fatti che
hanno impedito al matrimonio di raggiungere la validitˆ: fattore previsto in
modo speciale dalle nuove norme sul processo pi� breve innanzi al vescovo
diocesano introdotte col m.p.
Mitis Iudex
del 2015, pur non risultando escluso dalle precedenti norme del codice del 1983
(Buselli Mondin 2010, 291-345). LÕambiguitˆ circa questo particolarissimo
ÒaccordoÓ delle parti in vista della causa di nullitˆ matrimoniale pu˜ essere
rimossa
ab origine considerando che i
concetti di riferimento di questo peculiare approccio giudiziale non sono
quelli
privatistici (nŽ quelli
arbitrali) civili ma quelli proposti
dalla c.d.
restorative justice
progressivamente affermatasi in ambito penale minorile (Riondino, 193-195) in
ragione e in vista di una miglior prospettiva di
ricupero delle relazioni tra le parti in conflitto (offensore ed
offeso nel diritto penale, coniugi putativi in quello matrimoniale). Non vale
invece nella Chiesa la prospettiva tipica dellÕ
adversarial trial anglosassone che, quasi, costringe le parti
private a ÒtransareÓ prima del dibattimento giudiziale vero e proprio cos“ da
conseguire un risultato al contempo certo e pure parzialmente favorevole per
ciascuna di esse (Di Bernardo 2013, 32). Canonicamente, infatti, non si tratta
di
accordarsi sugli esiti delle
vicende, ma di essere
concordi sulle loro
premesse, cos“ che sia la
veritˆ
condivisa ad emergere ed indirizzare la soluzione, nella consapevolezza che
quello matrimoniale canonico � soltanto un Òprocesso di cognizioneÓ orientato a
ÒprovareÓ, contro la presunzione della legge, che lÕatto (matrimoniale) sebbene
posto nel debito modo riguardo ai suoi elementi esterni (cfr. can. 124 ¤2) non
corrispondeva, in realtˆ, alla sua
veritˆ
intrinseca, dipendente delle disposizioni (oggettive e soggettive) dei
nubenti. Si tratta, con evidenza, di un presupposto radicalmente diverso dalle
cause civili poichŽ nel processo matrimoniale canonico Çnon vi � alcun bene
conteso tra le partiÈ, come affermava Benedetto XVI nel suo discorso alla Rota
Romana del 28 gennaio 2006 (Benedictus 2006, 137).
2. Mediazione
vs. conciliazione nel diritto canonico
Il codice canonico latino utilizza il termine ÒmediazioneÓ solo
due volte, nei cann. 1446 e 1733, in entrambi i casi in riferimento non ad un
istituto o procedimento giuridico formalizzato o formalizzabile, ma rimandando
al semplice
coinvolgimento operativo
di Òpersone autorevoliÓ nella soluzione di questioni (Corso, 48-49). Un dettato
normativo che offre un riferimento piuttosto generico ed a-tecnico,
presumibilmente finalizzato soltanto ad allargare il numero dei soggetti
legittimamente coinvolgibili al fine di risolvere la controversia. La cosa
nella sua sostanzialitˆ non � isolata poichŽ anche in altri frangenti
lÕordinamento impone al decidente ÒunicoÓ di operare con lÕapporto
(= consultazione e confronto) di altre persone: i c.d. assessori, sia del
giudice (cfr. cann. 1424; 1425; 1673 ¤4; 1676 ¤3; 1685; 1687; 1720) che
dellÕordinario (cfr. cann. 1742 ¤1; 1750).
Il fatto rileva tanto maggiormente nel giˆ citato can. 1446
espressamente diretto ad illustrare lÕattivitˆ in cui consiste il ministero
proprio ed esclusivo del giudice ordinario, soprattutto quando si tratta di
ÔaffiancarloÕ con altre figure che, pur cooperando alla certezza morale, non
possono tuttavia porre in ombra il giudice come tale: si vedano in merito le
figure peritali (De Lanversin, 55) o gli assessori del giudice unico. Va poi
osservato come lÕapporto delle persone autorevoli del can. 1446 appaia
orientato allÕ
estinzione della
controversia impedendole di trasformarsi in lite giudiziale.
Il differente inquadramento giuridico della disposizione del can.
1733 riguardante una controversia tra autoritˆ di governo e destinatario di suo
provvedimento non sembra mutare la natura e portata dellÕattivitˆ mediativa in
ambito canonico. Il can. 1733, addirittura, pare suggerire unÕulteriore linea interpretativa,
poichŽ allÕiniziale generica attivitˆ di mediazione affianca quella di
ÒstudioÓ, entro un contesto non paritetico tra soggetti dissenzienti non circa
uno
stato di cose
– eventualmente immateriali come possono essere i diritti (anche
reali) – ma una
decisione di
governo, di per sŽ autoritativa, che pu˜ risultare
controversa (cio� non condivisa) ma non
contesa.
Il contesto � tale che potrebbe difficilmente sopportare un
ÒaccordoÓ tra la disposizione autoritativa di governo ed eventuali resistenze
nei suoi confronti. DÕaltra parte lÕattivitˆ di governo ecclesiale non tocca
mai le persone come tali, nŽ Òbeni privatiÓ, ma sempre il solo
bene pubblico, vista la sua
impossibilitˆ dÕintervenire direttamente sulle persone dei fedeli ed i loro
beni (sia materiali che spirituali).
Non di meno: il quadro ermeneutico della norma e degli istituti
giuridici connessi � reso ulteriormente peculiare dal fatto che lÕordinamento
canonico, a differenza di quelli statuali, non � affatto ÒegualitarioÓ, visto
che in esso esistono specifici Ò
OrdinesÓ
di fedeli (chierici e consacrati,
in
primis) (Gherri 2018, 160) i cui membri, proprio in virt� di tale
appartenenza, sono tenuti a specifiche condotte in quanto astretti da obblighi
e doveri ÒspecialiÓ (p.es.: cann. 273; 590) inerenti lo
status individuale, prima di qualsiasi funzione loro affidata (come
sono gli uffici ecclesiastici). Doveri speciali tra cui eccelle lÕ
obbedienza (p.es.: cann. 260; 273; 590;
601; 698) da intendersi non tanto in termini di mera
sottomissione ma piuttosto di
disponibilitˆ,
dedizione e
affidamento nellÕadempimento della missione ecclesiale propria di
ciascuno. Obblighi e doveri speciali di per sŽ
totalizzanti e difficilmente parzializzabili in mere attivitˆ o
funzioni, come accade, invece, per i funzionari pubblici in ambito statuale:
lavoratori dipendenti, a tutti gli effetti (Gherri 2015, 283-284).
In tale contesto a confrontarsi ed eventualmente opporsi non sono
due
positiones di due soggetti
inter pares, come potrebbe darsi per
lÕuso di beni materiali o la libertˆ di operare in determinati ambiti della
vita ecclesiale: posizioni di espressa titolaritˆ individuale, suscettibili
anche di tutela giudiziale ordinaria (cfr. can. 1400 ¤1). La materia del can.
1733 attiene, invece, a una
relazione istituzionale
asimmetrica (= il governo) operante in materia di funzioni ed attivitˆ
(generalmente uffici ecclesiastici o anche solo incarichi ecclesiali) di per sŽ
non-originarie dei fedeli che le realizzano (non derivanti, cio�, dal battesimo
come tale) e non nella loro disponibilitˆ sostanziale, ma ad essi tecnicamente
ÒconferiteÓ o da essi ÒassunteÓ a norma di diritto. Questo, per˜, � lÕambito di
per sŽ ÒpubblicoÓ della vita ecclesiale (Corso, 46).
La complessitˆ dellÕapproccio deve poi anche tener conto che
mediazione e conciliazione prospettano tipologie operative e relazionali ben
differenti tra loro: mentre, infatti, la conciliazione
estingue la lite/contesa evitandola o risolvendola per via
extra-giudiziale, la mediazione generalmente lascia aperta la controversia
contentandosi, pi� semplicemente, di
avvicinare
i punti di vista delle parti, rendendo maggiormente accettabili e/o compatibili
le rispettive posizioni, soprattutto quando non paritarie, come sono quelle
connesse al governo ecclesiale. Non si pu˜ infatti ignorare come – a
differenza delle liti/contese ordinarie su atti, fatti, diritti, sempre
possibili sebbene non auspicabili – la maggior parte dei
provvedimenti di governo nasca da precisi obblighi legali cui lÕautoritˆ �
tenuta per dovere dÕufficio: fattore che rende non opinabile lÕesistenza del
provvedimento che, come tale, potrˆ risultare controverso ma non evitabile, pur
rimanendo vero che Çil bene pubblico da proteggere non ammette unÕunica
soluzione ragionevole, quella prospettata nellÕatto controversoÈ (Ortiz 1999,
69). In tal caso lÕattivitˆ mediativa assumerˆ le caratteristiche pi� di una
ÒsintonizzazioneÓ che di una vera e propria ÒopposizioneÓÉ
bona fide semper servata.
Non di meno: va considerato pure come la conciliazione
–
inter pares –
si realizzi o per via ÔmoraleÕ rimuovendo le cause della contesa
(= ri-conciliazione) oppure attraverso un vero e proprio accordo tra le
parti assimilabile nel suo esito ad una sostanziale transazione (cfr. can.
1713).
Tanto basta per affermare che in diritto canonico non esiste
qualche specifico Òprocedimento di conciliazioneÓ, ma soltanto unÕeventuale,
sempre possibile, attivitˆ mediativa:
unÕattivitˆ mediativa che, tuttavia, non pu˜ essere intesa come semplice
Òfacilitazione della transazione tra le parti, agevolando il loro accordo
amichevoleÓ (
ibidem) poichŽ
lÕattivitˆ (dovuta) di governo non pu˜ essere assoggettata a ÒtransazioneÓ,
visto che, secondo lo stesso autore: ÇLÕatto amministrativo che subentra a
quello che ha originato il conflitto non è
pattuito: non ha origine nella transazione ma nella volontˆ
dellÕamministrazioneÈ (
ibidem, nota
n. 91).
3. LÕattivitˆ
mediativa del can. 1733
3.1. I
presupposti
Per comprendere adeguatamente lÕoggetto del can. 1733, che intende
porre rimedio allÕinefficacia di un provvedimento singolare di governo, �
necessario considerarlo unitamente alle norme alle quali lo stesso
provvedimento avrebbe dovuto sottostare al momento della sua formazione ed
adozione: quanto, cio�, previsto dai cann. 50 e 51
CIC.
Tali canoni evidenziano come il cuore della problematica che sorga
in ragione del provvedimento, cos“ come le sue soluzioni possibilmente
condivise ed equitative, in realtˆ, vada individuato nella
sostanziale carenza di informazione e valutazione degli elementi
sui quali si fonda il provvedimento contestato (Gherri 2017, 217-218).
Che si tratti di ÒcontenutiÓ – previ o successivi al
provvedimento – e non di sua ÒlegittimitˆÓ risulta palese dal
dettato normativo codiciale che
non parla
mai di legittimitˆ nelle norme in oggetto, nŽ in quelle codiciali connesse.
Proprio per˜ perchŽ
di contenuti si
tratta, � possibile cercare una soluzione di pi� ampio respiro e radicamento
nella realtˆ (= le informazioni e prove del can. 50), attraverso lo studio
e la ricerca di possibili ÒsoluzioniÓ che facciano fronte alle esigenze sia del
governo ecclesiale che di coloro i quali ne risultino coinvolti in prima
persona. é questa lÕattivitˆ di mediazione istituzionale a cui il can. 1733
rimanda, alla quale il destinatario del provvedimento prende parte fornendo
ex post elementi informativi e
valutativi che risultino eventualmente de-potenzianti rispetto ai presupposti
del provvedimento stesso cos“ da poterlo rendere pacificamente applicabile, nel
caso in cui risulti effettivamente necessario ai fini del bene pubblico che lo
dovrebbero ispirare. In merito si � parlato di Òverifica istituzionale a
posterioriÓ (Gherri 2018, 29-30).
Trattandosi di informazioni, prove, ed altri elementi ÒfondativiÓ
del provvedimento di governo, risulta chiaro
ex natura rei che non si tratta di cercare un ÒaccordoÓ in cui le
parti ÒcontrattinoÓ i rispettivi
esiti favorevoli
della controversia, come accadrebbe per diritti o prerogative o pretese
inter pares, poichŽ si Çtratta qui di
questione di pubblico interesseÈ (Corso, 51).
Nella stessa logica: sia le
persone
autorevoli che gli
organismi
evocati come co-protagonisti di tale attivitˆ sono chiamati a proporre
ÒsoluzioniÓ in qualche modo alternative al mero disposto nel provvedimento
contestato: soluzioni che tengano conto di tutto quanto emerso, spesso pi� dal
punto di vista ÒtecnicoÓ che non Òdi parteÓ, evitando che le parti
– appunto – si lascino irretire da posizioni Òdi
principioÓ ed emotive, e non sappiano – invece –
ÒrisolvereÓ il problema di cui si tratta, tenendo effettivamente conto di
tutti gli elementi e fattori in gioco,
sia di cose che di circostanze che di persone.
3.2. La
modalitˆ
Dal punto di vista operativo lÕattivitˆ mediativa del can. 1733 ¤3
� legata al tempo di 30 giorni stabilito dalla legge per la necessaria risposta
alla
Remonstratio, profilando
unÕattivitˆ la cui gestione risulta per˜ alquanto indeterminata (Çoperi
principalmente allorquando [É] nŽ siano spirati i termini per ricorrereÈ),
rendendo non chiaro
come lÕavvio
dellÕattivitˆ mediativa possa concretamente interferire con la reale
possibilitˆ/necessitˆ del ricorso gerarchico.
In merito va osservato che, se da un lato � comprensibile che la
norma abbia tenuto ben fissi e perentori i termini per questo genere di
operativitˆ in modo da non estendere indebitamente le possibilitˆ di contrasti
istituzionali, dallÕaltro � per˜ altrettanto non chiaro lÕuso che lÕautoritˆ
ecclesiale potrebbe fare dello strumento mediativo, p.es. perdendo tempo in
vista della perenzione dei termini per il possibile ricorso gerarchico contro
il suo provvedimento.
Non di meno: � altrettanto certo che lÕattivitˆ mediativa vada
effettivamente intrapresa proprio
durante
i 30 giorni utili per la risposta alla
Remonstratio,
senza alcuna interferenza con essi in vista del ricorso gerarchico che
– se deciso da parte del destinatario dellÕatto
amministrativo – deve comunque essere avviato, senza che questo
intralci affatto lÕattivitˆ mediativa poichŽ, in caso di soluzione della
controversia, il ricorso gerarchico pu˜ sempre essere ritirato. Non vale invece
il contrario: lÕattivitˆ mediativa
non �
affatto sospensiva dei tempi per il ricorso e potrebbe, anzi, essere
utilizzata dallÕautoritˆ – in modo scorretto – proprio
per far giungere a scadenza tale possibilitˆ che la vedrebbe svantaggiata e,
comunque, sotto accusa. In tal senso la proposta da parte dellÕautoritˆ
dÕintraprendere unÕattivitˆ mediativa
non
pu˜ nŽ deve essere considerata come ÒrispostaÓ alla
Remonstratio, disinnescando il Òsilenzio negatorioÓ previsto come
adatto ad attivare il ricorso gerarchico. Sarebbe infatti troppo semplice
– e soprattutto contrario alla
mens
del legislatore (e della norma) – intraprendere unÕattivitˆ
mediativa che si trascini oltre i 30 giorni previsti dal can. 1735 cos“ da
intralciare la resistenza del destinatario del provvedimento offrendo
allÕautoritˆ scappatoie meramente formali come la perenzione dei
– soli –
primi
termini per il ricorso gerarchico. ÒPrimi terminiÓ poichŽ, in realtˆ, la
legge impone allÕautoritˆ che ÒdeveÓ dare una risposta un termine massimo di 3
mesi (cfr. can. 57) entro cui ottemperare al proprio dovere dÕufficio; contro
tale effettiva risposta il richiedente pu˜ sempre agire a tutela della propria
posizione. I 30 giorni previsti in caso di Ònon decisioneÓ dellÕautoritˆ hanno,
infatti, una funzione meramente deterrente nei confronti di sue inerzie e
disinteressamento. Si osservi in merito come il can. 1735, in realtˆ, non parli
affatto di ÒsilenzioÓ dellÕautoritˆ, ma di sua Ònon decisioneÓ (=
nihil decernat): non decisione che,
legittimamente, potrebbe anche attribuirsi allÕinefficienza dellÕattivitˆ
mediativa portata per le lunghe.
Giova tener presente in questo caso come la dimostrazione certa di
ÒdoloÓ da parte dellÕautoritˆ che abbia agito per far trascorrere inutilmente
il tempo della – sola – attivitˆ mediativa potrebbe non
precludere, in linea di principio, la possibilitˆ di presentare ugualmente, se
non proprio il ricorso a termine di legge, almeno qualche altra ÒrichiestaÓ di
interessamento attivo alla questione da parte del superiore gerarchico. La
prassi della Segnatura apostolica conosce infatti casi di accettazione di
ricorso contenzioso pure al di lˆ della scadenza dei termini perentori; anche
perchŽ il concetto di Òtempo utileÓ (cfr. can. 201 ¤2) lo estende oltre la sua
dimensione semplicemente ÒfisicaÓ.
4. Ambiti
applicativi del can. 1733
Il fatto che le modalitˆ operative per realizzare lÕattivitˆ
mediativa evocata dal can. 1733 non siano concretamente indicate da alcuna
specifica normativa non toglie che in effetti esistano invece alcuni ambiti nei
quali tale attivitˆ potrebbe non solo risultare maggiormente probabile ma
diventare addirittura istituzionale, comportando lÕeffettiva creazione degli
organismi locali cui lo stesso canone fa riferimento.
Una rapida disamina delle attuali funzionalitˆ ecclesiali,
soprattutto nel mondo c.d. occidentale, suggerisce di porre attenzione prima di
tutto alle problematiche sostanzialmente legate allÕ
ambito lavorativo in connessione allÕesercizio di funzioni/attivitˆ
ecclesiastiche o ecclesiali nelle quali la normativa canonica incroci quella
giuslavoristica statuale e internazionale, senza per˜ escludere ambiti
espressamente
pastorali o anche
istituzionali, come potrebbe darsi per
gli Istituti di vita consacrata o alcuni interventi disciplinari nei confronti
dei chierici.
a) Ambito lavorativo
- Si tratta principalmente degli uffici
ecclesiastici che comportano una qualche forma di remunerazione o di compenso
per il loro espletamento, indipendentemente da chi ne sia lÕerogatore. Uffici
ecclesiastici propriamente intesi e non semplice lavoro presso enti ecclesiastici; solo nei primi, infatti, i
provvedimenti dellÕordinario possono introdurre variazioni giuridicamente
problematiche. Il riferimento � ad ambiti storicamente identificabili come
ministeri o servizi ecclesiastici ma ora divenuti pienamente ÒlavorativiÓ a
causa del coinvolgimento di personale laico, come avviene – p.es. –
per i tribunali ecclesiastici (giudici, patroni stabili, notai, ecc.) e le
curie (cancelliere, economo diocesano o altri addetti).
- Sempre in ragione dellÕufficio
ecclesiastico emergono aree problematiche a riguardo anche del sostentamento
economico dei chierici (cfr. can. 281), visto che la loro ÒposizioneÓ
allÕinterno dei sistemi nazionali – come accade, p.es., in
Italia – dipende in larga parte da provvedimenti dellÕordinario. Il
problema non � di minore portata nei Paesi in cui il sostentamento dei chierici
non sia ÒcentralizzatoÓ ma affidato agli enti presso cui essi svolgono il loro
ministero o servizio, creando situazioni individuali anche particolarmente
complesse di cui occorre tener conto nei casi di trasferimento ad altro ufficio
ecclesiastico che muti qualche elemento o fattore connesso al sostentamento.
- Altro ambito prospettabile � quello
delle attivitˆ lavorative che comportino uno speciale legame con la Chiesa o la
gerarchia ecclesiale, come accade in Italia per gli insegnanti di religione
cattolica nelle scuole pubbliche o in ambito germanico per i Pastoralreferenten: un legame che
presuppone elementi di Òidoneitˆ moraleÓ (p.es.: situazione matrimoniale
irregolare, propaganda di dottrine non compatibili con lÕinsegnamento morale
cattolico) e non di sola ÒprofessionalitˆÓ (= titolo di studio). Anche
lÕambito disciplinare potrebbe rilevare in questo genere di situazioni quando,
p.es. in materia di abusi sessuali, non si trattasse di chierici ma di laici ai
quali non si applica la normativa canonica sui graviora delicta. Il caso si presenta, p.es., per lÕinsegnate di
religione cattolica nella scuola statale che abbia patteggiato la pena per
abuso su minore: la conseguente – giustificata – revoca
dellÕidoneitˆ allÕinsegnamento comporterebbe la perdita del lavoro, se
inquadrato come ÒprecarioÓ, o un suo diverso collocamento nellÕorganico
scolastico, se inquadrato Òin ruoloÓ, generando unÕevidente discrasia tra
ordinamento canonico e civile.
- Sempre in ambito
lavorativo/professionale occorre considerare i grandi numeri di soggetti
coinvolti in attivitˆ espressamente confessionali, sia dirette che indirette,
come sono scuole, cliniche, pastorale parrocchiale e caritativa, con attenzione
alle c.d. organizzazioni di tendenza, soprattutto in relazione alla c.d. libertˆ
di religione: tematica particolarmente delicata in Europa in ragione della
tutela che la C.E.D.U. impone in ambito di convinzioni religiose e filosofiche
in applicazione soprattutto dellÕart. 9 della ÒConvenzione per la salvaguardia
dei diritti dellÕuomo e delle libertˆ fondamentaliÓ; emblematica in merito la
vicenda dellÕallontanamento del prof. Lombardi Vallauri dalla docenza presso
lÕUniversitˆ Cattolica di Milano (C.E.D.U.; Toscano, 518; Turchi).
- Ambito problematico di recente
delineazione risulta pure quello connesso allÕesercizio dellÕattivitˆ forense
presso i tribunali ecclesiastici, il cui accesso � riservato agli iscritti
allÕalbo dei patroni di ciascun singolo tribunale (cfr. can. 1488 ¤1), Rota
Romana compresa. Le accese polemiche scaturite in Italia dallÕapplicazione del
m.p. Mitis Iudex sono un sintomo pi�
che evidente delle conflittualitˆ potenziali di tale ambito (Giansoldati);
senza ignorare il precedente progressivo sorgere di ÒassociazioniÓ locali di
patroni degli stessi tribunali in vari luoghi dÕItalia; associazioni che di
fatto condensano interessi professionali ÒstrutturatiÓ, economicamente non
trascurabili.
b) Ambito pastorale
Non solo lÕambito lavorativo, tuttavia, potrebbe palesarsi come
possibile fucina di controversie suscettibili di attivitˆ mediativa ex can.
1733. Anche la forte rimodulazione delle attivitˆ pastorali, soprattutto
liturgiche, che attraversa ormai lÕintero occidente potrebbe infatti creare
questioni in rapporto a decisioni di carattere organizzativo adatte a generare
ÒgravameÓ in carico a qualche soggetto, anche istituzionale o associativo come
sono Istituti religiosi, o confraternite, o altri in relazione, p.es., al
numero ed orario di celebrazione delle sante Messe nelle chiese non
parrocchiali; in tali circostanze, infatti, la diminuzione dei fedeli
– e delle conseguenti offerte – potrebbe generare
unÕinsufficienza economica per la gestione dellÕedificio di culto causandone la
chiusura e conseguenti abbandono e decadenza.
Questioni amministrativistiche potrebbero sorgere anche in
relazione, p.es., al riconoscimento o meno dello statuto funzionale di
santuario o di chiesa parrocchiale o rettorile, ecc., per qualche edificio di
culto.
c) Ambito istituzionale della vita consacrata
Qualche utilitˆ di organismi mediativi ex can. 1733 potrebbe porsi
anche in relazione alle c.d. obbedienze
negli Istituiti di vita consacrata: i provvedimenti, cio�, attraverso cui i Superiori
assegnano le persone sia alle case dellÕIstituto che ad opere o attivitˆ dello
stesso. Si tratta di ambiti della vita consacrata che stanno diventando
progressivamente pi� problematici sia per motivi socioculturali, sia per motivi
anche semplicemente organizzativi connessi alla diminuzione dei membri
dellÕIstituto e alle conseguenti sproporzioni tra esigenze dellÕIstituto e
risorse personali effettivamente disponibili.
- Il quadro dei possibili conflitti potestativi potrebbe ampliarsi
ulteriormente in relazione alle varie fusioni o accorpamenti di Province
religiose conseguenti alla stabile tendenza alla riduzione di membri e
correlate opere e strutture istituzionali. Cessare attivitˆ ed opere, chiudere
case religiose, riconsegnare parrocchie, ricollocare decine di religiosi o
religiose eventualmente in Paesi differenti da quelli di nascita e vita,
costituiscono attivitˆ di governo ecclesiale sempre pi� complesse e,
soprattutto, rischiano di concentrare malumori, dissapori, contrarietˆ,
potenzialmente capaci di rendere difficoltosa lÕattivitˆ di governo degli
Istituti.
- Allo stesso modo anche il cambio da
protagonisti diretti delle opere del carisma (p.es., scuola o sanitˆ), a datori
di lavoro, a lavoratori dipendenti di altri enti, seppure nello stesso ambito
del carisma di ciascun Istituto, generano potenziali scompensi esistenziali,
oltre che organizzativi, cui pi� di qualcuno potrebbe opporsi quando coinvolto
direttamente.
d) Ambito istituzionale disciplinare
Nuovo ambito istituzionale di possibile
attivitˆ mediativa che si profila ormai come inevitabile allÕorizzonte � quello
connesso ai c.d. provvedimenti cautelativi nei confronti dei chierici in
materia di abusi sessuali. Sono infatti ormai molte le controversie che
giungono fino alla Segnatura Apostolica contestando lÕincongruitˆ di
provvedimenti che di fatto equivalgono a vere sospensioni a divinis: contese che spesso la Segnatura risolve a favore del
destinatario del provvedimento stesso, proprio in ragione di incongrue
applicazioni in decernendo di quanto
disposto dalle norme canoniche. La delicatezza della materia potrebbe trovare
una sede adeguata in un organismo che, pur senza intervenire sullÕan del provvedimento, spesso dovuto per
ufficio e sanzionato nel suo non darsi (come ben evidenzia il m.p. ÒCome una
madre amorevoleÓ – Franciscus 2016), aiuti tuttavia la messa a punto del quomodo, cos“ da risultare una reale
ÒcautelaÓ anche per il suo destinatario e non una effettiva Sanzione irrogata
in modo presuntivo.
Totalmente estranea al can. 1733 – poichŽ in ambito
ÒprivatisticoÓ – risulta, invece, la nuova problematica che negli
ultimi decenni sta prendendo corpo in varie realtˆ ecclesiali in connessione ad
uno degli ambiti che contraddistinguono la vita economica della Chiesa da pi�
tempo: quello delle Òpie volontˆÓ testamentarie (cfr. can. 1299). Pur senza
poter accedere a specifiche raccolte di dati in merito, fa tuttavia parte
dellÕesperienza ordinaria di curia la crescente difficoltˆ per gli enti canonici
ad entrare in possesso di quanto lasciato ad essi in ereditˆ o legato
testamentario, a causa dellÕormai abituale impugnazione del testamento da parte
di pretendenti eredi. La vicenda della ditta ÒFAACÓ lasciata in ereditˆ
allÕarcidiocesi di Bologna nellÕanno 2012 costituisce un caso tanto eclatante
quanto tipico in materia, anche per la sua probabile conclusione: una
transazione dellÕimporto di 70 milioni di Euro. La nuova fattispecie
espressamente conflittuale costituisce un fronte aperto per gli enti canonici,
costretti sempre pi� spesso a latenze operative pluriennali (mediamente 3-5
anni) prima di poter godere di quanto legittimamente lasciato loro in
ereditˆ/legato.
5.
Realizzazioni canoniche in ambito mediativo
5.1.
Iniziative post conciliari
La dottrina canonistica che si � occupata della materia ha fatto
spesso riferimento ad un certo numero di iniziative intraprese in varie parti
del mondo, trascurando tuttavia di tenere
ben separate – soprattutto dal punto di vista
concettuale – quelle espressamente derivanti dallÕapplicazione del
can. 1733 del 1983 da quelle precedenti
ad esso, non rapportabili tra loro dal punto di vista nŽ sistematico nŽ
ordinamentale.
Gli anni Õ70 del XX sec., in contemporanea con la revisione del
codice pio-benedettino, avevano visto la messa in opera di alcune realizzazioni
miranti a dar esito concreto allÕindicazione dei princ“pi per la revisione
codiciale del 1969 (Synodus, 77-85) di creare strutture di tutela dei diritti
dei fedeli nella Chiesa (Gherri 2015, 134-137). Grocholewski e poi Ortiz,
ripresi dalla dottrina successiva, hanno messo in evidenza:
- il Progetto attuato dalla Conferenza episcopale degli Stati
Uniti, sotto il titolo ÒOn Due ProcessÓ
(approvato addirittura ad modum
experimenti dalla Santa Sede nel 1971);
- il Progetto denominato ÒA
Conciliation ProcedureÓ (preparato nel 1973 dallÕAssociazione canonistica
della Gran Bretagna ed Irlanda, dietro richiesta della Conferenza episcopale
locale);
- la proposta elaborata nella Nuova Zelanda di istituire nellÕordinamento
canonico una particolare figura dellÕufficio di Ombudsman o difensore civico;
- la proposta dellÕarcidiocesi di Milano di un ÒConsiglio
diocesano di giustiziaÓ;
- i vari uffici di arbitrato e conciliazione eretti in Austria
negli anni Õ70;
- lÕorganismo eretto negli stessi anni nella diocesi di Chur,
nella Svizzera tedesca;
- gli organismi istituiti in Baviera nel 1971;
- i c.d. tribunali eretti in Germania, per volontˆ del sinodo
nazionale della Repubblica Federale Tedesca, svoltosi negli anni 1971-1975
nella città di WŸrzburg, e approvato dal medesimo sinodo il 19 novembre
1975 (Grocholewski, 471-472; Ortiz 1999, 71).
Nonostante lÕaltisonanza delle formule testuali con cui si
denominarono tali organismi o le loro procedure si tratt˜, per il vero,
dÕiniziative non solo di scarsa efficacia pratica ma, pi� radicalmente, di
tuttÕaltra natura rispetto alla previsione del successivo can. 1733 CIC,
essendo sostanzialmente rivolte alla tutela extra-giudiziale dei diritti dei
fedeli o istituzioni/enti ecclesiali inter
pares e non alla soluzione – estremamente pi�
specifica – delle Òcontentiones
ort¾ ex acto potestatis administrativ¾Ó.
5.2. Diritto
complementare ex can. 1733 del CIC 1983
Nonostante gli albeggi degli anni Õ70 in ambito ecclesiale sassone
(Paesi anglofoni e di lingua tedesca), la recezione del can. 1733 ¤2 da parte
delle Conferenze episcopali nei 35 anni trascorsi dalla promulgazione del CIC pone in bella mostra la sostanziale irrilevanza pratica della norma.
NellÕanno 2009, infatti, su 69 Conferenze episcopali monitorate, risultavano
soltanto 22 quelle che avevano preso in considerazione il mandato del canone:
Argentina, Bolivia, Corea, Ecuador, Filippine, Francia, Gambia e Sierra Leone,
India, Italia, Guatemala, Malta, Messico, Nigeria, Olanda, Pacifico, Panama,
Paraguay, Per�, El Salvador, Sri Lanka, Venezuela, Zimbabwe (Martens 2012,
350-352), entro un ventaglio istituzionale esteso dalla creazione di organismi
nazionali fino alla decisione che Çnothing
to specifyÈ (Mart’n de Agar 2009, 896).
Dal punto di vista tecnico le decisioni adottate dalle diverse
Conferenze episcopali sono le pi� varie.
1) Creazione
di organismo nazionale e fissazione delle norme di sua composizione e
funzionamento: El Salvador e Nigeria (questa, in realtˆ, ha creato unÕintera
struttura a 4 livelli: parrocchia, diocesi, regione, nazione) (Mart’n de Agar
2009, 1082; 839-841).
2) Obbligo
di costituzione di organismo diocesano e indicazioni sulla sua composizione
(Filippine) oppure senza indicazione alcuna in merito (Sri Lanka) (Mart’n de
Agar 2009, 355-356; 1186).
3) Soltanto
norme per la costituzione di organismo diocesano e suo funzionamento
(Francia e Olanda) senza per˜ stabilirne con chiarezza lÕobbligatorietˆ (Mart’n
de Agar 2009, 398-399; 881-884).
4) Costituzione facoltativa di organismo diocesano senza alcuna ulteriore
indicazione in merito Guatemala (Mart’n de Agar 1990, 319), (Bolivia, Messico,
Venezuela, Zimbabwe – Mart’n de Agar 2009, 162; 782; 1345; 1360), oppure
con indicazioni o norme sulla sua composizione (Corea, Panama e Paraguay
– Mart’n de Agar 2009, 315-316; 913; 960), o lasciando ai vescovi ricerca
di strumenti (India – Mart’n de Agar 2009, 574).
5) Costituzione raccomandata di organismo diocesano e norme per la sua erezione e
funzionamento: Argentina (Mart’n de Agar 2009, 91-92).
6) Costituzione Òse possibileÓ di organismo diocesano e indicazioni sulla sua
composizione: Ecuador (Mart’n de Agar 2009, 338).
7) Decisione di non costituire alcun organismo e mandato ai vescovi diocesani di
ricercare ÒstrumentiÓ in materia: Italia e Malta (Mart’n de Agar 2009, 673;
755).
8) Decisione di non stabilire nulla in merito: Pacifico e Per� (Mart’n de Agar
2009, 896; 976).
9) Decisione che tale organismo risulta
Ònon desideratoÓ: Gambia - Sierra
Leone (Mart’n de Agar 2009, 414).
5.3 Iniziative
diocesane successive al 1983
AllÕosservatore attento non sfugge il fatto che le decisioni
assunte dalle pochissime Conferenze episcopali effettivamente entrate nel
merito della disposizione del can. 1733 ¤2 non abbiano avuto quasi nessuna
conseguenza, a parte il caso – bizzarro – dellÕOlanda
che, una volta stabilite le norme di costituzione e funzionamento
dellÕorganismo diocesano nel 1987 (Mart’n de Agar 2009, 881-884), sebbene da
esse non sia comprensibile se tali organismi vadano obbligatoriamente eretti
oppure no, giˆ a dicembre del 1989 revoc˜ il proprio decreto generale, sia
perchŽ differenti soluzioni adottate Òad
hocÓ si erano giˆ dimostrate sufficientemente efficaci, sia perchŽ
nessunÕaltra Conferenza episcopale (europea) aveva deliberato la creazione di
tali organismi (Martens 2002, 241). In realtˆ dagli anni Õ90 alcune diocesi
olandesi hanno poi preso lÕiniziativa procedendo autonomamente allÕerezione di
Consigli di conciliazione: Breda (1990), Utrecht (1992), Groningen (1995),
Rotterdam (1996) (ibidem).
Una seconda osservazione riguarda il fatto che un certo numero di
organismi diocesani sono stati effettivamente creati allÕinterno di Conferenze
episcopali sostanzialmente ÒinertiÓ (come Australia, Stati Uniti, Germania) che
nulla hanno deciso in sede unitaria ma presso le quali ha sostanzialmente
proseguito lÕattivitˆ giˆ intrapresa in modo sperimentale nel decennio precedente
la promulgazione del codice del 1983: Melbourne (Australia); Kildare-Leighlin e
Ferns-Clogher (Irlanda), Aquisgrana, Erfurt, Nassau, WŸrzburg (Germania).
Non di meno: lÕesempio olandese e tedesco ha ben presto messo
sotto pressione lÕEpiscopato belga che, pur senza alcun consenso al proprio
interno, ha dovuto per˜ cedere alle istanze del ÒConsiglio pastorale
interdiocesanoÓ (organismo laicale) della parte fiamminga del Belgio, iniziando
a costituire singoli Consigli diocesani di conciliazione a partire dal 1994
(Martens 2002, 242-243).
Anche gli Stati Uniti hanno continuato a muoversi entro la logica
del Due Process giˆ sperimentata in
precedenza (Martens 2002, 240; Martens 2012, 352) creando vari Diocesan Office of Due Process
(Portland, Maine, Dallas); nelle arcidiocesi di Milwaukee e
St.Paul/Minneapolis, inoltre, � pure stato eretto il tribunale amministrativo
(Ortiz 1999, 72). Per entrambe le iniziative statunitensi vale il lucido
giudizio secondo cui Çmalgrado il nome e la procedura che si vuole dare a tali
Organi, la [loro] natura è quella di Organi di conciliazione che operano
seguendo una procedura presa dalle norme sul processo contenzioso ordinarioÈ
(Ortiz 1999, 73).
In merito si permetta di dubitare che la maggior parte di tali
realizzazioni costituisca unÕadeguata applicazione del can. 1733, quanto
piuttosto un sostanziale restyling di
ci˜ che era giˆ stato realizzato in sua assenza, finendo per utilizzare in modo
del tutto strumentale la nuova norma codiciale a semplice Òcopertura formaleÓ
delle prassi precedentemente instaurate a partire da altri fondamenti e criteri. A ci˜ si unisca lÕestrema ambiguitˆ
rispetto alle norme codiciali alle quali tali realizzazioni spesso ÒaffiancanoÓ
procedure pi� concorrenti che davvero
alternative (= lÕamericano Due Process), col gravissimo rischio
– giˆ osservato in dottrina – di non permettere
unÕappropriata ed efficace applicazione della procedura universalmente
stabilita per i ricorsi gerarchici (Martens 2002, 248; Ortiz 1999, 73, nota n.
101).
Tanto pi� che alla base di tali istituzioni ed attivitˆ si pone un
evidente Òpeccato originaleÓ: ignorare che lÕattivitˆ degli organismi diocesani
di mediazione indicati dal CIC
postula quale proprio ÔinnescoÕ la Remonstratio
(cfr. can. 1733 ¤3 in rimando al can. 1734 ¤2), possibile soltanto contro il
vescovo diocesano, visto che – secondo il can. 1734 ¤3 –
avverso provvedimenti dei suoi vicari o delegati ci si rivolge a lui
direttamente senza Remonstratio
previa, nŽ si ÒmediaÓ col vescovo quanto disposto in modo differente da un suo
vicario/delegato. Con evidenza, infatti, i cann. 1732-1734 riguardano
lÕopposizione ai provvedimenti ÒapicaliÓ (= del vescovo diocesano),
deferibili attraverso ricorso gerarchico soltanto alla Curia Romana.
5.4 Iniziative
specifiche successive al 1983
Le ombre che permangono intorno alle iniziative in qualche modo
ÒgeneralisticheÓ realizzate sia da parte delle Conferenze episcopali, sia in
sede diocesana, non sono per˜ sufficienti ad oscurare lÕintero orizzonte
profilatosi allÕinterno dellÕordinamento canonico a partire dai presupposti
sostanziali del can. 1733 in relazione alla resistenza verso i provvedimenti di
governo, visto che si possono indicare alcune realizzazioni di differente
natura e portata riguardanti ambiti peculiari dellÕattivitˆ ecclesiale in cui
gli spazi aperti dai presupposti
della norma sembrano portare effettivi miglioramenti non soltanto alla prassi.
Si tratta di provvedimenti di rango completamente diverso: Santa
Sede, Conferenza episcopale italiana, una diocesi italiana; provvedimenti che
vengono qui solo indicati con funzione evocativa e non specificamente
esaminati.
a) Per quanto concerne la Santa Sede il riferimento � alla
creazione del ÒCollegio di conciliazione e arbitratoÓ dellÕUfficio del lavoro
della Sede Apostolica (U.L.S.A.) (Ioannes Paulus 1989a; 1989b; Mattioli,
505-506; Esquivias, 333-340; Corso, 50-51). Lo statuto dellÕorganismo vaticano
prevede un doppio livello dÕintervento in caso di controversie di lavoro:
dapprima il coinvolgimento del direttore generale dellÕU.L.S.A. per un
Òtentativo di conciliazioneÓ (art. 10,5), in seconda battuta
– quando la conciliazione non si realizzi a tale
livello – lÕaccesso al ÒCollegio di conciliazione e arbitratoÓ (art.
11).
b) La C.E.I. per parte propria, nonostante la decisione di non
costituire alcun organismo diocesano ex can. 1733, ha tuttavia dato norme per
lÕerezione di organismi diocesani di composizione delle controverse tra
sacerdoti e Istituti diocesani e interdiocesani per il sostentamento del clero
(Ruotolo, 62-71), disciplinandoli attraverso gli artt. 8 e 9 della delibera n.
58/1991, in applicazione dellÕart. 34 della legge 222/85 recettiva del
Concordato italiano.
c) A livello diocesano si segnala qui, in quanto semplicemente
indicativa di una crescente attenzione alla materia (seppure non pienamente
congrua alla disposizione del can. 1733), la decisione del vescovo diocesano di
Rimini di formalizzare nel ÒRegolamento diocesano per gli insegnanti di
religione cattolicaÓ una procedura minimale, ma significativa, in riferimento
ad Òeventuali note negative circa il comportamento di un insegnate di
religioneÓ prima di revocarne lÕidoneitˆ a norma del can. 805. Si tratta di una
disposizione regolamentare che incrementa quanto giˆ stabilito dalla CEI nella
delibera n. 41 (14-18 maggio 1990 – C.E.I. 1990) circa il riconoscimento
e la revoca dellÕidoneitˆ allÕinsegnamento della religione cattolica nelle
scuole pubbliche italiane. Mentre, infatti, la norma nazionale stabilisce la
procedura da applicarsi da parte dellÕordinario, il vescovo riminese aggiunge
un ulteriore livello previo da
attuarsi presso il responsabile dellÕUfficio diocesano per la scuola attraverso
apposito ÒdialogoÓ. Sebbene la disposizione non implementi ancora nŽ un
coinvolgimento di Òpersone autorevoliÓ, nŽ di uno specifico organismo, tuttavia
� compito dello stesso ufficio diocesano attivare un rapporto non potestativo con la persona interessata ad un eventuale
provvedimento senza dubbio gravoso sia dal punto di vista economico che, non
meno, di buona fama. Proprio la natura non-potestativa di questÕattivitˆ
assegnata allÕUfficio diocesano pu˜ indirizzarsi – seppure
indirettamente – in chiave mediativa
permettendo un ÒincontroÓ e ÒdialogoÓ di per sŽ adatto addirittura ad evitare
la revoca dellÕidoneitˆ allÕinsegnamento.
5.5
Considerazioni tecniche in merito allÕerezione di organismi ex can. 1733
Gli elementi e le osservazioni emergenti dalla breve illustrazione
sin qui proposta permettono, pur senza pretese, di offrire qualche
considerazione di carattere funzionale in vista dellÕerezione di organismi
effettivamente rispondenti al disposto del can. 1733, alla sua mens ed alla sua ratio.
- La prima considerazione riguarda la
ÒnaturaÓ di tali organismi: si tratta di ÒistituzioniÓ e non di ÒprocedureÓ,
come invece � stato per le iniziative anglosassoni legate allÕidea di Due Process. Un organismo non � una
procedura! Ed una mediazione non � un procedimento formalizzabile. Le tematiche
sono radicalmente diverse poichŽ la ricerca di una ÒsoluzioneÓ ad un problema
che sorga da un provvedimento di governo non pienamente ricevibile da parte del
suo destinatario, non pu˜ essere il risultato di un mero Òprocedimento congruoÓ
ma di un pi� ampio e capace rapporto con la realtˆ, sia di persone che di
fatti.
- La seconda considerazione riguarda la
denominazione di tali uffici/consigli, poichŽ giˆ lÕuso di un termine rispetto
ad un altro indirizza le precomprensioni dei potenziali fruitori. Il problema
non � di accessibilitˆ e stabilitˆ, poichŽ entrambi sarebbero
comunque stabilmente costituiti, ma di profilo
operativo: ad un ufficio si rivolgono – generalmente – i
destinatari di attivitˆ o decisioni altrui, ad un consiglio si rivolge chi
concretamente intraprende unÕattivitˆ complessa o difficoltosa. Pare, pertanto,
pi� indicata la seconda denominazione come, dÕaltra parte, � anche
concretamente avvenuto nella maggioranza dei casi in cui lÕorganismo diocesano
� stato eretto. Dal punto di vista istituzionale, si potrebbe ragionevolmente
parlare di ufficio (solo) nei casi in cui si trattasse di una procedura
obbligatoria: in tal caso il dissenziente dovrebbe rivolgersi a tale ufficio
per attivare la procedura prevista. Il can. 1733, tuttavia, non permette
dÕintraprendere tal genere di sviluppi.
Di carattere pi� sostanziale risultano invece le competenze ratione materi¾ e, subordinatamente, la
composizione di tali organismi.
- La specificitˆ dei campi di
coinvolgimento giˆ indicata pi� sopra, indirizza senza ragionevoli dubbi alla
creazione di organismi in qualche modo ÒsettorialiÓ, individuati e distinti in
ragione della specifica materia in cui possano intervenire: trasferimento di
ufficio ecclesiastico, sostentamento del clero, idoneitˆ allÕinsegnamento della
religione cattolica, coordinamento degli orari delle Messe e funzionalitˆ degli
edifici di culto, limitazioni dellÕesercizio del ministero ordinato, compiti
interni agli Istituti religiosi, sono ambiti problematici di natura
estremamente diversa che richiedono preparazione e conoscenze del tutto
peculiari ben difficilmente rinvenibili nelle stesse persone. é questo un
fattore che rende per˜ poco plausibile la creazione di tali organismi
ÒtematiciÓ in sede soltanto diocesana; le Conferenze episcopali, almeno
regionali, potrebbero invece provvedere efficacemente in tal senso.
- Il quid condiziona con tutta evidenza anche il quis, nel senso che la composizione di tali organismi dovrebbe
derivare in modo diretto dalle competenze richieste materia per materia. Che
alcune Conferenze episcopali abbiano indicato quali componenti di tali
organismi membri del Consiglio presbiterale, ed in materia si sia espresso
qualche autore (Ortiz 1999, 70, nota n. 93), non pare effettivamente
significativo rispetto alla prevalenza delle conoscenze oggettive richieste per
trovare ÒsoluzioniÓ, trattandosi spesso di questioni pi� tecniche che non politicheÉ
come dovrebbe verificarsi in ragione del ÒgravameÓ che sta alla base della
possibilitˆ prevista dai cann. 1732-1739 di opporre Remonstratio e poi ricorso gerarchico verso un provvedimento di
governo.
UnÕultima considerazione a riguardo dellÕoperativitˆ di tali
organismi. Probabilmente prima di scegliere ÒseÓ erigerli varrebbe la pena
prendere in considerazione la plurisecolare esperienza e prassi dei Dicasteri
della Curia Romana che utilizzano regolarmente i c.d. Consultori (sia stabili
che ad casum) proprio per risolvere
una parte dei ricorsi gerarchici che li raggiungono: quelli pi� complessi ed
articolati. Sottoporre ad un tecnico della materia (completamente estraneo
rispetto alle parti in conflitto) i provvedimenti di governo e gli elementi ed
argomenti ad essi contrari offre senza dubbio una buona opportunitˆ di rivedere
il merito delle decisioni assunte, cos“ da ricondurre al Òminimo mezzoÓ (Gherri
2018, 272-276; Serra, 53-63) il costo esistenziale che ne deriva.
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