Diritto canonico e Teologia nella rinnovata sollecitazione di Severino Dianich per un vero servizio alla Chiesa oggi


Nel preparare lÕInstrumentum laboris per la XIII Giornata canonistica interdisciplinare ho trovato un valido appoggio teoretico e documentativo nellÕopera di S. Dianich ÒDiritto e TeologiaÓ fattami recapitare (con gradita sorpresa) dallo stesso autore poco dopo la sua pubblicazione nel novembre 2015. LÕoccasione � stata proficua per dedicare attenzione al pensiero di uno dei pochi ecclesiologi italiani (teologi, in realtˆ) che negli ultimi decenni si sono mostrati ÔsensibiliÕ in modo strutturale, e non occasionale soltanto, nei confronti del Diritto canonico e delle sue principali istanze teoretiche.

Il volume, come scrive lÕautore stesso, � una nuova proposizione, integrata ed aggiornata, di quindici saggi giˆ apparsi in varie sedi in un periodo di circa ventÕanni, Çtesti altrimenti difficilmente raggiungibiliÈ (p. 12) per la maggior parte dei lettori: una vera selezione tematica che permette di accedere ad un apporto di contenuti di grande efficacia, soprattutto per il canonista, non tuttavia in prospettiva generale (= il Diritto canonico come tale) ma tematica, come intenzionalmente espresso dal sottotitolo del volume ÒEcclesiologia e Canonistica per una riforma della ChiesaÓ. é infatti per Çdare un contributo [É] alla progettazione di una riforma di non pochi aspetti dellÕattuale OrdinamentoÈ (p. 13) che i testi sono stati selezionati e a volte reindirizzati ad unÕunica prospettiva dominante. é questo anche lÕaccento al quale lÕautore dedica maggiore attenzione, in una prospettiva che potrebbe risultare non immediata nŽ prevalente per lÕinteresse del canonista in genere.

I saggi sono suddivisi in quattro Parti di una certa omogeneitˆ tematica: 1) Fra Teologia, Sociologia e Diritto; 2) Forme dellÕautoritˆ; 3) Nel contesto pastorale; 4) Nel contesto politico; con lÕintento evidente di proporre altrettante prospettive o, se lo si vuole, punti di vista, orizzonti di riflessione.

LÕopera permette al canonista teoretico (pi� che a quello pratico) di uscire allÕaperto e prendere una boccata dÕaria, offrendogli lÕoccasione di sentir parlare delle ÔsueÕ cose in modo radicalmente diverso da come fanno molti dei (pochi – sic) canonisti che si spingono al di lˆ dello strettamente normato o normativo, riportando ormai solo le stratificazioni pi� ossificate di dottrine spesso tanto ÔarcheologicheÕ quanto ormai del tutto inutili sotto il profilo sia ermeneutico che elaborativo. Di grande utilitˆ risulta anche lÕapporto dellÕapparato bibliografico che emerge, tema per tema, nei vari saggi. Non da meno risultano pure i rimandi o i confronti rispetto al pensiero di altri teologi sui temi trattati: un apporto di grande utilitˆ per il canonista che pu˜ cos“ organizzare anche una propria biblioteca tematica ÔtrascendeteÕ rispetto a quelle utilizzate di default dalla dottrina canonistica comune.

1. é in questo modo che nel primo saggio ci si trova vis ˆ vis  con ÒIl problema dellÕistituzioneÓ affrontato con una consapevolezza utile, sebbene pressochŽ ignota al canonista, per mantenere attento lo sguardo su ci˜ che davvero in essa conta: la dimensione ÔcorporeaÕ della Parola di Dio e dello stesso Culto cristiano (pp. 27-29). Lo sguardo si distende dallÕesasperazione del problema (pp. 30-33), alla ÒqualitˆÓ che lÕistituzione deve possedere ed esprimere (pp. 39-42). Un solo ÔassaggioÕ della portata di quanto proposto � offerto dallÕacuta osservazione secondo la quale

Çbisogna però denunciare la confusione, niente affatto rara, che si fa tra lÕidea della comunione e quella di comunitˆ, obliando il fatto elementare che il termine ÒcomunitˆÓ significa un soggetto collettivo, mentre il termine ÒcomunioneÓ significa una qualitˆ di relazioneÈ (p. 39).

2. Il breve secondo saggio apre e stabilizza un orizzonte, famigliare allo scrivente, ma spesso inimmaginato (o rifiutato) nella Canonistica ÔdevotaÕ della seconda metˆ del Novecento:

ÇNon è senza significato che nella Bibbia e nel pi� ampio arco del linguaggio ebraico e cristiano il lessico e i giochi linguistici del Diritto siano molto presenti e vengano a comporre una specie di grande metafora del rapporto dellÕuomo con Dio: vedi le idee di patto, alleanza, legge, debito, premio, castigo, giustizia, redenzione, riscatto, giustificazione, giudizio, autoritˆ, norme, potere, ecc.; e vedi anche le figure del Giudice, dellÕAvvocato, del Re, del mediatore, dellÕaccusatore, del vendicatore, del testimone, ecc.

Dopo che si è utilizzato lÕarsenale linguistico giuridico per interpretare il rapporto dellÕuomo con Dio, accade il rovescio, e cio� che le figure dellÕesperienza religiosa a loro volta vengano a costituire un complesso ispiratore degli Ordinamenti della societˆ, delle Istituzioni e dei rapporti fra le Istituzioni, con lÕovvio rischio di una proiezione del carattere divino sulle Istituzioni umane, quando non di unÕegemonia delle Istituzioni religiose su quelle civiliÈ (p. 55).

3. Il terzo saggio articola in modo innovativo per il canonista la tematica fondamentale del rapporto tra comunione e Diritto, impostandola in termini di ÒcomunicazioneÓ: dalla comunione alla comunicazione (pp. 62-65); comunicazione universale e universalitˆ del Diritto (pp. 65-67); comunione, comunicazione e istituzione (pp. 67-70); comunione, comunicazione e Ordinamento giuridico (pp. 71-73). Un percorso che si conclude con lÕaffermazione:

ÇLÕOrdinamento canonico potrebbe essere inteso, infatti, come normativa fondamentale della missione della Chiesa, prima che come regola della sua vita interna. Proprio su questo piano si verificherebbe il bisogno di non percepirne la norma come identificabile con la locutio Dei attestans, bens“ come la regola per lÕindividuazione di un significato identico nella comunicazione umanaÈ (p. 74).

4. LÕultimo saggio della prima Parte offre prospettive di comprensione istituzionale irrinunciabili per una Canonistica al passo con le esigenze anche solo di auto-comprensione di sŽ e del proprio oggetto formale dÕindagine. A partire dal riconoscimento che nelle Comunitˆ antiche

Çprima vengono le persone dei credenti, viventi in comunione e formanti le Comunitˆ, poi viene la determinazione delle condizioni formali necessarie perchŽ si possa parlare del soggetto-Chiesa in senso pieno e con autentica formalitˆ giuridicaÈ (p. 76),

si passa poi ad evidenziare come nel tempo

Çla celebrazione dei Sacramenti mette in moto un processo di dispersione dei valori della Chiesa locale e colloca lÕesistenza cristiana su di un piano universale, nel quale diventa debole, a dir poco, lÕimportanza dei rapporti interpersonali e della Comunitˆ empiricamente determinataÈ (p. 83).

Significative in merito sono le sottolineature in riferimento al Vaticano II, nel quale

Çil discorso sulla Chiesa particolare o locale vi viene svolto, infatti, o in dipendenza della trattazione dei rapporti intercorrenti fra la Chiesa e lÕEucaristia, o in relazione alla distribuzione del ministero ordinato nei suoi tre gradiÈ (pp. 96-97);

fino al punto che

Çsembrerebbe che la sua [della Chiesa – ndr] forma universale si dovesse proporre come lÕanalogatum princeps, soprattutto quando il discorso si piega verso il piano misterico ed escatologico, mentre, al contrario, quando si voglia discorrere della Chiesa come di un soggetto storico, sia la sua forma particolare a offrirsi come il referente principaleÈ (p. 100).

5. Di grande interesse canonistico � il tema del quinto saggio nel quale gli apporti di varie Discipline e informazioni si rincorrono evidenziando come lÕautoritˆ Çconsiste in un potere legittimato dal quadro istituzionale dellÕaggregazione sociale nel quale viene esercitatoÈ (p. 106). Un lungo percorso, che parte fin dal Diritto romano, porta lÕautore a ÔdimostrareÕ che

Çil potere è una forza operativa accettabile dentro un Ordinamento giuridico, anche in quanto invasivo della libertà della persona, solo in quanto è anche autoritˆ, confortato cio� da una sapienza che viene riconosciuta al detentore del potere da unÕistanza che legittimamente glielo conferisce. LÕautoritˆ a sua volta deriva la definizione della sua consistenza dallo scopo da raggiungere con lÕesercizio del potere, in una necessaria autolimitazione del suo stesso potere: non è pensabile alcuna forma di autoritˆ legittima che pretenda un potere ad omnia, allÕinfuori di quella di Dio stessoÈ (p. 109).

In questÕottica non lascia dubbi il fatto che

Çnella fede cristiana, non si dà alcun fondamento per ritenere che il Sacramento dellÕOrdinazione conferisca a colui che viene investito della sacra potestas una Grazia, per la quale ex opere operato il suo esercizio del potere sarˆ sempre, comunque e solo un vero e proprio servizioÈ (p. 109).

Di conseguenza, in riferimento alla qualitˆ dei rapporti dÕautoritˆ (e potere) allÕinterno della vita ecclesiale e del loro bilanciamento tra chierici e laici,

Çsi pu˜ [É] dire che quanto pi� la res in questione implica lÕadesione di fede dei credenti, tanto pi� si impone lÕautoritˆ del ministero, quanto pi� da questo nucleo necessitante ci si allontana, tanto pi� � la libertà del credente, con la varietˆ e la ricchezza dei carismi di cui lo Spirito santo arricchisce continuamente il Popolo di Dio, a doversi affermare. Resta valida sempre la considerazione preliminare della libertà come valore e dellÕautoritˆ come puro strumentoÈ (p. 119).

6. Continuando la riflessione sulla stessa tematica sostanziale, nel sesto saggio il canonista viene anzitutto avvisato che, sotto il profilo metodologico,

Çè proprio [É] della riflessione teologica complessificare piuttosto che semplificare il dato dogmatico e quindi renderlo, piuttosto meno che pi�, fruibile dalla riflessione giuridica. [...] Quella della Teologia �, in realtˆ, essenzialmente una funzione critica, che le viene dai suoi procedimenti di ricerca sulle Fonti, dal suo compito ermeneuticoÈ (p. 126).

Una consapevolezza assolutamente necessaria per addentrarsi poi nella complicata questione – e vicenda – della sacra potestas con quanto la concerne su diversi piani, tenendo conto, prima di tutto, che

Çse si intende la sacra potestas come un potere suffragato da unÕauctoritas, la distinzione resta netta fra chi comanda e chi obbedisce e non avrebbe senso parlare in maniera univoca di una sacra potestas partecipata a tutti i membri della Chiesa nella medesima forma. Se invece con sacra potestas intendiamo la capacità di agire come Chiesa nellÕattuazione della vocazione fondamentale del Popolo di Dio, di nessun cristiano si potrˆ dire che non ne sia dotato affattoÈ (p. 132).

La bivalenza dellÕapproccio manifesta la propria portata guardando in prima istanza a ci˜ in cui – davvero – consiste il ministero apostolico/episcopale; lÕanalisi dello sviluppo della Chiesa antica mostra infatti che

ÇdallÕatto fondamentale della comunicazione della fede deriva la prima articolazione del soggetto della missione nei suoi due protagonisti, quello del Popolo di Dio e, al suo interno, quello dei ministri ordinati; ma dal medesimo atto si sviluppa anche lÕarticolazione dei compiti diversi del ministero ordinato, quello di garantire alla Chiesa lÕautenticitˆ della paradosis apostolica, quello di governarla in modo che essa resti fedele al Vangelo dellÕorigine e, infine, quello di radunare la Chiesa per la Celebrazione eucaristica, culmen et fons della sua autenticitˆ, della sua unità e della sua missioneÈ (p. 135).

Significativa � pure la considerazione, quasi conclusiva, che continua a mantenere acceso il focolare canonistico della tematica:

ÇIl problema non si risolve con la partecipazione dei laici alla sacra potestas dei Pastori, perchŽ in questo caso non verrebbe riconosciuta alcuna loro potestas, verrebbe bens“ loro attribuita una potestas che non è la loro, ma quella propria dei ministri ordinatiÈ (p. 149).

7. La ripubblicazione della voce ÒsinodalitˆÓ del Dizionario di Teologia permette dÕinserire nellÕattuale enfasi letteraria qualche elemento di concreta fondatezza: dal richiamo alla Òvicenda sommamente emblematicaÓ (p. 156) dellÕAssise gerosolimitana nella quale si dovette affrontare Çla pi� importante e drammatica controversia che stava lacerando la Chiesa della prima generazione cristianaÈ (p. 155), fino ad una sommaria ma illuminante delineazione delle Ògrandi tradizioni sinodaliÓ (pp. 161-164) della Chiesa come tale, alle questioni – ancora una volta – su Òpartecipazione e autoritˆÓ (pp. 164-168).

8. Giunti ormai nel cuore della ÔriformabilitˆÕ ecclesiale di questi anni, lÕottavo saggio, di crescente prossimitˆ ed interesse per il canonista, sÕindirizza alla c.d. collegialitˆ intermedia come vissuta in modo ultramillenario nelle Chiese orientali: una buona occasione per rimettere in gioco dottrine teologiche e giuridiche ancora incerte e non definitive dopo e – a causa – dei passi mossi dal Vaticano II. LÕautore traccia un quadro di significativa problematicitˆ, non nascondendo come

Çin realtˆ il Concilio pare ondeggiare fra due concezioni, quella della Chiesa universale come il soggetto primario, mentre quella particolare sarebbe il soggetto derivato e secondario dellÕazione ecclesiale, e quella opposta della Chiesa particolare come soggetto primario e Òpr¾cipua manifestatioÓ del mistero della ChiesaÈ (p. 182).

DÕaltra parte, non si possono ignorare i due timori opposti soggiacenti allÕintera problematica delle c.d. istanze ecclesiali intermedie, ed irrisolti, ora come sempre, nei secoli:

ÇLÕuno che esse detraggano qualcosa al primato del Papa e alla potestas del Collegio episcopale inteso nella sua totalitˆ, lÕaltro che esse detraggano qualcosa alla potestas del singolo Vescovo sulla sua ChiesaÈ (p. 183).

Non meno lucida e problematica la quasi-conclusione che

ÇlÕesperienza vissuta negli anni successivi al Vaticano II ha mostrato che, di fatto, la nozione di collegialitˆ, applicata esclusivamente al Collegio episcopale nella sua dimensione universale, non ha portato nulla di nuovo nella conduzione ordinaria della vita della ChiesaÈ (p. 192).

9. Il varco cos“ aperto verso il nucleo pi� intimo degli intrecci tra Teologia e Canonistica spinge a leggere con crescente consapevolezza – ben differente da ÒchiarezzaÓ – lÕincompiutezza del Vaticano II in tema di primato e collegialitˆ. Le prime note sul primato sono di tutto interesse per il loro netto discostarsi dai percorsi ricostruttivi ordinari; scrive infatti lÕautore:

Çla figura del papato, così come oggi la conosciamo, si sviluppa, non a caso, soprattutto dopo la Rivoluzione francese, che viene a sconvolgere il millenario assetto dellÕordine sociale in EuropaÈ (p. 200).

ÇEffettivamente fu paradossale, ma è vero che nella lunga stagione della Restaurazione il prestigio e il potere papale crebbero enormemente, risultando il papato, non i Vescovi, lÕunica istituzione capace di resistere a quel lascito della Rivoluzione, ereditato dal gallicanesimo e dal vecchio regalismo (classico supporto anche del conciliarismo), che fu lungo lÕOttocento il giurisdizionalismo, ampiamente praticato nella Politica ottocentesca. In quei frangenti la questione non era solo di natura politica, ma vi si giocava la stessa natura cattolica della Chiesa, la quale correva il rischio di frantumarsi in tante Chiese nazionali, dipendenti dai loro rispettivi GoverniÈ (p. 201).

Pochi tratti di grande chiarezza per esorcizzare i falsi punti di partenza di tanta dottrina, ancora apologetica, e riproporzionare lÕeffettiva portata della tematica in gioco. Dopo aver ripreso la tematica dellÕEpiscopato come affrontata e maturata allÕinterno dei lavori dellÕultimo Concilio, non si nasconde tuttavia lÕincompletezza di tale opera:

ÇIl Vaticano II lascia la Chiesa ancora priva di un qualche istituto giuridico che permetta un vero e proprio esercizio, da parte dellÕEpiscopato, della sua potestˆ collegiale nellÕordinaria vita ecclesiale. Di questo vuoto, che dopo il Concilio è particolarmente sentito, soffre oggi la vita delle Chiese locali che non sono in grado di riposizionare costantemente la vita delle Comunitˆ e la loro missione in rapporto ai bisogni del contesto umano, sempre cangiante, in cui vivono, poichŽ nŽ la singola Chiesa nŽ, tanto meno, unÕistanza universale come � la Santa Sede sono in grado di farlo efficacementeÈ (p. 215).

Ovviamente la questione rimane senza soluzione. LÕecclesiologo, tuttavia, chiude il proprio contributo indicando con chiarezza quale sia la linea metodologica maggiormente adatta a proseguire la riflessione:

ÇÈ evidente, per˜, che la riflessione teologica in questo campo sarebbe destinata alla sterilitˆ se non riuscisse a coinvolgere i canonisti, perchŽ nessuna messa in moto della collegialitˆ episcopale e nessuna riforma del papato pu˜ essere realizzata senza importanti cambiamenti nel Codice di Diritto Canonico.

LÕauspicio è che i canonisti si impegnino maggiormente nello studio de Iure condendo e che fra teologi e canonisti si possa instaurare un lavoro di ricerca interdisciplinareÈ (p. 231).

Il ritmo e la prospettiva teologica di base cambiano quando il volume sÕaddentra nei ÒcontestiÓ, pastorale e politico: sei saggi dei quali i primi due dedicati allÕappartenenza ecclesiale, vista dal Battesimo e dai cambiamenti sociali in atto.

10. Il tema � certamente dei pi� stimolanti dal punto di vista pastorale, anche per il canonista il quale si trova a dover ormai immaginare nuove modalitˆ per ÔformalizzareÕ il legame istituzionale tra Chiesa e fedeli, in un mondo nel quale domina la

Çdiffusa sensibilitˆ contemporanea, per la quale lÕautocoscienza dellÕindividualitˆ � cos“ acuta che qualsiasi senso di appartenenza � vissuto in maniera soggettivistica, così da risultare in molti casi totalmente sfilacciatoÈ (p. 235).

 

Il problema che tuttavia viene riproposto � quello della doppia valenza del legame sacramentale: 1) comunitario e quindi relazionale, 2) ontologico e quindi absolutus; valenze storicamente coincidenti, ma oggi non pi� taliÉ

ÇNon si possono considerare i Sacramenti isolandoli dal soggetto ecclesiale che li celebra: non sono atti divini senza essere necessariamente gli atti di certi soggetti umani storicamente determinati.

Ora, tutto questo è vero, ma questo modo di considerare il Battesimo non esaurisce la densitˆ del suo significato. Se i Sacramenti sono azioni della Chiesa e se ricevono, da questo punto di vista, la loro qualitˆ dalla qualitˆ della Chiesa che li celebra, dallÕaltra, in quanto sono essenzialmente una pura ri-presentazione memoriale della morte e della risurrezione di Ges�, sono lÕazione stessa di Ges� che i segni sacramentali ri-presentanoÈ (p. 240).

Dopo un excursus attraverso differenti Òstrade dellÕappartenenzaÓ (pp. 242-247): salvezza, volontˆ, dono, varianti, fino ad una Òappartenenza in progressÓ (pp. 247-249), la conclusione � un rilancio:

ÇNessuna regola pu˜ giungere a negare la consistenza delle forme di appartenenza ad essa precedenti, quella della comunicazione della fede e quella del valore trascendente del Battesimo.

Che sia possibile anche nella Legislazione canonica giungere un giorno a riconoscere diversi gradi di appartenenza è una questione da demandare ai canonisti. Ci˜ che costituisce un dato di fatto è che giˆ esistono praticamente parecchie forme diverse di appartenenza fra i diversi membri di una stessa ChiesaÈ (p. 248).

11. Il percorso viene riproposto sotto altre prospettive a partire dalle questioni neotestamentarie proprio sullÕappartenenza ecclesiale di giudei e di pagani (pp. 252-254) fino alla scomunica del 1¡ luglio 1949 per chi professava la Òdottrina comunista materialista e anticristianaÓ (p. 258). Rifacendosi in modo costitutivo al Battesimo e alla professione della fede (p. 268), lÕautore giunge a ritenere necessario

Çparlare non solo dellÕappartenenza dei credenti alla Chiesa, ma anche dellÕappartenenza della Chiesa ai credenti. Se dalla Chiesa vengono proposte allÕuomo le condizioni per appartenerle, dal credente le vengono imposte, di fatto, le caratteristiche concrete che ne costituiscono la forma empirica e ne disegnano il volto storico. [...] Non si tratta in prima istanza di decidere se si debba o non si debba mutare qualcosa, man mano che muta la societˆ, nella vita della Comunitˆ, ma di essere consapevoli di ci˜ che sta mutando, di fatto, in essa, indipendentemente dalla volontˆ di chicchessia, man mano che volti nuovi di uomini vengono a comporne il ritrattoÈ (pp. 268-269).

Questo perchŽ: ÇLÕesistenza ecclesiale ha una sola radice, che non è mai interscambiabile: è la scelta della fedeÈ (p. 273).

12. Il tema immediato cambia nel saggio sulla Diocesi moderna, sebbene lÕepilogo non sia radicalmente differente da quanto appena sollecitato: Çè il ministero a doversi articolare sulla base dellÕarticolarsi della Comunitˆ e non la Comunitˆ a doversi adattare alle esigenze interne della struttura ministerialeÈ (p. 287), ci˜ anche in dipendenza dallÕinsolita osservazione che

Çla Chiesa odierna, al di là dei titoli onorifici, non conosce che una sola figura di Vescovo e una sola figura di Parroco, mentre la Chiesa antica e medioevale ha conosciuto Curati e Pievani (o preti e arcipreti), Vescovi di campagna e Vescovi urbani, Arcivescovi metropoliti e PatriarchiÈ (p. 285).

Gli ultimi tre saggi respirano unÕaria propria, seppure, nella prospettiva giˆ inaugurata a livello ÔpastoraleÕ; � il rapporto sempre pi� complesso ed articolato tra Chiesa e societˆ civile contemporanea: libertˆ della fede, democrazia, laicitˆ dello Stato.

13. Nel saggio sulla libertˆ della fede si delinea la portata della tensione tra cristianesimo individuale e cristianesimo sociologico, in continuitˆ con le questioni connesse a Battesimo ed appartenenza:

ÇNella situazione odierna di una crisi inarrestabile di ogni forma di cristianesimo sociologico, si desidererebbero anche altri criteri, oltre a quello del Battesimo ricevuto nellÕinfanzia, per essere considerati appartenenti alla Chiesa, la quale sempre meno pu˜ permettersi di essere composta di una grande parte di cristiani che nella loro vita non hanno mai posto esplicitamente e formalmente un atto di decisione personale di appartenerleÈ (p. 295).

Non � tuttavia possibile neppure trascurare quanto E. Troeltdch osservava giˆ nel 1949, cio� come

Çsolo la grande Chiesa, con la sua aderenza al territorio e alle strutture della societˆ civile, ha potuto di fatto costituire quella imponente forza storica che è stato, di fatto, il cristianesimo nello sviluppo della civiltˆ mondialeÈ (p. 307).

La tensione – e questione – rimane pienamente aperta poichŽ:

ÇSiamo in presenza di una interessante dialettica fra lÕesigenza della personalizzazione dellÕadesione alla fede che, per una sua estrema coerenza, dovrebbe arrivare fino alla rinuncia alla prassi del Battesimo dei bambini, e lÕesigenza di non cedere a tendenze catare ed elitarie, per conservare alla Chiesa la sua Òforza storicaÓ, da mettere al servizio del bene comune, della giustizia e della pace nel mondoÈ (p. 307).

14. Le questioni connesse alla ÒcomunicazioneÓ della fede ridivengono centrali quando, in una societˆ di ÔpariÕ diritto di parola (comÕ� quella democratica), ci si sente Òobbligati a dire il Vangelo come un discorso qualsiasiÓ (pp. 314-318).

ÇUna Chiesa che evangelizza in un certo determinato contesto culturale non pu˜ essere assolutamente identica a quella che lo fa in un contesto culturale diverso, sia perchŽ il configurarsi dellÕatto comunicativo al suo destinatario modifica per forza di cose anche la configurazione del soggetto, sia perchŽ quando lÕevangelizzazione determina lÕingresso di nuovi soggetti nella Chiesa, questi vi apportano i loro caratteri propri e quindi ne modificano il voltoÈ (p. 311).

15. Il vero tema dellÕultimo saggio non � tanto lÕannunciata laicitˆ dello Stato, quanto piuttosto la secolarizzazione della presenza ecclesiale al suo interno, come ben si evidenzia affermando che, Çrispetto allÕepoca in cui essa era riconosciuta come lÕunica istanza capace di garantire alla societˆ la sua legittimazione eticaÈ (p. 327), oggi

Çgli stessi documenti del Magistero si rivelano incerti e timidi a questo proposito, scegliendo spesso di parlare al mondo senza argomentare a partire dal Vangelo stesso, ma preferendo appellarsi alla pura ragione e alla forza imperativa della Legge naturale, come se questa fosse lÕunica base possibile per interloquire con la societˆ secolarizzata e dialogare con coloro che non condividono la fede cristiana. [É]

Questa rinuncia a fare del Vangelo stesso il nucleo sostanziale pi� robusto del proprio dialogo con il mondo e del proprio protagonismo civile, sta producendo lÕesito paradossale di una strana secolarizzazione della stessa missione della ChiesaÈ (p. 336).

Al contrario, occorre ancor pi� oggi aver chiaro che

Çla proposta della fede da parte del credente, inoltre, non è pura e semplice comunicazione di un contenuto, conosciuto e affermato, sul quale informare lÕinterlocutore, invitandolo a dire il suo sì o il suo no. San Tommaso direbbe che non è in gioco semplicemente uno scitum da comunicare, bens“ un creditum. Comunicare la fede non è semplicemente trasmettere allÕinterlocutore un sapere, ma anche lÕesperienza vitale del proprio credere, profondamente segnata dalla soggettivitˆ del credenteÈ (p. 337).

* * * * *

Il vantaggio per il canonista nellÕattingere alla raccolta di saggi del prof. Dianich � molteplice, come si diceva in apertura, al di lˆ della specifica tematica che possa interessare o della lettura che lÕautore ne costruisca e proponga.

- Si tratta, prima di tutto ed essenzialmente, di fruire di una corretta impostazione metodologica rendendosi conto (anche solo dal versante della c.d. Teologia positiva, fondamentale per il canonista) dello sviluppo anzitutto biblico e storico di una moltitudine di ÔmodalitˆÕ di essere ed operare come Chiesa: ci˜ in cui consiste, in effetti, il Diritto canonico o, almeno, il suo scopo principale. Un approccio che, lontano da apologie e mistificazioni strumentalizzanti, illumina con chiarezza molti passaggi istituzionali o culturali attraverso i quali si � sviluppata la Normativa ecclesiale (Ius conditum) e ne svela di nuovi ancora in ombra o soltanto potenziali (Ius condendum).

- Sempre in chiave metodologica, oltre che effettivamente contenutistica, anche la prospettiva evolutiva costantemente utilizzata dallÕautore (nuovo Testamento, Chiesa apostolica, Chiesa dei Padri, Scolastiche, Teologia del NovecentoÉ) insieme a quella sociologica e, spesso, culturale, indicano al canonista un sicuro modo di procedere nello strutturare le proprie ricerche e trovare la giusta prospettiva lungo la quale indirizzarsi per capire che cosa sia davvero ci˜ di cui dovrˆ illustrare la normazione (fatta o da farsi) per la vita ecclesiale.

- Viene poi la presentazione della complessitˆ ed articolatezza, oltre che intrinseca problematicitˆ, di un certo numero di tematiche, normalmente ostiche ai canonisti in ragione soprattutto delle semplificazioni che la dottrina – in maggior parte ÒcodicisticaÓ – ne ha operato nel secolo della codificazione canonica, quando Diritto e Teologia sono state concordemente separate in casa, privando la Canonistica del prezioso supporto della Teologia: sacra potestas, Episcopato, appartenenza, solo per indicarne alcune. Il panorama anche sistematico proposto dallÕautore attraverso le molte citazioni di opere teologiche fondamentali, anche recenti, contribuisce in modo non secondario ad entrare negli snodi portanti delle tematiche trattate, soprattutto in relazione ai ÔpresuppostiÕ giunti al Vaticano II e da esso maturatiÉ oppure solo intu“ti ed ancora soltanto incipienti.

- Anche il rapporto instaurato dallÕautore col Diritto canonico risulta un positivo Çstimolo ad approfondire ulteriormente problemi e temi di interesse generale nellÕambito dellÕEcclesiologia e della CanonisticaÈ (pp. 12-13), sia per la competenza dimostrata a livello dottrinale in varie occasioni (communio e potestas, per tutte), sia per la correttezza delle connessioni evidenziate o proposte tra i due versanti del crinale tematico: un efficace stile di utilizzo di Fonti, dati, prospettive e possibili obiettivi condivisi, se non proprio comuni.

Chiudendo queste note � necessario sottolineare la piacevole sorpresa, per lo scrivente, nel constatare la forte consonanza con lÕautore riscontrata soprattutto in tema di centralitˆ assoluta della missionarietˆ della Chiesa nellÕindividuare e definire la Chiesa stessa: sono molte infatti le pagine del volume risultate preziose nella stesura dellÕInstrumentum laboris della XIII Giornata canonistica interdisciplinare sulla norma missionis. In questa prospettiva, infatti, non pu˜ sfuggire al canonista lÕattenzione che lÕecclesiologo sa esprimere in termini [a] di istituzionalizzazione sia dellÕannuncio del Vangelo sia della sua accoglienza esistenziale, che [b] di sua ÔtutelaÕ, per le quali vede con chiarezza il ruolo e chiede il supporto del Diritto canonico. Di pi�: anche il primato riconosciuto a livello costitutivo al munus docendi prima che ad altre ÔespressioniÕ ecclesiali (ed ecclesiastiche), Sacramenti compresi, offre la possibilitˆ – finalmente – di veder reintegrata la giusta ÔgerarchiaÕ tra i munera Ecclesi¾, quando per˜ si eviti con decisione strategica la translucenza tra munus docendi e actus dicendi che potrebbe percepirsi in alcuni riferimenti ad una mera ÒcomunicazioneÓ e custodia della memoria Christi (cfr. pp. 115; 116; 133), mentre la Chiesa antica ha sempre concepito la propria attivitˆ come ÒannuncioÓÉ alternativo e spesso polemico rispetto al ÒcontestoÓ sociale e culturale nel quale operava.


in: APOLLINARIS, XCI (2018), 611-625